# Le rive della Bormida nel 1794

## Part 26

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Giuliano tornò da quella gita collo scompiglio nel cuore. Oh! quelle assise, quelle lance conficcate nelle arene, quelle lunghe spade! Averne a fianco una, e una lancia nel pugno, e un cavallo tra le ginocchia; e in ischiera con quei valorosi, accozzarsi quando che fosse coi soldati Alemanni, di là dei monti, forse nei proprii campi! E tra i nemici intoppare forse colui... no! questo pensiero non gli si formava intero nella mente, e si mutava nell'immagine di Bianca che guizzando come lampo che illumina e passa, gli lasciava negli occhi scolpito, vivo, il viso di Tecla! L'indomani tornò al campo, rivide l'uffiziale Francese, che pareva essere stato là ad aspettarlo per fargli accoglienza, e con esso conobbe parecchi altri di quella nazione. Gagliardi erano, d'onesta baldanza, e di maniere pronte e così cortesi, che a parlare con essi uno si credeva cresciuto di qualche spanna. Ed egli, di primo acchito, piacque tanto alla compagnia, che lo vollero trattenere tutto il giorno: nè lo lasciarono senza la promessa che sarebbe tornato, nè senza averlo menato su d'un poggio, donde gli additarono i campi di loro gente, distesi lontano per quella fuga di grotte, di greppi, di promontori; i primi scuri, gli altri azzurri, gli ultimi vaporosi, nelle lontananze che formavano col mare una bellissima scena. Egli poi, come potè, tornò col visibilio del giorno innanzi, cresciutoli in capo di tre doppi: e giunse alla sua casetta che era vicina la notte. Si sentiva rimordere d'essersi tanto indugiato, mentre là vi era forse il messo colla risposta di sua madre ad aspettarlo; ed in fatti il brav'uomo, rivenuto da D... parecchie ore prima, giaceva sull'erba del piazzale, non sapendo neanch'egli che si pensare.

Appena costui ebbe visto il signorino, spuntare da una svolta della via; si levò in piedi e si frugò sotto i panni sclamando:

«Per questa volta è fatta; ma laggiù non tornerei per tutto l'olio che butteranno questi oliveti! O che dalle sue parti, a un povero diavolo che va per la sua via, perchè porta una berretta rossa in capo gli danno dietro coi sassi gridando, al genovese? E non siamo tutti cristiani?...»

Mentre l'omicciattolo diceva, Giuliano affrettato il passo arrivava, e pigliando il foglio dalle mani di lui, senza badare a quei discorsi chiedeva:

«Dunque che mi manda a dire?

«Ecco,--rispondeva l'ortolano, componendosi come uno che deve badare a non essere colto bugiardo:--sua madre dice che non potrà venire in qua prima di quest'altra settimana, perchè vuole lasciare le cose di laggiù avviate in modo, da poter poi star qui quanto le piacerà, senza pensieri della casa nè della campagna. Essa prega vostra signoria a starsi tranquilla, e a non farsi venire in mente d'andare là, perchè... perchè..., il perchè non me lo disse, ma ne deve parlare codesta lettera, che mi ha molto raccomandata, coi saluti d'una vecchia e d'una giovinetta che aveva seco....»

Giuliano aveva fissato il messo tra ciglio e ciglio, tutto il tempo che costui aveva parlato; e allora aperse con gran furia la lettera, sperando di trovarvi chi sa che cosa. Ma non vi erano scritti che pochi versi. I caratteri erano della signora Maddalena, ed apparivano rotti, intricati, sto per dire arruffati, come di mano che avesse scritto tremando e a disagio. Dicevano come la casa fosse stata cercata dagli Alemanni per ogni verso, proprio la notte della partenza di lui, e come molte pattuglie erano state mosse a cercarlo per la campagna: che non tornasse, non tornasse per l'amor di Dio, se non voleva vedere sua madre morir di dolore.

Finito di leggere Giuliano tornò guardare in viso il messo, e colla voce tronca dal batticuore: «ditemi il vero--sclamò:--ditemelo, se no mal per voi...; mia madre è ammalata..., l'avete veduta?

