Part 4
--È l'onor della sorella... orsù... lo voglio... hai giurato!
E Bizco spinse colla mano l'attonito Pierio, il quale tenendo nascosta sotto il gabbano la nuda lama barcollando s'avvicinò al gruppo dei salvati, sempre inseguito dallo sguardo fisso e sanguigno del padre.
--Oh Emma... è un amico fidato che il cielo m'invia;... è Azzo...
--Tutto t'arride, Arrigo mio, anche nella sciagura trovi conforto.
--E fortuna. Si, Azzo, lascia che lo dica... e fortuna!
--Non più, amico. Apprestiamo ad Emma le ultime cure... e lasciamo quest'umida cameraccia.
--È qui che abiti?
--È il mio alloggio. Che vuoi? noi soldati abbiamo ruvida La pelle e...
--Ed ottimo cuore.
Ed Emma così dicendo s'alzò e stese in atto affettuoso la sua candida mano al comandante. Carbonera la baciò, e stringendola con riverente entusiasmo pronunziò con voce commossa:
--Grazie infinite, signorina... non merito punto le vostre cortesie... perdonate la mia ruvidezza.
--Azzo, Azzo!--gridò con ilare dimestichezza Arrigo, non farmi il piagnone... suvvia... abbracciami Emma...
--Che?
--Lo voglio.
--Lo vuoi?... ben di cuore!
E mentre Azzo e la sposa di Arrigo si ricambiavano strette di mano e carezzevoli parole, Pierio vieppiù s'avvicinava e dietro lui stava Bizco col pugno teso e coi denti serrati.
L'aspetto del vecchio montanaro era in quell'istante terribile, e colui il quale l'avesse allora veduto avrebbe irresistibilmente gridato: all'assassino, all'assassino!
Pierio all'incontro era pallido e trepidante, ansante il petto, lo sguardo incerto e pauroso, il passo stentato e mal fermo.
Non ancora uso al sangue, il giovane isolano muoveva al delitto cacciato solo dal demone della vendetta, e sprone fatale eragli il cupo e minaccioso comando del padre.
--Colpisci, colpisci!--gridogli dietro le spalle il feroce Bizco.
--Grazia per lui, padre mio, grazia per lui!
--Hai giurato!
--Oh Zelmira!
--Colpisci, vigliacco... colpisci!
--Vigliacco?... oh giammai!
Alzò con rapido moto la destra e nel calare il pugnale sul petto alla vittima tonò:
--Vendetta!
--Vendetta!--ripetè con urlo satanico il Bizco, e sfoderato il coltello piombò più celere del lampo su Azzo; il quale all'improvviso pericolo dell'amico aveva sguainata la spada e stava per immergerla in seno a Pierio.
V.
--Mamma Tecla, mamma Tecla, dite... e Zelmira?
--La vita manca ad ogn'istante alla mia povera figliuola. Poveretta! se la vedeste! pare un cero; pallida, dimagrata, sparuta, sorride con un riso angelico e foriero di morte! Povera Zelmira mia! presto, pur troppo, mi sarai tolta! e allora non ti vedrò più! Oh Signore, mi si squarcia il cuore... troppo viva è la piaga che m'avete aperta!... Dio, Dio mio, richiamate a voi me, non lei!... sì giovane, sì bella, sì gentile! Oh Signore, accogliete la preghiera mia... lasciatela a' suoi cari... alla madre che dispera!!!
--Suvvia, Tecla, non v'accorate troppo: Iddio prova il vostro affetto... inchinatevi a lui! Zelmira forse...
--No, Giaimo, Zelmira fra poche ore sarà morta... è il cuore che me n'accerta... ah sì! quant'è mai sventurata la vecchia Tecla!
--Tecla, coraggio. Il ricordo delle passate sciagure vi fa mesta e sfiduciata. Buona Tecla!
E il rozzo Giaimo strinse con mano tremante la destra della cognata. Alcune grosse lagrime gli gocciarono sulle guancie e nell'alzar gli occhi in viso alla Tecla scorgendola tutta in pianto e addolorata diede egli pure in uno scoppio di singulti, e quel ruvido ma onesto cuore fu schiantato dall'affanno. Si abbracciarono, e mentendo a sè stessi sussurrarono con voce spenta e fievole:
--Coraggio, Tecla!
--Oh sì, fatevi animo, Giaimo!
