Le tre valli della Sicilia

Part 3

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A chi abbandona le casupole del Faro per ascendere il monte, s'apre a poca distanza dal mare una strada larga ma erta, sassosa e qui e là interrotta da torrentelli e gore. È l'unica via che metta a Curcoraggio, povero paesuolo a sei miglia dalla costa e che veduto dal ponte delle navi par costrutto a precipizio poco in su di Messina. Di là tu vedi la patria di Maurolico, e la cittadella che oggi la difende: di là scorgi confusa nelle penombre delle falde Aspromonte e Reggio, la terra delle fate, col suo castello rossastro e col dosso smaltato di ville e palazzotti; di là ammiri la pittoresca cascata del San Giovanni e la fuga di colli e colline che, staccate dai bruni monti ritti a lor tergo, scendono in dolci e fruttiferi declivii al mare in cui par s'immergano e scompaiano. Ampia veduta hai lassù, e quasi ti sembra d'aver più libero il respiro, più facile la parola, più maschie le idee. Sospeso tra cielo ed acque contempli la maestà del creato e saluti colla poesia del pensiero l'onnipotenza degli elementi e l'immensità degli esseri. Là vivi vita vera, e le sole ali ti mancano a spiegar il volo dal ceppo all'alta volta delle sfere.

Su quella strada camminavano due uomini. Amendue rozzamente vestiti ma con pulitezza, portavano ad armacollo lo schioppo ed appesa alla cintola l'aguzza falce dei montanari di Val di Mone. Il loro passo era rapido, e siccome nati fra quelle balze, lesti varcavano i massi per ogni dove seminati ed oltrepassavano i ruscellini impaludanti la via. Parlavano concitati, ed a chi li avesse veduti da lontano sarebbe sembrato altercassero e quasi venissero d'istante in istante alle mani. Eppure erano amici, ed il loro dialogo calmo e composto. Il più grande di essi era anche il più vecchio, e nei vivi lampi dell'occhio mostrava la piena degli affetti che gli tenzonavano in cuore, nel mentre col pugno sul calcio scuoteva a violenti scosse l'arme sorella. Il giovane avea neri capelli o mustacchi, ed un sorriso amaro e beffardo muovevagli le labbra e gli aggrottava lo ciglia. Il primo si chiamava Bizco, il secondo Pierio. Il padre s'appoggiava al figlio, e spesso lo contemplava collo sguardo, quasi scrutasse tacito il di lui pensiero e volesse indovinare quali divisamenti rimuginasse in cervello.

--È cosa orribile... non so più contenermi.

--Ah sì, l'offesa è profonda!

--La cancellerò col sangue!

--No, Bizco, non cimentatevi. Il nemico è forte... e noi...

--Io pure son forte... vedi queste braccia? hanno calati fendenti mortali laggiù... vedi questa cicatrice che mi sfregia? l'ebbi al passaggio del Po, combattendo da prode... ed avrò paura d'un codardo seduttore? no, no, figlio, non temere... son forte!

--Oh sì, siete forte!... ma povero!

--Colui, lo so, è ricco... ma per Bizco...

--Zitto, padre mio... ecco Zelmira.

--Non una parola, Pierio!

Affrettarono il passo e raggiunsero lo spianato dell'umile chiesuola del paese. Ivi sostarono, e vedendo la giovinetta muovere alla lor volta in atto di sorpresa, si scambiarono un'occhiata eloquente, e separaronsi. Ma prima che Pierio si fosse allontanato, Bizco gli strinse con isforzo la mano, lo mirò fiso, e disse con lenta voce solenne:

--Lo giuri?

E siccome il giovane esitava alquanto ed alzava le palme quasi pregasse, Bizco replicò con ira mal repressa:

--Lo giuri?

--Lo giuro!

II.

--Mia buona Zelmira... adorata figliuola mia... come stai oggi?... e la tosse?

