Part 14
— Il bulbo di narcisso nell'erbario ha germogliato per la terza volta? — le domandai d'improvviso un giorno, mentre eravamo su le acque del Saurgo in vicinanza della città morta.
Ella si turbò tutta, e mi guardò con occhi quasi sbigottiti.
— Come sapete?
Io sorrisi e ripetei:
— Ha dunque germogliato?
— No, non più! — ella rispose chinando la faccia.
Eravamo soli in una piccola scafa che io stesso guidava con l'unico remo. Violante, Anatolia e Oddo erano in altri battelli condotti dai navalestri. Il fiume era quivi così largo e lento che somigliava quasi uno stagno; e una innumerevole greggia di ninfee lo ricopriva. I grandi fiori candidi a foggia di rose galleggiavano tra le foglie lucide esalando un'umida fragranza che pareva posseder la virtù di dissetare.
Quivi Simonetto aveva compiuto le sue erborazioni, nell'autunno micidiale. Io imaginavo la figura del giovine erborista chino su le acque ad esplorare il limo, nel tempo in cui le ninfee stavano per nascondersi. Il suo _hortus siccus_ doveva certo contenere gli esemplari inerti di tutta quella flora acquatica diffusa intorno alla ruina.
Come gli occhi di Massimilla seguivano i moti dei mio remo che a quando a quando fendevano qualche foglia o spezzavano qualche stelo, io dissi pianamente:
— Pensate a Simonetto?
Ella trasalì.
— Come sapete? — mi chiese di nuovo, agitata, coprendosi di rossore.
— So da Oddo....
— Ah! — fece ella senza dissimulare il suo rammarico per questa mia consapevolezza che pareva ferirla. — Oddo vi ha raccontato....
Ella si chiuse in un silenzio che io indovinavo quanto le fosse penoso. Fermai il remo per qualche istante; e il leggerissimo legno restò immobile tra quell'immenso candore di corolle vive.
— Lo amavate molto? — domandai alla taciturna, con una dolcezza che forse le ricordò i nostri primi colloquii.
— Come amo Oddo, come amo Antonello — rispose con un tremito nella voce, senza sollevare le palpebre.
Dopo un intervallo, le domandai:
— Entrate nel monastero per sacrificarvi alla sua memoria?
— No, non per questo. Sarebbe omai troppo tardi....
— Perché, dunque?
Ella non rispose. Ma io guardai le sue mani che si contraevano come per un bisogno di torcersi; e compresi tutta l'involontaria crudeltà della mia domanda inutile.
— È vero che siete risoluta a partire fra pochi giorni? — soggiunsi quasi timidamente.
— È vero.
Le labbra le tremavano, impallidite.
— Oddo e Anatolia vi accompagneranno?
Ella accennò col capo, serrando la bocca come per contenere un singulto.
— Perdonatemi, Massimilla, se vi ho fatto male — io le dissi con una commozione profonda, sentendo una pesante tristezza piombare su me d'improvviso.
— Tacete, vi prego! — ella supplicò con una voce irriconoscibile. — Non mi fate piangere! Che penserebbero le sorelle? Non potrei nascondere le lacrime.... E mi sento soffocare.
Il grido di Oddo ci richiamava, dalle rovine. Già Anatolia e Violante avevano messo il piede nella città morta. Un uomo con la sua scafa veniva verso di noi, giudicando forse l'indugio causato dalla mia inesperienza nello spingere il legno fra l'intrico delle ninfee.
“Ah, sempre io porterò in me il rammarico d'averti perduta!„ io dicevo in silenzio a colei che stava per dipartirsi. “Vorrei vederti composta nella perfezione della morte piuttosto che saperti diminuita in un'esistenza difforme a quella che il mio amore e la mia arte ti promettevano. E forse tu mi avresti indotto a esplorare qualche lontanissima regione del mio mondo, che senza di te rimarrà forse abbandonata e incolta....„
Il naviglio scorreva su la nivea greggia lievemente: pel solco i calici e le foglie ondeggiavano lasciando scorgere nella limpidità cristallina la pallida selva degli steli, pallida e pigra come se la nutrisse il limo letèo. La ruina di Linturno, tutta abbracciata dalle acque e dai fiori, aveva nella sua secolare inerzia lapidea l'apparenza d'una congerie di grandi scheletri infranti. Non è nelle orbite dei teschi umani tanta vacuità esanime quanta era nei cavi di quelle pietre consunte, imbianchite come ossa dalle brume e dalle canicole. E io pensai che traghettavo una vergine morta.