Già un anno era passato dalla morte di Bizco e dalla cattura di Pierio, e la nuova sventura aveva stremate le gracili forze della malata Zelmira. Il vento della montagna le divenne letale, e dovette rinunciare all'innocente poesia della contemplazione dell'aurora e del tramonto. Chiusa nella sua solitaria cameretta non vide più le acque del torrente precipitar dalla vetta e scendere impetuose al mare, non più seguì coll'occhio il lungo volo delle rondini in traccia di cibo pei piccini, non più udì il canto delle pastorelle e gl'inni delle amiche inginocchiate nel tempio! Sola, sempre mesta, unico conforto le veniva dallo zio e dalla madre; anco gl'infantili schiamazzi del fratellino le cagionavano pena e dolore! Povera creatura! appassì la sua bellezza, sparve la giocondità dell'animo, inaridille insomma la vita; fu il lugubre cammino della tempesta, e nessuno potette illuder sè, lei, la desolata Tecla! E diffatto la tempesta si scatenò, e fu rovescio aspettato eppur terribile. L'arcana fiammella della vita che languida le commoveva il petto, a poco a poco s'ammorzò, e le tristi parole di Tecla a Giaimo erano pur troppo foriere di sventura! Zelmira seppe di dover morire, e non un lamento, non una lagrima le strappò l'annunzio ferale; calma, rassegnata, tutta tranquilla, disse addio alla sua giovinezza, alla sua povera vita, al suo cielo, a' suoi monti, a' suoi cari ricordi! Addio affettuoso, addio rosato, casto simbolo della tradita fanciulla, del suo cuor puro e immacolato, del suo virgineo e tenero affetto! La poveretta non sentiva rammarichi, non aveva che amato!
Stava Zelmira supina in s'un gramo pagliericcio coperto da misero coltrone, colle braccia incrociate sul seno e col capo arrovesciato. Pallida fra lenzuola bianchissime, la morente fanciulla s'assomigliava ad un angelo, e da quegli occhi sbarrati e fissi spirava ancora la movenza della giovinezza. Stille di freddo sudore le bagnavan la fronte, e le guancie scarne ed infossate lasciavano leggere su quel viso sfatto la storia dei patiti malori e delle lunghe angoscie. Dalla bocca semiaperta scorgevansi i denti bianchi e levigati, e le labbra aride e senza moto mettevano in animo il ribrezzo dell'agonia. Zelmira affannosamente respirava e lenti erano i battiti del cuore. Ancor pochi istanti e sarebbe morta!
Ritto a lei vicino, colle palme congiunte in atto di preghiera e col viso levato al cielo, era il curato di Curcoraggio, vegliardo d'ottant'anni, venerando per saggezza e carità. L'addolorato pastore invocava con commosso accento la suprema benedizione per la spirante pecorella, e quella figura severa, canuta, avrebbe incussa reverenza eziandio al più sfrenato derisore della poesia di quaggiù.
--La figliuola è agli estremi; datele il bacio dell'addio e pregate per lei.
Così il vecchio prete a Tecla, allorchè entrò nella stanza con Giaimo. La disperata donna a quelle strazianti parole diè un profondo sospiro e senza aggiunger sillaba piegò la persona e cadde genuflessa. Il montanaro imitolla, e per parecchi minuti non altro s'udì che il bisbiglio delle preci. All'orologio della chiesa suonarono allora le ventidue e il sordo rimbombo dei replicati colpi venne a morire fra le pareti della cameretta di Zelmira. La quale a quei suoni si scosse ed alzato con moto languido il capo ravvisò gl'inginocchiati ed alla madre fè cenno s'accostasse. Tecla si rizzò e con lieve passo s'avvicinò al letto della fanciulla, nel mentre Giaimo a capo chino si faceva daccanto al pievano e l'interrogava con muta ansietà, collo sguardo indagatore. Il vegliardo additogli con solenne dignità il cielo e stringendo all'afflitto la mano gli riunì le palme quasi volesse raccomandargli pregasse.
--Mamma--pronunciò con fioco sforzo Zelmira--Mamma, sto morendo e ti saluto per sempre. Via, non piangere... così vuole il Signore e non sta bene la ribellione... fa di darti pace ed anche allo zio porgi coraggio e consolazione. Il curato... oh Dio mio, concedimi la forza di dir l'ultime parole!... il curato mi ha fatto cuore, m'ha promesse orazioni... e senti, mamma, vedo di non saper più parlare... dato che il povero Pierio... sì, anche di lui vo' ricordarmi... se mai, lo faccia Iddio! se mai riuscisse a fuggir dal bagno.... se ritornasse libero... ebbene, allora dagli un bacio per me, per la sua cara sorella! povero Pierio mio! quant'eri buono!... ed alla memoria pure del mio genitore, del tuo Bizco; non tremare, mamma; alla memoria di lui poni un sasso... un ricordo povero ma affettuoso... laggiù nel cimitero... ed a me... una croce! Mamma, mamma, non singhiozzare!... oh Signore! eccomi a te... sento mancarmi il respiro... mi si chiudono gli occhi!
