# Le rive della Bormida nel 1794

## Part 28

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Lassù don Apollinare avea in casa l'Alemanno e Bianca; i quali, tornando dalla loro passeggiata, solevano andarsi a posare da lui, quasi ogni giorno. E Bianca conversava con donna Placidia, alla quale pareva persona di poco cervello, tanto era sempre assorta e tarda alle risposte: lo sposo se ne stava in un altro lato del salotto con don Apollinare, ascoltando i racconti che questi gli faceva, sulla caduta dei feudatari di quelle parti. Accertava il prete, che gli uomini non erano vissuti mai tanto felici, quanto ai tempi di quei buoni signori; e affermava che delle anime ne andavano salve in una di quelle generazioni, più che in dieci dei tempi di poi. Intanto per rallegrare l'ospite, gli narrava dell'ultimo signorotto di certo castello, che si vedeva diroccato su di un poggio poco discosto. Diceva raccontando che colui aveva saputo essere uomo pio e insieme buontempone; e che era arrivato cogli anni vicino agli ottanta, senza un dolor di capo. Ma, quasi agli ultimi mesi di sua vita, gli si era innestato il capriccio di non volere certe grinze in sulla faccia, che sapeva lui di che danno gli fossero, e quanto avrebbe dato per potersele levare. E si lagnava di questo guaio in guisa così noiosa; che alfine un suo servitore si mise in capo di uccellarlo e beccarsi i quattrini. Un giorno, mentre che il messere era nel buono del lamentarsi, gli disse in gran segreto, che egli sapeva d'un certo unto, che gli poteva rifare le guance fresche come a vent'anni; ma che per averlo occorreva sciogliere i legacci alla borsa. Pigliati la borsa intera! rispose il messere, fuori di sè dalla gioia; e dato al servitore quello che gli parve, n'ebbe l'unto. La sera del sabbato se ne fece spalmare la faccia per bene, proprio da lui, prima di coricarsi. Il ribaldo lo lasciò colla buona notte, e col divieto di specchiarsi per quattro giorni, pena di perdere il frutto del filtro: e il messere dormì sognando il bel viso che avrebbe avuto l'indomani, giorno appunto di festa. Uscito di buon mattino, fu grato in cuor suo al servitore, che aveva preso cura di portar via gli specchi; e subito andò in chiesa, a farsi ammirare dal contadiname raccolto alla messa. Gongolava vedendosi guardato con meraviglia, e pensava che quasi non lo ravvisassero dal tanto che era mutato: ma il cappellano quando si volse la prima volta a dire il _dominus vobiscum_, e vide il feudatario nero in faccia come la pece; diede in una risata così pronta e sonora, che uomini e donne stati fino a quel punto colle labbra tra denti, dalla tema di ridere e buscarsi dal padrone chi sa che pena, fecero coro al sacerdote; e, salvo il rispetto dovuto al luogo, fu una vera scenata. Il feudatario strabiliò, imbestialì, seppe com'era concio; e quando intese che il servitore se n'era fuggito sin dalla notte alle proprie montagne, dove egli non avrebbe potuto nulla contro di lui, per poco non iscoppiò dalla rabbia. Ma quasi più del mal gioco, gli spiacquero le risa del cappellano; e passata la collera, studiò giorno e notte per trovar modo di ricattarsene con usura. Non venendone a capo, pensò nulla essere meglio del promettere e giurare perdono al servo gabbatore; patteggiando per via di messi che l'avrebbe ripigliato in castello, se egli riuscisse ad uccellare il cappellano, ma in guisa da ridere un anno. Il servitore, avuto il giuramento, rivenne; e stette poco a macchinare una ribalderia peggiore della prima. Abitava il cappellano in una casetta, accanto alla chiesa a pie' del palazzo; e soleva andare a veglia dal signorotto, donde usciva ad ora tarda, dopo aver giocato e bevuto molto. Però prima di ritirarsi, non mancava mai di passare in chiesa a dire l'orazione, e ad aggiungere olio nella lampada se bisognava. La sera fissata tra il servitore e il feudatario ai danni del cappellano; fu fatto alzare il gomito al poveretto, il quale uscito da veglia vicino alla mezzanotte, volle tuttavia andare in chiesa; dove, fosse o paresse, vedeva pei finestrelli i ceri tutti accesi. Appena ebbe aperto, e messo il piede sulla soglia, fu colto da un religioso terrore, e corso a pie' dell'altare, cadde ginocchioni adorando. I ceri erano proprio tutti accesi; e sopra il tabernacolo, vestito di bianco, stava coll'ali aperte un angelo, che al cappellano parve disceso dal paradiso. «O Santo uomo--disse colui dopo essere stato un tantino a vedere:--tu hai abbastanza pregato, ed in premio hai da venire con me»--«Sia fatto il vostro volere!» rispose il prete, con un filo di voce, sebbene pensasse d'andarsene in paradiso. «Ma prima, tu lo sai, bisogna morire;--soggiunse l'altro dall'altare--però non temere di nulla, che vedrai come la morte sia dolce.»--Il prete s'inchinò; un'ondata di sudore gli colò dal dorso in sulle reni; diede una capata sui gradini dell'altare e svenne. Allora il servitore del signorotto, buttò via le ali e i panni bianchi; e fattosi adosso al cappellano, lo ficcò in un sacco, ve lo legò dentro per bene, e se lo recò sulle spalle; poi lesto lesto lo portò nel pollaio. Entrato là appunto, tornava la vita al poveraccio; il quale udendo il gran svolazzare dei polli, turbati nel bello dei loro sonni, credette d'essere a traversare i regni dei dannati; perchè le chicchiriate, il fetore, il buio ch'erano là dentro, gli parevano cose proprio d'inferno. Ma qual fu il suo terrore, quando si sentì deposto in quel luogo, e udì un passo allontanarsi, poi farsi silenzio! Un tratto credè di morire: ma subito ricordandosi d'essere già morto una volta poc'anzi; fu preso da tale spasimo, che menando calci e spingendo le pugna dentro il sacco, creduto a prima giunta una nuvola in cui l'angelo l'avesse avvolto, urlò disperato: «San Pietro, San Pietro, aprite le porte!» Allora una gavotta suonata da strumenti noti; un'apparire di lumi, che egli vedeva, attraverso il tessuto del sacco; risa sgangherate e voci di gioia sguaiate, tra le quali si discerneva alta, piena, soddisfatta quella del feudatario; fecero accorto il cappellano ch'egli era più vicino al castello che all'inferno. Ammutolì, prese il broncio; sciolto e cavato dal sacco, al cospetto di mezzi gli abitanti del castello, se n'andò difilato in casa, dove si chiuse, rodendosi dal dolore. Ma pochi giorni di poi ebbe anch'egli a perdonare, perchè il castellano morì, forse per la gran satolla di risa che s'era fatta.

