# Le rive della Bormida nel 1794

## Part 24

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Chi fosse stato a quella ed a qualunque festa da ballo di quei tempi; e volesse farne paragone con quelle dei nostri, direbbe che gli avi si accontentavano di cose, alle quali noi piglieremmo gusto, proprio come a dormire su d'un monte a bocca aperta quando tira vento. Eppure ballavano i nostri vecchi meglio di noi: ballavano gagliardamente, per mantenere agile la persona e l'animo lieto; e passi di terza e di sesta erano segni di buona gamba. Più era stimato chi sapeva meglio trinciar cavriolette, fare riprese, roteare a battuta: si ballassero monferrine, furlane, gagliarde o correnti, bisognava aver petto sano per non trafelare; e smettere prima dell'ultima nota dei suonatori, sarebbe stato farsi canzonare da donne e da fanciulle. Le quali a vederle reggersi colla punta delle dita un po' di gonna, tanto che i piedi ne uscissero scoperti fin sopra la noce; e col capo chino vezzosamente, strisciarne uno innanzi e l'altro volgere di lato, modeste, agili, rapidissime a fare da un lato all'altro le sale, dovevano essere un desìo; e quello era ballare davvero.

Di balli a C... dopo la venuta degli Alemanni, se ne erano visti molti; ma niuno si rammentava d'aver ballato con estro, come in quella sera. La mezzanotte era passata da un pezzo; e a quest'ora Giuliano e i quattro giovani, scampati all'ira del padre Anacleto, giunsero alla porta del palazzo, e si misero dentro.

Giuliano combattuto da desideri e da paura, si fermò peritoso nell'atrio; lasciando che i compagni salissero quelle scale, echeggianti di festoso bisbiglio. E forse pentito, avrebbe dato di volta, per ripigliare la via che aveva a fare; ma sul muricciolo del cortile stavano cavalcioni alcuni giovani popolani: i discorsi dei quali si mescolarono, come già tante altre cose strane, nei fatti suoi. Essi godevano accidiosi quel po' di festa che potevano vedere attraverso i balconi aperti; parevano anime del Limbo tormentate dalla vista d'un lembo di cielo; e alla luce che loro pioveva addosso, parlavano basso, quasi timorosi d'essere colti a godere di cosa non fatta per loro. Ed uno diceva:

«E vedi la sposa, la sposa! Ci ho badato, e dei balli non ne ha tralasciato neanco uno!

«Sfido io!--rispondeva un altro:--o che vuoi che si mostri di gamba malata?

«E chi s'era mai accorto,--entrava a dire un terzo--chi s'era mai accorto che fosse così bella! Quando noi si tornava da far legna, e la si incontrava con la sua zia, mi pareva un digiuno comandato.

«Hai a dire, che ne' suoi panni d'allora, pareva una santa che parlasse cogli occhi! Così rinfronzita somiglia una di quelle statue che portiamo in processione, tutte trine, nastri, oro e che non dicono nulla.»

A queste parole, dette da quel popolano, Giuliano si mosse e salì le scale con passo sicuro. Rocco che nulla si curava di quegli spettacoli, e forse voleva andare sconosciuto anche a C...; vedendo che il padrone saliva di sopra, si sdraiò nell'atrio e si appisolò un tantino.

«Dov'è questa sposa?--chiese Giuliano ai compagni, i quali s'erano fermati sull'uscio della sala, aspettando che fosse finita una gavotta gaia, spedita, vorticosa, che pareva un visibilio: e sfolgorante di bellezza, di sdegno, di dolore, guardò. I suoi occhi videro, il suo cuore provò uno squasso, e le mani gli si contrassero fieramente.

Vestita di raso candido, cangiante in un azzurro oltremarino leggerissimo, che le rialzava la carnagione; Bianca ballava in mezzo a quella folla d'ebbri felici, più ebbra di tutti. Una bustina color di rosa le stringeva la vita, e le reggeva il seno tumido, voluttuoso, appena coperto d'una modestina a trafori, che ne velava e non ne velava la sommità. Le braccia ignude fino più in su del gomito, agitavano le trine cadenti in moltissime pieghe dagli sgonfietti delle ascelle; e le smaniglie ai polsi, e il monile di gemme, mostravano come quella fanciulla sapesse d'essere bella, e quanto fosse venuta innanzi nella via delle vanità. I geni della innocente e timida adolescenza si erano tutti partiti da lei; e gli occhi e le labbra avevano già appreso l'arte dei sorrisi vezzosi. Che cosa erano quei capelli acconciati in falsi cirri, e impolverati come di donna invecchiata nei festini? E quel diadema scintillante in cima della fronte; e quella penna candida, che innestata alle trecce insieme al velo aereo diffuso sulle spalle, le ondeggiava superbamente sul capo? Colei dunque era Bianca?»