Poi tutto fu tocco dalla mia tristezza, in quel pomeriggio senza nube. Vagammo lungamente per l'antica ruina, cercando i vestigi della vita scomparsa. Erano vestigi incerti, che suscitavano discordi fantasmi. — Una teoria di giovinetti inghirlandati discendeva al fiume paterno cantando per offerirgli le intonse chiome crescenti? O una processione bianca di catecumeni, nutriti di latte e di miele come pargoli, vi discendeva per ricevere il battesimo? — Un'oscura leggenda di martiri diffondeva su i ruderi pagani una specie di santità dolorosa. “_Martyris ossa jacent_....„ leggemmo su un frammento di sarcofago; e qua e là nelle sparse pietre effigiate ritrovammo gli emblemi e i simboli ambigui: l'aquila di Giove e il leone di Cibele assoggettati agli Evangelisti; le viti di Dioniso piegate ad esprimere il verbo del Salvatore; il cervo di Diana significante l'anima sitibonda; il paone di Era, la gloria dell'anima risorta. A quando a quando un colubro sbucava di tra i sassi e gli sterpi dileguandosi rapido come una saetta. Un uccello invisibile imitava stranamente lo strepito delle tabelle che indicano l'ora nel silenzio del Venerdì Santo.
— E la vostra grande Madonna dov'è? — mi chiese Anatolia, ricordandosi delle mie lontane parole.
Cercammo fra le macerie un tramite per giungere alla basilica diruta, che era all'estremità dell'isoletta, sul ramo del Saurgo contiguo alle rocce.
— Forse l'acqua c'impedirà di passare — dissi io, scorgendo presso le mura un luccichio di specchi.
Il fiume in fatti aveva inondato una parte della ruina sacra; e una selva acquatica vi ramificava in pace. Ma scoprimmo una breccia, e per quella potemmo penetrare nell'absida. Ciascuna delle tre sorelle entrando si fece il segno della croce, tra un gran frullo d'ali.
V'era una frescura umida in una luce glauca e palpitante. L'absida e qualche pilastro della nave centrale, rimasti in piedi, formavano una specie di antro che le acque avevano invaso fin presso la mensa diserta dell'altare; e una moltitudine di ninfee, più ampie e più bianche di quelle su cui avevamo navigato, si addensava come in adorazione a piè della grande Madonna musiva che sola occupava il concavo cielo d'oro. Ella non portava su le sue braccia l'Infante, ma era sola e tutt'avvolta in un'ammantatura di color plumbeo come in un'ombra di lutto; e un profondo mistero di dolore era nei suoi occhi larghi e fissi. Su su per la curva dell'arco le rondini avevano composto una gentile corona di nidi, seguendo l'ordine delle parole scritte in giro.
QVASI PLATANVS EXALTATA SVM JVXTA AQVAS.
E quivi le tre vergini insieme s'inginocchiarono e pregarono.
“Se noi ti lasciassimo in questo asilo, con le ninfee e con le rondini!„ pensai guardando Massimilla che nella preghiera pareva inchinarsi sempre più verso la terra. “Tu vi abiteresti come una najade romita che avesse obliato Artemide per adorare la dolorosa divinità novella.„ E io imaginava la sua metamorfosi: — compiuti i suoi riti solitarii tra il coro delle rondini, ella s'immergeva nelle acque e discendeva alle radici dei fiori....
Ma nulla veramente quivi ai miei occhi vinceva di bianchezza una nuca quasi oppressa dal peso d'una capellatura più densa dei grappoli marmorei che ornavano la fronte dell'altare. Per la prima volta io vedeva Violante in ginocchio; e quell'atto era così disdicevole alla qualità della sua bellezza, che io ne soffrivo come di una disarmonia; e con una strana inquietudine aspettavo ch'ella si levasse di tra i due paoni simbolici che in mezzo ai grappoli aprivano le loro penne occhiute.