Qui don Apollinare scoppiò in una risata; ma la novella che sebbene grossolana d'ordito, era stata detta assai giocondamente, non potè far muovere le labbra dell'Alemanno manco a un sorriso. Egli dal giorno in cui Bianca aveva fatta quella misteriosa voltata, alla porta di quella casa, guardata con tanto desiderio; s'era sentito calare sull'animo un velo di malinconia mai più provata. Aveva stimato cosa men degna di sè e della sposa, il tornarle a chiedere il perchè di quell'atto; ma alla ciera, ai silenzi, allo spesso aggrottare delle ciglia, mostrava d'avere dentro qualche rodimento segreto. Si doleva il pievano, e quasi era mortificato di non essere riuscito a ricrearlo; e forse stava per cavarne qualcun'altra delle tante che si udivano da quelle parti, stando d'inverno vicino al fuoco, col bicchiere in mano: ma a un tratto s'intese un gridìo venir su dal colle, e una folla invadere il piazzale dinanzi al presbiterio: e «Mattia, Mattia, è tornato Mattia!» erano le parole che suonavano più alte, urlate a squarciagola da mezza la ragazzaglia della pieve.

«Mattia!» sclamò balzando ritto il pievano; e affacciatosi d'un salto alla finestra, vide, rimase colle braccia aperte, stralunato; coll'alito mozzo; poi dato un grido, corse in cima alla scala, affollato da donna Placidia, da Bianca, dall'Alemanno. E vedendo che il campanaro stentava a farsi far largo, urlò: «Via di costì i monelli, via! e voi Mattia chiudete l'uscio!»

La voce del pievano fu come lo scoppio d'un'archibugiata, vicino ad un passeraio. Tutta la baraonda spulezzò ammutolita; e Mattia potè salire la scala accolto da don Apollinare, benedetto da donna Placidia, e guardato da capo a piedi dall'Alemanno, cui non tornava nuovo quel viso sgherro.

