Part 10
E il demonico: “Non pur da mane ma a sera tu temi vanamente! Né è questo il tuo solo fallo; ché già dianzi, al conspetto delle beatrici, dopo aver composto su la bellezza delle loro mani ignude una bella musica, tu rammaricandoti di non poterle tutte a un tempo condurre alle tue case ti sei sdegnato contro il sopruso del pregiudizio e del costume. Ora, così facendo, tu ti sei umiliato non pure a riconoscere la potenza dell'altrui legge ma a disconoscere la potenza del tuo sogno, che sola è sacra. Perché aspiri tu al possesso legittimo dei corpi, quando le imagini ideali ornano già della loro triplice grazia la casa del tuo sogno? Tu non potresti togliere le tre prigioniere dalla loro carcere senza toglierle pur dall'incanto che le trasfigura. Grandissimo numero di misteriose rispondenze ondeggia tra quelle vite profonde e i luoghi taciti ove elle soffersero e t'aspettarono. La loro grazia, la loro desolazione e il loro orgoglio traggono dalle virtù occulte d'infiniti elementi il fascino in che ti sei compiaciuto. Così le nobili piante con lunghe radici suddivise in miriadi di fibrille assorbono dall'intimo grembo della terra le energie immortali che pel sagliente impeto dello stelo espresse alla luce si sublimano nel prodigio della corolla e del profumo. Puoi tu, o poeta, raffigurarti Egle Aretusa e Ipertusa cacciate dal loro giardino? Eracle vestito-di-stelle, quando penetrò in quel paradiso occidentale per rapirvi i frutti d'oro, rinunziò a trar seco le figlie della Notte poiché pur nella sua anima atroce sentì ch'egli avrebbe menomato e forse distrutto il mistero paradisiaco di lor bellezza.„
“O despota,„ gli dissi allora “io penso a Colui che deve venire.„
E il demonico: “Ben sia questo sempre il sommo de' tuoi pensieri. Ma pur dianzi la necessità della scelta ti si presentava come una prova crudele, cagione di dolore e di sacrifizii inevitabili; e il cuore te ne doleva. Considera che nessuna Moira è più del Dolore degna che uno la invochi perché presieda a una generazione. Nulla nel mondo va perduto; e cose inaudite possono talora nascere dalle lacrime. Considera che la potenza massima del volere non si manifesta nella prontezza dell'eleggere tra più offerte o nella fermezza del resistere a più impulsi, ma sì nell'arte di conferire agli indistinti moti della natura efficacia lucidità e dignità di forze riconosciute e dirette. Considera che v'è un modo di esser pari sempre all'evento, nelle vicissitudini dell'incertissima vita. Fuvvi già alcuno il quale a fianco del suo tiranno, che pur con un cenno poteva dannarlo a morire, ebbe tal sembiante da far dubitare chi dei due fosse il verace signore. Sii tu dunque simile a colui, trattando l'evento con animo regale.„
La cupola del cielo s'era tinta d'una pallidità giacintina, e gli oliveti ne ricevevano la calma su le chiome ond'erano dissimulate le attitudini dolorose dei tronchi negri. Su i culmini delle rocce le nuvole assise non avevano ottenuto la porpora ma una veste di più delicato colore, che le faceva languire: pur taluna levava su le compagne il capo altiero aspirando a una corona di stelle.
“Tu puoi comporre intanto le tue musiche„ proseguiva il demonico “su le meravigliose generazioni di cose che nascono dalle affinità e dai rapporti delle tre forme integrali quando le contempli puramente. V'è nelle loro congiunture e nelle loro attenenze un linguaggio straordinario che tu già comprendi come se tu medesimo lo avessi inventato. Di ciascuna delle loro linee tu puoi fare l'asse d'un mondo. Elle sembrano darti la gioia del continuo creare e del continuo scoprire, e aiutarti a compiere la tua unione con una parte di te medesimo rivelata inaspettatamente. Elle sembrano riversare in te la vita che da te ricevettero in un tempo immemorabile. — Non avevi tu gioito di loro prima ch'elle oggi ti sorridessero? Stando in silenzio al loro fianco, non sentivi tu la tua anima carica come una nube?„
“O despota,„ io gli dissi sentendo la mia anima rivolgersi con desiderio infinito verso il giardino da cui mi allontanavo nel vespero armonioso “o despota, è vero: stando in silenzio al loro fianco ho provato una voluttà più forte che se avessi disciolto le loro capellature o premuto con le labbra le loro nuche belle; e ancor ne sono pieno. Ma pur vorrei, cadendo l'ombra, tornare laggiù nascostamente e chinarmi invisibile su i petti virginei e quivi molto indugiare; perchè penso che una grande dolcezza e una grande tristezza quei petti esaleranno nell'ombra verso di me, le quali io non conoscerò mai!„
III.