--Buon giorno, padre mio. Oggi, sì, oggi sto bene. Ma ieri! oh Dio, il petto mi si voleva spezzare... Sì, sto meglio! Che bel sole, padre, che allegra giornata!... Dite, non vi sembra che il tepore di queste aure mi ridoni beltà e vigoria?

--Sì, sì, Zelmira, tutto quello che vuoi. Ma non ricordar più le passate sciagure! non vedi che mi fai piangere?

E a quell'uomo, abbronzato in volto e dalla mano di ferro, si inumidivano le ciglia al triste ricordo dell'onta.

--Padre, anche quando sarò morta, vi ricorderete di me? della povera vostra Zelmira, innocente... sventurata?... sì, n'è vero?

Non era bella Zelmira, ma due grandi occhi neri che le brillavano in viso la facevano leggiadra e amata, sì che i giovani del contado corteggiavanla. Il suo portamento era modesto insieme e altero; la voce argentina, flebile, melodiosa. Pallida sempre, le guancie le si tingevano in vermiglio solo allorchè i robusti e bei montanari del villaggio l'occhieggiassero o le augurassero il buon dì e il felice riposo. Aveva risvegliata simpatia in tutti i vicini, e molti l'avrebbero chiesta sposa se non fosse stata sul fior degli anni rapita dal dolore! Contavane appena diciotto, eppure quanti guai avevano spenta nel di lei giovane cuore la poesia della vita! Tradita nel suo unico amore, come rosa avvizzita dal vento gelato dell'Alpi anzichè sbocci, Zelmira deperiva, dimagrava, soffriva: destino fatale la trascinava alla tomba, senza posa, senza tregua! Era la lenta agonia del mal sottile, il fuoco dell'esistenza le si spegneva ad ogni ora, costante: oh, povera fanciulla, come presto ti si sfrondò la corona delle illusioni!

--E Pierio perchè si allontanò?

--Tuo fratello deve calare a Messina. Se n'è ito a desinare, e fra un'ora sarà in viaggio.

--E voi rimanete?

--Sì, Zelmira, oggi starò teco: abbiamo a goderci il mezzogiorno sull'aia. I tuoi polli ci razzoleranno daccanto, e il vecchio barbone abbaierà di letizia.

--Davvero?

Bizco abbracciò la giovanetta, e cingendola colle braccia la mirò con ineffabile affezione. E dopo aver così sostato alcun poco, s'avviò, sempre sorridendo agli amplessi della figliuola. Una casa, di modesta e pulita apparenza, chiudeva verso monte la piccola piazza della chiesa, ed in quella entrarono.

--Giaimo, Giaimo!

Così gridò un fanciullino che baloccava sulla porta, ed intanto corse incontro al genitore ed alla sorella. Il chiamato apparve: era uomo tarchiato e di atletiche forme, con barba nera e lunga, calvo, in giubba.

--Oh Bizco, ben tornato! E voi, nipotina?

--Oh zio, buon dì!

III.

