Le rive della Bormida nel 1794
Part 23
«Dunque siamo d'accordo: la casetta sia pur modesta quanto vorrai, ma trovala in un bel sito; e la stanza dove mi metterai a dormire, guardi il mare. Spaccerai qualcuno a dirmi quando dovrò venire a raggiungerti...: ho proprio bisogno d'un'altr'aria... d'un altro cielo...!»
Rocco intenerito a quelle parole, andò fuori ad aspettare; e già, pensando alla casa della padrona disabitata, alle finestre, alla porta sempre chiusa, immaginava le meste risposte, che avrebbe dovuto dare a chi fosse per capitarvi.
Giuliano usciva colla madre e con Marta; e stringendo ad esse le mani, come a persone che di certo avrebbe rivedute di là a pochi giorni; lasciava che quella desse a Rocco gli ordini per quell'andata.
«Pigliate il sentiero lungo la gora--diceva essa--e fate come se accompagnaste mio figlio a dare un'occhiata ai poderi; quando vi sarete allontanati, trovate la via più corta, e state sempre con lui, finchè abbiate varcato il confine. Questo è un po' di danaro per voi se vi abbisognasse...
«Mio padre era contrabbandiere:--rispose Rocco, brancicando le monete che la signora gli porgeva;--e le vie dei monti le so meglio del lupo.»
Mentre la povera donna aggiungeva a queste, parecchie altre raccomandazioni; Giuliano stava aspettando sul balzo tagliato a filo sopra il torrente, in capo al piazzale. Faceva notte, e il rumore delle acque cadenti dalla pescaia del mulino, ridestavano in lui memorie lontane e soavi. Soleva da fanciullo addormentarsi a quel suono d'acque monotono e dolce, talvolta assomigliandolo al canto d'una processione udito da lungi; tal'altra al rumore del mare, di cui aveva inteso dire da suo padre, come fosse maraviglioso. Avrebbe voluto rimanere là a pensare; ma ecco Rocco a dirgli che bisognava porsi in cammino. In quelle corte notti d'estate, si torna a rivedere l'alba assai presto; e poteva incontrare di dover disviare chi sa quante volte, per non dare nelle guardie alemanne, che guardavano tutti i varchi. Di che giovava molto avere d'avanzo qualche ora di buio; e a dirla schietta, avendo saputo dalla padrona che il signorino sarebbe cercato dai birri, Rocco voleva fare ogni sua possa, per menarlo in salvo; ma intanto bramava di uscire dal territorio prima di giorno, per non essere visto a trafugarlo.
Mossero, e la notte era bella. Su pel cielo cominciava la pioggia di stelle cadenti, copiosa, che pareva vi fosse lassù qualche gran festa. I grilli trillavano nei prati, i rospi gracidavano; e nelle altissime regioni dell'aria, si udivano le strida degli ultimi rondoni tardi a migrare.
«Ode?--diceva Rocco a Giuliano,--i grilli cantano per farci maturare le uve; e lassù tutte quelle stelle si staccano dal cielo, per festeggiare la Madonna degli Angeli, che cade domani.»
Il giovane non volle togliere all'uomo semplice di cuore, quel tantino di poesia che gli raggiava nell'anima; perchè sarebbe stato come rubare ad un mendico il tozzo accattato per amor di Dio. Ma quell'udir menzionare la Madonna degli Angeli fu per lui un gran che; e rammentò come la prima volta ch'egli s'era aperto colla madre sull'amor suo, questa avea detto d'aver visto Bianca appunto a quella sagra. Subito l'immagine della fanciulla gli apparve bella e sdegnosa, a rimproverarlo di averla creduta infida, senza essersi curato di sincerarsi qual fosse più, o colpevole o sventurata.
«E tu,--gli diceva quell'immagine--tu te ne vai con codesto amaro nell'anima, spregiando o maledicendo la donna che amasti! Ma, chi ti disse che tu non faresti a tempo per avermi tua?»
Queste voci della fantasia, gli parvero dolci, come quelle d'un usignolo, il quale già dal principio del viaggio, accompagnava i due camminanti, avanzandoli di lunghi voli, e sempre fermandosi ad aspettarli e salutarli col suo canto. Allora si pentì d'aver perduto in casa quel giorno e la notte innanzi; sperò che Bianca non fosse ancora sposata; e quel pensiero venutogli tante volte a Torino, di correre a C... e sposa o rapita, portare, la fanciulla anco in capo al mondo; rinacque in lui così urgente, che tutto quel ch'era stato sino a quel punto, gli parve nulla.