Giuliano arrossì; sentì dentro un rimescolamento, come se qualcosa vi si struggesse, qualcosa vi si ricomponesse; ma gli parve di aver più sciolto il respiro, e potè reggere a guardare quella donna a lungo.

Il signor Fedele, che aveva visto il giovane apparire sulla soglia improvviso, mentre che egli era lungi cent'anni dal pensarvi; tremò che fosse per accadere del torbido: e date di qua di là colla mente parecchie capate, cercava modo di parare qualche gran colpo. Non trovò nulla di meglio che avvicinarsi ai musici, e accennare che suonassero con quella già incominciata l'ultima danza. Lo sposo di Bianca, sebbene fosse coll'animo in luogo sì alto, da non poter badare a tutte le cose che avvenivano; tuttavia vide il turbamento del suocero, e fattoglisi vicino a chiedergli che avesse, potè indovinare che l'apparizione del giovane forastiero gli metteva addosso la smania. Le occhiate che colui dava alla sua sposa, gli fecero corrugare la fronte, e fu lì per andargli a domandare che cosa avesse a vedere in quella signora; ma appunto allora i musici mutarono la gavotta in una monferrina rapida e clamorosa, che doveva metter fine alla festa.

La monferrina era stimata per quei tempi una danza forastiera e di gala; ma qualunque si fosse all'ultima suonata, si soleva mutarla in una ridda, nella quale tutti venivano travolti come foglie in un vortice, anche coloro che stavano a vedere, giovani e vecchi. E quasi a mostrare che non si smetteva dalla stanchezza, ognuno badava a strepitare per sette; dond'avveniva uno scambiarsi di danzatori e di danzatrici, un passar come razzi da un capo all'altro, un turbine, un tramestio, da far tremare le volte, e da schiantar i pavimenti.

Giuliano non ebbe tempo d'accorgersi di quella bufera, che agguantato coi quattro amici, fu trascinato nel ballo, spinto, rapito da catena a catena; finchè, quasi lo si avesse voluto schernire, gli fu posta nella sua la mano di Bianca.

Era la prima volta che quelle due mani si toccavano ma ohimè! in qual guisa, e quanto diversa da quella vagheggiata dal giovane sventurato! E Bianca come fosse invasa dal genio d'una baccante, non si avvedeva di lui, se a sentirlo restio, non gli avesse dato uno sguardo. Parve alla bella donna, di sentirsi una fiamma accesa tra ciglio e ciglio; e un sorriso arido, amaro, spuntò sulle labra di Giuliano. Il quale non mosse piede; si tenne ritto e severo: e come l'ultime note dei clarini scompigliarono quella ridda finale; fuggì frettoloso, scese a precipizio le scale; e passando vicino a Rocco che subito levandosi gli tenne dietro, uscì in sul piazzale.

«Signorino--gli disse Rocco vedendolo uscir di là dentro come ne lo avessero scacciato--se le hanno fatto qualche torto, sono qua io...

«O Rocco!»--rispose Giuliano, stringendosi al collo del contadino; e forse avrebbe detto qualcosa, ma un bisbiglio, un rumore di passi veniva giù dalle scale del palazzo; tutta quella gente lieta del festino, a coppie, a brigate, si versava nel piazzale; e là auguri, e risa, e promesse; cortesie infinite che accompagnarono gli sposi sino alla casa del signor Fedele.

«Va--pensò il giovane guardando dietro al corteo:--va pure..., tu, le tue nozze, le tue gioie, tutte cose funebri da scolpirsi sopra i sepolcri bugiardi...! O madre, amor mio, tu hai detto il vero; questi sono luoghi da fuggirli per sempre!»

Così dicendo si mosse; e Rocco dietro di lui, andava non più come un servitore devoto, ma come uomo messo a guardia d'un infelice, cui stesse per dar volta il cervello. Credeva che il signorino si avviasse per uscire dal borgo, ma stupì vedendolo pigliare per un vicolo che menava proprio nel mezzo di questo. E tuttavia non osò dirgli che forse sbagliava la via. Giuliano non la sbagliava punto; ma camminava diritto per andare in casa a Don Marco, dirgli addio, forse parlargli di quel che aveva visto, e averne conforto di quelle parole di cui soltanto il buon prete conosceva il segreto. Giunto a quella porta, agguantò il martello e fu lì per battere; ma si sentì rimordere di venire a destare un vecchio a quell'ora, e non lo fece. Intanto gli fuggì un'occhiata in su alla casa del signor Fedele, ch'era di contro; e vide illuminarsi la finestra di Bianca, quella finestra ch'egli non aveva mai osato di varcare colla fantasia, dalla tema d'offendere la fanciulla che vi dormiva dentro. Ed ora...? Ebbe uno schianto di cuore non mai provato; mai neanche quando aveva inteso che Bianca s'era sposata: lasciò il martello, e senza dir nulla, ripigliò la via per allontanarsi. E a questa volta uscì davvero dal borgo, e sarebbe andato innanzi chi sa quanto muto; se Rocco mosso da grande curiosità, non gli fosse entrato della via che voleva tenere, e a poco a poco anche del padrone di quella casa, cui aveva voluto battere poco prima. A tutte le dimande del colono, Giuliano rispondeva breve come chi ha altro da pensare; ma a quest'ultima il suo cuore si aperse, e quasi provando un gran sollievo a pronunciare il nome di cui Rocco chiedeva, rispose:

«Oh... quella è la casa d'un giusto... è la casa di Don Marco...!

«Don Marco! Lo conosco, è un santo che ha fatto tanto bene alla mia Tecla.

«A Tecla?--disse Giuliano mostrandosi ora voglioso di udire i discorsi di Rocco.

«Appunto,--rispose questi--una sera di questa state, quasi mi vergogno a dirlo, essa ci era sparita di casa...: uno spavento! si figuri...! e chi la voleva morta, chi rapita dagli Alemanni, chi annegata... ma coll'aiuto di Dio la trovammo laggiù al passo del guai, proprio a piè della croce, sa...?

«E dove voleva andare?

«Ma...! quel giorno il pievano era venuto a dire a sua mamma, che ella era stata messa in prigione a Torino.

«E Tecla che c'entrava...?

«Ma... voleva venire a Torino a liberare lei: teste piccine di donne...!

«Narratemi ogni cosa, Rocco;--disse Giuliano pigliando lena--perchè non mi avete mai detto questi fatti...?

«Ma...»--rispose Rocco; e cominciò la storia di quella notte, che se non era Don Marco poteva costare a Tecla assai più lacrime che essa non aveva versate. Giuliano ascoltava camminando a capo chino, ora tocco nel vivo del cuore dalla pietà; ora sdegnato, come quando udì che Don Apollinare voleva che Tecla fosse stregata. E così pei sentieri più foresti, un tratto in riva alla Bormida, un tratto in mezzo ai campi, cansando le pattuglie Alemanne; s'affrettarono verso il confine.

In un punto dove quattro mura mozze paiono ruine, e invece sono d'una cappella rimasta costrutta a mezzo, forse perchè fu chiarito che la Madonna, cui si voleva dedicare, e che si diceva comparsa in quel sito, non era stata che qualche villanella vestita da festa; il giovane si fermò, e voltosi a Rocco, parlò in guisa che a costui parve di non aver più a fare col padrone, ma con un figliuolo.

«Rocco, fa giorno e potete tornare. Dite a mia madre che io sono uscito dalla terra libero, tranquillo, e desideroso di trovar presto quella casetta, nella quale vivremo con essa tutta la vita. Direte a Marta che abbia cura di mia madre; e voi se mi volete bene, andate a Santa G...: riconducete subito la vostra Tecla a casa; meglio che sotto i vostri occhi, non istarà in niun luogo. Ve la raccomando... ma tanto...»

E data una stretta di mano e alcune monete al pover'uomo, lo piantò sulla via e tirò innanzi.

Rocco, strologando su quel pensiero che il signorino si pigliava di Tecla, stette a guardarlo sin che gli uscì di vista, poi tornò addietro. Di là ad un'ora ripassava per C..., dove la gente era già fuori per le vie, con quella gaiezza mattutina che i giorni di festa fa belli i villaggi. Le donne scopavano dinanzi alle case; gli uomini s'affacciavano allacciandosi al collo la camicia di bucato, e chiedendosi da finestra a finestra, a qual'ora fosse finito il ballo degli sposi; su certi balconi le madri pettinavano i bimbi per mandarli netti a messa; e su certi altri le fanciulle spiccavano garofani dal vaso, per farne un mazzolino al damo.

Il buon uomo vide queste cose, traversando il borgo, e di là dal ponte trovò che gli Alemanni in sull'armi, ascoltavano devotamente la messa; celebrata sopra un poggiolino in mezzo ad un prato. Egli avrebbe voluto fermarsi a sentirla; ma oltre che la era già innanzi di molto, detta così all'aperto gli parve cosa troppo da soldati; e tirò diritto col proposito di udirne una al Convento dei Minori Osservanti, dove per andare a Santa G.... a pigliar la figliuola, aveva a passare.

Colà era giorno di grandi preghiere e di grande solazzo, in onore della Madonna degli Angeli; e se dall'architrave della porta maggiore della chiesa, pendeva la tabella dell'indulgenza plenaria; nella selva e nei prati intorno v'erano ridotti e baracche da potervi mangiare, cioncare, fare alle pugna, dopo aver data una ripulita all'anima, con un po' di perdonanza e un po' d'elemosina fatta al convento.

La via che menava a quella volta, era tutta una processione; e più s'avvicinava più uno stupiva delle numerose brigate, che facevano pei campi e pei colli un pittoresco vedere. Rocco si lodò d'essere partito da casa vestito da festa; perchè quanti incontrava avevano indosso i meglio panni del loro vestiario. Le donne giovani o vecchie, se maritate portavano la veste di sposa; che allora, bell'usanza, serbavano per le festività di tutta la vita: le zitelle, quasi tutte, costumavano gonne d'indiana azzurra carica, che davano un po' più sotto della mezza gamba; e questa si vedeva chiusa in calzette grigie, o il piede calzato di scarponcini, cui niuno badava se fossero o no grossolani, perchè le fanciulle s'aveva a guardarle modestamente in viso. Un casacchino di tela casereccia stretto alla vita, ornato alle ascelle di crespe o sgonfietti; un fazzoletto in capo, rosso o giallo; un grembialetto anch'esso d'uno di questi colori; era tutto il loro vestire. Vezzi non usavano portarne, oltre un par di campanelline agli orecchi; contente delle perle che avevano in bocca, e delle sincere e copiose capigliature. Belle su tutte erano le boscaiuole della riva destra della Bormida, che si vedevano qua e là guadare il torrente ai varchi più agevoli, per andare alla sagra. Erano e sono tuttavia il miglior sangue di quei monti; bianche come latte, e ben colorite, spigliate di forme, e in tutto da non parere gente povera e mal pasciuta. Ma le sono mattiniere, e visitando le selve a palmo a palmo, e non per diletto; trovano forse il fiore misterioso di cui si tingono, come nessun pittore saprebbe fare alle donne delle città. Degli uomini poi, non accade dire quali fossero le fogge dei loro panni; ma si vuol lodare chi fu primo a smettere quei codini, quei giubboncelli, quelle brache corte: sebbene queste sarebbero da ritornarsi un tratto in onore, tanto che la gioventù badasse a crescere a modo e men molle, per non andare derisa di troppo povere polpe.

Tanta adunque era quel giorno la folla, che la sagra pareva un giubileo; e sott'essi i pergolati del convento, già sin dal mattino era una briga di mercanti d'ogni generazione, i quali si davano attorno a porre i loro banchi, bisticciandosi alla buona tra loro. Nel piazzale della chiesa, giocolieri, storiai, vinai, contendevano per un posticino; ed il cerretano che ogni anno soleva venirvi, già faceva gente strombazzando di su un tavolino, avuto a presto dal frate dentista del convento, il quale si mostrava pronto a fargli servizio per non parere invidioso. Più in là, dietro l'edificio, nel prato che sembrava fatto a posta, avevano formata una sorta di lizza, e ad un palo pendevano guanti e palle di cuoio di parecchie grandezze, segni di sfida tra i giuocatori dei contorni. Poco discosto, su d'un'impalcatura, all'ombra d'una quercia, i suonatori d'un ballo campestre cominciavano ad accordare gli strumenti. In fondo al prato poi sorgevano le baracche, formate di lenzuola e di frasche; e gli osti stavano a certi fornelletti cuocendo i polli, che le loro fantesche sbuzzavano, pelavano, abbrustiavano, frettolose e tuttavia bestemmiate per pigre. Fra tanta folla, che cresceva ognor più, i frati andavano colle labbra e colle tabacchiere aperte a dar pizzicate e sorrisi: per taluno avevano parolette d'invito a farsi vedere in cucina o in refettorio, e il fortunato era di certo un benefattore campagnuolo; o tale su cui la frateria, aveva messo gli occhi e le speranze.

Rocco fattosi via fino alla porta della chiesa potè entrare e udir la messa. E pagato così il suo debito al Signore, tornò fuori colle mani nelle saccoccie delle brache, tastando le monete avute da Giuliano. Accortosi d'aver fame, tirò il conto delle miglia che gli sarebbe bisognato fare per giungere a Santa G.... e non gli tornando bene al ventre nè alle gambe, s'avviò passo passo ad una baracca.

Ivi, si davano spasso bevendo e chiacchierando parecchi avventori; i quali dopo aver mangiato non facevano segno nè di voler pagare nè d'andarsene. L'oste non osava dir loro nulla, essendo essi miliziotti e soldati. I primi (armati di lunghi schioppi, che alle canne e ai fregi apparivano di fattura spagnuola, raccattati forse sui campi di battaglia di quelle parti, meglio che mezzo secolo prima); erano stati di quello stormo levatosi in armi il maggio di quell'anno. E avendo pigliato diletto di vivere randagi, si soffriva dal magistrato che andassero armati; perchè bisognando, facevano ufficio di guide agli Alemanni, e campavano di questa professione e di picciole rapine. I soldati poi erano gente dei vecchi reggimenti Sardi, pronti di maniere e soverchiatori, ma rispettabili par ferite delle quali portavano i segni ancor freschi, e stavano a guarirsi nel borgo. Essi avevano combattuto contro i Francesi più d'una volta, sull'Alpi marittime; adesso colle gomita sulla mensa bevevano alla salute dei vivi e alla memoria dei morti; giurando clamorosamente sugli scapolari che avevano di sotto i panni, molli di sudore e anneriti. E colle dita intrise di vino, descrivevano sulla tovaglia i campi e le ordinanze in cui avevano combattuto. A udirli, questo era il colle di Raus, quest'altro quello di Milleforche; qui il capitano Zin co' suoi cannoni, aveva mandati i sanculotti ruzzoloni giù pei dirupi come sacca di carbone; là era caduto il capitano Maulandi, venerato da quei valorosi che l'avevano veduto morire, e ne cantavano i versi scritti da lui sulle montagne ove cadde, poeta e soldato. S'accendevano in viso parlando di lui, come si sarà acceso il Botta scrivendone le lodi in una mesta pagina della sua storia: rammentavano le rive del Tanarello e della Saccarda, di Colle Ardente e di Saorgio, i vili e i traditori: e qui uno di que' soldati trovandosi ritto nella foga del dire, data una vigorosa palmata sulla mensa, e guardando a cera prepotente quanti erano nella baracca; giurava che il Re era tradito, e che se i Francesi trovavano la via men aspra dell'anno prima, sebbene le valli fossero zeppe d'Alemanni; accadeva perchè da Torino insino all'ultimo villaggio del regno, v'era in ogni casa un traditore.

«Lo giuro!--sclamava egli invelenito su quell'idea, e si rimboccava, dicendo, la manica fino all'ascella, scoprendo un viluppo di muscoli poderosi:--questo braccio fu ferito, ma è forte ancora, e se mi capitasse innanzi un Giacobino lo spaccerei con questo, fosse mio padre. Chi è quà dentro che non vuol gridare viva il Re?

«Evviva il Re!--urlarono quaranta o cinquanta gole mezzo ingozzate di lasagne: e all'urlo tenne dietro un rompere di tossi, di sternuti, di singhiozzi per contrazione; mentre il soldato sorridendo a tutti, chiamando tutti amici, andava attorno toccando col suo gli altrui boccali. Giunto a Rocco, che mangiava rincantucciato in fondo alla baracca, e si sentiva tremare il cuore; il soldato gli si piantò dinanzi: «E voi--gli disse--che fate costì solo, che mi parete un volpone sotto una cesta? venite qua in buona compagnia!»--E pigliato il piatto, i pani, il boccale del poveretto; lo tirò a quella mensa dov'egli e i suoi facevano quel tanto baccano. Là Rocco dovè rimettersi in loro; mangiò e bevve come essi vollero; chiese licenza d'andarsene parecchie volte, ma gli tocco fare più di mezzogiorno; ora in cui potè uscire libero, pagando lo scotto di quei soldati, e ancora gli parve una grazia.

Quando fu fuori di quel passo, trovò che la folla era divenuta così fitta, da non potersi muovere, uno che avesse fretta, a suo agio. Il ballo campestre ferveva sotto la sferza del sole, e le foresi danzando coi loro dami gighe e gavotte, si struggevano in sudore. Ma al caldo ci badavano punto. E bisognava vedere quei garzoni, come finita una danza, facevano a chi fosse più spedito a ripigliar il posto sullo spazzo, affollando il festaiuolo, empiendogli di spiccioli le mani. Ed egli pigliava e ringraziava per sè e pel convento, cui doveva pagare la decima; poi diceva ai musici che tornassero a suonare, e significava ammiccando che egli voleva suonate corte e frequenti.

La vista di quel ballo era la cosa più ghiotta della sagra, e i signori vi si disfacevano dalle risa. Essi vi adocchiavano le belle campagnuole, imparando a conoscere i loro amori. Onde accadeva sovente, che dopo quella e altre feste compagne, qualcuno di essi si mettesse di mezzo a far parentadi, tra giovani veduti appassionarsi in quegli strani convegni: e allora il più delle volte, virtù addio!

Mosso da curiosità, Rocco volle avvicinarsi a quello spettacolo; e a forza di gomiti fattosi un po' di passo, ecco a quale incontro inatteso egli riusciva.

Il zio di Tecla, che non era giunto a cavare a questa quattro parole, in ventiquatt'ore dacchè l'aveva in casa; messosi in testa di darle un po' di svago, s'era accompagnato con essa ad alcuni vicini, uomini e donne; capitando al convento, forse un po' prima, forse un po' dopo di Rocco. Fatte le divozioni e pigliati anch'essi i ristori, in una delle tante baracche; i montanini avevano finito per mescolarsi alla folla che faceva corona al ballo; e alcune giovinette della comitiva presero a danzare, mentre alcune altre, modeste e quasi mortificate, stavano a vedere; e tra queste Tecla.

Essa si teneva in mezzo alla calca, colle mani alla vita, una sull'altra, guardando co' suoi grandi occhi l'agitarsi delle danzatrici; e si sarebbe detto che ne provasse compassione. Ed era là forse da mezz'ora, stretta, pigiata; ma non si avvedeva di non aver più allato nè le compagne, nè il zio col quale era venuta in quel luogo. E neppure aveva badato al mutar di piedi che le era bisognato fare, spinta lentamente ora indietro, ora di lato; sicchè discostata a poco a poco anche dai danzatori, non ne scopriva più che le teste. Ma badavano bene ad essa due giovani signori del borgo di C..., i quali, avendole posti gli occhi addosso sin da principio, s'ingegnavano a quel modo, per trarla fuori della sua compagnia; di certo coi disegni che sanno fare i vili fortunati, che un tempo della loro vita spendono a svergognar donne; un altro tempo a rifare gli averi ponendo le mani nella roba altrui; e vecchi finiscono in chiesa a biascicare i salmi penitenziali. I due avevano la fanciulla in mezzo, e sebbene giovani, un pittore avrebbe potuto fare dei loro visi i due vecchioni cotticci di Susanna. Già si rallegravano colle occhiate del buon termine cui speravano condurre chi sa che ribalderia; quando s'udì un grido tra la folla, un grido come d'uomo che tastandosi sotto i panni si trovi rubato.

«Tecla! Tecla!--e un volgere di teste, un mareggiare della gente, un moto di braccia tenne dietro a quel grido; percossa dal quale, Tecla si riscosse, e vedendosi allato i due sconosciuti, pieni gli occhi di non sapeva qual fuoco, si sentì al viso le vampe, e potè appena rispondere; «Son qui!»