Se non ti par fatica, trasportati ora, o lettore, sul largo che sta innanzi al porto, in Patti. Un piroscafo a ruote, il _Ciullo d'Alcamo_, fuma poco più in là della lanterna, ed una lancia guidata dal capitano sta aspettando l'imbarco dei passeggieri. I quali, aggruppati sulla spiaggia, stringono improvvise amicizie e si augurano a vicenda placido mare. Ad un cenno del più autorevole fra loro, scesero alla gondola, e colle gare consuete di precedenza vi s'assisero. Ultimi a collocarsi, furono una vecchia matrona, una giovinetta pallida e spaurita per la nuova scena, ed un giovine bello ed alto, di elegante e ricercato portamento, riccamente abbigliato. Allorchè tutto fu quieto, la lancia partì, e poco dopo un marinaio l'assicurava alla scala d'imbarco del vapore. Il capitano e il piloto aiutarono i viaggiatori a salire, ed allorquando ebber recate sotto coverta le valigie, raccomandarono la zattera al fianco e sospesero al bordo la scala. Non passò mezz'ora che l'ordine della partenza fu dato, e il _Ciullo_ issata bandiera s'allontanò. Nessun vento agitava le acque, e la bonaccia propizia rallegrava la piccola colonia navigante. A poco a poco Patti si confuse colle nebbie, e non tardarono a scomparire anche i grigi lembi dell'isola. La sera sopraggiunta, i passeggieri lasciarono il cassero e scesero nella sala e nelle cabine coricandosi alcuni, altri leggendo o ciarlando. I due giovani e la vecchia auguratosi il buon riposo si separarono e ciascuno si chiuse nella stanzuccia. Il nostromo e la guardia sedettero ai loro posti, i navighieri si sdraiarono sulle gomene e nelle brande, il capitano passeggiò lunga pezza ed alla fine calò egli pure. Verso mezzanotte tranquillità perfetta regnò nella nave, e la quiete degli uomini e della natura veniva soltanto di ora in ora interrotta dall'_all'erta sto_ del mozzo di trinchetto.

Una notte sul mare risveglia la poesia anco nei cervelli più ottusi. La brezza placida e fresca che increspa la levigata superficie di esso, la luce opaca e serena del cielo, lo sfumar lontano delle isole e della spiaggia, l'immenso orizzonte sconfinato alla vista ed eccelso lassù sotto la volta stellata, il silenzio delle cose, tutto concilia a pacata malinconia ed a meditazione poetica. Lo smisurato volume delle acque che fiottano ai fianchi della nave, il pallido azzurro che sublime diffondesi nell'alto aggiungono maestà alla portentosa scena notturna, e ben aveva ragione il Byron di prediligere la smorta luce della notte ed amare le lagune di Venezia e le scogliere di Grecia allorchè inargentate dal casto raggio della luna gli rinnovavano le fantasie delle fate, e risovvenivangli le leggende della mezza età coi folletti incantatori e le vergini nettunie.

Narra la leggenda che sull'estrema punta del Capo Bianco vivesse nel buio dei tempi una misteriosa sirena, la quale e col canto melodioso e col suono affascinatore innamorava i naviganti, ed attiratili a sè li baciava poi li uccideva. Il lampo dello sguardo, il miele delle labbra, la voluttà delle membra conquidevano i meschini predestinati; e il Poeta continua dicendo che durante l'agonia di essi la selvaggia sirena tripudiava. Ai lamenti ed alle lagrime degli assassinati ella rispondeva con sorrisi e carole; epperò appena morti li gettava a mare pasto eletto all'orco. Più di mille (così la favola) perirono di questa morte, e con essi eziandio un sacerdote del tempio ed un figlio del tiranno; ma l'ira degli Dei scoppiò qual folgore all'annuncio che il loro messaggero era caduto sotto la scure della sirena, ed uno fra d'essi, calato in segreto durante la notte, agguantò la vaga del Capo Bianco e reggendola per le chiome sui venti la trascinò fin sul cratere dell'Etna e in quello precipitolla!

Il _Ciullo_ era già da un'ora passato innanzi a questo Capo e la torre di Milazzo già s'era perduta nel lontano orizzonte, allorchè l'alba sorse. E coll'alba, ridestaronsi anco i passeggieri, i quali salirono il ponte e là fuori all'aperto, alla larga, si ristorarono tutti e se ne rallegrarono insieme. Spirava un'aria tepida e leggera che rifaceva la vita, e la fioca luce del crepuscolo innondando ognor più la vasta faccia del mare mano mano che l'aurora diveniva giorno pigliavano forma e colori le nebbiose spiagge che si scoprivano allo sguardo, e qualcuno salutò con gioia rumorosa le incerte ma eccelse cime dei monti calabresi. Eziandio il gran Faro apparve, e con lui si fecero distinte e spiccate le rive che da Divieto corrono a Cariddi: i delfini guizzavano nelle dorate onde intorn'al battello, e là e qui gli esoceti saltatori spiccavano ameni voli disegnando fuor d'acqua una rapida curva di spruzzi lucentati dai primi raggi del sole montante. Il vapore s'accostava all'isola, e dall'alto del cassero il capitano guidò l'imboccatura dello stretto e comandò la girata a destra.

--Oh il felice mattino, Arrigo!

--Sì, mia Emma, è davvero ridente. Se dal mattino si giudica il giorno passeremo un bel dì.

--Passarlo con te!

--È il mattino degl'innamorati, Emma!

--Arrigo... quanto sei lieto!

--Emma, a te vicino, poss'io aver tristezze?

--Ci vorremo sempre bene... non è vero?

--Sì, sì, cuor mio, sempre, sempre... non è noioso l'amor tuo!... Emma, Emma... quanto sei buona!

--Saremo felici!

--Sì, felici, Emma mia.

--E se qualche nube sorgesse ad oscurare il mezzogiorno...

--Della nostra felicità? la caccieremo!... posso aver rivali? nessun padre, nessun fratello... oh via, allora eran pazzie di giovinezza! e quei malcreati credevan veri i miei baci!... era un passatempo d'autunno!... sciocchi!...

--E ci ameremo tanto tanto!

--Ci adoreremo, Emma.

--Non ti pare, Arrigo mio, che il sorriso di questo bello stretto aggiunga gioia alla nostra contentezza?

--Sempre poetica la mia Emma! oh la fortunata coppia che sarà la nostra!... giovani, ricchi... possiamo desiderarla migliore?

--Arrigo!

--Emma!

Così parlavano il seduttor di Zelmira e l'unica figliuola del barone di Santa Marina. Teneramente abbracciati, questi giovani sposi si scambiavano sorrisi e promesse, e da quell'umile angolo della nave pregustavano le delizie e le feste del palazzo che li attendeva in Messina. La madre ritta a pochi passi da loro li contemplava in consolato silenzio, e benediceva dal cuore la fortuna toccata ad Emma sua; la quale di volta in volta piegava mollemente la leggiadra testolina verso la mamma e rispondeva con un sorriso tutto vergineo e pudico ai baci che questa le inviava ed ai saluti della mano. Era davvero una bella scena, ed Arrigo ne tripudiava: l'amore di Emma, l'affezione della baronessa madre, lo rapivano e gli erano augurio auspicato di felice avvenire! Oh chi sa leggere nel gran libro degli arcani? chi sa divinare il futuro? Arrigo ed Emma, beati d'amore, non sognavano che amore!

Il piroscafo oltrepassato il torrione del Faro, costeggiava la riva destra, e già stava per passar innanzi alle casupole peschereccie che si aggruppano numerose intorno alla Lanterna. Qualche tartana approdava allora appunto, e parecchi montanini fissavano dalle ripe con occhio curioso il postale del mattino. I passeggieri s'erano anch'essi raggruppati sul cassero e gettavano allegre occhiate sulla riva poco lontana; Arrigo anzi scorto fra le lunghe siepi di fichi il povero Curcoraggio l'additava coll'indice teso all'Emma ed un sorriso gelato gli sfiorava le labbra descrivendolo alla madre... lo sciagurato narrava con ischerno il corteggiamento di Zelmira, la passione ispiratale, le promesse fatte e tradite, l'improvviso abbandono, la sdegnosa accoglienza usata alle preghiere ed ai pianti!

--Era un passatempo d'autunno!... sciocchi!

Il capitano stesso affrettava le ultime manovre ed il piloto curvo sulla guida fissava l'apparsa città, allorchè dalle caldaie si gridò con voce alta e sonante, con impeto disperato: Fuoco! fuoco! E nel medesimo tempo uno scoppio terribile ghiacciava il sangue nelle vene agli astanti.