Prima delle altre ella si levò, con una di quelle stupende movenze per cui la sua bellezza pareva superar sé stessa in quella guisa che una luce continua sembra crescere se d'un tratto renda una scintillazione. _Exaltata juxta aquas!_
Al ritorno ella venne meco sul fiume, seduta su la piccola prora di contro a me che in piedi spingevo il battello col remo. Un turbamento invincibile mi teneva, mentre mi riapparivano nella memoria la mano imperlata di sangue e il roveto carico di fiori. Da quell'ora lontana, per la prima volta io mi ritrovava solo con Violante, a viso a viso.
— Ho una gran sete — ella disse inclinandosi in dietro verso l'acqua con una movenza che nell'esprimere il desiderio pareva quasi agguagliarla all'elemento fluido e voluttuoso.
— Non bevete di quest'acqua! — io la pregai, vedendo ch'ella si nudava le mani.
— Perché?
— Non ne bevete!
Allora ella immerse le mani ignude, recise una ninfea, e si chinò a respirarne l'umidità fragrante. Pareva che intorno a noi una trepidazione indistinta invadesse la greggia floreale. Come il sole era caduto dietro le rocce, un riflesso roseo appena percettibile cadeva dal cielo vespertino su l'innumerevole candore.
— Guardate le ninfee! — esclamai, fermando il remo. — Non vi sembra che in questo momento abbiano una straordinaria espressione di vita?
Ella immerse di nuovo le mani fino ai polsi e le tenne abbandonate, carnei fiori natanti; e, mentre il suo sguardo correva su la moltitudine commossa, il sorriso della sua bocca era così divino che la mia anima volle attribuirgli la virtù del prodigio.
Veramente ella era degna di operare tutte le meraviglie e di sottomettere alla sua bellezza pur l'anima delle cose. Io non osavo dir parola, tanto al suo fianco parevami parlante il silenzio. Ma, stando noi chini verso l'acqua, eravamo congiunti l'uno all'altra da un fascino non dissimile a quello che ci aveva accomunati il primo giorno in conspetto della rupe ardente. Non stridevano sul nostro capo gli sparvieri ma garrivano le rondini a volo gittando a tratti dai loro bianchi petti quasi un lampo.
— Ebbene? Non ci moviamo? Non avete più forza? — mi disse ella rivolgendosi, con un accento indefinibile d'irrisione, e penetrandomi in fondo agli occhi. — Non vedete che gli altri battelli sono già discosti?
Considerò la flottiglia per un poco, corrugando leggermente la fronte.
— Anatolia ci richiama — soggiunse. — Affrettatevi!
Il Saurgo sembrava allargarsi nel tramonto, dileguarsi in una infinita lontananza, riacquistare la forza della sua correntìa, promettere di condurci in paesi più belli. E in quella creatura sovrana, tutta inclinata verso quel grande e dolce fiume roseo dall'ardor della sete come da un violento desiderio di fluidità conforme alla sua essenza voluttuosa, era tal mistero di bellezza e di poesia che la mia anima si protese verso di lei col più fervente atto di adorazione.
— Guardate! — mi disse allora la rivelatrice, mostrandomi lo spettacolo ch'ella avrebbe potuto crear con un gesto. — Guardate!
Intorno a noi, su l'acqua scorsa da un leggero brivido, le corolle vive si chiudevano con un moto quasi labiale, esitavano per qualche istante, si ritraevano, si sommergevano, scomparivano sotto le foglie, l'una dopo l'altra o insieme a gruppi, come se dal profondo una virtù sonnifera le attirasse. Larghe plaghe rimanevano deserte, ma talvolta quivi nel mezzo una sola ninfea s'attardava effondendo la sua estrema grazia in quell'indugio. Una vaga malinconia fluttuava su l'acqua nel punto ove scompariva ciascuna delle ritardanti. E sembrava, allora, che pel grande e dolce fiume roseo incominciassero a vaporare i sogni notturni della moltitudine sommersa.
Ma su la vetta del Corace fu l'apparizione impreveduta per cui si determinarono le nostre sorti ultimamente.