Di questa guisa aveano varcato il torrente su d'una palancola, e sulla destra di questo s'erano innoltrati per la strada maestra, sin dove si spiccano da essa due sentieri; dei quali uno, piegando a mancina, verso le montagne a levante, era quello per cui dovevano porsi. Rocco passò innanzi al signorino, per andare primo, ora che la via diveniva disagevole; ma quegli volgendo a destra, si mise nel sentiero opposto, pel quale si scendeva di bel nuovo al torrente, o a dirla in una parola era lo scorciatoio per andare a C...
«Che fa?--chiese Rocco soffermandosi a guardare--cotesta non è la nostra via.
«Venite--rispose il giovane--venite dietro a me.»
Il colono capì all'accento che quello non era tempo da ridire al signorino una cosa; e taciturno gli tenne dietro immaginando che la signora Maddalena, gli avrebbe di certo seguiti col pensiero sull'altra via; e provava di ciò una sorta di rimorso, come a saperla a quell'ora, sola in una boscaglia.
«Eccoci al ponte di San Giovanni!--disse il giovane, arrivando sul ponte antichissimo, che è in un lato di quella campagna, dove nessuno dei vecchi o dei giovani ha mai capito a che vi fosse e per agio di chi. I suoi archi e le sue pigne, sono uguali a quelle di tutti i ponti, che per la vallata si specchiano nella Bormida; e pare sia stato messo là in serbo, a godersi l'ombra d'un pioppeto che lo nasconde, e a servire intanto alle foresi, che vi passano in autunno, colle ceste in capo, colme d'uve deliziose, maturate sui colli dell'altra riva. I quali subito s'innalzano, offrendo a chi vuol guadagnarne la cima, una salita tutta a petto; che a Rocco ed a Giuliano, sebbene gagliardi, diede quella notte tanto affanno, da costringerli a sostare in sulla vetta per ricogliere fiato.
Di lassù se fosse stato giorno, s'avrebbero vista dinanzi la pianura di C.... che fa di lontano un assai bello vedere; ma a quell'ora, nulla invitava a star là, più di quanto bisognasse a ripigliar lena. E i due ripresero la via, lungo una costiera, che ad un certo punto metteva ai lembi più alti della selva del convento di San Francesco, a quell'ameno sito, che noi sappiamo. Rasentando la selva, si trovarono, di là a mezz'ora, ad essere discesi dove incominciano i prati, a piè delle piaggie più basse. E l'edificio del convento biancheggiò, alla loro destra, informe nell'ombra, come una nebbia che si levasse da una fondura paurosa; e i pilastrini dei pergolati, somigliavano ad una processione di morti, che usciti di quella nebbia andassero in volta per penitenza.
Giuliano si fermò a guardare. E se in cambio di Rocco avesse avuto seco un uomo da poter discorrergli assieme; avrebbe parlato delle alte cose, che gli venivano in mente in quella quiete. Pensava con affetto, con doloroso affetto, a Francesco d'Assisi; il quale dalla sua Umbria, era venuto mendicando a trovare quel lembo di terra, a farvi sorgere quelle mura; coll'opera volonterosa degli oppressi, colla promessa del regno dei poveri e di Dio. Pensava a quella promessa mancata, ai secoli venuti dopo il Santo, ai frati vissuti in quel convento, che subito furono più amici dei castellani oppressori, che dei popoli languenti all'ombre di quei castelli; e vedeva l'immagine di Francesco andare afflitta, tra gli spiriti di coloro, che amarono gli uomini e furono grandemente delusi. Quell'edificio che aveva dinanzi, al cui nascimento avevano presieduto chi sa che alti pensieri; gli pareva d'età in età venuto basso, quasi tempio che si muti in ricovero di sfaccendati.
Rocco in piedi, dietro di lui, non osava disturbarlo, ma già gli pareva, che un tratto qua un tratto là, si sarebbero indugiati tanto da non poter passare, di notte, il confine: e cominciando a far segno di spazientarsi, stava per dire aperto di voler tirare innanzi. Senonchè s'udì rompere un gridìo confuso e discorde dal convento; e lumi apparirono alle finestre, e lumi negli orti; indi subito un rumore di pedate come di parecchie persone inseguite si fece sentire; e risa represse, e parole rotte, che venivano per un sentiero del bosco, appunto verso il signorino e lui.
«Chi va di notte?--gridò Rocco, piantandosi dinanzi a Giuliano, e levando in alto il bastone.
«Chetati, villano, o t'ha a coglier male!---rispose una voce; e quattro giovani sbucarono dalla macchia, pronti per l'abbrivo che avevano, a buttar a terra Rocco, Giuliano ed anco un par d'altri, che gli avessero voluti fermare. Ma riconosciuti da quest'ultimo e chiamati a nome, gli si fecero attorno, molto stupiti di trovarlo a quell'ora in quel sito; e interrogando, e rispondendo, e sempre rompendo in risa che non volevano finire, stati un pezzo a vedere il seguito della loro avventura, si unirono a lui, per guadagnare la via di C....
Erano quattro suoi condiscepoli, dei bei tempi in cui era stato scuolare di don Marco; e già s'ha bell'e capito che uscivano dalla cella del padre Anacleto; nella quale gli avevamo lasciati a fare buon tempo. Il frate aveva mesciuto, e tornato a mescere dei suoi fiaschi, sino a che i loro umori s'erano scaldati; poi da smanioso giuocatore di tarocchi gli aveva costretti a giocar seco una partita. Ed essi dapprima di mala voglia, quindi con ardore, gioca e bevi, ribevi e gioca, erano andati innanzi parecchie ore; in capo alle quali il frate dormiva gomitoni sulla tavola, e due di loro non avevano più in tasca il becco d'un quattrino, ed era vicina la mezzanotte. Allora si ricordarono di C.... della sposa, e del ballo cui erano aspettati.
«Ah frate! Tu mi hai fatto perdere il ballo e i quattrini; stai pure che t'ha a costar cara....!--disse tra denti uno dei due perditori:--amici, spegniamo il lume, facciamo le viste di continuar la giocata, e vorremo ridere!»
Così dicendo, spense la candela, e rimasero come in gola a un lupo. E messisi a picchiare con garbo, a bisbigliare di semi e di figure, e delle mille scioccherie di cui si parla giocando, fecero che alfine il frate si riscosse. Alzò la testa.... udiva...., e non vedeva nessuno. Si fregò gli occhi col dorso della mano, ma venne a dir niente...: tornò a fregarseli.... buio. Sentì per la schiena un sudore ghiacciato; stette a bocca aperta un tratto, sperando che si fosse in sulla burla; poi colla voce e col cuore tremanti, osò dire:
«Figliuoli, accendete il lume.
«Abbia pazienza un tantino;--rispose uno dei quattro--si finisce la partita e si va via.
«Che tu accenda il lume!--gridò allora arrangolato il padre Anacleto; e colle sue agguantò tre o quattro mani sul tavolino, stringendole come fosse stato con una morsa.
«Gesù Maria!--sclamò quello dei quattro, che era l'autore della crudele pensata:--o vedete il padre!... che cosa ha padre, che i suoi occhi paiono di cristallo?
«Ah!--urlò il frate dandosi due gran palmate nella fronte:--oh! disgraziato a me! correte, chiamate il cerusico, il barbiere, venga padre Anselmo, a cavarmi sangue...., l'ho tutto nel capo, me lo sento come un'otre.... sono cieco!»
E rovesciando panca e scranne, e dalla rapina non accorgendosi dello sbellicarsi che i quattro facevano; si trascinò fino all'uscio, tempestando colpi colle mani e coi piedi, da parere un dannato.
Pei corritoi si sentirono i passi frettolosi dei padri che accorrevano; e un aprirsi di celle, e un interrogarsi da un capo all'altro che fosse; tutta la frateria fu in un baleno sossopra. Ai quattro giovani, cominciarono a tremare le gambe, per lo sbarraglio cui s'erano posti; ma fattisi animo, aprirono la finestra della cella, un dopo l'altro saltarono nell'orto, e all'ultimo mise l'ali un grido selvaggio, del padre Anacleto. Perchè un raggio di lume dal corritoio, si era posato per la toppa sul ventre del frate; il quale capita a un tratto la brutta canzonatura, si volse imbestialito per acciuffare il primo dei ribaldi che gli fosse caduto tra l'ugne. Ma i birboni non v'erano più.... Ahimè! E la frateria affollava l'uscio; la voce del guardiano, chiedeva al padre Anacleto che aprisse; i guatteri, il cellaio, i cuochi, andavano di su, di giù, bracaloni pel chiostro; e si fu appena a tempo di fermare il sagrestano che già entrava in chiesa, per dare nella campana gridando: ai ladri!
Intanto che il padre Anacleto, aperto l'uscio, s'ingegnava a dare ai frati chi sa qual ragione del caso suo; i quattro amici camminavano verso C..., narrandolo a Giuliano per filo e per segno. E Rocco ascoltando, annuvolava fieramente, e provava nelle braccia tale un prurito, che se non fosse stata la tema d'offendere il signorino, agguantati volta a volta due dei quattro nequitosi, gli avrebbe sbattuti l'uno contro l'altro, come ciabatte vecchie e polverose. Canzonare a quel modo un frate, gli pareva cosa da essere punita con un buon abisso spalancato improvviso sotto i piedi; e a tratti si turava le orecchie per non udire quel racconto. Nè di questo pigliava diletto Giuliano, troppo occupato dalle proprie cure; ma quando in riga di commiato alla narrazione, uno dei quattro parlò della festa nuziale, seguita quel giorno, e pel padre Anacleto finita con quella burletta; egli si sentì arricciare la vita. E udì da essi, che il frate aveva menato vanto d'essere stato lui a raddurre Bianca nell'obbedienza del padre; a farle preferire l'Alemanno a un tale che amava da morirne; e udendo, colla destra nello sparato della camicia s'abbrancava le carni per modo, che maggior dolore non gli avrebbe recato l'artiglio d'uno sparviero. Gli altri continuavano a dire della cerimonia, dello sposo e della sposa; parevano gli amici di Giobbe intenti a straziare l'amico; ed egli guardando in alto, quasi a chiedere consiglio a qualcuno di lassù: più degli astri che risplendevano silenziosi e tranquilli; più dell'inno che si levava dalla natura verso il regno dell'anime; più dell'amore com'egli l'aveva sempre inteso, gli parve bella la morte. Dunque, colui che gli aveva tolta la donna sua, non era quel soldato straniero, ma un uomo della sua terra, della sua lingua, un frate; quel frate che aveva predicato a D.... la quaresima, e che sua madre aveva tanto lodato? Oh! se non fosse stato il pensiero di lei cui aveva già dati troppi scontenti; se non fossero state quelle sue parole di morte, che solo a rammentarle gli toglievano ogni forza; che sì che sarebbe tornato al convento, e aspettato tanto che quel frate venisse fuori, gli avrebbe insegnato a leggere nel vangelo! Ma sua madre...., sua madre l'aveva nella fantasia, nell'atto in cui era rimasta sulla soglia di casa sua, ad accennargli colla mano di tirare innanzi; e ne udiva la voce gridare: «pace, pace, perdono; va alla tua ventura» e volle obbedire.
«Vieni tu con noi, a vedere il ballo?--disse finalmente uno degli amici a Giuliano, fermandosi a mezzo il borgo, in capo a un vicolo, dal quale s'udiva venire un suono di strumenti festoso.
«O perchè no?--sclamò egli provocato da quel suono come da un'ingiuriosa parola:--andiamo e vediamo la sposa!
«Signorino--disse Rocco, accostandosi a lui in guisa da non farsi udire dagli altri:--sua madre mi raccomandò di accompagnarlo oltre il confine, prima che sia giorno....
«Ho io ucciso qualcuno?--rispose il giovine--stai pure, mia madre a quest'ora è tranquilla.»
Fosse stata a vederla; povera signora Maddalena! Una mano di soldati Alemanni le mandavano in quell'ora la casa sossopra; chiedendole del figlio, come se loro avesse avvelenato l'acqua e l'aria, e rubato la corona al loro Imperatore. Ed essa, non badando allo strazio che le facevano d'ogni cosa; camminava col pensiero dietro a Giuliano, e lo stimava arrivato in terra della repubblica; e benediceva donna Placidia, venuta a farle la carità d'avvisarla.
