Part 11
— Chi riscaldava l'anima di Santa Chiara e la faceva ardere? — mi oppose la monacanda, come riscotendosi per non esser vinta, mentre le sue gote si coloravano.
— Un uomo: Francesco d'Assisi. Voi non potete imaginare la Damianita se non in ginocchio ai piedi di Francesco. Un artefice religioso la figurò nell'atto di scambiare un bacio col Serafico. E ripensate il lungo idillio che fu tessuto fra l'eremo di San Damiano e la Porziuncula; ripensate le settimane di passione, di dolore e di pietà trascorse nel giardino del monastero, all'ombra degli olivi, in una estate di gran sete, quando Chiara beveva le lacrime effuse dagli occhi di Francesco quasi ciechi; ripensate infine il colloquio tra i due mistici amanti, che precedette quella suprema estasi ond'eruppe come un getto di luce il Cantico delle Creature. Avete là accanto a voi i _Fioretti_. Ebbene, rileggete il capitolo in cui si narra “come Santa Chiara mangiò con San Francesco„. Mai convito nuziale fu illuminato da più splendide faci di amore. Ecco: “Gli uomini d'Assisi e da Bettona, e que' della contrada d'intorno, vedevano che Santa Maria degli Angeli e tutto il luogo e la selva ch'era allora allato al luogo ardevano fortemente, e parea che fosse un fuoco grande che occupava la chiesa e il luogo e la selva insieme: per la qual cosa gli Assisiani con gran fretta corsero laggiù per ispegnere il fuoco, credendo veramente che ogni cosa ardesse. Ma, giugnendo al luogo e non trovando ardere nulla, intrarono dentro e trovarono San Francesco con Santa Chiara....„ Voi vedete bene, cara sorella, in quali modi la patrona della vostra Regola potesse ripararsi dal gelo. Convenite che la differenza è grande fra l'eremo luminoso di San Damiano e la clausura del vostro monastero angioino. Qui nessun incendio ma un'eguale ombra grigia ove l'umiltà si fa inerte.... Di quale specie è la vostra umiltà, Massimilla? Io penso che il vostro bisogno di schiavitù sia molto altiero.
Ella taceva, scoraggiata e anelante; ed era così dolce e così misera nel suo sbigottimento che io avrei voluto prenderla su le mie ginocchia.
— Quando appariste su per la scalea, il primo giorno, sùbito mi deste imagine dell'ermellino. Ora, sembra che nella nostra imaginazione il candore dell'ermellino non possa andar disgiunto dall'orgoglio della porpora, tanto siamo assuefatti a considerar l'uno e l'altra riuniti nei manti regali. Non forse voi portate il vostro manto a rovescio, Massimilla, per modo che la porpora è di sotto invisibile? Tale è bene la maniera d'una Montaga.
— Io non so — ella rispondeva smarritamente. — Tutto quel che voi dite, pare che debba essere.
Ed era come se ella confessasse: — Io sarò quale voi mi vorrete.
— Se io fossi il vostro sposo, Massimilla — soggiunsi, per accarezzare la sua piccola anima tremante — io vi darei una casa ove il giorno entrasse a traverso lamine d'alabastro color di miele o vetri istoriati d'istorie sibilline; e vi farei servire da cameriste e da silenziarie, calzate di feltro e vestite di stoffe placide, che passerebbero dinnanzi a voi come grandi farfalle notturne; e certe stanze avrebbero pareti di cristallo guardanti su immensi aquarii, nascoste da cortine che la vostra mano potrebbe agevolmente aprire quante volte vi venisse il desiderio di viaggiare in sogno con gli occhi per una valle oceanica piena di vite ricche e strane; e intorno alla casa vorrei crearvi un giardino di alberi che prodigassero fiori e lacrimassero aromi, e popolarlo di animali leggiadri e miti come gazzelle, colombe, cigni, paoni. E quivi, in armonia con tutte le cose, voi vivreste per me solo. E io, ogni giorno, dopo aver appagato con qualche atto efficace il mio bisogno di predominio su gli uomini, verrei a respirare l'aria sublimata dal vostro silenzioso amore, verrei a vivere presso di voi la vita pura e profonda dei miei pensieri. E qualche volta io vi comunicherei una febbre veemente; e qualche volta io vi farei piangere un pianto inesplicabile; e qualche volta io vi farei morire e rivivere per essere ai vostri occhi più che un uomo.