IV.

Poco dopo una fiamma alta e viva arrossava le onde. La macchina della nave era scoppiata ed i fianchi di questa mal robusti per resistere al violento urto andavano man mano squarciandosi. Il fuochista rimase morto, ed intanto fra sì disperata confusione d'uomini e attrezzi l'acqua irrompeva a larghi fiotti attraverso i vani e il _Ciullo_ affondava. I passeggieri stretti in gruppo sulla tolda gettavano grida addolorate e miravano con lugubre esitanza quello sfascio completo, irresistibile. Il capitano però e l'equipaggio, benchè esterrefatti e sconsolati, lavoravano a tutt'uomo a rattener colle pompe l'elemento invasore, e qualche mozzo sceso nella stiva sudava a turar fessure e precipitar pesi, ma invano. L'acqua cresceva, cresceva, la nave era irreparabilmente perduta!

--Emma mia, Emma mia... salvati, salvati!

--Oh madre mia! morir sì giovane... in mare!

--Emma, vieni a me.

--Arrigo, Arrigo, salva mia madre!

--Ah sciagura! qual'orribil fine! la nave cola e nessuno ci aiuta!

--Aiuto, aiuto!

--La mia cara Emma... Emma mia... baciami in volto...

--Madre... non so più reggermi! mi batte terribilmente il cuore... vacillo... aiuto, aiuto!

--Aiuto, aiuto!

--Arrigo, Arrigo mio, ricordati di me... della tua Emma...

--Emma, Emma... non disperare... il capitano calerà la scialuppa...

--Non vedi che abbrucia?

--E nessuno ci salva?... maledizione!

--Nessuno!!! nessuno?... tutto il mio oro a chi salva la figlia del barone...

--Emma, Emma, dammi un amplesso.

--Soccorso, soccorso!

Soccorso, soccorso! gridavano tutti, e colle mani giunte, cogli occhi rivolti al cielo, colle ginocchia piegate, aspettavano l'aiuto supremo, e piangevano!

Soccorso, soccorso! urlavano i marinai, i quali scoraggiti, stanchi dalle violenti ma inutili fatiche, disperati, miravan torvi il mare e stavan per salvarsi a nuoto lasciando abbandonato il naviglio e preda di sventura gli infelici viaggiatori!

Soccorso, soccorso! pregava il desolato capitano, che madido di sudore e gocciante per le vesti inzuppate scorgeva dall'alto del ponte il suo _Ciullo_ dannato a sommergere, e vedeva imminente, fatale, il precipizio!

--Soccorso, soccorso!

--Aiuto, aiuto!

Coraggio, coraggio! si gridava da terra; e quattro lancie spinte da robuste braccia volavano in soccorso dei naufraghi.

Pericolanti e salvatori s'incuoravano a vicenda, e l'onde già gorgogliando salivano dagli spalancati boccaporti ed allagavano il cassero, allorchè le scialuppe raggiunsero lo spezzato vapore ed una mano di barcaiuoli e montanari si slanciò a furia sulla tolda.

Da questi sorretti o portati scesero i naufraghi nelle lancie, e il capitano sarebbe stato ultimo ad abbandonare il _Ciullo_ se due uomini non avesser dovuto porre qualche ritardo nel calare una giovinetta la quale svenuta e colle vesti scomposte serrava sul cuore la mano di un giovin uomo e gli abbandonava il capo nel seno. Bizco e Pierio, sollevata Emma, la deposero sul fondo della barca, ed Arrigo ancor barcollante e pallido le si assise daccanto e sdossatasi la guarnacca la stese sulle assiderate membra della sposa, nel mentre la baronessa spaurita e tremante mirava in viso cogli occhi spalancati figliuola e genero e stropicciava con febbrile ardore le fredde dita della supina. Bizco e Pierio intanto raccolti i remi, li tuffarono con vigoroso impeto nell'onde e vogando serrati raggiunsero le più celeri lancie e presto le sorpassarono afferrando la riva gremita per curiosi e compassionevoli.

Nel medesimo tempo il postale scompariva: la lotta tra l'acque e il fuoco era davvero stata viva, ma le prime avevano trionfato e colla stiva colma da esse affondarono eziandio i carboni bruciati ma spenti. La superficie dello stretto ridivenne quieta e piana; solo qua e là qualche tavola fluttuava ed infissa in una di queste stava ritta pur non sventolante la bandiera della nave. Il cadavere del fuochista, unica vittima umana, spinto dall'onde si era avvicinato alla riva, ma ricacciato da nuove fin nel mezzo, parve s'ostinasse a non abbandonare la costa dell'isola, e galleggiò incerto per assai tempo, ma alla fine accavallate dal vento soffiante da Val di Mone le istesse onde che gli erano bara lo trascinarono nella loro corsa violenta fin presso le coste di Calabria, e là sulle secche fu infatti raccolto e dai pescatori tumulato.

Il mal capitato fuochista era di Reggio, e dopo dieci anni ritornava, morto, alla terra natale!

Scesi a terra, i salvati furono immantinente circondati da donne e marinai, le une recando ristori e panni, gli altri offrendo sè stessi e le casupole. La triste comitiva però s'incamminò verso il forte del Faro, preceduta da quell'uffiziale comandante e seguita da qualche soldato sbucato dalla batteria in lor soccorso. Procedevano silenziosi, e fra quelle faccie vispe ed abbronzate avresti scorto il contrasto dei visi pallidi e smunti, il languore della persona e l'abbandono delle forze disegnavano su quelle fronti gelate dispetto e spavento! Pierio e Bizco avanzavano primi portando sulle braccia Emma e lor dappresso era l'uffiziale il quale sosteneva la baronessa, aiutato nel pio ufficio da Arrigo. Il capitano, gli altri passeggieri, l'equipaggio, seguivanli; e negli occhi vivaci di quei pietosi vallegiani brillava la gioia della buon'azione e il rammarico insieme della sgraziata avventura. Quella processione sarebbe sembrata un mortóro, se fossevi apparso un feretro!

Raccolti nella piccola sala della Lanterna, molti fra gli accompagnatori s'allontanarono, e ad Emma, adagiata sul lettuccio, fur fatti aspirare sali ed essenze. A poco a poco la giovinetta rinvenne, e la madre diè un grido di gioia allorchè alla sua amata si sprigionò dal petto un sospiro. Aprì gli occhi, le si tinser di porpora le guancie e le labbra, un leggier tremito le corse per le membra, staccò le mani dal cuore su cui sembravano infisse, alzò il capo, si ricompose le vesti e le treccie, contemplò siccome estatica e con atto di meraviglia la genitrice, Arrigo e Pierio, sorrise, mosse la persona, si rizzò, e chiese con ansia e paura:

--Ove mi trovo?... mamma, perchè son qui?... soldati? un uffiziale?...

--Emma, Emma--disse Arrigo indovinando la domanda della sposa--eccomi a te... sta queta... siamo in luogo sicuro, siamo tutti salvi... nessuna disgrazia...

--Oh qual pericolo abbiam corso!

--Emma...

--Mamma... Arrigo...

--Arrigo?!...--sussurrò con mal represso atto di sdegno Bizco--Arrigo?!--e dall'oscuro canto del salotto fissò lo sguardo sul giovane.

--Arrigo?!--esclamò ad alta voce l'uffiziale--Arrigo? lui?--e gli si avvicinò.

--Scusate, signore, è Arrigo il vostro nome?...

--Sì, tenente... ma... quale strana rassomiglianza!... il vostro nome, uffiziale, il vostro nome!...

--Azzo Carbonera.

--Carbonera!... Oh ch'io t'abbracci, Azzo, mio salvatore!... Azzo!