Marta, non potendo altro, fece le corna agli Alemanni tutto il tempo che stettero a frugare; e per la prima volta trovò che Giuliano non aveva avuto torto a maledirli, quella tal sera della pasqua passata. E anche don Apollinare, le pareva scaduto di molto: ond'essa guardando a squarciasacco dalla banda del castello, pregava di tanto in tanto ch'ei fosse nei panni della signora, egli che sapeva dire dal pulpito al popolo della pieve tante parole di carità.
In quell'istessa ora, il pievano seduto sul suo seggiolone, con una gamba accavallata e dondollata sull'altra, se la faceva colla sorella, raccontandole come Sua Eccellenza il generale Alemanno, avesse saputo da Torino, che il figlio della signora Maddalena era fuggito alla giustizia, la quale lo cercava per congiurato ai danni del re e della religione; e che confidatosi a lui del carico datogli di farlo acchiappare se mai si fosse rifugiato a D..., egli l'aveva supplicato a far di notte, per minor vergogna, non del reo, ma di sua madre.
Queste cose, egli diceva a Donna Placidia; la quale ascoltando, un po' accennava col capo come a dire che sapeva; un po' niegava: come per dire: «Giuliano non l'acchiapperanno.»
Un tratto queste due parole le fuggirono dette a mezza voce, di tra le labbra.
«Oh come non l'acchiapperanno, gridò don Apollinare levandosi in piedi.
«Ma--rispose donna Placidia, vi fu chi ne fece avvisata la signora Maddalena.
«E chi, se non voi, può avere ascoltato ciò che il generale non disse ad altri che a me?
«E voi non dite sovente dal pulpito, che bisogna fare il bene al prossimo? Ora la carità non si fa tutta di pane.»
Don Apollinare le diede un'occhiata bieca; e senza parlar oltre, tolto il suo lume da mano, s'andò a chiudere in camera, per non farsi trovare dal generale. Il quale rimasto a mani vuote, chi sa come sarebbe venuto a tempestare nel presbiterio bell'e a quell'ora.
«Tanto e tanto,--diceva spogliandosi in fretta--mi sapeva male che uno della mia pieve cascasse in mano a questi signori. Ma to! questa mia sorella come me l'ha appioppata! Bella coppia essa e don Marco! Proprio il dettato è giusto; «chi fa quel che noi preti si dice..., va in paradiso diritto, come colomba al nido, e come io in questo mio letto...»
Si coricò disteso; e contento come quella sera, non aveva più giaciuto da parecchio tempo.
CAPITOLO XVI.
Quello in cui a C... si ballava, era stato palazzo dei feudatari; e abitato ai dì nostri da una famiglia per bene, sorge a piè della roccia, dalla cui vetta il castello in rovina pare lo guardi imbroncito; quasi chiedendo se sia cosa giusta, ch'egli debba stare lassù a disfarsi alla pioggia e al gelo, mentre il palazzo sta ritto qual era nell'età fiera, in cui di ribalderie fatte dai loro padroni ne videro entrambi d'ogni colore. Sullo scorcio del secolo passato, vi alloggiavano le genti del Re di Sardegna, messe a guardia del confine tra il regno e la repubblica di Genova; e però il borgo fioriva pel molto spendere degli uffiziali di quelle milizie, dei quali alcuni lasciarono le ossa e il nome alle sepolture della chiesa parocchiale; altri le sembianze sull'insegna del caffè di Marocco, rimasta salda sugli arpioni molti anni dopo che il povero caffettiere era morto, ed ora buttata ai tarli in non so quale solaio.