«Malata no, che io non tocchi altra carne battezzata in mia vita!» E così rispondendo il pover'uomo metteva peritoso la mano sul braccio del giovane, e trangugiava qualcosa, come avesse avuto in gola il nodo d'una bugia.

«Dio voglia... ma voi non rispondete franco!--soggiunse Giuliano annuvolato molto.

«Gli è che lei mi... pare un giovane fiero... e poi non ho più mangiato da D...

«Vedremo!» sussurrò il giovane, e porse due colonnati al messo, che se li lasciò porre in mano, senza mostrare d'essere contento, come anch'oggi usa dalle sue parti, dove i manciaioli non sono mai paghi, nè ringraziano mai di nulla. Tuttavia profferì i suoi servigi per ogni caso, e accommiatatosi se n'andò accarezzando fra il pollice e l'indice le belle monete che aveva in tasca.

Rimasto solo, Giuliano rilesse due o tre volte la lettera di sua madre; e sebbene gli si destasse in mente una guerra di dubbi fortissima, a poco a poco si quetò nella promessa, che di là ad una settimana sarebbe venuta. Così gli aveva detto il messo, ed egli quasi per sincerarsi della verità, volò col pensiero a sedersi vicino a lei. Se la immaginò in tutte le guise, sana, inferma, malinconica, lieta; parlò con essa e con Marta di mille cose, e la presenza di quella giovinetta che l'ortolano aveva menzionata, e che di certo era Tecla, finì di metterlo in pace. Perchè gli parve che se qualcosa di guasto fosse stato laggiù, Tecla non era cuore da tenerglielo celato; e gliene avrebbe mandato a dire per via dell'ortolano stesso, o spacciando il proprio padre. Con questi pensieri gli veniva soave nella fantasia la vista di sè stesso e della famiglia in tempo non lontano; in cui quella fanciulla teneva luogo di sposa a lui e di figlia alla signora Maddalena: una visione su per giù come quella avuta a D... il dì che sua madre era andata a chiedere per lui la mano di Bianca. Vedeva Marta affaccendata correre di qua e di là per la casa, col viso lieto mostrato in quel giorno, poichè egli le aveva detto che stava per isposarsi: e sua madre gli pareva contentissima di Tecla, tirata su da lui, e già colta e gentile come donna allevata nel miglior casato, che si potesse pensare. Soffermatosi a lungo in queste immaginazioni sorrideva come chi accarezza un disegno; e tornava a pensare alla degna opera che sarebbe stata quella di menare per donna una contadina; alla dolcezza di istruirla, di educarla, di vederla crescere come fiore selvatico trapiantato in un orto a prosperare; si compiaceva a figurarsi le dicerie del volgo, le maraviglie dei suoi pari, e fin la stizza di don Apollinare; al quale un matrimonio di quella fatta, sarebbe parso di certo una nuova scelleratezza, foggiata su qualche modello venuto di Francia.

Durò questa sorta di visione tutto il tempo che egli stette a coricarsi, e fu lunga ed anco lieta; se nonchè ogni tratto, senza volerlo, rompeva in un sospiro, e gli usciva sclamato: «povera madre mia!» come se vi fosse stato qualcosa in lui, che dalle illusioni non potesse essere sviato. E non è a dire se egli penò a pigliare il sonno; e se il dimani fosse uscito a farsi vedere nel borgo, anco i bimbi avrebbero indovinato che egli non era felice. Ma alzatosi tardi, non mosse se non per andare sino al tugurio dell'ortolano, cui mandò pel cibo; poi rimase chiuso in casa, colle proprie malinconie, ad aspettare che quella settimana benedetta volesse passare.

Pel borgo poi tornarono a correre le dicerie, sui fatti del giovane abitatore della villetta maluriosa: e si disse che egli era d'un ricco casato di là dal giogo, medico novizio, e che la sua signora madre, donna di gran conto, non istava bene della salute. Ma di questa voce, Giuliano non seppe nulla; come non aveva saputo delle chiacchiere già mosse attorno sull'essere suo.

