Le rive della Bormida nel 1794
Part 31
Giuliano giunto sul poggio con don Marco, subito pose l'occhio su quei lembo di terra. Ah! lo scoprire da lontano la casa paterna, e colla fantasia e colla memoria figurarsi quello che vi si fa dentro, è pure la dolce cosa! Ed egli volò laggiù coll'anima, e quasi s'inginocchiava colle mani giunte; ma in quella don Marco mettendogli la mano sul braccio, gli accennò di porgere l'orecchio a quel che si diceva da quei cavalieri.
Esplorando coi cannocchiali la valle, essi avevano visto alcuni uomini armati di schioppi, entrare ed uscire dal convento dei Minori Osservanti, lontano di lassù meno che un miglio; e accompagnati da frati che spiccavano bruni sul tufo biancheggiante dei colli, quegli uomini andavano e tornavano con portamenti sospettosi.
«Spacciate una compagnia a quel covo di ladri laggiù!--diceva il capo della brigata, levandosi il cannocchiale dall'occhio e segnando con quello il convento:--fucilino quanti coglieranno armati, monaci o villani. Le donne, i vecchi, i fanciulli, se ve ne saranno, guai a chi torce loro un capello!»
Un cavaliere partì come un razzo, a far l'ambasciata.
Quel fiero comando, quel pronto obbedire, posero don Marco in gran turbamento.
«Faranno davvero?--chiese egli a Giuliano spasimando la risposta.....
--Sicuro!--rispose Giuliano--ma non dubiti, correrò io al convento......
«Bravo!--proruppe don Marco--io t'accompagnerò.....
«Che! bisogna andar cauti, chè costoro non sono gente da pigliar a gabbo. Piuttosto ella se ne vada giù nel borgo, persuada gli anziani a mostrarsi amici ai Francesi. Fra poco arriverà il grosso dell'esercito che lasciammo a due miglia di qui.....: vada, ma cauto, le ripeto; al convento ci penso io.»
Mentre essi parlavano, la cavalcata s'era tolta dal poggio; i colli si coprivano di fuochi; e i repubblicani cominciavano a cantare la Marsigliese, salutando la sera e la vigilia d'una battaglia odorata nell'aria.
Don Marco pareva ringiovanito, e separandosi da Giuliano, si fece promettere che si sarebbero riveduti nel borgo. Il giovane partì; pigliando cautamente la via dei boschi, e ora giù per una ripa, ora su per una costa, giunse vicino al convento, certo d'avere fatto assai presto. Ma udendo, nell'arrivare, a un trar di schioppo, un rumore di lamenti, di guai, di voci irate e minacciose, s'arrestò ad ascoltare. Che vi fossero gli Alemanni? Tutt'altro! Lo colse un brivido, gli rimorse d'essere venuto per un giro troppo lungo, si slanciò innanzi risoluto, seguisse quel che poteva seguire. Infilando i pergolati, s'udì spianare in faccia uno schioppo, e una scolta francese gridargli chi fosse.
«Viva la repubblica!--rispose Giuliano cogliendo a fatica fiato bastante, e passò. Giunto in cima di corsa, per la porta allato alla chiesa entrò nell'orto, donde il rumor delle voci veniva più alto; scantonò dietro il coro, e là come un baleno che gli desse negli occhi, vide tre uomini legati in fascio da una grossa fune, un drappello di soldati spianar gli schioppi, una vampa, una nube, e col tuonar di quell'armi udì un grido alto: «oh signor Giuliano!» Dall'orlo d'un calcinaio dov'erano stati posti, i tre caddero sugli avanzi della calce spenta, e la tinsero di sangue: il lume delle torce prese in sagrestia e portate da' soldati, rischiarava in funebre guisa quei corpi, le mura del refettorio, della chiesa, del campanile che dal mezzo in su torreggiava nel bujo; e sulla cima, allo scoppio delle moschettate, un gufo s'era taciuto, senza osare, povera bestia, pigliare il volo.
Giuliano si arrestò, si asciugò la fronte, e gli parve di sentirsela fra uno strettoio. Di chi era quel grido che più doloroso non lo avrebbe potuto gettare un'anima, voltasi addietro dalla soglia dell'inferno, a chiedergli aiuto? Passò dinanzi ai soldati che ricaricavano l'armi severi, balzò nella fossa, e guardò i morti. Un d'essi era Mattia.
«Che fate?--gridò l'ufficiale francese, correndo verso il calcinaio colla spada sguainata.--Ah! chirurgo, siete voi? Vi paiono morti per bene?
«Sì.....--ma..... e quello lì che cosa aveva fatto?--chiese Giuliano additando Mattia.
«Costui? Era uno spione cui abbiamo già perdonata la vita una volta. Fuggì dal nostro campo due giorni or sono; fu colto qui, i nostri l'hanno riconosciuto..... e si capisce.....»
Questo era un fatto da perderci la mente. Ma come mai Mattia s'era fatto cogliere in quel convento? Era o non era ancora stato a D.....? O forse non poteva essere venuto di là mandato dalla signora Maddalena? Oh! avesse potuto dare metà degli anni che gli rimanevano, per averlo vivo un'altr'ora, Giuliano l'avrebbe fatto, e di che cuore!
Con questi pensieri che gli si azzuffavano nella mente, e col cuore trambasciato, Giuliano si volse per chiedere all'uffiziale ancora qualcosa. Ma questi se n'era andato, e i soldati con lui, nel convento; dove scale e corridoi suonavano di passi e di colpi menati co' calci degli schioppi, a sfondare gli usci alle celle. Allora egli si avviò da quella parte, e affacciandosi ad una porticina che dall'orto, per un andito, metteva nel chiostro; vide come il terrore della morte scolorava i volti d'una moltitudine di frati, di villani, di donne e di gentiluomini, che parevano cadaveri, tenuti ritti l'uno dall'altro tant'erano stipati. Costoro erano la più parte persone che s'erano venute a rifugiare nel convento; e sebbene sapessero dei Francesi arrivati in C..., credendo che anche per costoro la notte fosse fatta per dormire, s'erano lasciati cogliere, come uno stormo d'allocchi presi alle paretelle. E non avevano avuto tempo d'accorgersi che i repubblicani venivano a quella volta, che già gli schioppi dei villani erano stati strappati dalle loro mani e rotti ai pilastrini dei pergolati; le schiene rimbombarono percosse dalle pugna; le bocche cessarono i guai, per le grandi palmate che vi calarono sopra. A urti, a spintoni erano stati chiusi tutti nel chiostro, dove il rumor delle schiopettate che avevano morto Mattia e i due compagni; loro era parso il segno della fine imminente.
Giuliano guardò quella folla dolorosa, e (non per profanare una credenza) gli pareva d'essere giunto al Limbo, tanti furono gli occhi che si volsero a lui pieni di speranza, forse per qualche segno di somma dolcezza e di mestizia che aveva nel viso. A un certo moto che egli vide farsi in un punto fra quei miseri, ne scoprì due che si stringevano e si turavano nei panni, quasi per nascondersi a lui. Erano il padre Anacleto ed il signor Fedele, i quali avrebbero dato la loro parte di paradiso, pur di non vedere là in mezzo quel giovine, terribile a loro più d'ogni francese. L'aveva pur detto il pievano di D...! Colui veniva a pigliarsi una vendetta, che niuno, salvo uno scellerato par suo, avrebbe saputo pensare! Così sussurrava il signor Fedele al frate; il quale osando allora fissare un tantino Giuliano, credette di vederlo fare il viso d'un beccaio, che affilando i suoi coltellacci, cercasse nel branco un par di pecore, da scannare le prime. Tremavano come foglie di pioppo; fiato non ne avrebbero avuto tanto da levarsi un bruscolo dalle labbra; e il cuore faceva loro tali schianti nel petto, che sarebbe stata crudeltà non ucciderli d'un tratto, o non mandarli liberi a dirittura.