S'apparecchiava ella intanto alla dipartita o s'indugiava attendendo con impazienza quel che per lei tuttavia era inatteso?
Come io saliva pel viale dei vecchi bossi ove prima erami apparsa Violante sotto il grande arco, ella m'uscì incontro quasi nel medesimo luogo sorridendo d'un sorriso nuovo.
— Voi avete oggi l'aspetto d'un angelo che rechi il buon messaggio — io le dissi. — È tutto in voi lo spirito d'aprile.
Ella mi porse la mano ch'io presi e tenni nella mia alquanto.
— Che cosa dunque dovete annunziarmi? — le domandai leggendole negli occhi la novità che la trasfigurava.
Ella si smarrì, sotto il mio sguardo; e anche una volta si tinse d'un rossore che mi parve quasi violento in quella pallidezza.
— Nulla — rispose.
— Eppure — io le dissi — v'è in tutta la vostra figura un'annunciazione. Voi me la comunicherete senza parlare, se mi concederete di camminare al vostro fianco per qualche tratto. Non ho mai sentito come in questo momento, Massimilla, la vostra armonia.
Ella certo credeva ch'io le parlassi di amore, tanto era confusa. E raggiava da tutta la sua figura uno spirito di gentilezza così vivo ch'io ripensai quelle gentili donne adunate nelle imaginazioni di Dante giovine; dalle cui labbra a quando a quando, come cade “l'acqua mischiata di bella neve„, cadono parole mischiate di sospiri. E poichè io l'amava inumanamente, anche mi tornarono alla memoria alcune delle antiche parole. “A che fine ami tu?... Dilloci, chè certo il fine di cotale amore conviene che sia novissimo.„
Noi avevamo lasciato il viale medio per internarci nel labirinto erboso. Cantavano gli uccelli ospiti del claustro, gli insetti lucidi ronzavano intorno; ma il mio orecchio era attento al fruscio che l'orlo della gonna produceva inclinando le cime dell'erbe cresciute.
Confessò alfine Massimilla, con timida voce:
— La mia partenza è differita.
Soggiunse, come per giustificarsi:
— Potrò così celebrare con i miei l'ultima Pasqua....
Ma a me parve, subitamente, ch'ella mi fosse caduta fra le braccia e che la sua guancia aderisse al mio petto e che per disgiungerla da me io dovessi farla sanguinare.
Nondimeno esclamai:
— Ecco la buona novella!
E non altro dissi, perchè il mio turbamento al contatto di quella vita palpitante fu così fiero che m'impedì qualunque simulazione pietosa. Certo, ella attendeva da me parole di amore e di allegrezza, e ch'io le prendessi le mani, e ch'io le domandassi: — Volete rinunziar per sempre ai vostri voti ed essere tutta mia? — Questo ella attendeva. E, sentendo così vicina a me la sua angoscia, sentendomi quasi ventar sul viso come una vampa la sua bramosia di donarsi e d'esser felice, io era agitato da un fremito non dissimile a quello dell'uomo cui d'un tratto è posta sotto gli occhi una larga lacerazione che discopre gli intimi tessuti della carne viva. V'era qualche cosa di quel raccapriccio nella mia sofferenza. Fino a quell'ora io m'ero dilettato della cara anima come d'una capellatura morbida ove sia dolce insinuare le dita pensando che domani sarà recisa. Ed ecco, quell'anima aderiva alla mia con tutte le sue pene.
“Io potrei fare di te un essere di gioia!„ Era come una promessa, era quasi un desiderio. E l'una e l'altro trasparivano pur nelle ultime mie parole; e veramente, fino a quell'ora, inclinandomi verso la cara anima io aveva di tratto in tratto inteso l'orecchio a percepire un indizio di quella vena occulta ond'era sorto un giorno il bel riso repentino. Ah perchè doveva io dunque deludere una speranza tanto dolorosa e rinunziare a cingere di quella silente adorazione il mio potere?