Quando fu finita la settimana, tanto gli si allargò il cuore, che gli parve d'essere uscito di sepoltura. Tutte le cime dei monti, sovrastanti alla villetta, egli le salì per iscoprire le vie, se qualche comitiva si vedesse venire; almanaccò, girò, sperò fino a sera; vegliò tutta la notte; corse ad ogni rumore, che sorgesse di fuori o nella sua fantasia; ma non fu nulla. Allora egli buttò da parte l'obbedienza dovuta ai voleri della madre, e pensò di porsi in cammino per lungo giro di montagne; facendo conto di poter capitare a casa di notte, a vedere quell'indugio che fosse. Era in sul partire, quando per un procaccio di quelle parti, gli venne un'altra lettera, spedita da parecchi giorni, e passata per molte mani, come appariva al modo in cui era gualcita. Scritta in nome della signora Maddalena da persona poco esperta, non recava di lei altri segni che il nome a piè della scrittura, nella quale lo si confortava di nuovo a stare di buon animo, nè a darsi pensiero di quello che avveniva a casa sua. Perchè, diceva la signora, non le pareva di potersi muovere, se la caldura della stagione non avesse dato giù un poco; onde il viaggio non avesse a tornare molesto a Marta, caduta di quei giorni ammalata, però non da impensierirne. Quanto a sè, aggiungeva di star bene, e che si svagava ogni giorno, continuando a insegnare a Tecla un po' di leggere e scrivere, con quel frutto che egli avrebbe visto dalla lettera, vergata dalla fanciulla. Aspettasse in pace, e sovratutto badasse a non porsi allo sbaraglio di tornare, che, guai a tutti; aspettasse, ed essa e Marta sarebbero giunte, facendosi precedere da Rocco e da un po' di roba: non dubitasse, cercasse svagarsi, insomma stesse dov'era.

«Pazienza!--sclamò Giuliano, fermandosi coll'occhio a lungo su quella scrittura:--aspetterò... aspetterò sin che sarò stanco!» Ma allora la sua tristezza si accrebbe; solitudine, noie, disegni fatti e disfatti lì per lì; furono la sua vita; e quella esclamazione: «povera madre mia!» gli uscì più frequente a qualunque cosa ei pensasse. Procacciatisi alcuni libri leggeva, meditava, scriveva, per sollievo dell'animo: e spesso era veduto dai terrazzani, intenti ai vigneti ed agli orti, arrocciarsi pei greppi men destri; discendere al mare, tuffarsi, durar sommerso tanto, che taluno stimando che petto d'uomo non potesse quello sforzo, accorreva per aiutarlo; ma egli tornava a galla un istante, poi si rituffava; quasi in tale sorta di gioco studiasse di qual cosa fosse fatta la morte, di spasimo o di piacere. Per questi suoi portamenti, già quei della terra lo chiamavano pazzo, pur avendolo in grande rispetto, perchè lo sapevano medico; e poteva loro accadere di aver bisogno dell'opera di quel signor magnifico; come di quelle parti usano anche adesso salutare i medici dei loro villaggi.

L'ortolano, che a poco a poco era entrato con lui in qualche dimestichezza, e lo serviva di quel che gli bisognava dal borgo; un giorno che Giuliano aveva la noia sino alla gola, gli recò la novità di certe voci che correvano, secondo le quali, a Torino, molti giovani carcerati poco tempo innanzi, erano stati messi a morte per mano del carnefice. Il pover'uomo aveva inteso la cosa nella spezieria del borgo, dove il parroco e i signori ne avevano parlato con diverso giudizio; ma egli che a quello del parroco si accostava più volentieri, diceva che quei giovani, essendo stati appiccati alle forche, dovevano aver vissuto da cattivi soggetti. Giuliano a quella novella si sentì schiantare il cuore. Coloro cui quella trista sorte era toccata, egli sapeva chi erano; e dal raccapriccio non gli stava il cappello in capo. Non istette a correggere l'opinione dell'omicciattolo, che tanto sarebbe valso come dire al muro; ma quel giorno decise di tornare al campo Francese, dove qualcosa avrebbe potuto sapere di più certo. E siccome la venuta di sua madre non gli pareva che dovesse accadere sì presto; chiuse la villetta, diede le chiavi all'ortolano, rimase d'accordo, che se qualcuno fosse capitato a cercarlo, egli corresse subito al campo dei Francesi, che in qualche modo l'avrebbe trovato; poi per la via più corta s'incamminò verso Loano.