E ricadde sui guanciali, supina, immobile.
Zelmira era morta.
Tecla e Giaimo alzarono un grido disperato, e se il prete non li avesse rattenuti si sarebbero forsennati gettati sul corpo dell'amata, baciandolo per gli occhi, per la bocca, per tutto il volto. Ma lasciarli più a lungo al dolore non volle il pievano, epperò li scosse e seco loro usci dalla stanza.
--Abbiate rassegnazione, amici. La poveretta è partita per luogo di gaudio. Voi Giaimo siate forte, e voi Tecla seguitela colle preci. Datevi pace e fatene omaggio al gran re.
La madre e lo zio, pur sempre dirottamente piangendo, strinsero con effusione d'amore la mano scarna del vegliardo, ed attraversato il piccolo portico scomparvero. Il curato li seguì coll'occhio sino a che videli perduti fra le ombre della bistorta callaia, ed allora rientrò e messosi ginocchione presso il lettuccio intuonò il canto dei morti.
VI.
Due anni dopo questa scena di lutto, la campana di Curcoraggio suonava ancora a mortóro, ed il buon popolo della pieve scendeva, saliva, per le viuzze del villaggio, accorso alle esequie di una trapassata. Su quelle faccie, bronzate dal sole, e rugate dagli stenti, si leggeva la pietà e la compassione, e su per le labbra di tutti correva la triste storia ed il nome della povera morta. E ben triste davvero era quella storia! affanni, dolori, angoscie, avevano straziato il cuore della misera, e testimonii dei patimenti sofferti erano tutti, era il curato! Il quale parato a funerale, seguiva allora appunto l'umile feretro, che quattro montanini portavano alla chiesa, spalancata e già gremita di fedeli. Lunga fila di donne faceva ala alla bara, ed il loro canto melanconico e flebile squarciava il cuore. Allorchè poi le spoglie della consorella furono nella casa di Dio lo squillo della campana salutò colla sua lugubre armonia la novella viatrice e tutto il popolo genuflesso e devoto fece solenne l'umile rito.
Boccone a lato del cataletto giaceva un vecchio, cui la bianca barba scendeva scomposta e lunga fino a terra, d'abiti puliti ma rozzi, mal calzato e soffrente. E certo quell'uomo soffriva, perocchè lo squallido viso e la sparuta persona dicevano pur troppo ben chiaro, ch'egli pativa assai e nell'animo e nelle forze: nello sguardo non scorgesi sovente riflesso lo strazio celato? Grosse lagrime gli piovevano dagli occhi, e l'affannoso respiro riusciva di volta in volta a replicati singulti. Piangeva, sì, quel canuto montanaro, piangeva, ma non per affetti terreni, non per ricordanze dolorose, non per paura del futuro, piangeva di rassegnazione, e nella sua prece invocava siccome grazia suprema la morte: povero e solo, fiacco e combattuto, che sarebbe stata per lui la vita? a somiglianza del passero, che abbandonato dalla compagna o perduto fra i campi di terra non sua piange, disperasi e muore, il vecchio isolano sarebbe perito fra gli stenti sprezzato e solitario!
Anche al curato s'erano inumidite le palpebre, e già stava per raccomandare al popolo prosternato che pregasse, pregasse di cuore per la morta, allorchè voci concitate lo scossero, ed alzate le pupille vide sulla porta un uomo in assisa di galeotto far violenza agli astanti e penetrar con mal frenato furore nella folla. Cogli occhi stralunati, colle labbra mosse a selvaggio sorriso, col mento abbrunito, colla destra involta in sucido fazzoletto intriso di sangue, colla giubba e le calzature lacere, lo sconosciuto s'avvicinò con impeto trepidante ai ceri, e respinti quelli che tentavano barrargli il cammino, diè un guardo cupo ed insieme pauroso alla bara, e raffigurato il genuflesso si chinò su di lui. Fissarlo in volto, riesaminar quel sembiante corrugato e smunto, rialzarlo, fu un istante; soffregò a sè gli occhi a lui le ciglia, chinò in atto pensoso il capo, si battè con repentino delirio la fronte, baciò a più riprese l'attonito vecchio e poco dopo gridò:
--Giaimo! Giaimo!