Noi eravamo soli, in una strana solitudine ove io sentiva quasi direi la vacuità dello spazio aereo che avrebbero occupato le altre due figure se presenti accanto a noi. E l'ansietà che quell'assenza produceva nel mio spirito era penosa come l'affanno dell'attesa. — Dov'erano, che facevano Anatolia e Violante in quell'ora? Stavano anch'elle nel giardino? — Io le vedevo spuntare alla svolta d'ogni sentiero, e imaginavo l'espressione del loro primo sguardo nell'incontrarci. E consideravo la singolarità del contegno che entrambe avevano mantenuto in quei giorni e cercavo di penetrarne il significato vero. Anatolia m'appariva con quel suo benigno ed eroico sorriso di martire, rassegnata a spremere fino all'ultima stilla tutte le virtù del suo cuore per lenire mali immedicabili; m'appariva con que' suoi occhi puri che avevano talvolta un bagliore invitevole, come le acque dei laghi nelle leggende rivelano con un insolito riflesso l'esistenza dei sommersi tesori. Chiusa nel suo tedio e nel suo disdegno, Violante m'appariva in un'attitudine enigmatica che poteva sembrar quasi ostile, infondendomi una specie di malessere non dissimile a quello che dànno i presentimenti funesti; poichè ella aveva dietro di sè per la mia imaginazione l'ombra della sua roccia fatidica e il mistero delle sue remote stanze pregne di profumi mortali.
Io avrei voluto chiedere a colei che mi veniva da presso: — V'è qualche cosa di mutato nella voce delle vostre sorelle dilette quando elle vi parlano quando parlano tra loro? Hanno elle talvolta nella voce e nello sguardo qualche cosa che vi fa male? E piomba talvolta su voi, mentre siete l'una accanto all'altra respiranti nel medesimo cerchio, piomba su voi un silenzio che vi soffoca, simile a quello che precede gli uragani? E sentite allora inaridirsi d'un tratto la vostra tenerezza e sollevarsi dal fondo un'acredine simile a un tossico? E, ditemi, piangono le vostre sorelle in disparte? O anche v'accade, talvolta, di piangere insieme?
Così avrei voluto interrogare la taciturna e soffrire d'amore con lei.
Io la guardai. Ella soffriva e gioiva.
— Voi portate sempre un libro — io le dissi, per rompere alfine l'incanto ambiguo — al modo di una sibilla.
Ella mi mostrò il volume.
— È il libro che portavo il primo giorno — disse ella, con quel suono indefinibile che rivela nella voce l'umidità delle lacrime.
— E il filo d'erba?
— S'è bruciato.
— Metteteci dunque una rosa rossa.
Ma ella aveva nella sua commozione una grazia così umile, e tanto ingenuamente lasciava trasparire l'intimo ardore da cui era compresa, ch'io non seppi discostarla da me nè seppi rifiutar la dolcezza di sentirla struggere a poco a poco.
— Sediamoci — le dissi. — Leggiamo insieme qualche pagina. Vi piace il luogo?
Era una piccola eminenza prativa, constellata di anemoni, quieta, a cui alcuni tassi in forma di piramidi davano quasi un aspetto cimiteriale. Nel centro una cariatide, ripiegata in modo che il petto toccava quasi le ginocchia, sosteneva la lastra marmorea d'un orologio solare. E quivi, come presso una mensa, stavano due sedili per una coppia di amanti che guardando l'ombra dello gnomone volessero provare la voluttà malinconica di un lento e concorde perire. Ancora scorgevasi incisa nel marmo, sotto le linee orarie, la sentenza:
ME LVMEN, VOS VMBRA REGIT.
— Sediamoci qui — io dissi. — È un luogo delizioso per godere il sole d'aprile e per sentir fluire la vita.
Una lucertola verde ci guardava con i suoi piccoli occhi lucenti, ferma sul quadrante, senza timore, come un essere familiare. Quando ci sedemmo, disparve. Allora io posi le mani sul marmo, che era caldissimo.
— Quasi scotta. Sentite!
Massimilla vi pose anch'ella ambe le mani, bianche sul bianco; e ve le mantenne. Il punto d'ombra attingeva l'estremità dell'anulare, restando coperta dalla palma la cifra indicatrice dell'ora.
