Le seduzioni - Le vergini folli
Part 1
AMALIA GUGLIELMINETTI
LE SEDUZIONI
LE VERGINI FOLLI
_Con prefazione di_ G. A. BORGESE
18º MIGLIAIO
TORINO-GENOVA S. LATTES & C., EDITORI
PROPRIETÀ LETTERARIA
TORINO — Tipografia VINCENZO BONA (13881).
UNA POETESSA
_Saffo dalle chiome di viola. Chi se l'immagina rediviva? I secoli l'hanno circonfusa in una nebbia leggendaria di ardente impurità. Immaginate dunque il suo spirito riemerso dall'onda Egea, trasmigrato verso un'ansimante metropoli moderna, vestito un'altra volta di membra giovanili e di panni che non ondeggiano intorno al libero corpo, come il peplo della fanciulla greca, ma lo stringono dentro una morbida guaina, come la moda di Parigi comanda. Non passeggia, circondata di alunne e coronata di fiori, sul margine delle rupi ascoltando il singulto del mare, ma solitaria e frettolosa, sepolta nell'ombra dell'immenso cappello piumato, sguscia nel trambusto crepuscolare della città rosseggiante sotto le lampade appena accese, prestando orecchio al confuso romorio delle cupidigie che si risvegliano nell'ombra. Brutta, come Giacomo Leopardi la pensò, ed amorosa della morte perchè respinta da un crudele Faone? No. Leopardi cercava ingenerosamente, per consolarsi, una compagna della sua miseria. Se gli occhi foschi e profondi di Saffo rediviva sogguardano dalle palpebre reclini, tutta la figura s'accende in un improvviso lampo di bellezza. Ma, se in fantasia l'accecate, se per un momento la considerate come una statua diserta dalla luce della sua passione e del suo dolore, ecco vi sorprende in quella femminilità non so che di troppo rude e mascolino ed aspro. Forse troppo larghe e potenti le mascelle, forse troppo secca e diritta la sagoma dall'occipite al tallone e troppo lunghe le dita ed un po' roca, come per un fremito perenne, la voce. Bella, ma di una bellezza aspra e funesta; immagine di nemica formidabile sebbene inerme, che soffre ella medesima della sua ostile solitudine, ma pur non sa piegarsi, e non vuole, ad amare come gli uomini vogliono essere amati. Abbandonandosi, minaccia; abbracciando, respinge. Ha un sorriso di felicità che sembra ghigno di scherno; se promette la fedeltà la sua promessa trema sulle labbra con la febbrile vibrazione della colpa. Non nasconde uno stiletto nella manica sinistra? E Faone non l'ama, quantunque ella lo cerchi con smisurato ardore. Ha paura. Non dello stiletto, ma dell'ardore con cui la donna l'ama. Preferisce le facili galanterie o i sonnolenti vincoli matrimoniali a questo vortice di fiamma, ove l'anima sua s'incenerirebbe. Passa oltre, desiderando e tremando. E passa oltre anche Saffo, non per osare il salto suicida dalla rupe di Leucade, ma per cantare, irridendo, un canto di selvaggia sfida e di crudele impudicizia._
_Io non so, nè credo che a questa immaginazione corrisponda la persona di Amalia Guglielminetti. Io parlo della sua poesia. In una incredibile concentrazione fantastica, questa fanciulla ha vissuto la vita della peggiore femmina moderna; amante, attrice, adultera, cortigiana. Essa ha letto, al chiarore perverso d'una lampada incerta, i grandi romanzi francesi._
_Romanzi letti con anima piena_ _di febbre, a notte, mentre in ombre il lume_ _ripeteva negli angoli ogni scena._
_L'amata emersa dalle trine a spume_ _e l'amante a' suoi piedi, ebbro di lei,_ _si sprigionavan molli dal volume._
_Illanguidiva i suoi grand'occhi rei_ _smaniosa d'amar la Bovary,_ _o con la barba a punta e con i bei_
_denti rideva fatuo Bel-Ami._
_Ed ecco la lettrice si trasfigura in protagonista. Che cos'è la donna vera e vivente? Una costola strappata dal fianco di Adamo. Essa è la materia plastica, nella quale la volontà mascolina si foggia la figura visibile del suo desiderio. Ester, Medea, Alceste, Lalage. Beatrice, Laura, Francesca. Ogni grande poeta ha fabbricato nella solitudine del suo sogno il simulacro dell'amore e della bellezza, perchè le donne viventi gli s'affollassero con ansia dintorno imitandone le fogge ed i modi. Sanguinaria e frodolenta affermatrice del sesso e della razza nei libri biblici, crudele dominatrice, “urna di tutti i mali„, nella primitiva immaginazione greca, sale o decade alla funzione di schiava domestica in Roma, che fila la lana incuriosa degli intellettuali splendori in cui folgoreggiano le venali nipoti di Aspasia. Le figure contraddittorie della superdonna, della sposa e della cortigiana s'incrociano ancora indecise nell'antica poesia, ma le letterature moderne si dividono nettamente il còmpito. Sorge in Italia la donna angelicata, la radiosa creatura di perfezione che “al ciel conduce„, e si chiama Beatrice, ma subito dopo s'umanizza alquanto in madonna Laura. Rimane ai tedeschi l'eredità di Giuditta, di Medea, perchè l'indomabile e perfida eroina rinasca nella Crimilde dei Nibelunghi e seicent'anni dopo generi un'intera prosapia di meravigliose criminali nell'opera di Hebbel è di Ibsen, cui non da lontano somiglia quella di Wagner. La pura e devota compagna dell'uomo soffre tessendo corone di disperata fedeltà nel dramma e nel romanzo inglese; mentre la letteratura francese, sviluppando l'esile germe che Catullo aveva deposto nelle sue tenere ed irose odicine a Lesbia civetta e bugiarda, dimentica le sottili smancerie di Gianfredo Rudel, seppellisce le taciturne e pazienti compagne dei paladini, ed elabora alla perfezione quella che per antonomasia si chiama la donna moderna: quella che Molière inventò in Climena per vendicarsi della moglie, quella che si chiama Jacqueline in De Musset e Michelle de Burne in Maupassant, che percorre col nefasto fruscìo delle sue sete la scena di mille drammi e di mille romanzi e strappa come gocce di sangue le rime al cuore di venti poeti lirici. Questa donna non ha ancora trent'anni, ma li ha quasi, è ricca ed ha un marito ricco, non è bella, ma splende di una grazia irregolare e capricciosa, non ama, ma si dà; non abbandona, ma tradisce. Non sposa e non cortigiana, non dominatrice nè schiava, ma semplicemente anarchica, essa è la donna libera nella famiglia costituita, la creazione più singolare della Francia, un incomparabile strumento di piacere, un inimitabile oggetto di lusso, un detestabile arnese di tortura. Bergeret l'ha chiamata “la parigina„. Essa è parigina di nascita ed è il segreto e palese tormento di tutte le provinciali, francesi od italiane che siano._
_Quando le donne si riconobbero in madonna Laura, ne vennero fuori i sonetti di Vittoria Colonna e di Gaspara Stampa; quando si riconobbero nelle candide spose shakespeariane, germogliarono le rime di Elisabetta Barret-Browning. Ma nessuna ebbe il coraggio di proclamarsi l'eguale di Beatrice Portinari. Ci voleva troppo orgoglio. E nessuna fin'oggi aveva osato di foggiare la sua femminilità secondo il modello della _Parigina_ di Becque. Era anche più arduo, perchè l'orgoglio non bastava senza un'inconcepibile dose di umiltà, essendo la donna francese una creatura dell'amore e del disprezzo degli uomini._
_Ecco ora Amalia Guglielminetti. La protagonista di _Notre Cœur_, ma più sensuale ed ardente, è uscita dalle pagine del romanzo, è divenuta poetessa, si canta e si confessa da sè, quale Guy de Maupassant invano l'amò. Poetessa di qual valore? Evitatemi la pena di tentare una comparazione. Costei è un'artista di tale strepitosa forza che bisogna lasciarla sola._
_Le _Seduzioni_ sono il romanzo autobiografico di questo tipo ideale di donna moderna. Romanzo senza intreccio; tutto quanto di momenti psichici, fissati in una settantina di strofe, ciascheduna di tredici versi ordinati in terzine._
_La protagonista vive nel suo sogno di folle giovinezza, solitaria e superba, senz'altra gioia fuor di quelle che ad ogni ora le finge la sua voluttuosa immaginazione. Non vale piangere, v'è la Giovinezza, sua unica amica che l'accompagna e la consola._
_Tenti la lode e mormori: — Sei bella!_ _e scherzi: — Hai sui capelli una corona..._ _e m'accarezzi come una sorella_
_finch'io non ti sorrida: — E tu sei buona!_
_Altre volte ella ha cantato pene d'amore, nei _Canti della Giovinezza_, nelle _Vergini Folli_, che attraverso l'aspra fatica del sonetto, in cui l'alunna di Vittoria Alfieri tormentava la sua cocciuta libertà subalpina desiderosa di classici freni, trasparivano i primi segni della futura perfezione. Aveva cantato la sua pura passione._
_Io piangevo così note d'amore_ _come la cieca in sul quadrivio, volta_ _al sole, canta il suo buio dolore_
_e non s'avvede che nessun l'ascolta._
_Ora non più; non più l'amore, ma l'indifferente ed ostile desiderio. La Primavera l'ha guarita:_
_Scossi da me l'antico e il nuovo danno_ _e balzai, folle di desii fugaci,_ _incontro al riso d'ogni bell'inganno:_
_gli risi coi notturni occhi: — Mi piaci!_
_Conosce ora il fascino degli occhi ignoti, che abbagliano con un vorace sguardo, conosce la gioia di mutare il vecchio laccio corroso con un nuovo laccio di fiori, e gli sguardi che son “come mani d'amanti, indugianti ignude entro un tesoro di feminee chiome„ e il silenzio adescante dei parchi solitarii e la tentazione delle gemme esposte nelle vetrine abbarbaglianti. Conosce la mano virile “lenta in ogni suo gesto, ma febbrile nella carezza quasi da far male„ e l'ebrietà dei profumi e la mollezza dei frutti rari e la frenesia del lusso e la soavità delle morbide stoffe iridate:_
_So l'ombra delle piume in cui la faccia_ _s'imbianca d'un languor di passione_ _in cui la bocca bella, benchè taccia,_
_parla parole di seduzione._
_Sente il calore soffocato delle voci che chiamano dall'ombra, l'oscura nostalgia delle sere cittadine, il piacere di sferzare l'orgoglio dell'amante, l'impura gioia di concedersi per carità. Ecco, una donna incrocia col passo lento dei due amanti la sua rapidità leggera, e li saetta di sotto il ciglio basso. Egli segue con l'occhio e col desiderio la passante, ed esclama: _Com'è bella!_ Essa lo lascia di scatto con un gran riso “d'ilare odio e di pietà beffarda„. Conversazioni astiose, congedi improvvisi, paci torbide, gelosie iraconde, menzogne voluttuose, capricci malvagi, avventure _sans lendemain_, ansie per la giovinezza che fugge, ricordi trepidi della purità conventuale, convegni notturni e letture proibite, desiderii dell'ignoto e languide convalescenze, segreti intimi e sogni inconfessabili: tutto il triste ed arido ed infecondo arrovellio d'una bella donna senza religione e senza cuore passa fissato in quadri di un'accecante intensità e d'una stupefacente bellezza d'arte:_
_Io non so chi tu sia: so che una sera_ _noi ci gettammo l'anima negli occhi_ _con l'impeto di chi brama e non spera._
_La ripigliammo cauti, quasi tocchi_ _da un dubbio, e ancora la scagliammo a segno_ _come la freccia cui convien che scocchi._
_Senza accostarci, senza altro disegno_ _che quello di guardarci ebbri d'amore,_ _ma disgiunti da un qualche aspro ritegno._
_Così il male durò. Più tentatore_ _d'allora, a tratti, il tuo volto m'abbaglia._ _Curiosità di te mi punge il cuore,_
_desiderio di te me lo attanaglia._
_Mi dispiace il verso, retorico e convenzionale, che ho sottolineato; ma, nel rimanente, la passione convulsa è costretta dentro argini di tale granitica solidità, che i poeti, non le poetesse, son pregati d'imitare, se sanno. E così è tutto il resto; quando la protagonista legge l'ultima lettera d'amore:_
_Balenan lampi nelle ciglia chine_ _della lettrice, e quando un mal represso_ _desio irrompe in parole ebbre alla fine,_
_ella ne freme come d'un amplesso;_
_e quando nelle vie crepuscolari segue, quasi invidiando, la cortigiana imbellettata; e quando ripensa alle glorie ed agl'innumeri amori delle attrici, e quando, deridendo un corteggiatore troppo timido, riepiloga in quattro versi adamantini il suo glaciale disprezzo per se medesima e per il suo sesso:_
_Ciascuna donna è come una via nuova_ _che alcun percorra in notte senza luna:_ _molte sorprese il passegger vi trova;_
_ma le affronta affidato alla fortuna._
_Pari e patta: anche una donna può considerare gli uomini come vili strumenti di piacere:_
_Poichè, se alcun le sue treccie ha disfatte_ _od impresse d'un morso la sua gola,_ _o lasciò le sue labbra più scarlatte,_
ella è pur sempre quella che va sola.
_Con questa feroce dichiarazione si conchiude il poema. Al quale seguono taluni sonetti, più duri, più faticosi, meno precisi, lampeggianti anch'essi di tali bellezze che basterebbero da soli a rivelare un artista di prim'ordine; ma che, pubblicati in coda al poema, impallidiscono. Viceversa, non vale la pena di accennare alle strofe deboli e sbagliate che s'incontrano qua e là come isole di pigrizia in questo lucido fiume di poesia. Trapiantate in un mediocre volume di versi, le cose brutte della Guglielminetti vi farebbero esclamare balzando dalla seggiola: c'è qualcuno qui dentro._
_Annie Vivanti? Ma Annie Vivanti scherza col peccato, e si diverte un mondo a piroettare con biricchina indecenza per scandalizzare i seminaristi. Annie Vivanti è licenziosa; ma l'impudicizia della Guglielminetti è rigidamente vereconda. Perchè la corruzione fatta d'immaginazione più che di costume, e non di costume, è tragica, non è frivola. Annie Vivanti somiglia ad Olindo Guerrini; Amalia Guglielminetti somiglia alla cupa sensualità di d'Annunzio. Intendiamoci bene: somiglia a d'Annunzio per la materia. Ha letto l'_Intermezzo_, il _Trionfo_, la _Laus Vitae_ (ricordate? “altre, pallide e lasse, — riarse d'amore sino — alle midolle — perdute il cocente — viso entro le chiome — con le nari come — inquiete alette, — con le labbra come — parole dette, — con le palpebre come — le violette„). Anch'ella adora le quattro divinità celebrate nella _Laus_: Volontà, Voluttà, Orgoglio, Istinto. E nessun'altra. Gli somiglia pure nella forma, perchè la Guglielminetti, italianissima e classicissima, così classica che pare impossibile in una donna tanta precisione d'immagine, di parola e perfin d'ortografia, si ricollega al più recente maestro. Ma gli somiglia, a mo' d'esempio, come d'Annunzio somiglia a Carducci: per parentela di discepolo a maestro, non per identità d'imitatore a modello. La sua vorticosa originalità ha inghiottite ed eliminate tutte le influenze. E ne è balzato alla luce un miracolo di poesia._
_La forma del verso, del periodo, della terzina è, se volete, un po' troppo generica ed accademica; perfin troppo perfetta. Questa è la principale colpa della Guglielminetti. Ma l'anima che vi spira dentro è tutta sua e tutta nuova: l'amarezza del piacere, il fremito penoso del desiderio instancabile, la fosca penombra del sogno illecito non trovarono mai una espressione così austera nella sua impudicizia, così solenne nella sua futilità. Verranno i moralisti e le caste amiche a lamentarsi che tanto ingegno non sia messo al servizio del pudore e non produca libri da additarsi a modello di “composizione italiana„ negli educandati. La Guglielminetti non perderà il tempo a rispondere che la lascivia pornografica e ridanciana può essere indegna dell'arte, non la lascivia passionale, che, essendo dolorosa, esce purificata dalle sue stesse fiamme. Non ripeterà l'oziosa autodifesa di Marziale: _lasciva nobis pagina_... — i nostri scritti sono impudichi, la nostra vita è pura — ; poichè l'opera d'arte dev'essere accettata o respinta com'opera d'arte, e non malignamente travisata in un documento autobiografico._
_Essa è ben degna di riconoscere se medesima e di percorrere la sua via._
G. A. BORGESE.
Da “_La Vita e il Libro_„. Editore Bocca. Torino.
LE SEDUZIONI
LE VERGINI FOLLI
LE SEDUZIONI
QUELLA CHE VA SOLA
le seduzioni
Colei che ha gli occhi aperti ad ogni luce e comprende ogni grazia di parola vive di tutto ciò che la seduce.
Io vado attenta, perchè vado sola, e il mio sogno che sa goder di tutto, se sono un poco triste mi consola.
In succo io ho spremuto ogni buon frutto, ma non mi volli sazïare e ancora nessun mio desiderio andò distrutto.
Perciò, pronta al fervor, l'anima adora per la sua gioia, senza attender doni, e, come un razzo in ciel notturno, ogni ora
mi sboccia un riso di seduzïoni.
dolcezze
Questo m'abbaglia un attimo e scompare, disperso in lieve polverio di fuoco che cade dietro i monti o dentro il mare.
Solo una meraviglia di bel gioco e uno sprazzo di luce entro i miei occhi ne resta, che si spegne a poco a poco.
Ma sembrami talora che mi tocchi una mano leggiera e di dolcezza viva l'anima chiusa mi trabocchi.
E se cerco chi mai quella carezza tentò nell'ombra con la man furtiva, sorprendo la mia folle giovinezza
che sorridendo, muta, mi seguiva.
la giovinezza
Giovinezza, a te sola io m'accompagno. Tu sai tacere quando son serena, sai parlare quand'io aspra mi lagno.
Sai ammonirmi con la voce piena di blandizia: — Ma piangere che vale? Meglio cantar con voce di sirena.
Mi baleni negli occhi un riso eguale al tremore d'argento d'una stella, meravigliando d'ogni mio gran male.
Tenti la lode e mormori: — Sei bella! e scherzi: — Hai sui capelli una corona... E m'accarezzi come una sorella
finch'io non ti sorrida: — E tu sei buona!
CIÒ CHE FU
l'antico pianto
Quindi prosegua per cammini ombrosi, a fior di labbro modulando un canto che per me l'altra notte mi composi.
Poichè talor non piango io il mio pianto, lo canto, e qualche mia triste canzone fu come il sangue del mio cuore infranto.
Tempo fu che le mie forze più buone stremai in canti a' piedi d'un Signore che m'arse di ben vana passïone.
Io piangevo così note d'amore, come la cieca in sul quadrivio, volta al sole, canta il suo buio dolore
e non s'avvede che nessun l'ascolta.
l'antico desiderio
Seduzïone più d'ogni altra forte, prima d'ogni altra e più cruda fu quella per cui l'invito io ti sorrisi, o Morte.
Per cui il desiderio che flagella la prima volta, sgomentò di muto stupor la mia verginità novella.
E mi conobbi mani di velluto per le carezze lunghe, e per i nomi cari una voce dolce di lïuto.
E sentii nella mia bocca gli aromi d'un frutto al morso cupido maturo. Ma l'acre impurità de' sensi indomi
mortificai con il mio orgoglio puro.
l'antico male
Mortificai la mia anima schiava, ma sotto cruda sferza di sarcasmi l'incatenata più s'umilïava,
più inseguiva per vane ombre fantasmi dolci d'amore, come chi per sete succosi frutti col desio si plasmi.
E fatta a me nemica, con inquete pupille e voce roca e gesto asprigno snudavo l'ansie e le viltà segrete.
Freddo disdegno chiuso in freddo ghigno m'oppose: — Donde vieni? E chi sei tu? Ed io invocai gemendo quel benigno
sonno per cui non v'ha risveglio più.
la guarigione
Ma alle porte del ciel spiò il domani madonna Primavera, vïolette sciolte recando nelle cave mani.
E colei che soffriva si godette un poco di quel riso mattinale che vestiva di fior tutte le vette.
E un'erba o un fiore buono pel suo male, mossa a pietà, la bella maliarda forse le insinuò sotto il guanciale.
Come un'inferma in cui vita riarda a poco a poco, io errai quasi leggiera per gli orti rosa, quasi già gagliarda
cantando: — Grazie, monna Primavera!
incertezze
Pure, ancora di qualche trafittura tremavo, a guisa di convalescente ch'ogni indizio del suo male impaura.
Non ben certa di me, trepidamente, il mio silenzio intimo ascoltando, mi premevo sul cuor le mani intente.
M'indagai, mi scrutai, mi dolsi, e quando m'avvidi in qual tenacità d'affanno esasperavo un dubitar sì blando,
scossi da me l'antico e il nuovo danno e balzai, folle di desii fugaci, incontro al riso d'ogni bell'inganno,
gli risi coi notturni occhi: — Mi piaci!
NUOVI INCANTI
l'ingannatore
Bevvi a piccoli sorsi la menzogna, come un filtro che induce fantasie fascinatoci al cuore di chi sogna.
In ogni cosa io scoprii malie nuove. Talvolta perseguii la traccia di un dolce incanto per malcerte vie.
Non riguardai l'ingannatore in faccia, per non tremar di oscura diffidenza nell'amoroso cerchio di sue braccia.
Quegli blandiva: — Niuna sapienza che insegni vale un bel gioco che finga. E mi versava in cuore una sua essenza
fatta d'ombra, d'amore e di lusinga.
occhi ignoti
M'inebbriai di sguardi fuggitivi, rapidi come il balenio di fiamma che guizza a notte per i cieli estivi.
Conobbi dentro ignoti occhi la gamma torbida della muta cupidigia, che ravvolge ne' suoi vortici il dramma.
V'opposi un mio disdegno d'alterigia, godendo di passar fra la schermaglia senza recarne su di me vestigia.
Ma pur conobbi l'attimo che abbaglia, colsi a volo la lucida scintilla che scatta in fondo a un ciglio, come scaglia
d'oro, e in un altro sguardo risfavilla.
le nuove attese
Attimi di bellezza, quando intera l'anima sopra un volto s'appalesa, siccome l'ostia dentro la raggera!
Tutta raccolta nell'incerta attesa d'un qualche bene che sarà, che forse non sarà mai, fra due dubbi sospesa,
già ignara d'ogni male che la morse, per la nuova catena che la tenta ella discioglie quella in cui s'attorse.
E mentre intorno a' suoi polsi s'allenta il laccio che il suo pianto già corrose, l'illusïone, dolce anche se menta,
glie n'offre un altro tenero di rose.
INCITAMENTI
mollezze
Alle catene molli offrir per poco le mani, benchè sia leggiadro incanto, è per il chiuso cuor ben nuovo gioco.
Ma lunga schiavitù già gli fu tanto grave d'affanni, ch'esso cerca il riso fugace, quel che non ritorna in pianto.
Cerca in amore un bel razzo improvviso, un breve incontro di due eguali gesti, di labbra mute nel languor del viso.
I desideri giova tener desti fin che il buon tempo dell'amor seduce. Prima ch'esso in un'ombra alta s'arresti
berrò la sua meravigliosa luce.
i doni
Assai doni di gioia e assai di grazia sono offerti a chi vede ed a chi sente col bel fervor di un'anima non sazia.
Nulla si nega a chi, senza nïente chiedere, con il suo sogno conquista tutto e v'imprime il suo suggello ardente.
Così, il ciel più divino il buono artista dentro una tela piccola racchiude, per goderne egli sol, puro egoista.
O ardor degli occhi che somiglia un rude gesto di preda, o sguardi che son come mani d'amante, indugïanti ignude
dentro un tesoro di feminee chiome!
avidità di vivere
Avidità di vivere, tu ieri non vorace così mi strazïasti, e avrai domani morsi anche più fieri.
I desideri tuoi, via via più vasti, temon che a farli spiriti di gioia giovinezza col suo fervor non basti.
Temono ch'essa troppo presto muoia, e tagli loro i belli artigli e l'ali il tempo con la sua fredda cesoia.
E m'incitano ardendo: — I beni e i mali tentar bisogna. Vivere si deve. Ama e combatti e odia e piangi e sali.
La vita è chiusa nel tuo pugno breve.
INDUGI
fascini
Colei che a un riso di seduzïoni tutta sola sen va, volgesi e gode or dei fascini belli ed or dei buoni.
Talora si sofferma e una sua lode sorridendo susurra, ma sì piano, che niuno fuor del suo silenzio l'ode.
Ascolta il mare urlar tragico un vano suo amore, oppur gioisce in numerare gl'intrichi delle vene in una mano.
Sosta in ansia d'attesa al limitare d'un vecchio parco, oppur s'abbaglia al gioco d'arcobaleno delle gemme rare
sotto rovesci calici di fuoco.
al mare
Al mare getta un dì sogni ed amori come l'altra sua amante solitaria gli getta fra due nubi fiori ed ori.
E ride con la sua anima varia, mentre le spume in favolosi aprili fioriscon gigli fatti d'acqua e d'aria.
Ella getta nel mar tutti i monili dei quali, per piacere a sè, si para la stoltezza dei cuori giovanili.