Era il settembre già molto innanzi, e di Francia giungevano ai campi della Liguria nuove armi, e nuovi armati. Di su di giù per quei borghi, era un moto confuso, un andare e tornare di messi, un ridestarsi come di gente che riposatasi un tratto, stesse per mettersi ad altre imprese. E i soldati della Repubblica cominciando a fiutare imminenti battaglie; cantavano a cori quella Marsigliese maravigliosa, che nelle guerre d'allora, dovè toccare profondamente i cuori, tanto di chi voleva la libertà, quanto di chi la contrastava con egual furia. Giuliano non aveva udito mai nulla di più alto; e in quei canti, gli pareva suonassero insieme le note dell'organo che l'avevano fatto piangere bambino; la voce di don Marco quando traduceva alla scolaresca il _coeli enarrant_, cogli occhi levati e gonfi di lagrime e di desìo; il grido di tutte la generazioni passate nella sventura, udito da lui nello studio della storia; e la bufera, e il sereno, e l'odio, e l'amore, tutto vi trovava ascoltando da lungi: mentre il mare col suo flottare a tratti, parea rispondere a ciascuna pausa dell'inno una voce, voce dell'infinito che dicesse: «è vero!» Allora provava una smania di correre, e il primo generale Francese che gli venisse fatto d'incontrare, pregarlo d'un'arme, d'un'assisa, d'un posto in quelle schiere: senonchè l'immagine della madre gli si mostrava in quei furori generosi; mesta, timorosa, cogli occhi bassi, come un'amante offesa, e gli sussurrava dolcemente: «tu in battaglia potresti sfogarti e morire; ma io a saperti armato per queste nostre contrade come un nemico, io che farei?» Subito egli sentiva dar giù l'animo, e sclamava: «ahimè! fummo pur allevati dappoco; ed ecco perchè un prete come don Apollinare, ha potuto mettermi in fuga, soltanto coll'aggrottare le ciglia!» Non aveva mai osato dire cose di questa sorta, che potevano anche toccare la madre sua; e forse si sarebbe pentito di averle dette, ma non ebbe il tempo da farlo, perchè appunto allora arrivava in mezzo ai Francesi. Chiesto degli uffiziali che l'avevano trattenuto l'altre volte, fu menato a trovarli: e le belle accoglienze furono molte, ma le maraviglie perchè egli non s'era fatto vivo da tanto tempo, furono anche più. Egli si scusò come potè meglio; e quegli uffiziali, che come i soldati usano verso chi va loro a genio, gli si erano legati di sentimento, lo vollero a mensa con loro, sebbene ei si schermisse. Nei parlari amichevoli di quella brigata, venne a conoscere la verità sul fatto dei giovani messi a morte in Torino; e le gazzette che capitavano di Francia a quei campi, n'erano piene. Giuliano lesse i nomi degli sventurati, e alcuni erano di amici, altri d'uomini noti per odio ai governi d'allora, per amore alle cose nuove. Il suo cuore pianse; arrossì d'essere scampato alla loro sorte; ripensò con rammarico al beneficio che la marchesa di G... aveva voluto fargli, traendolo con pietoso inganno a partir da Torino; e più di tutto si sentì umiliato all'idea che forse quei generosi morti, avevano dubitato di lui, della sua fede, o del suo coraggio, nel momento in cui la corda del carnefice gli aveva strozzati. Da quel punto si fece in lui un gran mutamento; disse ai Francesi che se il loro generale l'avesse concesso, esso si sarebbe scritto soldato con loro; e che pregava qualcuno a volergli procacciare quella licenza. Non uno, ma due, ma sei di quei giovani, si profferirono pronti a scriverlo: con certezza repubblicana, promettendo che l'indimani il generale l'avrebbe accolto.