Avevamo fatta una sosta a Scultro per visitarvi l'antichissima badia dove si conservano i resti del mausoleo suntuoso, opera di Maestro Gualtiero d'Alemagna, elevato da una Cantelma a memoria di sé medesima e de' suoi tre figli: da quella magnifica _Domina Rita_ che, sposata a Giovanni Antonio Caldora, fu madre del gran condottiere Jacopo. E io e Anatolia eravamo rimasti ultimi nella cappella umidiccia a contemplare la figura supina del giovine eroe tutto chiuso in arme grave sino alla gola ma scoperto il capo chiomato che riposa così regalmente sul guanciale marmoreo.
Poi, dopo un lungo tratto, avendo lasciato le mule in un pianoro, eravamo giunti su per un calle aspro e angusto al ciglio settentrionale del cratere primitivo cangiato nel lago a cui Secli dà il nome. Ai nostri piedi avevamo, da una banda, la valle fulva del Saurgo; dall'altra, i forti sproni che la maggiore giogaia protende nelle sottoposte pianure limitate dal mare in lontananza. Su le nostre teste, dall'immenso cristallo ceruleo pendevano alcune nuvole quasi immobili, coerenti e abbaglianti come acervi di neve.
Seduti su i macigni, guardavamo in silenzio. Violante e Massimilla apparivano affaticate; e Oddo non riusciva ancora a calmare il suo ànsito. Ma Anatolia andava cogliendo nelle fenditure i piccoli fiori.
Era in me un'inquietudine confusa e ineguale, che talvolta s'addensava fino a opprimermi come un'angoscia. Io sentivo che omai l'ora della scelta mi stava sopra inevitabile e che non potevo più indugiarmi nelle vicende tormentose e dilettose del desiderio e della perplessità né più studiarmi di fondere in una armonia i tre nobili ritmi. Per l'ultima volta in quel giorno le tre beatrici m'apparivano congiunte, sotto la luce d'un medesimo cielo. — Qual tempo era trascorso dall'ora prima in cui salendo per le antiche scalee, nelle voci e nelle ombre virginee come nelle parvenze d'un prestigio, tra i segni dell'abbandono e della dimenticanza, avevo composta la prima musica e compiuta la prima trasfigurazione? — Al dimane il maldurevole incanto sarebbe caduto, e per sempre.
Io sentivo omai la necessità di ripetere con la viva voce ad Anatolia le parole già da me rivolte in silenzio alla pura imagine segreta ch'era stata testimone del mio colloquio col padre. — Pur dianzi, nella cappella deserta, al conspetto di quella tomba elevata dalla fede di una virago, non avevamo ambedue comunicato in un medesimo sentimento e in un medesimo pensiero? Pur dianzi io le avevo detto, senza parole: “Anche tu potresti essere una genitrice di eroi, o consapevole. Io so che tu hai raccolta la mia volontà e l'hai riposta nel tuo cuore fedele, dov'ella fiammeggia come un diamante. So che, in sogno, tu hai vegliato tutta una notte misteriosamente sul sonno di un fanciullo. Mentre il suo corpo dormiva con un respiro profondo, tu reggevi nelle tue palme la sua anima tangibile come una sfera di cristallo; e il tuo petto si gonfiava di divinazioni meravigliose.„
Io sentivo omai la necessità di scambiare con lei la promessa sicura, già che ella era sul punto di partire con la monacanda e col fratello in ben triste viaggio. Ma la mia inquietudine si faceva grave come un'angoscia, quasi che un pericolo vero mi soprastasse. E non potevo non riconoscerne la causa nel turbamento che Violante mi dava di continuo con ogni suo atto.
Era là sotto di noi, nella valle, la ruina di Linturno, simile a un mucchio di pietre bianche, simile a un lembo scoperto del greto, in mezzo alle dolci acque morte; dove ella pur jeri, quasi per un duplice prodigio, aveva incantato le ninfee e la mia anima. Ancora ella m'incantava, se i miei occhi la guardavano. Seduta sul macigno come il primo giorno sul plinto, ella era simile alle statue immortali. Anche una volta io la considerai presente e pur discosta, come in quel giorno; e ripensai: “È giusto ch'ella rimanga intatta. Ella non potrebbe essere posseduta senza onta se non da un dio. Giammai le sue viscere porteranno il peso difformante; giammai l'onda del latte sforzerà il puro contorno del suo seno....„
Con un impeto interiore, come per liberarmi da un giogo, balzai in piedi; e, rivolto a colei che andava cogliendo nelle fenditure i piccoli fiori, dissi:
— Giacché non siete stanca, Anatolia, volete salire con me fino alla cima?