_.... a sedere, con le dita delle mani insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco._
LEONARDO DA VINCI.
_Dov'è più sentimento, lì è più martirio._
LO STESSO.
E le condussi sotto i fiori.
Con un turbamento visibile elle ascoltavano le melodie infinite della primavera, inclinandosi o volgendosi talvolta verso le loro proprie ombre che le precedevano o le seguivano quali azzurre figure prostese a baciare la terra. Una confusa gioia di libertà e di speranza passava talvolta nei loro occhi abbagliati; una parola senza suono schiudeva talvolta le loro labbra rendendole simili agli orli delle coppe traboccanti. E, quando elle si soffermavano, io pensavo con un'intima ebrezza alla piena che le soffocava.
Quel che di tratto in tratto noi dicevamo doveva sembrare anche a loro inutile; ma valeva a farci sentire quanto fosse profonda la nostra vera vita. Uno sguardo fuggevole, una reclinazione del capo, una pausa breve bastavano a commuovere in imo quegli abissi ove assai raro e fievole giunge il lume della coscienza comune; mentre quel che dicevamo era per noi lontano come per le infime radici degli alberi il susurro delle cime.
Nulla poteva eguagliare in singolarità di bellezza quella campagna austera che fioriva. Su quella terra fulva e aspra come la giubba del leone le candide e rosee fioriture evocavano i fantasmi delle donzelle trepidamente piegate su i petti vasti e vellosi dei giganti leggendarii. I raggi del sole creavano intorno ai petali diafani quello splendore mobile che hanno le pietre fini. Qua e là refulgevano in duplice baleno i bidenti politi dalla gleba infranta.
Noi sentivamo quanto fosse profonda la nostra vera vita. E a poco a poco, per consenso concorde, tralasciammo di proferire quelle parole vane che non valgono se non a rompere la gravità dei silenzii e a dissipare la nube troppo densa dei sogni o dei pensieri. Una comunione più lucida ci congiunse; si formò intorno a noi un'atmosfera divinatoria simile forse a quella in cui respirano i mistici; e, senza parlare, ci scambiammo qualche stupendo segreto. Eravamo talvolta così impregnati di voluttà che le nostre pupille n'esalavano un flutto in uno sguardo e i nostri minimi gesti ne trasmettevano senza contatto quanta ne può dare la carezza più lenta. I petali che cadevano ai nostri piedi, dai rami appena commossi, ci ammollivano stranamente come una confessione di languore e una complicità degli alberi felici nell'allegarsi. Le viti in punto di gemmare, inclinate su la zolla e torte e quasi convulse, ci eccitavano con l'esempio di uno sforzo spasimoso che doveva convertirsi in un dono inebriante. E dalla foglia caduca e dal magro sermento noi sentivamo in virtù ideale l'olio odorifero della mandorla e la fiamma d'oblio espressa dall'uva.
Una sùbita vertigine di desiderio mi prese un giorno, quando vidi una goccia di sangue su la mano di Violante ferita da uno spino a traverso i fiori nivei di una siepe. Ella sorridendo ritrasse la bella mano che s'imperlava: e, poichè eravamo per caso discosti alquanto dalle sorelle e forse non veduti, io provai una bramosia selvaggia di premere le mie labbra su quel sangue e di sentirne il sapore. E la violenza ch'io feci a me medesimo per contenermi fu tale che ne tremai.
— La vista del sangue vi sbigottisce? — mi chiese ella, con una voce che la dissimulazione non valeva a render sicura nè irrisiva.
E, come le sue pupille si fissarono nelle mie, mi parve ch'io mi coprissi tutto di pallore, poichè ebbi dentro di me un sentimento indefinibile che non si può rendere se non confusamente con l'imagine di una immensa ruota girante in giri precipitosi la quale d'un colpo si arresti. Una grande cosa stava per essere risoluta in quell'attimo, da entrambi; e, se bene fossimo l'uno di fronte all'altra in un'apparenza composta, la nostra attitudine interiore era quella della tensione che precede lo scatto inarrestabile. Le nostre due vite si protendevano con tutte le forze loro.
Ah, come potrei dimenticare io quel silenzio ardente in cui palpitò l'ala invisibile d'un messaggero che portava una parola non proferita? Qual virtù d'oblio potrebbe cancellare dalla mia memoria quella mano imperlata di sangue e quel roveto carico di fiori?
La voce di Anatolia da lontano ci richiamò; e noi ci movemmo, l'uno a fianco dell'altra, invasi subitamente da una stanchezza e da una tristezza corporali come se fossimo esciti da una lunga notte di piaceri.
Ma anche vi fu qualche istante in cui la mia anima più s'inclinò verso colei che ci aveva richiamati e verso colei che stava per dipartirsi. Io mi compiacqui in quella vicenda di amore, che non dissipava la mia forza ma la stimolava come il contrasto dei soffii eccita la vampa. Sembravami di aver trovato una nuova specie di percezioni: le più strane e le più diverse si coordinavano spontaneamente in me. Talvolta ne nasceva una musica così nuova e così bella che sembravami d'esser sul punto di trasfigurarmi; e pensavo che fosse per effettuarsi il mio desiderio di divenire un dio.
Pensavo: “Se già vi fu un dio che nel tempo novello amò assidersi sotto gli alberi floridi ed estrarre dagli involucri di scorza le amadriadi segrete per accarezzarle su le sue ginocchia, egli certo non provò maggior gaudio di quel ch'io provo raccogliendo in me le essenziali bellezze di queste creature deliziose e mescendole con la stessa facilità con cui egli potè confondere le varie chiome obedienti delle sue ninfe arboree a comporre un'armonia di ori.„
Così talvolta io mi credeva di vivere in un mito formato da me medesimo a simiglianza di quelli che produsse la giovinezza dell'anima umana sotto i cieli dell'Ellade. L'antico spirito di deità vagava per la terra come quando la figlia di Rea fece dono a Trittolemo delle sue spiche affinchè le spandesse ne' solchi e per lui tutti gli uomini godessero del beneficio divino. Le energie immortali circolanti nelle cose parevano pur sempre risovvenirsi dell'antica trasfigurazione che per la gioia degli uomini le aveva convertite in grandi imagini di bellezza. Come le Cariti, come le Gorgoni e come le Moire, tre erano le vergini che m'accompagnavano per mezzo a quella primavera misteriosa. E io amavo imaginar me medesimo simile a quel giovine, raffigurato sul vaso di Ruvo, cui adduce sul limitare d'un mirteto un Genio aligero. Sopra il suo capo è scritto il nome di Felicità; e tre vergini lo circondano: l'una recante nelle sue mani un piatto carico di frutti, e l'altra tutt'avvolta in un manto costellato, e la terza col filo di Lachesi tra le dita agili.
Un giorno ci abbattemmo in uno spazio di terra recinto ove gli agricoltori aborigeni, perpetuando il costume religioso dei Gentili, avevano consecrato una quercia colpita dal fulmine.
— Ecco una bella morte! — esclamò Violante, appoggiandosi al riparo fatto di pali in forma d'un parallelogrammo.
Una santità quasi terribile stava sul luogo solitario. Non dissimile doveva essere l'aspetto del bidentale che i sacerdoti latini consecravano col sacrificio di un'agnella bienne.
— Voi commettete un sacrilegio — io dissi a Violante. — Non si può toccare il recinto sacro senza profanarlo; e il Cielo punisce con la frenesia la persona colpevole....
— Con la frenesia? — fece ella scostandosi, per un istinto superstizioso, e col suo atto segnando d'un'impreveduta gravità la mia allusione alla credenza pagana.
In un lampo rividi il volto gonfio ed esangue della madre folle e gli occhi smarriti di Antonello, e riudii quel tragico grido: “Noi respiriamo la sua follia„; e non so qual sensazione gelida di fatalità mi corse.
— No, no, non temete! — dissi io involontariamente, aumentando forse l'ombra con quel segno palese di rammarico per l'accenno che doveva sembrare un tristo augurio o un presagio crudele.
— Non temo — rispose colei, senza sorridere, appoggiandosi di nuovo al recinto.
Così da una vana parola nacque una grande ombra.
L'albero fulminato sorgeva dinnanzi a noi, nerastro e lapideo come il basalto, mostrando il suo possente tronco aperto fino alle radici da una squarciatura che evocava la terribilità d'una forza vindice. Privo de' rami nel fianco percosso, ne conservava in sommo dell'altro fianco alcuni, simili a braccia contratte, che levavano verso il sole la disperazione implacabile dei loro gesti. Ad ogni angolo del recinto stava infisso un teschio d'ariete dalle corna ricurve, divenuto bianchissimo sotto intemperie senza numero. Tutto era immoto e morto, e sacro, e d'aspetto primordiale.
Giungevano dall'alto azzurro, di tratto in tratto, strida di sparvieri.
Veloci passarono i giorni; e sembrarono giorni d'addio verso colei che stava per dipartirsi.
— Guardate la primavera con tutta l'intensità delle vostre pupille — io le diceva — perchè non la vedrete più, mai più!
Io le diceva:
— Riscaldate le vostre mani al sole, immergetele nel sole, queste povere mani; perchè fra poco le terrete incrociate sul petto o nascoste sotto il grembiale di lana bruna, nell'ombra.
Io le diceva, mostrandole un fiore:
— Ecco un prodigio di cui bisogna lodare il Cielo. Considerate le innumerevoli scritture che contiene il tessuto argentino di questa corolla, e il rapporto occulto che corre tra il numero dei petali e quello degli stami, e la tenuità dei filamenti che sostengono i lobi delle ántere, e queste tuniche diafane e queste reticole e queste valve e queste membrane coperte d'una pelurie quasi impercettibile, ov'è chiusa l'agitazione misteriosa della fovilla, e tutta la divina arte che si rivela nella struttura di questo corpuscolo vivente, pur nella sua fralezza dotato d'infinite potenze per amare e per fecondare. Considerate la rete mobile delle ombre che fa sul terreno il fremito delle foglie e quella che fa su la parete il raggio riverberato dall'acqua tremolante, l'una azzurra, l'altra d'oro per cullare la vostra malinconia; e le piccole dita bionde che si alzano in cima ai rami dei pini; e le stille di rugiada che pendono in cima alle reste dell'avena; e le esilissime nervature nelle ali delle api; e gli occhi verdi splendenti delle libellule fuggevoli; e le iridi che variano la gola gonfia dei palombi; e le strane imagini che sorgono dalle macchie dei licheni, dagli screpoli dei tronchi, dalla disposizione delle selci.... Raccogliete tutte queste meraviglie sotto le vostre palpebre che dovranno rimaner tanto tempo abbassate dinnanzi al Signore Gesù crocifisso. Nel vecchio monastero della regina Sancia non vi sono orti, io credo, ma cortili di pietra.
— Perchè mi tentate? — ella mi chiedeva. — Perchè vi compiacete nel turbare la mia volontà così debole? Siete forse inviato da Dio per esperimentarmi?
— Non voglio turbare la vostra volontà — io le rispondeva — ma oso darvi un consiglio fraterno perchè possiate meno soffrire. Penso che quando sarete sepolta, quando non potrete accostare la guancia a una grata senza ferirvi contro le punte, voi cresciuta in un giardino, avrete qualche settimana di furiose impazienze, e tutte le visioni dell'aria aperta passeranno nella vostra memoria. Allora proverete una tortura inaudita se non potrete rappresentarvi con esattezza i minuti screzii neri e gialli che ornano il dorso della lucertola o la tenera foglia lanuginosa che spunta sul ramo del melo. Io conosco la smania di queste curiosità tardive. Una volta amavo appassionatamente un gran levriere di Scozia donatomi da mio padre. Era una bestia magnifica, elegantissima, d'una nobiltà senza pari. Quando morì, io caddi in una profonda afflizione; e mi tormentava singolarmente il rammarico di non potermi rappresentar in forma precisa i granelli d'oro che costellavano i suoi occhi bruni e le macchie grige che maculavano il suo bel palato roseo intraveduto talvolta in uno sbadiglio o in un latrato. Bisogna dunque che noi guardiamo sempre con pupille attente, specie le creature che più amiamo. Non amate voi le cose che dianzi indicavo alla vostra attenzione e non siete per abbandonarle? Non siete per mettere tra voi e loro una specie di morte?