— Ecco che voi siete designata dallo stilo come l'ora della beatitudine — io le dissi perchè gustavo profondamente l'armonia della sua grazia in quell'atto e perchè così l'amavo.
Ella socchiuse gli occhi; e anche una volta la sua piccola anima tremò tra le sue ciglia come una lacrima, e io avrei potuto suggerla inclinandomi appena.
— La santa — soggiunsi toccando il libro — ha per voi nel flutto della sua prosa un verso divino, d'una soavità suprema, più soave di quelli che germinavano nella mente di Dante prima dell'esilio. “Stava quasi beata e dolorosa.„
Ella si sentiva circonfusa di luce e d'amore, come già forse ne' suoi sogni reconditi; e beveva dalla mia parola e dalla mia presenza e dalla sua illusione e dall'aperta primavera un'ebrezza il cui ricordo doveva forse riempire tutta la sua vita. Non parlava, immobile nell'atto in che io l'avevo lodata; ma io compresi le cose ineffabili che diceva il sangue eloquente nelle vene delle sue belle mani ignude.
“Lasciate ch'io l'ami finchè ella è di questo mondo!„ ripetevo alle sue sorelle, poichè mi sembrava di veder rilucere i loro occhi tristi a traverso la fronda dei tassi. “Lasciatemi cogliere questi anemoni e versarli su la sua chioma che sarà tonduta!„
Ella stava quasi beata, e la sua inconsapevolezza più m'inteneriva, perchè io l'amavo e le dicevo: “Io t'amo, ma a patto che domani tu muoia. Io ti do questa fiamma purchè tu la porti teco nel tuo sepolcro. Tale è la necessità che ci preme.„
Ella si scosse, e si passò le mani su la faccia; e mormorò:
— Questo sole dà lo stupore.
— Volete che andiamo? — le chiesi.
— No — rispose ella con un debole sorriso. — Secondo il vostro consiglio, io debbo saturarmi di sole. Restiamo ancora un poco qui. Dianzi, volevate leggere qualche pagina.
Ella appariva estenuata come se fosse a pena rinvenuta da un deliquio.
— Leggete, dunque! — pregò, spingendo il libro verso di me.
Io lo presi, lo apersi e lo sfogliai qua e là, scorrendo con gli occhi qualche linea. L'ombra fugace d'una rondine passò su la pagina; e udimmo da vicino il fremito delle ali.
— Che meraviglia fu per me — ella soggiunse — quando quel giorno voi mi ripeteste l'esortazione di Santa Caterina! Io era ancora tutta piena del suo spirito, e voi quasi indovino mi parlavate di lei....
Sentivo nella voce della clarissa una confidenza e un abbandono così profondi ch'ella non avrebbe saputo più palesemente significarmi: “Eccomi, io sono tua, io t'appartengo tutta quanta come nessun'altra creatura viva, come nessuna cosa inanimata potrebbe appartenerti. Io sono la tua schiava e la tua cosa.„
Veramente ella pareva possedere una qualità innaturale, pareva per sè abolire la legge che vieta agli uomini nell'amore il dono e il possesso perpetui e perfetti. Ella pareva veramente, nella gran luce del sole, trasfigurarsi per la mia imaginazione in una forma cristallina e fluida, in una liquida essenza ch'io potessi assorbire, di cui potessi impregnarmi come d'un profumo.
— Io credo — le dissi — che qualche volta leggendo questo libro voi dobbiate sentir la vostra anima evaporare come una goccia su un ferro arroventato. Non è vero? “Fuoco e abisso di carità, dissolvi oggimai la nuvola del corpo mio!„ grida la santa. E voi avete segnato in margine queste parole. V'è in voi un'aspirazione costante a vanire.
Il suo volto bianco mi sorrise nel sole, su la bianchezza del marmo, quasi sparente.
— Ecco un altro segno. “Anima ebra, ansietata e affocata d'amore.„ Eccone anche un altro. “Siate un'arbore d'amore, innestata nell'arbore della Vita.„ Quale eloquenza di passione ha questa vergine! Ella affascina tutte le taciturne, perchè parla e grida per loro. Ma ciò che rende prezioso il libro, a chiunque ami la vita, è l'abondanza del sangue che vi scorre, vi bolle e vi fiammeggia di continuo come su un altare di sacrifizio nel giorno delle grandi immolazioni. Pare che questa domenicana non abbia del mondo se non una visione vermiglia. Ella vede tutte le cose a traverso un velo di sangue ardentissimo. “La memoria s'è empiuta di sangue„ ella dice. “Troverò il sangue e le creature, e berrò l'affetto e l'amore loro nel sangue.„ Una specie di rossa demenza l'assale talvolta. “Annegatevi nel sangue„ ella grida “bagnatevi nel sangue, saziatevi di sangue, inebriatevi di sangue, vestitevi di sangue, doletevi di voi nel sangue, rallegratevi nel sangue, crescete e fortificatevi nel sangue!„ Ella conosce tutto il pregio del dolce e terribile liquore poichè lo vede non solo nel calice ma erompere dalle vene degli uomini, ella che è presa nel turbine della vita, ella che porta il suo velo in mezzo al fremito degli odii atroci e delle passioni violente onde il suo secolo è bello. Ecco qua la meravigliosa lettera a Frate Raimondo da Capua. Avete voi potuto leggerla senza tremare nelle midolle? “E teneva il capo suo in sul petto mio. Io allora sentiva uno giubilo e uno odore del sangue suo....„ Quel che qui io sento non è soltanto l'estasi eucaristica ma la voluttà reale. Mi par di veder palpitare e dilatarsi le narici delicate della giovine donna. È ben di lei questa frase che io ammiro: “Armarsi della propria sensualità.„ Ella doveva avere i sensi acuti, perchè tutta la sua scrittura è brulicante d'imagini vive, fierissima di colorito e di movimento, quasi dantesca nel vigore e nell'audacia. Ah, cara sorella, non è questa una guida che possa condurvi in pace alla porta del chiostro! Voi sentite nella tunica della Mantellata non soltanto l'odore del sangue ma tutti gli odori della vita superba per mezzo a cui ella è corsa, indòmita. Una moltitudine innumerevole, vestita di bigello e di porpora, di ferro e d'oro, l'ha avvolta come un turbine, con “il fuoco dell'ira e dell'odio„, che non è men fervido del fuoco d'amore. Frati, monache, eremiti, donne di delizia, condottieri, principi, cardinali, regine, pontefici, tutte le tempre d'un secolo duro e magnifico ella tratta con la sua volontà infaticabile. Ella è possente in contemplazione e in azione. Ella chiama “carissimo fratello„ Alberico da Balbiano, e i cavalieri della Compagnia di San Giorgio “carissimi figliuoli„. E alla regina Giovanna di Napoli osa scrivere: “Ahimè, piangere si può sopra di voi come morta!„ E a Gregorio XI: “Siatemi uomo virile, e non timoroso.„ E al re di Francia dice: “Voglio„. Per ciò, Massimilla, io la prediligo; e anche perchè ella possiede un Giardino, una Casa e una Cella del conoscimento di sè; e anche perchè è di lei questo motto: “Mangiare e gustare anime„; e infine perchè, prima del Vinci, ella ha scritto: “L'intelletto nutrica l'affetto. Chi più conosce più ama; e più amando più gusta.„ Alta parola, che è la regola d'ogni bella vita interiore.
Io seguivo, parlando, negli occhi aperti e fissi di Massimilla il ritmo lento di un'onda che pareva aver non so qual rispondenza musicale con il suono della mia voce; e così nuova e strana era per me quella sensazione che io prolungavo il mio dire per tema d'interromperla.
Appena tacqui, in fatti, ella chinò la fronte; e in silenzio lasciò sgorgare dai suoi limpidi occhi due rivi di lacrime.
Non le chiesi perchè piangesse; ma le presi le mani che erano come dolci foglie arse dal meriggio. E sotto quel cielo d'aprile estuoso, presso quel marmo abbagliante su cui l'ombra dello stilo sembrava immobile da indefinito tempo, tra quei tassi funerei e quei coronali anemoni, io ebbi alcuni attimi d'indicibile esultanza. Io _vidi_ uno spirito, che non era il mio, giungere di repente e mantenersi per alcuni attimi in quella parte della vita, di là dalla quale — secondo il verbo di Dante — non si può ire più per intendimento di ritornare.
E mi parve che, dopo, il resto dell'amore e della vita non dovesse per quello spirito aver pregio alcuno.