Un senso, che non seppe mai dire di poi se fosse più di pietà o di spregio, si dipinse sul viso a Giuliano; perchè occhi più umiliati non s'erano mai chinati dinanzi a lui. Se gli archi del chiostro, squallidi come oggi sono, serbassero alcun segno delle occhiate di chi in quella notte credè vederli l'ultima volta, certo sarebbe dei quattro occhi del frate e del signor Fedele. Il giovane si rivolse all'uffiziale francese che stava anch'egli in mezzo alla folla, e gli disse: «Capitano, se me li date, questi due gli acconcio io.»
«Ah! ah!--rispose il Francese--avete le vostre vendette da fare? Già siamo nei vostri paesi! Accomodatevi; due più, due meno non fanno caso.»
Giuliano, in mezzo a un gran bisbiglio, prese quei due, li trasse fuori, attraversò la cucina saccheggiata; e uscendo per la postierla di questa, si mise con essi sulla via che menava alla palazzina del signor Fedele. Camminavano muti, essi dinanzi, egli di dietro; e i disgraziati credevano ad ogni passo di sentirsi dar nelle spalle qualche arma, veduta con certo occhio che loro pareva d'aver nella nuca. A un tratto Giuliano si fermò e disse:
«Chi sa dirmi che cosa fosse venuto a far qui quel Mattia che fu fucilato?
«Era venuto per me...,--cominciò il signor Fedele.
«Anzi per me;--interruppe il padre Anacleto--mi portò una lettera...
«Una lettera che parlava di me--» protestò il signor Fedele, subito mordendosi la lingua per l'imprudenza che stava per commettere.
«E per avventura, disse nulla di mia madre...?--incalzò Giuliano, troncando quella brutta gara.
«Oh..... sua madre la vedemmo noi stamane, che veniva a fare una scarrozzata verso C...--rispose il frate facendo la voce rispettosa.
«Grazie!--disse Giuliano; e con quelle due consolazioni di sapere che sua madre stava bene, e che Mattia non era venuto a morire al convento mandato da lei; dava di volta per piantare quei due. Ma allora avvenne cosa che gli fece alzare gli orecchi subitamente.
I colpi di moschetto da cui erano stati uccisi Mattia e gli altri due miseri, avevano messo in sospetto una grossa avvisaglia d'Alemanni, che velettavano i monti di là del convento verso D..., ed erano corsi a quel tetro richiamo. Buon pei Francesi, che avevano posto assai innanzi le loro scolte, le quali diedero voce del nemico vicino: perchè appunto in quella che Giuliano era lì per allontanarsi dal frate e dal signor Fedele, che quasi gli erano cascati ai piedi dallo stupore; le schioppettate incominciarono, le fiamme si levarono alte sopra il convento cui i Francesi avevano appiccato il fuoco, e non si udirono più che grida d'Alemanni accorrenti, grida di Francesi che si ritiravano; voci di poveracci che si chiamavano tra loro fuggendo dal chiostro; e dai monti vicini, urli di villani, e persino qualche suono di nicchio marino, ma rado e restio. Parte degli Alemanni si arrestarono a spegnere l'incendio, parte inseguirono i Francesi, i quali facendo testa quando potevano, rispondevano di grandi schioppettate; e ai lampi di queste si capiva dov'erano gli uni e gli altri; e per l'aria scura solcata da tante palle era un sibilio, che pareva una zuffa di serpenti foiosi.
Giuliano non avendo più nulla a fare in quel tafferuglio, pigliò la via di C... Il signor Fedele e il padre Anacleto, sebbene non invitati, gli tenevano dietro come due bambini timorosi di essere abbandonati in un bosco; e per vigneti e per campi inciampando, ruzzolando, ma sempre alle sue calcagna, in capo a un'ora videro le porte del borgo.
Il grosso dell'esercito Francese vi era giunto sul far della sera, ed aveva posto il campo sul greto del torrente, sotto gli olmi intorno alle mura, come per stringere d'assedio la terra. E riposava sicuro, essendosi buon nerbo di cavalli spinto innanzi sulla via di D..., a fronteggiare gli Alemanni, se qualcosa avessero voluto tentare.
Per certi chiassi a lui noti, Giuliano mise nel borgo quei due paurosi; poi se ne scompagnò per cercare don Marco, col quale erano d'accordo di rivedersi la notte.