«Signor pievano,--sclamò Mattia come fu in cima, facendo segno di volerlo abbracciare:--io non mi credeva mai più rivederlo...!

«Nè io voi,--rispose il pievano tenendolo discosto colla mano, tanto che in faccia all'Alemanno, non avesse a vedersi usata quella confidenza.

«Nè noi voi--ripeteva donna Placidia facendo eco al fratello; e soggiungeva di suo:--che Dio vi benedica, quante volte vi sognai morto nella spedizione del maggio passato!»

Don Apollinare avrebbe voluto far tornare in gola alla sorella queste parole; perchè potevano dare appicco a Mattia per qualche discorso da rimanerne svergognato; ma in quel mezzo l'Alemanno, riconosciuto il campanaro per quello sciagurato tratto come spione dinanzi al suo generale, la notte prima del fatto d'arme in cui egli aveva toccata la sua ferita, gli chiese parlando aspro:

«Voi, da quella volta che foste preso per spia, dove siete stato?»

A quella voce, a quelle parole che gli fecero tremare le vene, Mattia credette d'essere tornato in mano dei crudeli che l'avevano maltrattato, e l'avrebbero moschettato quattro mesi prima, se non sopravvenivano i Francesi, a salvarlo per caso. E dato un tuffo colla mente per cercare qualcosa da rispondere, si trovò a dire la verità, rispondendo:

«Oh, eccellenza! lo dica il signor pievano, se io era una spia; mandi a chiedere alla signora Maddalena, se non le ho portate notizie del suo Giuliano, se non sono stato fino a ieri prigioniero dei Francesi!

«Birbante!--urlò il pievano, a cui quelle parole fecero cigolare gli orecchi, come per un tizzo ardente messovi dentro;--scommetto che voi siete di balla con quel giacobino, vergogna della mia pieve...! Guai a lui, e guai a voi, Mattia! se mai avreste fatto meglio a non venirmi tra piedi...»

E così dicendo era lì per dire all'Alemanno, che quel Giuliano di cui si parlava era stato tanto audace da innamorarsi di quell'angelica Bianca; ma vedendo il modo con cui egli la guardava, abbuiato nel viso, non ebbe cuore di farlo. La povera donna, al nome della signora Maddalena e poi a quello di Giuliano, s'era fatta pallida come una morta; e cogli occhi bassi, tremando come colomba che sente il nembo addensarsi, stava così che, vorrei dire, le pareva d'essere un libro aperto in cui il marito leggesse, vicino a trovarvi la parola, che l'avrebbe fatto rompere in una sfuriata improvvisa e tremenda. Ricordava egli colla mente i mesi passati; le lunghe riluttanze di Bianca a concedergli la sua mano; e all'idea che si formava di quel Giuliano a lui sconosciuto, s'univa la memoria di quel giovane capitato a C... in sul finire delle danze la sera delle sue nozze; e il senso fatto allora da colui su Bianca, gli pareva ora una stessa cosa col turbamento da essa provato a udire quel nome. Combattuto in guisa dolorosa dai ricordi, dai sospetti, dalla certezza che i sospetti non erano mal fondati, egli non badava più ai discorsi del pievano nè a quei di Mattia.

Il quale continuando a raccontare la vita fatta in mezzo ai Francesi e il suo incontro con Giuliano, diceva gesticolando:

«E non conto storie, no; di là dai monti pare la valle di Giosafat! I Francesi vi sono come le formiche; un andare e tornare da far paura. Se ne veggono di tutti i colori; hanno cannoni, cavalli e generali, che, io non me ne intendo, ma ho udito dire che sono terribili: e quando comincieranno da capo a menar le mani, fanno conto d'essere qua in quattro e quattr'otto! Allora sarà una grande tragedia; perchè dovunque arrivano, i primi a toccarne sono i preti.

«Ode, signor barone?--diceva don Apollinare collo spasimo in faccia, agguantando il braccio dell'Alemanno:--i Francesi verranno, e i primi a toccarne saranno i preti!

«E vengano!--proruppe l'Alemanno con voce, che parve d'uomo cui l'annunzio di grandi pericoli torni lo spirito; e presa la donna sua per la mano e stringendogliela forte, soggiunse tra ironico e addolorato, ma più basso:--vengano pure i Francesi, signor pievano, e stia di buon animo, chè al mondo ci siamo a posta per morire, per ammazzare, per far posto ad altri! Bianca, andiamo ad aspettare i Francesi.»