— Eccomi pronta — assentì ella, con la sua chiara voce cordiale; e, accostandosi a Massimilla, le depose nel grembo i piccoli fiori.
Violante rimase nella sua attitudine, tenendo fra le dita il suo velo: — impassibile, come se non avesse inteso. Ma io sentivo che le sue pupille non guardavano le cose, e mi turbai come se giungesse sino a me un raggio del fascino emanato dalla profondità occulta in cui era fisso il suo sguardo.
— Non tardate a discendere! — fece Oddo con suono di preghiera, mostrando nel suo volto scarno il malessere che gli davano quelle alture: quasi un timore continuo della vertigine. — Noi vi aspettiamo.
La cima del Corace insorgeva contro il cielo nuda e acuta come un elmetto, inclinata alquanto verso austro; e il tramite per giungervi correva lungo la costola ripida, angusta quasi come uno scrimolo, ond'erano spartiti nettamente i due pendii. Così difficile era quivi il passo e così periglioso che io offersi ad Anatolia la mia mano per sostegno ed ella vi poggiò la sua mentre vacillava su le asperità della roccia sorridendo. Eravamo già fuor d'ogni vista, liberi e soli, dominatori dello spazio immenso. Ci pareva che ogni respiro purificasse il sangue nelle nostre vene e alleggerisse il peso della nostra carne. E l'aroma essenziale che il fuoco del sole esprimeva dalle rare erbe alpestri, simile a un farmaco possente, accelerava il ritmo della nostra vita.
Ci soffermammo, colti da una sùbita ambascia: e le nostre mani, poichè troppo forte s'erano strette, si disciolsero. Io guardai negli occhi la mia compagna, ma ella non sorrise più. Il suo volto divenne grave, quasi triste, come adombrato da un rammarico.
— Fermiamoci qui — ella mormorò abbassando le palpebre. — Non posso andare più oltre....
— Ancora un tratto — io le dissi incalzato da un desiderio veemente di giungere — pochi passi ancora, e tocchiamo la cima!
— Non posso andare più oltre — ella ripeté, con una voce spenta che non pareva più la sua, passandosi le mani su la faccia come per toglierne qualche cosa che l'ingombrasse.
Poi tentò di sorridermi.
— Che strana illusione! — soggiunse. — La cima è ancora lontana. Par sempre di toccarla e, come più si sale, più diventa lontana....
Poi, dopo una pausa in cui ella parve ascoltare il suo cuore profondo:
— E v'è qualche anima che soffre, laggiù.
Volse la fronte oscurata da un pensiero, verso il luogo dove le sorelle aspettavano.
— Torniamo in dietro, Claudio — soggiunse con un accento che io non dimenticherò mai perché mai voce umana espresse in sì breve suono un sì gran numero di cose recondite.
— Cara, cara Anatolia! — io proruppi prendendole le mani, tutto pieno del sentimento straordinario che mi davano quelle sue semplici parole in cui era per me l'indizio indubitabile d'un atto interiore quasi divino. — Lasciate che prima io vi ripeta quel che già più d'una volta vi ha detto il mio silenzio.... Dove potrei offrire la mia fede più degnamente che qui, in questa altezza, a voi che siete la più alta delle creature, Anatolia?
Ella si coprì di pallore, non come chi oda un annunzio di gioia a lungo aspettato e invocato, ma come chi riceva in una parte vitale un colpo invisibile; e, se bene all'apparenza rimanesse immobile, fu gettata in ispirito verso di me da non so qual brivido pauroso, da non so qual movimento istintivo d'orrore — che io non percepii con gli occhi ma con uno di quei sensi ignoti che talvolta si manifestano su la trama dei nervi umani in una vibrazione istantanea e scompaiono per sempre lasciando la coscienza attonita.
Ella volse intorno a sé uno sguardo pieno d'inquietudini indefinibili.
— Voi parlate come se fossimo soli, — disse smarritamente — come se io fossi sola.... come se io fossi sola....