E l'indomani fece presto a venire, perchè mutatasi la cena in festino per onorare l'ospite, la notte se ne andò, che non parve manco fosse venuta. Ma non se n'era andato con essa il proposito di Giuliano, il quale al primo che s'intoppò tra quegli uffiziali che glielo avevano promesso, chiese d'essere condotto dal generale. Era questi il vecchio Dumorbion, che aveva il quartiere in un convento di frati, rimasto vuoto sin dal primo apparire dei Francesi, la primavera innanzi. All'ora in cui Giuliano arrivava da lui, n'uscivano tutti i colonnelli e i generali dell'esercito repubblicano. L'uffiziale che l'accompagnava lo trattenne sul piazzale della chiesa a vederli passare, e glie ne diceva, così di volo, i nomi e le gesta. Quello era il Laharpe, svizzero di nazione, giovanissimo come si vedeva all'aspetto, prode, sapiente e giusto; quell'altro Massena, a udir l'uffiziale, venuto su da piffero in un reggimento, a quell'altezza di onori e di fama. Cervoni ed Arena gli tenevano dietro parlando tra loro; quei due che ai panni si conoscevano per gente non di spada, erano Albit e Salicetti rappresentanti del popolo; e via via. Ne nominò molti, dolente di non potergli additare quello che era il più illustre di tutti. «Ma lo troveremo forse dal generale»: disse l'uffiziale, e pigliato Giuliano a bracetto lo mise dentro al convento. Questi si lasciava fare come un fanciullo; perchè a vedere quei personaggi gli pareva di non aver mai vissuto. Essi non avevano aspettato d'avere le rughe sul viso per essere uomini; e già, poco meno giovani di lui, empievano l'Europa dei loro nomi!

Entrati dal generale Dumorbion, lo trovarono che stava ritto dinanzi ad un ampio tavolo, sul quale un colonnello d'artiglieria, gli segnava col dito teso certe sue diavolerie, scritte su d'una carta geografica o itineraria che fosse. Era costui quel personaggio, che l'uffiziale aveva sperato di vedere là dentro: giovane, a giudicarlo, di forse ventiquattro anni, magro, malazzato, che non pareva vivere che cogli occhi, ma di volto bellissimo e maestoso. Egli non levò gli occhi dalla carta, e parve attendere ad un tempo a questa, ai due sopravenuti e a Dumorbion; il quale cominciando senza cerimonia, chiese all'uffiziale chi fosse il giovinotto che aveva seco.

«Generale--rispose Giuliano in lingua francese, senza dar tempo al compagno di parlare per lui:--io sono il tale dei tali, medico di D.... in Val di Bormida, e vengo....

«Val di Bormida?--interruppe Dumorbion, che appunto allora aveva levati gli occhi di sulla carta, su cui era segnata quella vallata:--e che cosa si fa laggiù?

«Laggiù?--rispose Giuliano--il popolo soffre, i ricchi godono, gli Alemanni spadroneggiano....

«O perchè non gli avete scacciati a quest'ora?--sclamò il generale:--vedete la Francia? L'anno passato ebbe addosso gli eserciti di mezzo il mondo, che venivano da tutte le parti come lupi affamati! Ed ora dove sono? Ingrassano i nostri campi, o sono tornati alle loro case, a dire che in Francia non ci si entra per Dio, o vi si lasciano l'ossa!

«Generale, da noi non si hanno armi; e quand'anche se ne avesse, i preti che possono tanto sul nostro popolo, non lo menerebbero di certo a combattere contro gli Alemanni!

«Lo so! Lo menerebbero piuttosto contro i Francesi, a dar di volta solo a vederli ballare la carmagnola, come hanno fatto in maggio costassù, dalle parti di Garessio.

«Spero generale, che per questo voi non vorrete avere i miei compaesani in conto di vili!--disse Giuliano con calma mirabile e con gran sicurezza:--e voi sapendo la storia, m'insegnate che essi sono i discendenti di quei Liguri, che i Romani vincitori da pertutto, non hanno mai potuto domare per bene!