Dopo, mi parve che la beatrice riprendesse per me il sembiante ch'ella m'aveva mostrato il primo giorno sedendo tra i due fratelli come l'imagine della Preghiera. Avendo sollevato il suo velo per guardare nella profondità de' suoi occhi, io avevo veduto sotto la mia investigazione compiersi un rapido prodigio. Ne conservavo ancora dentro di me una specie d'abbagliamento; ma il velo era ricaduto, e per sempre.
Di nuovo ella mi parve “partita di questo secolo„.
Cosicchè, quando un giorno Oddo mi raccontò una storia pietosa di nozze impedite dalla morte, io l'ascoltai come si ascolta una leggenda di tempi remoti; e sentii allora come fosse vero e profondo il mio distacco.
Ella era stata amata e richiesta in isposa da Simonetto Belprato, due anni innanzi; e, a similitudine d'Ifianea, aveva perduto il promesso quasi alla vigilia del maritaggio.
Già vicina alle sue nozze, beata Le ghirlande apprestava; e le fu spento.
Oddo mi ravvivò nella memoria il ricordo pallido di Simonetto; e mi rappresentò la mite figura giovenile di quello studioso, erede ultimo di una famiglia nobile di Trigento, ritrattosi nella provincia presso la madre vedova per erborare e morire.
— Povero Simonetto! — diceva Oddo rimpiangendolo con animo fraterno. — Lo vedo ancora in arnese di erborista, col suo tubo di latta appeso a una spalla, col suo bastone uncinato e col suo portafoglio di marocchino verde. Passava quasi tutti i giorni a erborare o a preparare e a disseccare le piante raccolte. Aveva riempito la sua casa di erbarii; e su le custodie egli poteva ben mettere per emblema la sua arme fiorita. Tu sai: i Belprato usano per arme un campo partito in linea retta da una fascia d'oro, il cui mezzo campo superiore è rosso con un giglio d'argento e quel di sotto è verde tutto seminato di fiori rossetti con fronde d'oro. Non ti par singolare, Claudio, questa congiuntura? L'ultimo dei Belprato erborista! Io predicavo a Massimilla, per ridere: — Tu finirai tra due fogli di carta grigia. — S'erano fidanzati nel giardino, erborando, e parevano fatti l'uno per l'altra. Noi anche eravamo contenti, perché Massimilla non si sarebbe allontanata troppo da noi e sarebbe entrata in una buona casa. (I Belprato sono, come sai, di nobiltà antica, benchè decaduti negli ultimi secoli. Vennero di Spagna nel Regno con Alfonso d'Aragona.) Tutto era pronto per le nozze. Mi ricordo bene del giorno in cui arrivò da Napoli l'abito nuziale con la ghirlanda di fiori d'arancio, dono magnifico di nostra zia Sabrano. Massimilla se lo provò: era deliziosa. Io e Antonello volemmo che anche Anatolia e Violante se lo provassero, per augurio: povere creature adorate! La ghirlanda — mi ricordo — s'impigliò nelle trecce di Violante in un modo così strano che non fu possibile toglierla senza strappar qualche capello che rimase tra i fiori. Una delle serventi mormorò ch'era un cattivo presagio. Non mentiva. Simonetto, in fatti, doveva rimaner vittima della sua manìa. Era d'autunno; ed egli si recava spesso a Linturno per raccogliere le piante acquatiche nel fiume morto. Certo là, e non altrove, prese il germe della febbre perniciosa che lo distrusse in due giorni. Avemmo un funerale invece d'uno sposalizio. Fortunati sempre!
Eravamo nelle stanze di Antonello, che le tendine abbassate rendevano quasi oscure poiché il giorno di fuori s'annuvolava. Io non vedevo per le finestre il cielo; eppure avevo su me la sensazione del tepore esterno, un po' snervante, ed ero certo che di fuori cominciava a cader qualche goccia di pioggia, qualcuna di quelle lagrime calde che sono così dolci quando toccano il viso o le mani. Antonello stava disteso sul suo letto, immobile, senza parlare. S'udiva di tratto in tratto garrire una rondine.
— Per questo, forse — domandai a Oddo — Massimilla entra nel monastero?