Le streghe dono del folletto alle signore

Part 6

Chapter 63,781 wordsPublic domain

Convien credere che Brudemort, essendo stato una volta battuto dal valente principe, avesse deposti i pensieri ostili, perchè oltre avergli fatto da moglie in buona pace, seguì a soccorrerlo poi. Carlo Magno diede un torneo, Riccardo vi accorse, vide alla festa la figlia del re d'Inghelterra, e se ne invaghì, ma non giunse ad ottenerla in isposa; ei che vinse gli spiriti non temeva gli uomini; era innamorato, e si rapì la giovinetta. Il re d'Inghilterra l'ebbe per onta, volle vendetta, corse con molte armi sugli stati di Riccardo dimandando la figlia; allora Brudemort venne in sua difesa: gli alleati sconfissero gli inglesi, e Riccardo celebrò colla vittoria un bel par di nozze.

Però anche il folletto non fa servigi senza ricompensa; Brudemort aveva guerra con un altro demone Burgifer; chiese soccorso a Riccardo che acconsentì di buon amico. Si armarono, ed uniti andarono in una foresta; ivi era il re dell'averno, assiso sopra una sedia tutta nera, levata al piede di un olmo largo e spazioso; vestito di velluto nero, faccia terribile, cinto da numeroso stuolo di spiriti tutti neri, molti armati, altri senz'arme. Il re infernale li squadrò da capo a piedi, li commendò, ed ordinò loro di disporsi alla battaglia. Si trovarono presto con Burgifer; Riccardo volle misurarsi pel primo; corsero furiosamente ad incontrarsi, si ruppero le lance, vennero alle spade, scintillarono gli scudi e menarono colpi alla disperata, ma Riccardo era più poderoso, e il nemico chiese misericordia e si diede vinto; si fece la pace, e Burgifer rese omaggio a Brudemort.

Dopo tante vittorie Riccardo non avea più freno, pensò alla conquista. Carlo Magno mandò i suoi baroni e cavalieri ad una spedizione in Terra-Santa; Riccardo vi si rese in abito sconosciuto; battè e sconfisse i paladini di Francia in un torneo; poi trasse in Inghilterra, commise azioni di gran valore, e si fece proclamare re. Tutto questo perchè era uomo che non aveva paura neppure dei demoni.

VI.

Il Castello degli spiriti.

Però il genio Malarbetto non è sempre paziente come avvenne con Riccardo: se la passò un po' male un Olandese, che, come narra una cronaca d'Utrecht, volle penetrare un castello incantato, rôcca levata in deserta landa, cinta di fosse, torri e merli anneriti dal tempo e dai licheni. Erano chiuse sempre le porte, nessuno poteva penetrarvi; narravansi meraviglie; vedersi solo di notte mostri, donne, demoni, giungere a volo per l'aria ed entrare per la parte del tetto; ivi fare i loro congressi le streghe, celebrarsi il Sabbath. Tutti passavano tremando presso il castello, guardavano con terrore, e non osavano accostarvisi.

Un giovine di belle forme, ardito, udì quelle maraviglie, e fu punto dalla curiosità di visitarlo: chiamò a suo ajuto un mago possente nella propria arte e negli scongiuri, condusse seco due valletti armati, penetrò nel castello. Era silenzio nella corte, e sotto le vôlte de' grandi porticati, che rispondevano cupamente con un roco risuono all'alternare dei passi del profano. Appena pose piede nell'atrio, eccogli una vecchia che gli attraversa la via; una mano invisibile respinge il viaggiatore. Questi chiamò il soccorso del mago, che alza la bacchetta e scongiura; la vecchia fugge tramutata in nibbio, ma per farne vendetta prende i due scudieri pel naso, e se li porta a volo come se fossero pulcini.

L'audace giovane non ismarrisce, inoltra in una sala deserta, silenziosa, ove in mezzo eran ossa disfatte e in polvere. Quella vista lo atterrisce, ma il mago lo rinfranca ponendogli al collo un amuleto, e innanzi; ed ecco sbucare dalla soglia un orso e muovere contro il profano: questi trasse la spada, ma si ruppe al toccare della belva; venne a soccorrerlo il mago, e l'orso fu stretto fuggire. Poco dopo diruppe una pioggia di sangue e un fragore di lamenti; il giovane mosse alla stanza onde venivano, e trovò uno scheletro incatenato, il quale aveva il cuore che batteva e gli occhi che giravano nelle occhiaje.