E senza dir altro si mosse tirandosi dietro la sposa; in fondo alla scala si volse a salutare senza cerimonie il pievano e donna Placidia, rimasti in cima stupefatti; ed uscì. Poi condusse Bianca verso il muricciolo che faceva riparo al sagrato, dond'essi potevano vedere la borgata giù a piè del colle, e le chiese:

«Dove abita quella signora Maddalena?

«Laggiù--rispose Bianca timidamente, additando la casa vicino alla quale egli l'aveva una volta menata.

«E voi--diss'egli sfolgorando collo sguardo di sotto le ciglia agrottate:--voi in questo borgo non ci eravate venuta mai, nevvero?

«Mai!--sclamò Bianca imprimendo questa volta la voce, di tutta l'offesa sentita dall'anima sua.

«Ritiriamoci,--mormorò il marito;--stassera dovrò montare a cavallo, e star fuori forse tutta la notte.

«Ma che volete farmi morire?--disse la donna angosciosa.

«E che--rispose egli severo--non ho io una spada cui debbo qualche parte di me? È una gran lama che io stimai di buona tempera la prima volta che la vidi in Vienna dal mio spadaio; e quando l'ebbi in mano provai che non m'era ingannato all'aspetto. Ma io vi parlo d'armi e di tempere e vi faccio ridere...»

Bianca capì, ma non disse nulla: e lasciandosi condurre silenziosa, si ritirò con lui nella casa dove alloggiavano. Il vecchio servitore, che dal giorno in cui l'Alemanno s'era allogato nella palazzina del signor Fedele, s'era tenuto in disparte; per non mettere di suo manco un pensiero, in quel matrimonio; vedendoli entrare annuvolati a quel modo, si ritirò nella stalla, dove, quasi parlando ai cavalli brontolò: «siamo finalmente a' guai!»

Intanto Mattia, rimasto nel presbiterio a sbrigarsela col pievano, detto e ridetto dei Francesi e di Giuliano da averne secca la gola; finì promettendo che non si sarebbe più scostato dal presbiterio, e se ne andò diffilato verso la sua catapecchia. Ponendo il piede sulla soglia si volse addietro, allo scalpito d'un cavallo; e vide l'Alemanno partire spronando per una via dietro la chiesa, senza dare uno sguardo a Bianca che si era affacciata al balcone, forse per supplicarlo con un ultimo atto. A lui quell'andata non faceva nè caldo nè freddo, ma non potè stare senza consolarsi per questo, che grandi o piccini, tra marito e moglie tutti avevano i loro guai. E pensava alla gran briccona che era la sua, la quale di certo aveva saputo del suo ritorno, e non si era mossa ad incontrarlo, anzi teneva l'uscio accostato contro il costume. Stava essa al fuoco cuocendo un po' di polenta, e appena Mattia ebbe aperta la porta e messo il piede sulla soglia, la megera si volse strillando:

«Chiudete codest'uscio, che il vento mi porta via la fiamma di sotto la pentola...!

«O moglie--diss'egli sempre ritto in sulla soglia--e non sai dirmi altro?

«Io dico che potevate stare dove siete stato sinora!

«E un po' di polenta non me la darai?

«Mangereste il bene di sette chiese voi!

«Ah!--urlò Mattia alzando le mani, e correndo per darle le pugna nel capo: ma si rattenne, non per paura del materello che la moglie gli misurò fumante sulla gota; bensì pel ricordo che gli venne in quel punto di aver visto un soldato Francese, vituperato più che alla berlina, per uno schiaffo dato a una donna. Si rattenne, e cavando di saccoccia le monete d'oro messe in serbo quei mesi:

«Vedi--le disse--vedi il bene delle mie sette chiese quant'è? E ne avrei di più molto, ma il meglio l'ho perduto nell'ottava chiesa, che è quella dove il diavolo mi ti ha condotta sposa!

«Oh il mio Mattia!--sclamò la donna a quella vista--come vi piace più la polenta? con su un po' di cacio un po' di pepe, d'agliata, dite?

«Polli! hanno a essere bestiaccia!--gridò egli, e fatta la pace mangiò come piacque alla donna, stupita di non aver avuto in faccia, un paio almeno degli antichi ceffoni.