Per accedere alle scale ampie ed agiate, che di certo furono fatte per non affannare il petto alle baronesse; bisognava attraversare una sorta d'atrio, che di costa aveva un cortile lungo quanta era la facciata dell'edifizio. Da quel cortile parecchie viti, accompagnate nei loro serpeggiamenti da mano amica, s'erano arrampicate così alte, che tra balcone e balcone, formando bellissimi tralciati, toccavano colle vette le gronde del palazzo, a recarvi chi sa se noia o diletto alle rondini, che vi appiccavano i nidi. Bell'e in mezzo al cortile v'era una cupoletta leggiadra, assiepata da gelsomini rigogliosi; ma i fiori d'alcune aiuole ben disposte qua e là negli angoli, perchè il sole vi poteva poco, erano pallidi come visi di monachelle, che se anco belline hanno sempre sulle guance i segni dell'aria morta del chiostro. Di là dall'atrio si pigliavano le scale, che mettevano ad un ampio ambulacro, e più oltre ad un uscio, i cui stipiti e l'architrave erano stati condotti con gran maestria in marmo persichino, cavato dalle montagne di quelle parti. E l'uscio poneva in una di quelle sale vaste, le quali, ad entrarvi da soli, danno un po' di sgomento; e l'uomo vi si trova piccino e così leggero di panni, che per istarvi bene avrebbe proprio mestieri d'essere vestito di ferro. L'altezza della volta era molta sfogata, e aveva nel mezzo uno stemma recante aquila bicipite, carro e cimiero, ad alto rilievo; e quando la sala era illuminata scarsamente, e il venticello delle finestre faceva ondeggiare le fiamme, alla luce ricevuta di sotto in su, quell'aquila dai rostri e dagli artigli dorati, pareva muoversi come cosa viva e pronta a spiccare il volo. Di là da questa v'erano due altre sale, ed oltre e sopra per lunghi giri, stanze e corridoi d'ogni conformità; di chè il volgo accostumato a vivere ammucchiato nelle sue catapecchie, aveva mille ubbìe su quell'edificio così vasto, e lo guardava quasi con paura. Le femminette compativano i poveri soldati, costretti ad abitare in quel luogo malurioso; e quando fu accesa la guerra in su quel di Nizza, e le milizie lo lasciarono vuoto; parve a quelle semplicione, che l'andare ai patimenti dei campi, e forse a morire per man dei Francesi feroci, fosse meno peggio dello stare là dentro, a farsi guardare nei sonni dagli occhi ardenti dei fantasmi, uscenti la notte dai trabocchetti.
Gli uffiziali Alemanni, volendo far onore alla sposa ed al loro compagno d'armi; avevano stimato che il palazzo fosse il luogo più acconcio ad una festa da ballo; perchè vi si poteva invitare quanta gente per bene viveva nel borgo e nei dintorni. E già alla una di notte ne erano piene le stanze. Chi giocava, chi conversava, chi si confortava ad una copiosa credenza: mentre nella sala grande si ballava così di voglia, che non pareva d'estate.
Le pareti di quella sala, quasi coverte di quadri antichissimi, rappresentanti caccie e tornei; erano a tratti adorne di specchi posati su certi arpioni, che reggevano doppieri formati di molte torce. E la luce riverberata dalle spere, si diffondeva in ogni lato sì vivida, che si sarebbe potuto raccattare di terra una spilla; e i cavalieri e le dame vedute e moltiplicate in quelle, parevano migliaia. Qual festa per gli spiriti folletti, abitatori di quel palazzo! Che sì, che quella notte delle burlette ne avranno fatte di belle, alle madri sedute a vedere le figlie ballare, o passeggiare di su di giù con quegli Alemanni, vestiti di magnifiche assise! Le donnicciole delle casette vicine, potevano quella notte dormire tra due guanciali se gli avessero avuti, chè nessuno di questi spiritelli si sarebbe tolto da tanta delizia d'acconciature, di gale, di code, per venirle a fastidire; nè i mulattieri discesi all'alba ad arnesare, avranno trovato i bardotti o le mule colle criniere intrecciate da doverne ammattire. O che avranno detto i ritratti dei due Monarchi Carlo VI d'Austria e Filippo V di Spagna, incorniciati sopra gli architravi di due usci, l'uno di faccia all'altro, e posti in modo che parevano sbirciare le donne e i cavalieri, quali fossero le più belle ed i più cortesi? Quei due ritratti erano fattura d'un pittore del borgo, che gli aveva dipinti dal vivo l'anno 1702; e si vedeva dalla scritta che i due sovrani avevano dormito dai Marchesi Scarampi proprio in quel palazzo. Un figlio del pittore, divenuto musico riputato molto, sedeva quella sera sul palco a dirigere i suonatori: e rammentando d'avere udito dal proprio padre le meraviglie dei due monarchi; guardava, suonando, i loro ritratti, come se aspettasse di vederli sorridere, cavar di sotto le corazze una pizzicata di monete d'oro, e chiedere a lui notizie del babbo che gli aveva dipinti, pover'uomo morto da lunga pezza.