Essi non osarono ringraziarlo; ma muro muro il signor Fedele condusse il frate alla porta di casa sua. Salendo le scale, udirono damigella Maria, Margherita e don Marco che parlavano del cognato, del convento, dei Francesi che erano andati a farvi chi sa che tragedia. Esse parevano disperarsi; e il prete si studiava di confortarle, dicendo che anche Giuliano era andato laggiù, ma con animo generoso.
«Margherita, Maria, son qui! son qui!--entrò gridando il signor Fedele; e la fanciulla e la cieca si lanciarono verso di lui; e abbracciamenti e baci e lagrime mescolarono a parole d'affetto, mai più dette là dentro.
«E sono qui per lui!--proseguiva il signor Fedele:--son vivo per quel bravo giovane di D... che mi ha salvata la vita tre o quattro volte!...»
«Oh!... alla fine delle fini,--interruppe il padre Anacleto, stizzito da certe occhiate di trionfo dategli da don Marco:--lodare è bene, ma se non fosse stato colui, tanto ci salvavano gli Alemanni...
«Ingrato!--urlò il signor Fedele; e per la collera non potè manco accorgersi di don Marco, che se n'andava di quella casa, per non dire al frate le amare parole che meritava.--«Dio perdona tutti, ma agli ingrati no!»
E qui cominciò tra loro una contesa, in cui si dissero a vicende parole acerbe, risentite, ingiuriose; rifacendo la storia, dal rabbuffo toccato al frate quel mattino dallo sposo di Bianca, sino alle prime cure poste da lui, a stornar l'animo della fanciulla dall'amare Giuliano.
Intanto don Marco coll'anima piena di gioia per il bel fatto del suo scolaro; giungeva in piazza, dove alla luce di lanternoni e di schiappe di pino accese, vide alcuni cavalieri splendenti d'oro, semplici negli atti e fieri nei volti, i cui lineamenti risaltavano illuminati vivamente da quelle torce strane. Uno di essi discorreva imperioso con qualcuno, che doveva stargli dinanzi, ma che non si vedeva, per essere di certo a piedi e corto della persona.
«Voi non siete venuto ad incontrarci;--rimproverava il Francese, continuando un discorso cominciato prima che Giuliano arrivasse--voi vi ho dovuto scovare come un lupo; voi avete lasciato fuggire la gente dal borgo come se noi si venisse a divorarvi; e forse i paesani vostri che corrono la campagna, gli avete armati voi. Ma ho già fatti punire i frati del vostro convento di laggiù, che invece di Cristi maneggiano tromboni: e se ne ricordino bene, la repubblica Francese vuol bene a tutti, ma guai a chi le contrasta! Voi intanto sarete custodito, finchè mi abbiate fatto trovare cinquanta bovi, cento botti di vino, ventimila pani...
«E in grazia,--rispose ardito colui che non si poteva vedere, ma che don Marco riconobbe alla voce pel Sindaco; un omicciattolo che a pagarlo un quattrino, sarebbe parso buttar via la moneta;--in grazia, signor generale, tutta questa roba dove la piglio?
«Ingegnatevi!
«Ma il buono e il migliore, se l'han portato via gli Alemanni!
«Dovevate opporvi...
«Già... per farmi accoppare da loro, perchè tutt'una mi accopperete voi...!
«Arrestatelo! domani la roba, o faccio appiccar il fuoco al villaggio!
«Ed io vi porterò il tizzo![1]
[1] È storia.
«Bravo!--fu lì per esclamare don Marco, ammirando il Sindaco che se la sbrigava così da valent'uomo; ma buon per costui che Giuliano capitava a porsi di mezzo, che se no il Francese l'avrebbe conciato come si poteva immaginare alla rabbia, che gli sbuzzava dagli occhi. Il Sindaco e il Francese che si lasciò chetare da Giuliano, rimasero, che uno avrebbe dato, l'altro si sarebbe accontentato, di quel che si poteva trovare; e quando quella adunanza si sciolse, il giovane si sentì pigliare per la mano, e dire: «ora poi, mi pare che tu abbia fatto anche troppo. Andiamo a casa mia, che tu caschi della stanchezza.».
Chi gli parlava a quel modo era don Marco, che di maraviglia in maraviglia, cominciava a provare per lui un po' di venerazione.... E Giuliano si lasciava menare non badando dove; ma quando fu nel vicolo del prete, come fumea di bevande acri e stupefacenti, sentì levarsi le immagini delle cose vedute di fresco, mescolate alle memorie rinascenti alla vista di quella casa. Entrando da don Marco s'abbandonò spossato sul vecchio divano; e il prete si diede attorno per ammanirgli un po' di cena, con pane ed uva, che s'era procacciato a fatica. Ma quando ebbe apparecchiato e chiamò l'ospite, per offrirgli quella grazia di Dio, e farsi raccontar meglio le cose avvenute al convento; lo trovò addormentato di sonno così profondo, che manco una cannonata l'avrebbe svegliato. Egli allora s'ingegnò ad assettare i cuscini del divano, in guisa che non dormisse a disagio; poi fatto coll'indice un cenno, come per fare star zitto qualcuno, tolse di là il lume, e in punta di piedi andò a porsi nella stanza vicina. Ivi chiuse gli occhi anch'esso, e come li riaperse, credè di avere dormicchiato forse un'ora. Ma se gli fosse venuto in mente d'affacciarsi a guardare il tempo, avrebbe udito un rumore venir di lontano, somigliante a quello di mare che si franga tranquillo alla riva. Era l'esercito della repubblica, che ripigliate le armi, si riponeva in via alle sue grandi venture.
CAPITOLO XXI.
Al primo rompere dell'alba, Giuliano e don Marco, erano già sul ponte; non essendovi stato verso pel giovane, di persuadere il prete a rimanersi dal seguire lui e i Francesi.
Quello era il primo giorno d'autunno. Una nebbia densa occupava l'aria; e la Bormida faceva quei fumacchi, che quando io era fanciullo, mi parevano d'acque scaldate di sotto dal demonio. Pochi borghigiani usciti a pigliar lingua dei Francesi, andavano di su di giù; ma niuno osava allontanarsi dal borgo due tratti di pietra. Vedendo i due passar frettolosi, e don Marco ingegnarsi per istare a paro con Giuliano, diedero loro di matti; perchè a mettersi giù di quella via con quel po' di soldati innanzi, non vi si poteva rischiare se non chi cercasse pan migliore che di frumento. Ma don Marco non udì, nè Giuliano era il caso di badare a quei bisbigli, per la gran furia d'arrivare i Francesi. Dei quali discosti dal borgo un trar di schioppo, cominciarono a trovarne alcuni riversi nei fossati; o intenti a rialacciarsi le uose e le scarpe; o che pur reggendosi assai bene, facevano le viste d'essere spedati, e d'avere addosso qualche malanno. «Avanti cittadini--gridavano costoro, baldanzosi--diamo addosso al nemico, avanti animo!»--«Non dia retta, maestro:--diceva Giuliano a don Marco, che già era lì per rispondere a quei soldati:--costoro sono poltroni, primi sempre ad annunciare le sconfitte, ultimi a sapere le vittorie: non combattono mai, e frugano i morti.»
Don Marco non fiatò più; e così tirarono oltre silenziosi sino a quella cappelletta, dove il signor Fedele e il padre Anacleto, s'erano incontrati colla signora Maddalena il giorno innanzi; non sognando che l'indomani fosse per passarvi tanta briga d'armati. Là trovarono la gola, per cui varcava la via, assiepata di grossa compagnia di Francesi, i quali davano loro le spalle; e viste biancheggiar nella nebbia, le bandoliere delle daghe e delle patrone, che si incrociavano sulle loro schiene, ponevano in cuore un po' di sgomento. Don Marco e Giuliano si arrestarono a pochi passi da quella schiera, piantata là in silenzio solenne: e spinsero lo sguardo, se nulla si potesse scoprire più oltre. Ma la vista era impedita dalla nebbia che incominciava appena a risolversi; nè di lontano nè da vicino veniva nessun rumore, salvo che quello dei goccioloni di guazza, cadenti da foglia a foglia di sui castagni. Giuliano si sentì pungere dal gran desiderio di andare innanzi; ma non gli reggendo il cuore di tirar seco don Marco a chi sa quali sbarragli; voltosi a un tratto a lui, gli disse:
«Maestro, dia retta a me....»
«Io faccio tutto quel che ti pare.
«Si lasci accompagnare indietro.
«Ora poi mi offendi--disse dolcemente don Marco, ti ho detto sin da C..... l'animo mio; e se tu non puoi stare con me, mi raccomanderò a quest'uffiziale che ci viene incontro.
«Allora tiriamo innanzi.»
Con questo discorso s'avvicinarono ai Francesi, e tra le faccie di quei soldati volte di sopra le spalle a guardare chi venisse; il prete ne vide di così dolci, tranquille e giovanili, che gli parve d'essere in mezzo alla sua scolaresca. Altre erano fiere come di centauri; altre segnate di certi sberleffi, che egli non le poteva guardare senza stupore.
«Oh! ancora qui, voi signor chirurgo?--sclamava, con clamorosa piacevolezza, l'uffiziale visto da don Marco venire incontro a lui a al suo scolaro:--ieri sera mi coglieste a quel convento del diavolo, che non ho potuto bruciare del tutto; adesso mi trovate qui alla retroguardia: pazienza! Costì il vostro compagno, che all'abito mi pare un prete, m'insegna che gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi, anco in paradiso.
«E che novità abbiamo?--chiese Giuliano, per finirla colle freddure del Francese.
«Ve le saprò dire stassera, se avrò ballato di gamba sana. Oh! a proposito, noi dobbiamo essere poco discosti dal vostro paese?
«Men che tre miglia.
«Buona cosa a sapersi: stassera vi invito a cenare in casa vostra, che? i suonatori accordano i clarini....... signor chirurgo, buonaventura.»--E così dicendo il capitano tornò al suo posto.
Appunto alcune schiopettate, come d'una caccia mattutina, s'udirono in quell'istante, giù giù nella valle; e il sole levandosi, illuminava le vette dell'ampio semicerchio d'alture, che chiudono il pian di D... dalla parte di tramontana. Allora nei vigneti e nelle macchie, si vide uno scintillar d'armi; e basso nei prati e nei campi, diradata la nebbia, apparvero le colonne Francesi, intente ad attelarsi, nel silenzio altissimo che regnava sulla campagna. Quel silenzio pareva stupore degli uomini e della natura: e lo rompeva a tratti qualche squillo di tromba, come voce mandata da qualche genio guerriero a significare al più destro dei due capitani, quali fossero i luoghi più acconci all'offendere, alle difese, a guadagnar la giornata.
«Era imminente una battaglia, nella quale da una parte dovevano combattere un ardire inestimabile, e l'incentivo di vittorie fresche: dall'altra una grande costanza, una stabilità provata negli ordini, i luoghi forti ed affortificati, ed un'artiglieria elettissima.» E per poco, questa battaglia io non la ricopio di netto dalla storia del Botta; il quale ne parla come di cosa veduta, e il campo descrive a puntino, come fosse stato un podere suo. Chi legge è messo da lui così nella mischia, che gli pare d'assalire i colli, guadagnare le vette, correre tutto un giorno il piano da un capo all'altro; a portare gli ordini dei capitani, a raccogliere i feriti, a chiudere gli occhi ai morti; ognuno secondo la propria natura. E chi parteggia pei Francesi, vede con dolore la vittoria inclinare da principio sulle due ali, a favore degli imperiali; e il passo in cui consiste l'importanza del fatto, assaltato e difeso con ammirabile costanza. Torna umiliato colle fanterie, che non hanno potuto superare quel passo, munito di due cannoni, tra il fumo dei quali una grossa squadra d'ulani guata ghignando: ma finalmente gli si snoda il cuore, applaude alla cavalleria Francese che si fa avanti, s'accende, spera; e si lancia con essa, contro la cavalleria Alemanna, a investirla, a fugarla, a farla finita.