Ella stava a sedere, con le dita delle mani insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco. La sua grazia delicata era un po' contratta dall'inquietudine che le dava l'ambiguità del mio dire tra grave e futile, tra ingannevole e sincero. E così parlandole io provavo un piacere analogo a quello che avrei provato scompigliandole le bende lisce dei capelli su cui pendevano le forbici argentee della tonsura. “_Tondeantur in rotundum_...„ Avevo ancor limpida nella memoria la freschezza del giovenile riso ch'erale sgorgato dalla bocca il primo giorno, nell'ultima ora, empiendomi di meraviglia. E mi piaceva d'assembrar le imagini di quelle cose variopinte ed esigue intorno alla monacanda che nel già lontano pomeriggio di febbraio m'aveva rivelato come un segreto miracolo la fioritura notturna d'un suo biancospino.
Io la ricercava come si ricerca quel bene del quale si conosce la brevità. Ella m'attraeva come una pura forma di giovinezza che si volgesse a me lacrimosamente sorridendo dalla soglia di una porta oscura, sul punto di entrarvi e di perdervisi. Avrei voluto dire alle sue sorelle: “Lasciate ch'io l'ami finché ella è di questo mondo, e ch'io versi qualche aròmato su i suoi piccoli piedi!„
Spesso m'avvenne di rimanere solo con lei, nelle mie lunghe visite, e di poter trattare in qualche spirituale colloquio la sua anima così duttile e così bisognosa di servire. A quando a quando Anatolia scompariva, come una delle due donne grige si presentava a invocarla con lo sguardo. Violante da alcuni giorni si mostrava difficilmente, pareva schivare la mia compagnia, considerarmi con indifferenza, rioccupata dal suo tedio consueto. I due fratelli non sopportavano a lungo la gran luce del cielo aperto. Onde m'avvenne più volte di rimaner solo con la clarissa, nell'atrio esterno su un sedile di marmo ch'era sotto la statua dell'Estate, o nell'ombra delle scalee già verdeggianti, o su la sponda del vivaio inaridito.
Io le diceva:
— Forse voi vi siete ingannata nell'elezione del vostro sposo, cara sorella. Quando udrete il vescovo annunziare _Ecce sponsus venit_, voi tremerete nell'intimo cuore credendo che una mano bella e forte sia per distendersi verso di voi e per raccogliervi tutta quanta nel cavo della palma come acqua; poichè è ben questo l'atto dolce e imperioso che voi aspettate dal vostro dominatore e che si conviene alla vostra naturale fluidità, cara sorella. Ma forse rimarrete delusa, a piè dell'altare. E, se oserete levar gli occhi, vedrete fra i ceri ardenti immobile lo Sposo annunziato e le mani di Lui trafitte e il capo di Lui cinto di spine. Sembra, cara sorella, che sia necessario sconficcare i ferri crudeli; i quali furono assai profondamente infissi. E sembra che a compiere un tale atto occorra una forza terribile. Bisogna quindi curar le piaghe con infinita pazienza e con balsami composti di erbe che non si posson cogliere se non in certe sommità vertiginose ove l'aria è irrespirabile. E, rimarginate le piaghe, convien rinfondere nelle vene il sangue che ne sgorgò. E, compiuta alfine la durissima opera, accade talvolta che le mani sanate si ritraggano d'improvviso. Sembra che assai rare sieno quelle spose cui è concesso vederle veracemente rivivere; e pur di quelle elette appena una, in qualche mistica sera, ha la suprema gioia di sentirsi prendere tutta quanta, chiudere tutta quanta nel pugno constrittore, com'è ne' vostri voti....
Mormorava la vergine servile:
— Voglia Iddio ch'io sia quell'una!