A sì strani portenti già il viaggiatore perdeva la ragione, ma il mago abbruciò dei mirti verdi, e tosto mutò scena: apparvero tappezzerie e fiori, una mensa e vivande servite da mani invisibili, e gli ospiti audaci si posero al desco e si rifocillarono.

Non durò a lungo quella fortuna: quando si servirono le frutta, venne bujo, tuoni, saette, un rimbombo in tutte le parti del castello: cadde la folgore sulla mensa, e la distrusse, s'infiammò la stanza, s'aprì la vôlta e grandinò una falange di mostri che ingrandivano, ingigantivano, altri coll'ale, altri di fuoco, uccelli, rettili con teste umane, insomma si aprì il Sabbath. Una strega portò un fanciullo neonato, lo si uccise e si pose allo spiedo pel banchetto: cadde un'ampolla nera, tutti s'inchinarono, ne escì il presidente del congresso e se gli intrecciò intorno una danza.

Intanto che maestro Leonardo si godeva quel tripudio, vide i due profani, sebbene si fossero avvolti da una nebbia e celati all'assemblea; diede un grido, furono scoperti; si sciolse l'infernale congrega e tornò il bujo.

Restati soli, il mago invitò il coraggioso amico a prendere riposo, e si adagiarono sul letto ov'era lo spettro; ma poco dopo questi si alza, impreca sul loro capo perchè turbassero il riposo de' morti, e leva la mano per strangolarli. Il mago lo scongiura a sospendere e a manifestare la propria sorte, solleva la bacchetta del comando e minaccia toccarlo. Lo spettro fu preso da timore, rispose:

— Perchè mi sforzi a rompere il silenzio che serbo da cento anni? Io mi chiamo Lenderbonne: il fondatore di questo castello mi prese al suo servizio nella mia gioventù. Non era maritato: una sera si bagnava al chiarore di luna, vide una giovane che annegava, la salvò, e siccome era bella, la sposò e venne con lei ad abitare questo castello. La sposa gli partorì un figlio, ma appena nato sparve colla madre. I saggi, consultati in proposito, risposero che il mio padrone aveva sposato un demone succubo, e indovinarono. Un giorno ch'io percorreva la foresta col padrone, essendomi dilungato da lui e postomi dietro una macchia frondosa, ei mi scambiò con un lupo e mi mandò all'altro mondo. Vi trovai sua moglie. — Lenderbonne, mi disse, torna sulla terra: vi ho lasciato uno sposo che mi fu infedele, e lo scopersi coll'arte mia; dagli la morte. — Fui forzato ubbidire. Dopo quel delitto, costretto a restare nel castello, ho strangolati i mortali che hanno osato penetrarvi. Quantunque io non sia colpevole che per forza, sostengo ancora la punizione de' miei omicidj; il sacrificio di una gallina nera consumato da una mano innocente, può solo mettere un termine al mio supplicio. —

Allora il mago commosso, promise allo spettro di liberarlo da quella pena, se gli restituiva i due scudieri che aveva rapiti. Apparvero tosto, e i quattro compagni uscirono dal castello, e all'indomani liberarono lo spettro col sacrificio della gallina nera.

Queste credenze di spettri condannati a correre una penitenza sulla terra erano popolari, e vediamo anche Boccaccio immaginarne una novella, i poeti alemanni farne argomento a que' loro racconti tetri e melanconici di morti e di ombre. Ne leverò ancora due dalla _Spectriana_, che sono piuttosto comici.

VII.

La barba di uno spettro.

Uno spettro visitava da lungo tempo un castello della Sassonia, metteva spavento in tutti coloro che ardivano prendervi alloggio, usando loro malvessazioni indiscrete, talchè già da parecchi anni era inabitato; un giovine animoso divisò di passarvi una notte, e prese seco all'uopo provvisioni, lume ed armi. A mezza notte, mentr'era sul dormire, udì da lunge un tintinnìo di catene, e dopo strascinate alcun tempo pei corritoj, si girarono le chiavi, si aprì la porta della stanza ov'egli ricovrava, e vide entrare un grande spettro pallido, macilento, colla barba lunga e che recava un astuccio. Il giovane stette fermo, lo spettro chiuse con diligenza la porta, ed accostatosi al letto fe' segno all'ospite di levarsi, gli mise un accappatojo sulle spalle, e gl'indicò colla mano un banco sul quale gli accennò di sedere. Il giovine che già erasi alquanto impaurito, sbigottì fortemente quando vide che il fantasma trasse dall'astuccio un piatto da barbiere, ed un immane rasojo; tuttavia dopo si rinfrancò, e lasciò che l'altro proseguisse. Allora lo spettro con tutta gravità, gl'insaponò il mento, gli tonse con molta diligenza la barba e i capelli; e poi gli levò l'accappatojo.

Sin qui nulla di nuovo; era noto al giovane che lo spirito tondeva in questo modo tutti quelli che dormivano nel castello; ma si aggiungeva innoltre che dopo averli rasi, malmenava a colpi del suo grosso e scarno pugno. Il giovane sbarbato si levò dal seggio senza poter soffocare un doppio spavento: fissò gli occhi allo scheletro per vedere se non gli tempestava il resto sulle spalle; tuttavia, non perdendosi affatto d'animo, si rinfrancò ancor meglio, vedendo che l'ombra si poneva sul seggio al di lui posto, e gli accennava l'astuccio che aveva deposto sur un tavolo. Tutti quelli che lo avevano preceduto nel castello, furono presi da tanta paura che erano caduti in isvenimento, mentre si tagliava loro la barba, e questa era la causa che ne fossero malmenati a pugni. Il giovane notò la lunga barba del fantasma, e tosto si accorse che dimandava lo stesso servigio che gli aveva reso; gli fece una buona saponata, e con coraggio gli rase la barba ed i capelli.

Appena fu compiuto quest'ufficio, lo spettro che fino allora era stato muto, parlò come persona viva, seppe cortesia al giovine come a proprio liberatore, e narrò che nel buon tempo passato egli era feudatario del paese, e che teneva il costume inospitale di tondere irremissibilmente tutti i pellegrini che prendevano alloggio nel proprio castello; sicchè per dargli castigo un pio levita, reduce di Palestina, lo aveva condannato a tondere dopo la morte tutti gli ospiti, finchè non capitasse uno tanto audace da radere lui pure. — Sono trecento anni che dura la mia penitenza, e tu mi hai liberato — soggiunse lo spettro, e dopo avergli rese di nuovo le maggiori grazie, partì.

Il giovane ardito, pienamente sicuro, dormì saporitamente; indi comperò il castello per picciolo prezzo e vi passò molti anni beatamente con forte maraviglia de' terrazzani, che lo spacciavano per un valente incantatore.

VIII.

Una donna e le orecchie d'un folletto.

Si dice che le donne menano gli uomini pel naso, è loro virtù; esse valgono a qualche cosa di meglio se una non ebbe timore di pigliare il folletto per le orecchie. Madama Deshoulieres andò ad alloggiare in un castello: fu posto tutto a suo ordine, meno una stanza che se le disse abitata da uno spirito: curiosità femminina! Desiderò vederlo, volle dormire in quella stanza.

Poichè fu adagiata e spense il lume, udì spinger la porta mal chiusa, e qualcuno muovere a passi gravi verso il letto, aprire le cortine e stendersi sulle coltri: madama coraggio, s'alza, minaccia, e non le è risposto; ella s'adira, allunga le mani, e le capitano due larghe orecchie vellose: le crede quelle del demone infesto, le prende strette, e dice: — Ti voglio vedere. — Chiama gente, e si scopre che il diavolo, il quale era nelle unghie di madama, era un grosso cane che ogni notte andava a dormire in quella stanza.

Se si volesse dare la storia di tutti i luoghi che si credevano incantati, si avrebbe quasi sempre questo scioglimento: o malizia degli uomini o fortuite circostanze, che nella paura prendono forma di prodigio!

IX.

Ancora il Sabbath.

Or bene, credete forse che tutta questa razza di streghe, di fattucchieri, di negromanti, sparsi sulla superficie della terra, e tutti appartenenti ad una grande associazione, potessero passarsi senza conferire insieme per stringere i legami e avviar meglio le faccende comuni? Non vi hanno umani consorzj senza corrispondenze e congressi; verranno a termine con molte chiacchiere, non importa, purchè si facciano.

Diversi erano i modi co' quali i maghi corrispondevano fra loro. Alcuni mandavano a volo gli spiriti che avevano a proprio servigio come noi i corrieri per le poste; altri si adagiavano in certe positure a divisate ore del giorno, e vedevano e sentivano quanto un altro mago nella stessa attitudine volea significare e far loro vedere; altri finalmente scrivevano o in terra o sopra alcune pietre fatate, cifre e simboli, la luna li specchiava e tosto li ripercuoteva a quello cui erano diretti, che gli leggeva senza cannocchiali; per tal modo i maghi si ricercavano a vicenda con mutui discorsi e insegnamenti. Le streghe non avevano questo privilegio; bisognava si dessero fastidio di muoversi, di uscire di casa e si incontravano mutate in gatti sui tetti, od in civette sulle piante.

Però queste erano conferenze di poco conto, erano visite di amici; più gravi bisogni chiamavano sovente maghi e streghe in generali congressi a luoghi divisati: allora bisognava che si ajutassero ne' viaggi dalle proprie arti.

Diversi erano i modi con cui andavano da un luogo all'altro, quanto erano vaghi i capricci dei maghi. Abaris soleva viaggiare a cavallo della sua bacchetta magica; abbiamo veduto che lo Scoto andasse a Parigi con un demone tramutato in ronzino: spesso ove erano molti maghi in viaggio corsero fino alcune barche che navigavano per l'aria. Altri volavano in seno a qualche nube, altri avevano un legaccio che stringevano al piede, e in poche ore facevano lunghissimo cammino; molte volte stendevano alla sera a terra il mantello, e standovi seduti sopra, a grande agio, si trovavano col dì nascente ove era loro in piacere: alcuna volta viaggiavano fino coricati sui letti, come vediamo nel Boccaccio i maghi di Saladino facessero in una notte trasportare messer Torello dall'Oriente in s. Pietro in Ciel d'oro a Pavia. Alle streghe però non era facoltativo viaggiare con tanta dignità, prendevano per cavallo una scopa, un montone od una capra, ma più spesso si spalmavano cogli unguenti dei quali Vierio e Cardano vollero darne la ricetta; allora erano trasformate in qualche uccello o bestia e giungevano spiccie al loro destino.

Le loro universali congreghe si chiamavano Sabbath: i nostri lettori fecero la prima conoscenza con tutta codesta diabolica genìa in uno di questi congressi.

Il Sabbath tenevasi nelle notti dal mercoledì al giovedì, o dal venerdì al sabbato: alcuni credono si chiamasse Sabbath dai Sabbazj, antichi popoli, primamente convocati da Orfeo, o da Saboè, parola con cui s'invocava Bacco nelle orgie.

Questo congresso tenevasi talora in un trivio, in un quadrivio, ma più spesso in un luogo deserto alle falde di un monte presso qualche grande pianta, meglio sulle rive di un lago od in maremma per aver più facile l'elemento a fabbricare le tempeste; il terreno ove si celebrava il Sabbath si spogliava di vegetazione: tali erano i campi di Benevento presso un gran noce, tale quel circolo rotondo che vide lo Strozzi presso Vicenza.

Così le brughiere del milanese sono da alcuni credute inaridite dalle streghe, terre di maledizione ove non doveano crescere nè piante, nè virgulti; venne però l'irrigazione e l'agricoltura a sciorre l'incanto.

Chi fosse presidente dell'assemblea, che vi si operasse, ognun già sel conosce che vide la prima scena di questo dramma fantastico; ivi maestro Leonardo, i maghi, fattucchieri, streghe e rospi, loro cavalieri serventi, facevano quanto era di più strano e di più nefando.

Però non tutte le streghe trovarono il Sabbath sì spaventoso: Maria della Ralde condottavi per la prima volta di dieci anni, diceva che parevale di andare a una festa di nozze, non già per immodestie di cui non aveva mai veduto farne, ma perchè lo spirito che signoreggiava, teneva sì legate le loro volontà e i loro cuori, che non v'avea luogo altro desiderio; vi era inoltre una musica sì armoniosa che credeva di essere in paradiso.

Al Sabbath vi erano fuoco, cucina e mense, e buona illuminazione, giacchè Antonio Dumonsar fu castigato perchè vi portasse le candele: al Sabbath vi erano suonatori e mimi, si ballava, e si decidevano le sorti dei mortali, ai quali si volevano apportare tribulazioni coi maleficj. Tutti i riti di questa congrega sono provati da testimoni di veduta che li deposero in solenni processi, la maggior parte stampati da Delancre; e vedremo più innanzi di quanta autorità fossero questi processi.

CAPO VII.

LE PURGAZIONI.

Gli uomini che si studiarono di trovare farmachi a tutti i mali, non potevano restare inoperosi a ricercarne contro questo fantasma della magìa, da cui avevano tanti malanni. Anzi per applicare meglio i medicamenti, moltiplicavano i mali, creavano fatturati e fatturatori in ogni luogo; quindi vi davano rimedj or miti, più spesso tremendi: erano ora il medico che sana con blande medicine, ora il chirurgo che adopra il ferro ed il fuoco.

I.

Amuleti.

Tutti gli animi timorosi dell'influenza della magìa, procuravano di vestire un usbergo che ne rintuzzasse le ferite; erano amuleti diversi. Di consueto si facevano di pergamena ma presceglievasi la vergine: ecco come si formasse: prendevasi un agnello che non avesse generato, si chiudeva in luogo segreto, e formato un coltello col legno d'un anno e scongiuratolo, lo si adoperava per iscorticare l'agnello: poi trattane la pelle, l'aspergevano di sale, la ponevano per quindici giorni al sole; quindi presa una pentola dipinta a caratteri misteriosi, vi si immergeva la pelle con calce viva; dopo alcuni giorni la si ritraeva, se le toglievano i velli, si faceva essiccare e si adoperava per farne amuleti.

Con un brano di pergamena vergine si componeva il pentacolo: attendevasi a quella cura al mercoledì del primo quarto di luna, a tre ore di mattino in una camera aperta, imbiancata di nuovo. Ivi si hanno penne, oro, colori tutti consacrati, e con questi si fanno tre circoli l'uno chiuso nell'altro con quest'ordine: oro, cinabro e verde, e in mezzo un triangolo. Si scrivono fra i circoli dei nomi sacrosanti, e le parole _formatio_, _reformatio_, _trasformatio_, e in mezzo la più potente, _agla_; si fanno profumi, si pronunciano orazioni e scongiuri, ed il pentacolo è formato. Talora invece della pergamena usavasi una lamina d'argento o di rame, e vi si incidevano parole e circoli colle stesse cerimonie.

Eguali sono i _talismani_. Si scrivevano su una pergamena tagliata a tondo dei segni celesti e si adoperavano egualmente dai maghi per le loro malìe, dai timidi per schermirsene.

Un altro talismano si solea formare colla verbena; quegli che attendeva a prepararla stava fisso all'oriente, fermava la sinistra mano sull'erba, pronunciava mistiche parole e se le girava attorno senza mai volgersi addietro; infine la cuoceva con legna benedetta.

Finalmente un amuleto che tutti solevano portare sulla persona era la parola _Abracadabra_, scritta e ripetuta a triangolo sur una pergamena in maniera, che da ogni parte che si leggesse dasse la combinazione dell'intera parola o d'una parte. Eccovi il simbolo che ho posto a prefazione di questo libro, perchè mi riparasse le maledizioni di quelli che ne sono annojati.

Questa possente parola valse anche contro la seduzione; un galante narrava tutto commosso ad una signora a cui non piaceva, che aveva il cuore lacerato, che spasimava, che era lì per morire, ed essa freddamente gli rispose _Abracadabra_. Il povero diavolo vide che gettava il suo fiato, e gli morirono le parole sulle labbra; prese il cappello e muto partì.

II.

Degli esorcismi.

In tempo che credevasi allo stregamento, molti, confondendo il vero col fantastico, erano facili a porsi in capo che qualche spirito diabolico prendesse abitazione ne' loro corpi; però il ministro ecclesiastico che sempre soccorre nelle necessità ai credenti, non poteva restare indifferente a tante loro perturbazioni, e trovò maniera a liberararli dai mali e a ridonarli alla pace coll'esorcismo. Convenne però che anche i più prudenti nei rimedj si accostassero all'indole dei mali, e in tempi rozzi usassero formole se non materiali, che almeno parlassero ai sensi; se non che alcuni sì le moltiplicarono che indussero gravi errori, i quali vennero poi condannati da varj concilj.

Teneansi diverse maniere di esorcizzare. Primamente, e quelli che erano posseduti dal demonio, e quelli che dovevano scacciarnelo, aveano certe regole oltre le quali non conveniva trascorrere e per non cadere in peccato, e perchè non andasse a vuoto l'esorcismo. Di queste molte sono prescritte nell'_Enchiridion_ di papa Leone; altre si trovano in una Collezione che Bernardo Sannig ordinò di scongiuri, benedizioni ed esorcismi.

III.

Carattere degl'indemoniati.

Allorchè presentavasi qualche sgraziato che cercava essere liberato dal demone che il possedeva, doveasi innanzi tratto esaminare se non lo affliggesse qualche malore, o veramente lo turbasse uno spirito nemico; distinguevansi i segni che indicavano un fatturato in certi ed in probabili. Dei primi era il parlar bene ed a lungo una lingua sconosciuta, e profetare cose lontane ed occulte: dei secondi tremare al suono delle sacre parole, usare motti e contorsioni, abborrire dalle cose sante; insolita grossezza del corpo e del volto, e forze maggiori che non si convengono all'età ed alla persona. Si aggiungevano pure l'insensibilità, la sordidezza, l'immobilità, i borborigmi di ventre, occhi immobili, salassi senza sangue, vomitare molte spille; insomma una specie di cholèra. Però era di necessità interrogare lo spirito che invadeva lo sgraziato, del suo nome, di sua condizione, se fosse solo od accompagnato, in qual tempo avesse penetrato quel corpo e qual causa ve lo avesse condotto. Siccome poi in queste risposte il demone sovente ripeteva le più strane cose del mondo, e sovente anche l'esorcizzante gli faceva strane interrogazioni, Sisto V proibì di domandarlo di cose che non appartenessero all'esorcismo, ed ove fossero donne di non dare interrogazioni che potessero molestare al pudore.

IV.

L'esorcismo.

Poichè aveasi certezza che il penitente fosse indemoniato, si tracciava un circolo con un carbone, e vi si faceva entrare il paziente; se gli faceano sopra infinite croci, se gli posava sul capo il pentacolo o la verbena od altre reliquie, e recitavansi devote orazioni; finalmente con tre diversi scongiuri, l'uno più tremendo dell'altro, si discacciava lo spirito maledetto. Non occorre ricordare che in questi scongiuri, come li abbiamo osservati nel Sannig, invocavasi quanto vi ha di più sacrosanto nella religione: però alcuni quasi dubitassero che lo spirito più di quelle invocazioni dovesse temere la forza di alcune parole, vi accoppiarono molti nomi ebraici che col loro suono mettessero la fuga nello spirito nemico; uno scongiuro di san Zaccaria, comincia: — Maledetti e scomunicati demonj, in virtù di queste parole _Emmanuel, Sabaoth, Adonay, Athanatos, Ischyros, Eleison, Imas, Irios, Tetragrammaton_. —

Mentre seguivano queste preci e cerimonie, gli indemoniati sovente si rotolavano per terra, parlavano lingue orribili e diverse, faceano contorcimenti e mandavano lunghi ululati, finchè non fosse fuggito lo spirito che li tenea. Finalmente rigenerati alla grazia, spossati per tante fatiche, tributavano inni di ringraziamento e promesse divote.

V.

Imposture di alcuni indemoniati.

Sarà agevole comprendere come alcuni, o per melanconìa o affetti da malattia, od anche per ingannare altrui, potessero far credere che li governasse il demonio, e quindi destare la compassione e la misericordia dei più creduli, i quali non di rado erano larghi ai posseduti, di elemosine, perchè potessero viaggiare ai luoghi di maggiore santità per purgarsi o cercare esorcisti di maggiore virtù.