Quella sera l'avemaria suonò all'istess'ora dell'altre volte: ma sebbene non fosse vigilia di qualche gran festa, le campane suonarono un doppio così bello, che sin dove giunse la loro voce, si capì che niuna mano, se non quella di Mattia, poteva concertarlo. Il campanaro mandava in quella guisa la novella del suo ritorno pel contado. E chi sa in quante case della campagna dove si era parlato di lui colla pietà dovuta ai morti; si pensò, dicendo l'_ave_, alle preghiere sciupate per l'anima sua!

Chi dimandasse qual fu il rimprovero o il castigo inflitto da don Apollinare a Mattia, per quel disordine; mostrerebbe d'aver dimenticato, che il prete solo a udire parlar di Francesi, perdeva l'appetito, l'amore alla carica, la forza di farsi temere. Avessero appiccato fuoco al presbiterio, sarebbe stato grato all'incendiario, che gli avrebbe così porto il pretesto a cercare un asilo lungi da quei monti, dove ogni tratto si era lì col coltello dei repubblicani alla gola. Ma quanto al doppio delle campane, neppure lo intese. Placidia glie ne volle parlare, ed egli le fece tremare il cuore in corpo con un boato, come a dire «silenzio!» La poveretta tacque e si ritirò nella sua camera, dove spese mezz'ora a chiedere perdono a Dio pel sagrestano, pel fratello, per sè, di quello scampanìo, che a suo sentire doveva aver fatto su in cielo cattivo senso.

CAPITOLO XIX.

Lo sposo di Bianca, veduto da Mattia partire a quel modo cruccioso sul suo cavallo; aveva pigliato la via, che sulla cresta dei monti, a ridosso del castello, menava a Montenotte; e che si vede anche ai dì nostri, angusta ma piana e ombrata di bei castagni. Egli ne aveva corso un tratto, poi giù per un traghetto era disceso a valle, non ruzzolando più per le buone gambe della bestia, che per l'avvedutezza propria; e s'era messo in sull'altra, alla volta di C.... in riva al torrente. Cavalcava così raccolto e pensoso, che più non l'era stato Giuliano tornando da quel borgo, occupato la testa e il cuore dell'amor suo, quella prima sera descritta in sul principio di questo racconto. Passando vicino agli alloggiamenti delle soldatesche, non rispondeva al saluto delle guardie, nè a quello dei compagni; e tirando diritto, ora di trotto ora di galoppo, attraversava il villaggio di R..., che il sole era andato sotto del tutto. Allora spinse un po' più la corsa, per giungere a C.... prima che fosse suonato il _deprofundis_; sapendo per pratica, che a quell'ora ognuno di quelle parti soleva chiudere la porta di casa sua. Il borgo, dove non era più tornato da quasi un mese, gli apparve dinanzi nell'ombra dell'antico castello, sul quale un quarto di luna posava la sua luce di striscio e poca, come la guardatura d'un occhio socchiuso e bieco.

«Non t'avessi mai visto--sclamò egli più coll'anima che colla voce,--non t'avessi mai visto, villaggio malaugurato!»

E trapassato il ponte, che suonò cupo come per rispondere a quelle afflitte parole; fu sotto l'androne che metteva dentro al borgo; poi di là per la via più destra alla porta del signor Fedele.

I tempi erano tornati a correre grossi; e il capo supremo dell'esercito Alemanno, che alloggiava in C.... aveva bandito di quei giorni, che all'avemaria della sera gli abitanti del borgo si fossero ritirati, e badasse a non andar fuori senza recarsi in mano un lume, chè guai! Di che non è a dire se le vie dopo le ventiquattro rimanessero deserte; e fu proprio sorte, se il cavaliere, appunto fermandosi, vide venire un tale che portava una lanterna affumicata per modo, che si vedeva appena; quasi egli avesse voluto obbedire e insieme far dispetto a sua Eccellenza il generale dell'Impero.

«Fatti in qua» disse a colui il cavaliere smontando; e dategli in mano le briglie del cavallo, piantando lui e la bestia a spaurirsi a vicenda, salì dallo suocero, franco di passo.