— Anatolia, che avete mai? — le chiesi, turbato da quel suo turbamento inesplicabile, dall'alterazione profonda del suo volto, dall'incoerenza delle sue parole.
E un pensiero balenò su la mia incertezza. — Non forse era stata assalita d'improvviso, ella assuefatta per tanti anni alla sua cupa carcere, ella rassegnata martire fra le antiche mura, non forse d'improvviso ella era stata assalita da quel terrore misterioso, da quella specie di pánico che regna nelle solitudini dei monti ardui e taciturni? — Certo, ella era in balìa del fascino terribile; e il suo spirito vi si smarriva.
Un fierissimo spettacolo avevamo ai nostri piedi, da ogni banda, nella cruda luce. La catena delle rupi, tutta palese nella sua sterilità desolata fino agli estremi gioghi, si propagava come una immensa adunazione di cose gigantesche e difformi rimasta per lo stupore degli uomini a vestigio di una qualche titanomachia primordiale. Torri dirute, muraglie fendute, cittadelle abbattute, cupole sfondate, portici pericolanti, colossi mútili, prore di vascelli, dorsi di mostri, ossature di titani, tutte le enormità simulava la compagine formidabile con i suoi rilievi e i suoi anfratti. Così limpide erano le lontananze che io distinguevo ogni contorno come se avessi sotto gli occhi infinitamente ingrandita la roccia che Violante mi aveva mostrata dal davanzale con un gesto creatore. Le più remote punte si disegnavano sul cielo con la medesima asprezza precisa che avevano da presso gli scoscendimenti del cratere al riverbero del sole. Smisurata bocca, il cratere orbicolare si spalancava con una specie di veemenza vorticosa nel suo giro, a similitudine di un gorgo, se bene inerte. Grigio in parte come la cenere, rossastro in parte come la ruggine, era qua e là interrotto da lunghe zone candide e riscintillanti come il sale, che l'acqua adunata al fondo rispecchiava nella sua immobilità metallica. E, di contro a noi, pendulo dall'orlo su l'abisso, simile a un gregge impietrito, era Secli: il villaggio solingo come un eremo, ove un piccolo popolo industre attende da tempo antichissimo a far corde di minugia per gli strumenti di suono.
— Voi siete affaticata — io dissi alla cara compagna cercando di trarla verso un macigno che mi pareva potesse almeno da un lato impedirle la vista del vuoto e ridarle col contatto il senso della stabilità. — Voi siete affaticata, Anatolia, e questa fatica è insolita per voi, e questo spettacolo è forse un poco spaventoso.... Appoggiatevi qui, e chiudete gli occhi per qualche minuto. Io sto accanto a voi. Ecco il mio braccio. Saprò ricondurvi senza pericolo. Chiudete ora gli occhi, per qualche minuto....
Ella tentò ancora di sorridermi.
— No, no, — ella disse — non vi date pensiero, Claudio.
Poi, dopo una pausa, con la voce mutata e divenuta quasi segreta:
— È un'altra cosa.... Se chiudessi gli occhi, forse potrei vedere....
Il mio cuore tremava come una foglia a un soffio sconosciuto. E, se bene il volto di Anatolia si fosse ricomposto in una tristezza grave ma calma e per tutta la figura di lei fosse diffuso un sentimento di dominazione sul Male, io per analogie indistinte ripensai le ansie repentine di Antonello e quelle sue inquietudini ch'erano infallibili avvisi e quelle preveggenze che illuminavano i suoi pallidi occhi.
— Avete compreso, Anatolia? — io le domandai, prendendole una mano poiché eravamo addossati al macigno l'uno a fianco dell'altra. — Avete compreso che voi, voi sola, siete la compagna che il mio cuore nominò, in quella sera, quando il padre mi baciava la fronte per consentire? Voi vi alzaste e usciste dalla stanza, lieve come uno spirito; e io, non so perchè, imaginai la vostra faccia tutta bagnata di lacrime.... Ditemi se piangeste, Anatolia, e se il mio sogno vi fu caro!
Ella non rispose; ma, tenendo io la sua mano, mi parve che il più puro sangue del suo cuore affluisse all'estremità delle sue dita magneticamente.