— Ah, cara sorella — io le diceva — pensate quale immensa forza debba avere in sè quell'una per ravvivare una mano morta e per contrarla così violentemente!
— Io non ho alcuna forza, ma la implorerò dal Signore.
— Il Signore non potrà se non rendervi la forza che voi medesima gli avrete infusa, Massimilla.
— Tacete, vi prego! — ella supplicava. — Temo che le vostre parole sieno empie.
— Non sono empie: potete ascoltarle. Non avete voi nella memoria la prima strofe della Glosa di Santa Teresa? V'è là un Dio fatto prigioniero. Pensate qual potenza occorra per incatenare il Signore! Voi vedete bene, suor Acqua, come sempre si richiedano importuni atti virili dalla sposa decantata nelle Antifone e nei Responsorii. Per ciò, avendo io verso di voi una sollecitudine fraterna, vorrei almeno preparare la vostra anima all'amarezza del disinganno. Non la cullate troppo nelle promesse dei Salmi! V'è, mi sembra, qualche magnifica e voluttuosa promessa nei versetti che avete appresi “_Veni, Electa mea_.... Vieni, o Eletta, perchè un re ebbe desiderio della tua bellezza. Vieni! Passò l'inverno, la tortora canta, le vigne fiorenti auliscono....„ Ah, è veramente incomparabile quel latino psalmistico per dare l'imagine dell'ebrietà d'amore profondata sotto un'opulenza soffocante. Certi versetti paiono grondare d'olii odoriferi come capellature di schiave o pesare e rilucere come masselli d'oro. Quando il vescovo vi porrà sul capo la corona della verginale eccellenza, le vostre labbra dovranno pronunziare alcune parole ammirabili; nelle quali io sento e vedo non so che pondo e che splendore misteriosi. “_Et immensis monilibus ornavit me._„ Parole ammirabili! Non è vero?
Ella ora mi guardava con tanta passione che tutta la sua piccola anima tremava tra le sue ciglia come una lacrima, e io avrei potuto suggerla inclinandomi appena.
— Forse io vi faccio male, un poco — le dissi. — Ma veggo in fondo ai vostri occhi un sogno così ardente che temo per voi, cara sorella; poichè la vita a cui vi apparecchiate non potrà essere conforme al vostro sogno e alla vostra natura. Vi aspetta una vita mediocre, sempre eguale, quasi torpida, misurata dalla Regola immutabile, in quel vecchio monastero della regina Sancia che già fu sepolcro a più d'una Montaga e a più d'una Cantelma. Io ho nella mia memoria una visione di quelle clarisse in un giorno di Cenere. Quando ero a Napoli, la chiesa angioina di Santa Chiara m'attraeva non solo perchè vi riposa qualcuno dei miei maggiori, non solo perchè vi si può invidiare il duca di Rodi che dorme nel sarcofago pagano di Protesilao e Laodamia, ma anche perchè chiudendo gli occhi vi si può assaporare la poesia diffusavi da qualche bel nome di donna morta. V'è Maria duchessa di Durazzo e imperatrice di Costantinopoli, v'è la principessa Clemenza, v'è Isotta d'Altamura, e Isabella di Soleto, e Beatrice di Caserta, e quella deliziosa Antonia Gaudino che vi rassomiglia, così dolcemente addormentata nel marmo sotto il velo che Giovanni da Nola tolse alla più giovine delle Càriti. Ho nella memoria una visione di clarisse in un giorno di Cenere. V'è dietro l'altare maggiore un'ampia grata nera, tutta irta di punte, che chiude il coro monacale; e vi s'intravedono gli ordini degli stalli ove seggono le suore, mentre il vescovo assistito da un cappuccino siede di qua dall'ostacolo reggendo tra le mani un bacile d'argento pieno di cenere. Uno sportello è aperto nella grata, e le clarisse a una a una vengono e s'inginocchiano. Il vescovo introduce pel vano il braccio vacillante e segna di cenere le fronti a una a una. Le segnate si levano e tornano ai loro stalli, come larve, disfiorando il pavimento con i silenziosi piedi calzati di panno. Tutto si compie in silenzio e tutto è gelido come la cenere. Ah, cara sorella, quando avrete ricevuto anche voi quel gelo, chi mai riscalderà la vostra piccola anima?