Questi, al grido del suo nome, rispose con altro grido, scosse vivamente il galeotto, diè in uno scoppio novello di pianto ed additato il feretro balbettò:
--Là entro dorme Tecla. Oh Pierio! troppo tardi sei venuto.
--Tecla?!... la madre mia?!...
--Sì, figliuolo!
Pierio, quasi colpito da arcano fulmine, cadde sul suolo, ma poco dopo si rizzò e gettandosi tutto doloroso sul cataletto:
--A che mi giova--urlò--essere libero?
--Pierio!
--Oh madre, oh madre!... la sventura t'ha uccisa!
--Pierio--disse allora Giaimo--Pierio, è Tecla che te lo comanda per me... giacchè sei, sta libero... salvati... piglia le montagne...
--No, Giaimo, morrò qui, sulla salma della madre. Che mi cale della libertà, solo... e inseguito?
--Solo?!.., oh Pierio, e al tuo Giaimo non pensi?
--Una squadra d'armati mi persegue... fra poco saranno al monte... oh ch'io muoia vicino a te madre mia!
--Usciamo, usciamo, mio Pierio; il funebre rito vuol essere continuato...
--E Zelmira?
--È sepolta laggiù...
--Nel cimitero?!... Povera sventurata!
--La sua fossa è distinta da una croce...
--Oh Zelmira mia!
--Recati là e prega per lei...
--Sorella diletta... prega per me!
--Nessuno oserà profanare la pace delle tombe.
E seguito dallo zio Pierio uscì all'aperto; toltosi alla vista degli affollati, ripercorse il tratto di via che separa Curcoraggio dal cimitero, e trovatine aperti i cancelli entrovvi. Giaimo, meno sbalordito del giovane, pensò chiuder le porte, e ciò fatto raggiunse il nipote, il quale s'era già inginocchiato appiè del tumulo che raccoglieva le spoglie dell'amata sorella e lasciava libero lo sfogo al torrente delle lagrime. I due superstiti rimasero raccolti in estatica e gemebonda contemplazione lunga pezza, e soltanto si scossero allorchè il rumore precipitato di molti passi e un sordo mormorio poco lontano richiamolli alla realtà dell'esistenza. Zio e nipote, come destandosi tutto spaventati, divinarono il destino che li aspettava, e piantatisi ritti e minacciosi sulla terra benedetta dalle ossa di Zelmira si prepararono a difenderla.
Azzo Carbonera, scortato da venti soldati, apparve infatto al cancello. Tentò aprirlo, e veduto il fuggiasco gli gridò in tuono minaccioso:
--Aprite alla legge. Aprite!
--Giammai!--rispose con voce ferma Pierio, e cacciate le mani sotto la giubba ne cavò un coltello che brandì risoluto.
Giaimo veduta l'arme ne gioì, e coi pugni serrati si mise a lato del nipote.
--Da bravo, Pierio; fa onore alla memoria di Bizco!
Azzo allora ordinò che si scardinasse il cancello, e molti uomini fatta leva dei ferri ben presto l'ebbero messo a terra. Tolta l'unica barriera che inciampasse loro la via, i soldati precipitarono verso il tumulo, ed alcuni avrebbero fatto fuoco, se Carbonara precorrendoli non comandava s'arrestassero e nessuno usasse dell'armi. S'avanzò solo, e riconosciuto Pierio, gli disse corrucciato:
--Arrenditi, galeotto.
--No.
--Siamo molti, e tuo solo aiuto è un vecchio...
--Non m'arrendo. Qui sotto sta morta la sorella mia. Qui dunque avrò fossa; pigliatemi.
--Il figliuolo di Bizco non cede, muore. E con lui morrà il vecchio Giaimo!
Pierio s'era così ribellato, nè l'uffiziale doveva più oltre sopportarlo; epperò senza aggiunger parola d'un salto gli si avventò addosso e tentò disarmarlo. Ma il montanaro era troppo destro per non preveder quell'offesa, e nel mentre Azzo piegava la spada a percuotere con un rapido manrovescio il coltello di lui egli lo colpi d'isbiescio nell'addome. La ferita, benchè leggiera, diè sangue, ed alla vista di esso Azzo inferocì, e serratosi contro a Pierio, tale una tempesta di colpi gli scaricò lungo la persona che questi ne rimase tutto intronato e per pochi istanti stette passivo attore nella scena. Pur si risentì, e bramoso di vendetta rivolse contro il petto del soldato l'acuta punta del coltello, stracciandogli la tunica e scalfiggendolo. La nuova ferita accrebbe l'ira di Carbonera, il quale, dato bando ad ogni precauzione, si precipitò sul galeotto, e gl'immerse con tanta furia la spada nel ventre che l'elsa riurtò. Pierio impallidì e versando col sangue la vita, rovesciò cogli occhi smarriti sul suolo e giacque.
Giaimo intanto era stato circondato, assalito e fatto immantinente prigione dai soldati. Debole e disarmato, non avea potuto opporre resistenza veruna, e pallido per odio insoddisfatto, fu trascinato lontano dai due campioni e tenuto saldo sino a duello compiuto. La valentia di Pierio lo consolò, ma ogni illusione svanì quando cadde morto sul tumulo di Zelmira e vidde Azzo muovergli incontro sfavillante di gioia e colla spada ancor fumante del sangue dell'ucciso. Trepido attese dal vincitore l'ordine che lo fucilassero, ed a quella angoscia s'univa desiderio di cessar tante pene ed unire per sempre il suo al destino de' cari defunti! Qual fu la di lui meraviglia allorquando seppesi assolto e libero! Ne rimase sconfortato, ed uscito dal cerchio de' suoi custodi volò al tumulo e brandito l'insanguinato coltello che giaceva press'al cadavere di Pierio se lo cacciò a più riprese in cuore gridando con tutta la voce:
--Eccomi a te, Tecla!
E il mortorio di Tecla passava appunto in quell'istante la soglia del triste recinto.
VII.
Il dì dopo quest'olocausto di sventurati, due giovani salivano sul battello a vapore per Patti. Un uffiziale avevali accompagnati sino a bordo, e poco prima della partenza li salutò ed augurò loro viaggio felice.
--Addio, Azzo.
--Arrigo, addio.
Ed appena il piroscafo abbandonò il porto, Arrigo disse alla compagna:
--Bel soggiorno a Messina, o Emma; ma molti cattivi v'ho trovati... v'ebbi molte noie... molte paure...
--E non ritorneremo più colà, n'è vero?
--Giammai!...
E levato lo sguardo su Curcoraggio sussurrò:
--Volevano uccidermi!... ammazzarmi per una leggerezza giovanile!... perchè la montanina moriva!... plebei, cadeste!
Emma ed Arrigo, perduta in Messina la baronessa, abbandonavano per sempre quella città.
POLO.
STORIA DI VAL DI NOTO.
«Ahi! che un'alma sì bella a sì serena Non poteva a un mortale esser largita!» _Giuseppe De Spuches._
I.
«Senza ire e senza declamazioni pongo finalmente l'ultima parola a questo mio lavoro sulla filosofia di Fausto Socino. La quale diè gran fama al pensatore toscano; e perchè codesta fu trascinata nel fango ed invilita, ben si voleva oggi ringiovanirla e ristaurarla; oggi in cui liberi asserti si proclamano ed al vero si dà l'omaggio di franca sentenza. Cassati i veti, spezzati i vincoli, srugginita la discussione, era pur dignitoso il ritorno alle glorie obliate; rivendicatori della sapienza avita noi dobbiamo rizzarne le statue e svelarne gli arcani filosofemi. Filosofia è oggi verità, e sta bene che si affretti il riscatto collo studio del passato e coll'analisi dell'indagini prime. Anche la nuova scienza ha pritanei, ed a quella guisa che l'astronomo fissa acuto lo sguardo nella stella più remota, è ben d'uopo che gli odierni pensatori esaminino i ruderi dell'intelletto: Cuvier ristorò la storia antidiluviana sulle orme di pochi avanzi animali: la scienza non è dessa immarcescibile, eterna?