--Arrigo Rapisardi!

--Amico mio!

--Quale consolazione!

--Come qui, Azzo? due anni son corsi dal nostro viaggio ad Ajaccio...

--Arrigo... ti racconterò poi... ma questa... è la tua sposa?

--Sì, Azzo.

Azzo Carbonera robusto e biondo uomo sui trentott'anni, aveva bella e ritta la persona, ardito aspetto, occhi splendenti, lunghi baffi, folta capigliatura. Cospiratore a vent'anni, e scoperto, la sola fuga lo avea salvato dalla forca: quanto duro gli era stato l'abbandono della sua cara Sondrio, della nativa Valtellina, delle Alpi sterili e nude, ma italiane! Valicato lo Spluga, s'era condotto attraverso le inospiti vallate grigione a Bellinzona, e di là sceso a Lugano s'era arruolato fra i congiurati ed esule fra esuli sospirava sempre il riscatto della sua Italia! Mille proscritti tentarono un dì l'invasione di Lombardia, e dalle gole di Valsolda, sbucarono su quel di Menaggio colla speranza di eccitare a rivolta gli alpigiani del Lario e per Como piombar su Milano: ma pochi e male armati, attaccati dai gendarmi presso Porlezza e sbaragliati, avevan dovuto salvarsi colla fuga, e sfiduciati ritornar precipitosi nella libera Elvezia, a piangere i compagni perduti! Azzo se n'accorò, e lasciata Lugano s'era confinato a Losanna, ove visse parecchi anni scrivendo e cospirando. Ma la buona stella della libertà era sorta sull'orizzonte anco per la povera terra dei morti, ed Azzo lasciava il Vodese e passato il Sempione calava ad Arona, dove con Garibaldi piombava sul lombardo e da valoroso combatteva a Sesto, a Varese, a S. Fermo. Sospesa la guerra, dalle rive del Garda faceva voto di viver nell'armi in servigio della patria, e da allora cingeva la spada. Inviato negli Abruzzi, aveva assaltate con guerresco ardimento molte bande liberticide e per un anno s'era battuto con costanza e coraggio fra quelle gole insidiose ed in quelle boscaglie selvaggie. A Napoli aveva conosciuto Rapisardi ed amicizia calda e sincera erasi stretta fra loro: due giovani, entrambi innamorati del poetico e dello strano, entrambi ardenti e baldi, potevano non unirsi coi santi vincoli dell'affetto? Vissuti così un inverno, erano partiti assieme per Corsica e in quell'isola illustre per illustri natali Azzo aveva salvata la vita ad Arrigo: non chiedermi come e perchè; fu un mistero per tutti, e il biondo valtellino avevane giurato il segreto al bruno messinese! Riconoscenza ed amore legavano dunque lo sposo di Emma al comandante del Faro; replicati baci rannodarono la fratellanza ed il rossore delle gote ed il lampo degli sguardi ben mostrarono agli attoniti astanti quale e quanto gaudio commuovesse i lor cuori!

--Lui?... Arrigo?!--con sorda voce ripetè il padre di Zelmira.

--Lui?--chiese Pierio, che incerto e concitato guatava con raccapriccio il sinistro aspetto di Bizco e mirava con ansietà Arrigo e l'uffiziale--lui?

--Sì, lui... l'uccisore della mia figliuola!

--Lui?

--Arrigo Rapisardi!

--Il seduttore?...

--Sì, Pierio, lui, lui! È Dio che ce lo invia!

--Quale arcano...

--Snuda il pugnale, Pierio, e compi il tuo giuro.

--Qui?

--Qui.

--Qui, padre mio, fra tanti armati?

--Qui, non monta... Affrettati Pierio!

--Oh Dio mio... mi fa paura il sangue!

--Pierio, Pierio, hai giurato!

--Maledetto giuramento... qui, in un forte!?

--Qui, è l'onor di Zelmira...

--Oh Zelmira!