«Lo sappiamo!--entrò a dire il colonnello, parlando la lingua italiana, con accento italiano, e levando allora soltanto il capo dalla carta, su cui era venuto studiando tutt'occhi con Dumorbion:--ma se invece di declamare le pagine vecchie della vostra storia, voi italiani badaste a farne scrivere di nuove e gloriose, meglio per voi, per noi, per tutti!....--E qui mutando il linguaggio in francese, e voltandosi al vecchio Dumorbion, proseguiva:--Cittadino generale, questo giovane viene a parlarvi in nome de' suoi compatrioti....?

«No--rispose Giuliano, non aspettando d'essere interrogato, e parendogli d'aver trovato a dar di cozzo in un uomo a modo suo:--io vengo da per me, a chiedere uno schioppo....!

«La repubblica francese--disse il generale--porta ai popoli libertà e pace, e ve lo darà.

«Ma se ho bene inteso,--tornava a dire il colonnello--questo giovane è medico: cittadino generale, non lo potremmo adoperare più utilmente colla sua professione?»

E Dumorbion a Giuliano, facendo suo questo pensiero: «benissimo! Giovinotto un posto di chirurgo vi garberebbe?

«In quanto a me,--rispose Giuliano--quello in cui vi sembrerò più utile, ed io lo farò.

«Sta bene! Voi sarete scritto tra i nostri chirurghi, e darò ordine che vi si provegga di un foglio di libero passo, in mezzo a noi. Cittadino capitano, fategli gli onori del nostro campo; domani potrà girare da sè. Andate pure.»

Così Dumorbion all'uffiziale che aveva accompagnato Giuliano. Il quale non era peranco uscito del tutto da quella stanza, che fattosi ai panni del compagno, disse colla voce tronca dall'ansia: «E chi è colui che mi ha parlato così bene la mia lingua?

«Quello--rispose l'uffiziale--è il Côrso che ha fatto cadere Tolone. Qui dove Dumorbion comanda su tutti, egli, non pare, ma comanda su Dumorbion.

«E come si chiama?

«Si chiama Bonaparte....

«Bonaparte!--mormorò Giuliano;--mi piace anche il nome.»

E da quel giorno non si tolse più da quei luoghi. Oggi dall'uno, domani dall'altro, in poco tempo fu conosciuto ed amato da tutti gli uomini di spada e di lancetta di qualche conto: e lieto come allora non si sentiva d'esserlo stato mai. Gli pareva d'aver vissuto sino a quel punto da ottuagenario, e di essersi rinvigorito ad un tratto: e tirava innanzi, tastando il polso ai repubblicani ammalati, e passando mattana coi sani; finchè si cominciò ad avvertire quel moto d'uomini e di cose, quello sfogo di struggere, quella smania di nulla lasciare addietro, che precede le mosse d'un esercito, vicino a volersene andare. Allora gli entrò un'angoscia nuova, quella di vedere forse sua madre capitare a mezza via, nell'accozzarsi dei Francesi cogli Alemanni; dove mai la sventura che pareva essersi allogata in casa sua, l'avesse fatta movere appunto in quei momenti. La coscienza sorse ad accusarlo, l'amore a spingerlo, l'onore a rattenerlo; ed egli non sapeva più dove dar del capo, per avere un consiglio in quelle sue tribolazioni.

Un di quei giorni, andando solo a gironi per gli accampamenti, da una voce non nuova, ma che pareva d'uomo, non certo d'azzeccarla, udì chiamare: «Signor Giuliano!» Egli si volse, e si vide guardato da un acquavitaio, che là vicino, colle maniche rimboccate fin sopra il gomito, cinto i fianchi di un grembiale di tela azzurrognola, mesceva a destra e a manca la sua zozza ai soldati, che gli affollavano il negozio.

«Mattia!--sclamò Giuliano rallegrandosi come avesse veduto uno del proprio sangue: e facendosi oltre verso il banco dell'acquavitaio, il quale si ripuliva le mani nel lembo del grembiale, per stringere la destra che gli veniva sporta, soggiunse: «Come qui?

«Eh!--rispondeva l'altro--il mondo gira a tondo, e di qua e di là, una volta ci si ritrova!--E preso la mano del giovane con quella sua, nocchiosa come una mazza da portare in battaglia, rinnovò con lui le accoglienze due o tre volte.