«Il popolo, questo sventurato fanciullo che uomini e cose congiurano a sperdere ed abbrutire, bamboleggiò sempre sotto il giogo dei forti e degl'immutabili, ed a nulla giovò che di tratto in tratto alcuni robusti infrangessero le ritorte e gli gridassero: Sorgi e cammina. Prigioniero di fede accettata perchè poetica, veneratore d'idoli dorati, seguace di banditori ciechi e servi; egli derise e peggio lapidò i nuovi apostoli, i soldati della nuova civiltà; stizzì perchè lo si scuoteva, precipitò nel sepolcro chi lo voleva vivo. Eppure quelle vittime dell'insano furore erano illustri, or son martiri; e ieri stracciato l'amaranto che immalinconiva le lor tombe, colle fronde del giovine alloro se ne compose la corona e la si adagiò sul cippo funerale. Tarda ma dovuta espiazione, rendimento di grazie postumo perocchè prima negato, tributo imperituro di riverenza. Lo sposo alla fidanzata ancor lontana, ma attesa, prepara il velo e le rose; noi, alla ragione (non risorta perchè non mai morta, ma rionorata e tornata al trionfo) intessiamo la cerchiata coi fiori più belli spiccati dai gambi più alti.
«Quattro anni or sono, salpavo dal Giarciore e raggiunta Genova attraversavo i piani del Monferrato e del Novarese e per le Alpi scendevo in Elvezia. A Zurigo, nel panteon delle glorie repubblicane, vidi eretto il sepolcro dei Socini, e perchè meravigliavo di veder serbate in terra straniera le ceneri dei negatori italiani, il vecchio grigione che mi era compagno sussurrò: «Ovunque, in ogni tempo, sempre, le ossa dei martiri sono sacre.» Allora non avevo rifiutata la credenza dalla povera madre insegnatami, epperò rimasi spaurito dalle parole della guida e tremai. Oggi non tremo più, ho pensato, ho riflettuto e mi son convinto; non ho più nè fede nè dubbio, ragiono: eccomi adunque a deporre sul mausoleo di Socino l'omaggio della verità. Da questo sconosciuto Pozzallo s'innalzi, una volta, l'inno di lode al poeta della filosofia; il mio inno, solcato il mare, volerà in Siena a baciarvi la culla del sommo estinto, varcherà le montagne e i monti, e là sulla riva del lago scenderà a gridare Alleluia!--Per te si veggia, come la vegg'io!»
II.
--Ebbene, Polo, avete finito?
--Dottor Cipriano, sì. E ne son contento. Ho resa giustizia al mio Socino, e la gioventù che studia ed onora me ne sarà grata.
--Il vostro lavoro è serio e n'avrete applausi. Molta dottrina e molto coraggio vi spiegaste. Al vecchio amico dei Brancato negherete che faccia lieti augurii allo scolaro?
--Maestro, grazie. Gli elogi vostri mi animano e mi fortificano. Grazie davvero, dottor Cipriano!
--Bene, bene, Polo...
--Posdomani andrò a leggerlo, come mi s'impose, al collegio di Modica... e spero anche di potermene servire pel concorso di Catania...
--So tutto, Polo... Ma voi non sapete però che v'è.... rivale....
--Chi mai?
--Nientemeno...
--Nientemeno...
Ciprigno, girò con sospetto gli occhi all'ingiro, poi fattosi piccino della persona, accostò la bocca all'orecchio del seduto, ed in atto di gran mistero gli sussurrò con voce tremante un nome. Era il nome del figlio di un potente, di un uomo alto e famoso.
--... Lui?!...
--Lui. Che volete, Polo mio? S'è fitto in capo di vincere!
--E vincerà... lo temo!
--Però... animo, Polo... coraggio e costanza.
E così dicendo il dottor Cipriano uscì.
Era il dottor Cipriano uomo di cinquant'anni, di ritta statura, altero, grave. Calvo e giallognolo, il suo capo aveva un impero indefinibile, tanto da incuter rispetto e tema in chi lo guardava. Gli occhi neri, lucenti, muovevansi celermente nell'orbita, ed in quello sguardo si scopriva l'acutezza indagatrice; la bocca sempre chiusa lasciava mai o quasi scorgere attraverso le pallide labbra i denti ancor sani ed interi. Teneva di consueto le braccia incrociate, il passo era lento e misurato, il moto della persona dignitoso e solenne. L'abito nero, elegante e slacciato gli scendeva in falde lungo i fianchi; nessun ornamento dorato gli splendeva sul panciotto pur nero, e ricercata calzatura teneva ai piedi. Personaggio molto stimato e in Pozzallo e nella contea tutta, godeva riputazione d'uomo influente e colto, apparteneva all'Accademia di Modica, aveva casa, giardino e poderi al Zango, e due volte al mese scendeva a Noto in qualità d'ispettore delle scuole. Affettava protezione pel giovane Polo e spesso desinava col suo «adorato figliuolo.»