Gli speroni e la guaina della sciabola battuta contro i gradini, stridevano come voci di malaugurio. Il signor Fedele, che sedeva in sala facendo certi suoi conti colla memoria, al lume d'una lucernetta, la cui fiamma per essere nudrita d'olio di noce, s'agitava fumicosa spandendo intorno un odore molesto; balzò in piedi a quel suono, corse sul pianerottolo, e levandosi alta la lucerna sopra la spalla, si chinò per vedere meglio chi fosse colui che saliva.

«Oh! siamo noi!--sclamò ravvisando l'Alemanno, al quale non voleva più dare del lei, e non sapeva per anco dare del tu:--chi desse retta al cuore non isbaglierebbe mai! ci pensava or ora.... Ma siamo soli?

«Solo!--rispose l'Alemanno arrivando in cima alla scala e fissando in viso tra ciglio e ciglio il signor Fedele. Il quale vedendosi guardato a quel modo, mostrando grande ansietà nella voce e nell'atto, gli chiese:

«O che abbiamo, genero, che siamo così annuvolati?

«Nulla!--rispose l'altro; e mettendosi da sè dentro la sala, soggiunse:

«Vorrei parlare colla zia.

«Ma che è avvenuto qualche malanno a Bianca?--gridò il signor Fedele, rimanendo colla lucerna in mano, curvo e colla faccia illuminata di sotto in su malamente:--se è diciamolo a dirittura; che sebbene padre, so accettare dal Signore il bene e il male, e benedire la sua santissima mano!

«Vorrei parlare da solo a sola colla zia:» pregò l'Alemanno.

«Allora passiamo da lei, che è sull'altana con Margherita, a pigliare le infreddature:» disse il signor Fedele un po' insospettito; e accompagnò il genero attraverso l'andito che metteva in sull'altana. Là, chiamata Margherita, le fece salutare il cognato rispettosamente. Poi lasciò che questi se n'andasse da sè dov'era la zia Maria, e deposta la lucerna in un lato dell'andito, se ne tornò in sala colla figliuola, tutta rimescolata di quel mistero.

Damigella Maria sedeva al suo posto usato, sotto la cupoletta dei luppoli, mesta per certo fruscio di foglie secche, che il vento le faceva sentire intorno. Quel fruscio le parlava dell'inverno; il quale, sebbene non fosse che mezzo settembre, già su quei monti s'annunziava vicino. Oh il tristo inverno che sarebbe stato quell'anno! Non potersi più sedere in quel posto, a udire la gente passare allegra pel vicolo; chiudersi in una stanza a canto al fuoco; udire l'ore scoccate con suono spento, dalla campana coperta di neve; vivere come sepolta viva, e non avere più Bianca! Pensava a queste cose, e già le pareva di patirle tutte; quando udito il passo dell'Alemanno, che veniva a lei, e la voce del cognato che chiamava Margherita, provò non seppe neanch'essa qual contentezza. Questa volta si sentiva il caso di dirgli tutto l'animo suo; egli capitava proprio in buon punto! Se non si risolveva a tenere la promessa, lasciando che Bianca tornasse a vivere vicina a lei; se non la rimenava a C..., se non veniva a starvi anch'egli per sempre, poveretto lui!

Egli le si fermò dinanzi, e alla poca luce che la coglieva traverso le foglie della cupoletta, vedendola starsi col viso sporto, come per chiedergli che volesse, cominciò a dire rispettoso:

«Signora zia..., se qui niuno ci può ascoltare, io vorrei dirle una cosa....

«Parli,--rispose subito commossa damigella Maria, esperta a conoscere ogni più secreto moto dell'animo altrui, solo a udirne la parola:--niuno qui può ascoltarla, parli, comandi....» E così dicendo, cercava colla sua la mano di lui.

Tanta cortesia della cieca, riusciva nuova e dolcissima all'Alemanno; perchè dal giorno in cui essa s'era chiarita, che egli ospite ed infermo nella palazzina, coll'aiuto del padre Anacleto, aveva vinto l'animo di Bianca, e stabilito il parentado; più che parole aspre non s'era inteso mai dire. Ora forse la donna mite, indovinava nell'accento di lui, più assai dolore che ei non volesse mostrare: e in cambio di sorgere superba e rimprocciosa, vedendo avverati i suoi tristi presagi; s'addolcì tutta e provò per lo sposo di Bianca, misto a compassione, il primo senso d'affetto.

Egli sedè, vinto dai modi di lei, che gli tornava in quel momento cara, quanto gli era parsa uggiosa e molesta altra volta; e parlando più basso che potè, le disse:

