# Le rive della Bormida nel 1794

## Part 22

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La lettiga non era più alla porta della chiesa, perchè gli amici e i convitati del signor Fedele, volendo mostrare l'allegrezza che quel matrimonio spandeva nel borgo, l'avevano fatta portar via; costringendo in questa guisa gli sposi a lasciarsi ammirare. E durante la messa, spacciati fanciulli nei prati e negli orti, e garzoni nei boschi vicini a sfrondar alberi; avevano fatta la fiorita per la via, e parati di fronde i muri delle case, come usava nella festa del Signore. Di che l'aspetto del borgo, pigliava dalla chiesa alla casa del signor Fedele, una sì bella e nuova allegrezza, che l'Alemanno ne fu lietissimo, e all'anima sua parve di inoltrarsi in una primavera, promettitrice di dolcezze infinite. Procedeva a piedi con Bianca allato, calpestando quei fiori, che a lui potevano sembrare emblemi di piaceri passati, a lei di affetti posti in oblio; ed ambedue bisbigliavano parole d'amore, verecondi in vista, fra gli evviva del popolo, e la grave andatura dell'accresciuto corteo: che lasciatosi alle spalle il clamore festoso della turba, rifece alfine le scale del signor Fedele. Ultimi tra i convitati capitarono i preti del borgo, col padre Anacleto, inchinato, lodato, atteso a dare il cenno, pel quale tutti pigliarono il loro posto alla solennità della gola; e se il signor Fedele avesse avuto in mano un turibolo, avrebbe incensato tre volte e quattro lui, che sedutosi in mezzo agli sposi, governò coi cenni e coll'esempio l'olimpico pasto.

Mangino e bevano i bicchieri arrubinati; ma almeno le loro allegrezze, non giungano nella stanza di damigella Maria. Essa e Margherita se ne stavano come due meschine, senza parenti nè amici al mondo, relegate dalla sventura in luogo solitario. Le voci e le risa dalla sala del banchetto, le percotevano come ventate furiose; e a misura che cessavano o tornavano a suonare, esse ripigliavano le loro querele.

«Ma tu, Margherita, non farai come Bianca no, nevvero?--diceva la cieca cercando colla sua mano attenuata e scolorita il capo della fanciulla. E questa non ebbe tempo di rispondere, perchè appunto uno scoppio di applausi fragorosi, le fece morire la parola sulle labbra. La cieca levò un istante il capo dal guanciale, porse orecchio quasi spaurita, poi rimettendosi a giacere, parlò basso a Margherita.

«Mi pare che si debba essere vicini al tramonto...?

«Sì--disse la fanciulla--il sole batte appena nel comignolo della casa di don Marco.

«Tua madre è morta a quest'ora.»

E i convitati a quell'ora erano ai brindisi del padre Anacleto; il quale aveva provocato quegli applausi con un primo discorso; e tutti avevano bevuto con lui alla salute degli sposi, cui pregò tante gioie e tanti figli, quante erano stelle in cielo e arene nel mare, stile da frate.

«Ora un secondo brindisi!--tuonava egli colla sua voce, fatta più poderosa dal vino e dall'umore allegro:--un secondo brindisi, e sia alla Francia immattita!

«Oh!--sclamarono i commensali interrompendo il frate con grandi risa: ma egli guardato un poco in viso ai più arditi; con occhi scintillanti, e reggendosi alla spalliera della sua scranna, proseguì sullo stesso tono:

«Sissignori! un brindisi alla Francia matta e ai suoi giacobini! Mi spiego. Se non fossero state le pazzie dei Francesi, questi gran gentiluomini sarebbero venuti quassù? No? E allora la coppia felice, in mezzo a cui seggo indegnamente, sarebbe? Giacobini alla vostra salute; non in questo, ma nell'altro mondo, se Dio vi perdonerà...!»

E fra un nuovo urtarsi di bicchieri, e un nuovo erompere di voci, bevve l'ultimo sorso che gli colmò la misura. Allora sentendosi la testa lì per andare in volta; prese commiato da Bianca, dallo sposo, e dalla comitiva, dando la mano a baciare a tutti, salvo che ai preti.

Lui partito, durarono i ricreamenti e gli allegri parlari, finchè alcuni cominciarono a provar noia, altri desiderosi d'una boccata d'aria s'affacciavano alle finestre, andando e tornando con uno scarpiccio irrequieto. Gli ufficiali tastavano le loro pipe, bramosi di farle fumare; Bianca aveva negli occhi l'agonia d'andar fuori; di che non si stette guari a far parola d'uscire a diporto.

Lasciamo che si apparecchino, che si liscino, che partano a due, a quattro, come loro verrà bene; e vadano a godersi il fresco della bassa ora, o lungo i prati oltre il torrente, o sotto i filari d'olmi, sui quali cantano più felici di loro, i passeri a migliaia. Salgano a loro talento in castello, a rifare colla mente il vasto edificio; e Bianca si pasca di sogni, e colla fantasia vegga sè stessa seduta al balcone marmoreo, come le aveva insegnato a figurarsi il padre Anacleto. Noi raggiungeremo questo, chè alla maniera in cui si è veduto partire, qualcuno non se lo avesse a immaginare barcollante, sulla via del suo convento.

Egli aveva veduto il fondo a molti bicchieri; ma la sua natura, era da non lasciarlo correre oltre un'ebrezza discreta. E se dava il primo alla sete, il secondo al piacere, il terzo all'allegria; avrebbe da poi potuto dare altri venti bicchieri allo stomaco, senza che gli accadesse di perdere la tramontana. Ma fosse anche stato a questo segno, non gli sarebbe seguito alcun male. Perchè s'aveva procacciata la compagnia di quattro giovani di buon casato, suoi penitenti; i quali, sul vespro, andando a zonzo fuori del borgo, s'acconciarono di buon grado a fargli servigio.

Tra la via da C.... al convento, non rifiniva di lodarsi della maestria, con cui aveva condotto a termine quel parentado; del quale si sarebbe parlato lunghissimi anni in tutta la vallata; e dicendo era così lieto, che i quattro credevano ogni tratto, di vederlo buttarsi in terra, a far capriole. I foresi che tornavano dai vespri, colle bisacce ricolme di carni e di spezierie, pei desinari che solevano imbandire l'indomani, (essendo quel giorno la vigilia della Madonna degli Angeli, festa dei Minori Osservanti e di tutta la vallicella dove sorgeva il convento); vedevano la brigata giuliva e ridevano, allentando il passo o affrettandolo, per rispetto a quei personaggi, nella gioia dei quali parevano avere anch'essi una particina. Padre Anacleto salutava alla buona; e via così accompagnato e riverito giunse al convento, se non sano, salvo.

Il cielo, a ponente, era colorato di quelle tinte, che i pittori chiamano calde; e parlano all'anima di tante cose dolci; e fanno parere che il sole, tramontato a malincuore, sia lì sempre per riapparire. Al po' di luce riverberata dai tufi grigi dei colli che sorgevano di faccia al convento, il campanile spiccava nella selva scura che aveva a ridosso, e l'intiero edificio biancheggiando, faceva così placido invito, da invogliare della sua quiete il più felice uomo del mondo.

«Ed ora che mi avete accompagnato, ve ne vo' dare un bicchiere, che mi direte come lasci l'ugola.»

Così disse il padre Anacleto, facendo atto di mettere i quattro giovani nel chiostro. E come questi si schermivano e mostravano di non voler entrare:

«No, no.... nessune cerimonie!--soggiungeva--qui comando io: e giacchè i padri stanno cenando, ed io per questa sera non ho nulla a vedere coi loro radicchi; così vogliamo fare tra noi un brindisi a questi colli, che danno i vini deliziosi; e ai contadini che mi portano quanto basta, per fare un po' d'onore ad amici quali siete voi....

«Ma padre,--usciva a dire uno della comitiva:--non per rifiutare no, non vede? fa notte, e a C.... siamo aspettati....

«Al ballo degli sposi, nevvero?--sclamò ridendo il padre Anacleto:--eh! via, peccatori, farete sempre a tempo a mescolarvi coi diavoli; sì coi diavoli! Chi sta a vedere le danze n'ha in corpo almeno un paio, chi danza, sette od otto. Pensate figliuoli a quel che dei balli, dice San Giovanni Grisostomo; pensate che passare per scortesi, selvatici, poco amanti della compagnia, non vuol dire: e anche quando sarete violentati ad andare ai balli, pensate che San Francesco di Sales consiglia di metterci sassolini nelle scarpe, acciò quel dolore, che essi danno ci faccia ricordare dei tormenti dell'inferno! Entrate, figliuoli, che se mi spazientizzo, vi tengo prigionieri, e predico tutta la notte!»

Con questa piacevolezza, pigiati attraverso la porta, i quattro giovani furono nel chiostro; e per una scala angusta, in un corridoio di sopra, in capo al quale era la cella del padre Anacleto, dove entrarono uno dopo l'altro. Ultimo, il frate chiuse l'uscio a due mandate, e levata la chiave dalla toppa, se la cacciò sotto la tonica, forse nella saccoccia delle brache, sclamando:

«Animo! Ora, tirate in mezzo quel tavolino, a modo... senza far rumore. Un momento, badate a non mandarmi in confusione queste carte; v'è scritto il panegirico che dirò domani...., v'aspetto ad udirlo. Animo dunque, con garbo, così! Tra tutti si fa tutto...; dà una mano a questa panca, tu; e tu, accendi la candela; tò acciarino, esca, zolfino.... oh! ora sta bene!»

Con questa sorta di discorso, il frate alzò un lembo della coltre del suo lettuccio, e disse: «vedete?»

Là sotto, in quella mezza oscurità, rotta da un po' di luce che vi scendeva dalla candela, alcuni fiaschi brillavano, come occhi di belve in una caverna.

«Oh! benedetti,--urlarono i giovani a quella vista, correndo a fare intorno al letto una genuflessione: ma il frate lasciando ricadere la coltre, zittì, rattenne il fiato, e fece segno ad essi di rattenerlo. I padri venivano appunto allora fuori dal refettorio, e v'era pericolo che udendo quell'urlare nascesse qualche gran chiasso.

La campana del convento suonava in quella l'avemaria a distesa; annunciando la festività dell'indomani. Quella della parrocchia di C...., entrava anch'essa a mandare il suo saluto alla notte: e a quei suoni s'aggiunsero subito quelli delle campane dei borghi, poco lontani dal convento. Fra l'altre si discerneva assai bene quella di D... a certo squillo, che imprimeva nell'aria una malinconia da far pensare all'eternità. Quella sera gli squilli parevano lamentosi più dell'usato, al padre Anacleto; il quale, se fosse stato uomo d'altro cuore, lasciati i fiaschi dov'erano, e accommiatati gli amici; avrebbe piegate le ginocchia e giunte le mani, chiedendo perdono al cielo, d'essersi immischiato in un matrimonio, che ad un giovane allevato al suono di quella campana, aveva tolta la gioia forse per sempre.

CAPITOLO XV.

Difatti a D..., in casa alla signora Maddalena, la giornata era corsa mesta, come quello squillo di campana che la chiudeva; udito così da lungi.

Giuliano, avendo le membra tronche dal gran cavalcare, non s'era potuto togliere il sonno di dosso, sino a mezzodì; e poi destatosi, aveva covato il letto a guisa di persona che medita e si riposa. Fatti e rifatti i conti, aveva veduto più chiaramente i casi suoi, dolorosi per ogni verso. Oramai non vi cadeva più dubbio: la marchesa di G... l'aveva ingannato, pietosamente ingannato, ma per farlo fuggire da Torino. E forse a quell'ora, i suoi amici erano tutti in carcere, d'onde non sarebbero usciti che per essere appiccati alle forche; e chi sa? qualcuno morendo in quella guisa, avrebbe lanciato a lui lontano, l'accusa di codardo e di traditore. Che gli rimaneva a fare? Deluso dalla donna amata, non provò senso d'odio o desiderio di vendetta; ma una sete di sventure, una voluttà di patimenti grandi, lunghi, gli allagò il cuore; e colla fantasia vedendo sè stesso sui gradini del patibolo, gli parve d'intuonare un inno, un inno che avrebbe fatto piangere un mondo. Si levò col proposito di ripartire per Torino prima di notte; e impresso di calma severa nel viso, negli atti, in tutto il portamento, discese in sala.

Sua madre, vedendolo venire, s'affrettò a far viso allegro; e Marta uscita di cucina gli passò dinanzi colla tazza di latte, e colla focaccia, che odorava lungi a venti passi, cotta per lui.

«Sì--disse Giuliano--un sorso di latte, e il petto del montanaro è ristorato!»

E andatosi a sedere a mensa mangiò, quasi non si avvedendo di sua madre, la quale gli spezzava il pane, e gliene poneva nella tazza timidamente; paurosa di rompere quella quiete dell'animo, che gli vedeva nell'aspetto sereno.

Quand'ebbe finito egli si levò in piedi; e tesa la mano a lei rispettosa, le disse che andava a dar due passi pei campi.

«Ben pensato;--sclamò la signora, credendo che a un tratto egli si fosse messo il passato dietro le spalle, disposto a non più pensarvi:--mi vuoi? vengo anch'io...»

«Il caldo è troppo:--rispose Giuliano--ed io sento una smania di camminare, una smania di correre tutte le montagne che abbiamo intorno!»

Queste parole dette con accento diverso da quel di prima, fecero dar giù l'animo della signora; la quale quasi per iscoprir marina, soggiunse interrogando sommessamente:

«E intanto non potrei far trovare qualcuno, da ricondurre in Alba il cavallo che hai menato?

«Lo ricondurrò da me, perchè stasera sul fresco ripartirò per Torino.»

La signora chinò il capo un istante, e quando lo rialzò tendendo le braccia verso di lui, egli era già fuori. Ma essa non vedeva più lume, e:

«Tu non partirai!--proruppe--non partirai, o verrò anch'io a vedere qual misera fine tu vorrai fare! Che tu credi che io non abbia capito; e che per me non sia tutt'uno, mi scoppi il cuore in questa casa tua, o in mezzo alla via come una mendica?»

Così esclamando si metteva una mano sul cuore, e a sentirne lo scompiglio dei moti la ritraeva, recandosela alla fronte lavata di sudore. E allora Marta che dal dolore di veder la padrona in quello stato, si sentiva la lingua in fondo alla gola, le veniva accosto:

«E glielo chiegga una volta;--diceva--gli chiegga se vuole vederla morta; chè già da pasqua in qua, mi pare che non cerchi altro!

«Egli... egli vuol morire! vuol tornare a Torino; e di là, me lo dice il cuore, non uscirà più...!»

«Torino! Quanto a questo, noi faremo menare altrove il cavallo da nolo, e la giumenta di casa. Se sarà viso da pigliarsela a piedi da qui a là..., lo vedremo!»

E così com'era, colle maniche rimboccate, uscì, fu nella stalla, tolse a cavezza le due bestie; e spigliata come un palafreniere, le condusse a Rocco, tornato un'ora prima da Santa G..., comandandogli di menarle alla cascina dei padroni, la più discosta dal borgo, di segreto quanto potesse. Il colono obbedì, strologando su questi fatti alla sua maniera.

Marta, si rifece in casa a reggere l'animo della signora, la quale da quel partito della fantesca, pareva aver pigliato un poco di sicurtà. E quando Giuliano, dato un lunghissimo giro, tornò; la trovò quieta, intenta a mettere in tavola le tovaglie di bucato, il vasellame della festa, le boccie, che a vederle appannate al di fuori, si sentiva la freschezza dell'acqua cavata allora. Su per giù era l'ora del desinare.

«Qui non si fa che sedersi a mensa!» diss'egli, che, tornategli le forze, se non di voglia, si sentiva disposto a mangiare per bisogno. E parlando delle biche, dell'aia, e dell'uve che aveva viste copiosissime sui vigneti; faceva cuore a sua madre, che non si lasciasse cogliere dalla malinconia e mangiasse.

Ma a un certo segno, il suo viso parve rannuvolarsi. Appoggiato un gomito sulla mensa, e reggendosi colla mano la guancia, rimase fisso a guardare la tovaglia dinanzi a sè, e moveva le labbra come chi parla con qualche sua immaginazione. La povera madre non osava dirgli nulla; ma alfine, vedendo come quel pensare durasse di troppo; lo toccò lievemente nel braccio, chiamandolo a nome, come persona che volesse destare.

«Ah!--sclamò egli riscosso--perdoni, mamma; pensava che il mondo è tutto una commedia; e mi pareva d'essere a C..., ad una mensa lautissima, e che il mio bicchiere urtasse in quello d'un'altra persona.

«Ma falla finita con coteste tue fantasie! O che alla fine non v'hanno più fanciulle al mondo? Dà retta: pensava qualche cosa anch'io. Di là dai monti, nell'altra vallata, in M..., ci ho una figlioccia. Saranno dieci anni che non l'ho riveduta; ma a quel che era, di certo a quest'ora s'è fatta bella come un sole. Va a vederla..., odila... e se ti parrà...

«Ah! non parliamo di matrimonio, mamma,--rispose il giovane--io non mi sposerò mai!»

A queste parole la signora rimase muta. E intanto veniva Marta recando un cacio della parti di Santa G..., dove le greggie pascendo erbe odorose e timi alpestri, danno latte a dovizia e squisito. Mettendolo in tavola, coperto d'alcune foglie di viti, disse:

«Quei parenti di Rocco, hanno accolto Tecla assai bene, e mandano questo presente.

«Appunto,--uscì a dire Giuliano rischiarandosi un poco in viso--Tecla non l'ho ancora veduta: mamma, non mi scriveva che se l'aveva tirata in casa?»

Marta che era lì appena fuori della stanza, strizzò l'occhio nell'udirlo, e ricordando che la sua pensata di dar Tecla per isvago al signorino, aveva mosso a sdegno la padrona; si fece tutta orecchi per sentir questa, che pronta rispose:

«Non hai inteso? Tecla è a Santa G..., in casa ai parenti di sua madre...

«Già--disse Giuliano--ricchi o poveri son tutti compagni! Andate pure, o fanciulle fuori degli occhi delle vostre madri; l'innocenza è una cosa, che una volta uscita, può tornare a casa con voi sicura e sempre...!»

La signora Maddalena provò una stretta dolorosa al cuore, pensando che quelle parole toccavano in parte anche lei; e subito chiamò Marta. La quale umiliata dall'onesto dire del giovine, stava così ristretta in sè e confusa, che pareva frugasse chi sa in qual fondo della sua coscienza, e non vi trovasse tanta sicurtà da farsi avanti. Ma la signora la chiamò una seconda volta; e come allo scricchiolar della scranna parve alla vecchia che si movesse per venirla a cercare, presentandosi sulla soglia, balbettò; «comandi.»

«Dite a Rocco, che prima di sera torni a Santa G..., e rimeni qui la figliuola.»

Giuliano pensava intanto a quell'ultima volta che aveva vista la villanella sul prato a ricogliere la tela; e quel canto malinconico alla rondinella, gli tornava nell'orecchio e nell'anima, come uno dei più soavi ricordi della sua vita. Oh! quanto gli si erano mutati i casi da quella volta! E l'immagine di Tecla, mescolata alle sue rimembranze d'amore, gli riusciva cara, come a dire un fiore, un nonnulla avuto dalla donna amata; che lo si serba, lo si contempla, lo si porta sul cuore, e fin si pensa di farlo mettere nella bara, la quale nelle mestizie della giovinezza, torna così spesso e così desiderata alla mente. La signora Maddalena poi, pensava anch'essa a Tecla, vi pensava con un desio strano; e se egli fosse uscito a dirle: «madre, voglio sposare la figlia di Rocco» forse gli avrebbe risposto: «se ti pare, domani.»

Marta apparve di nuovo sulla soglia, ad annunciare rimescolata, che qualcuno voleva la padrona.

«Chi è?--sclamò questa levandosi sollecita e correndo in sala.»

La fantesca le additò in fondo; ed essa attraverso l'uscio socchiuso, vide nell'atrio donna Placidia, turata nella sua guarnacca, a guisa di persona che volesse andare sconosciuta.

«Oh...! ma venga, venga oltre...--disse alla sorella del pievano, affrettandosi verso di lei per tirarla dentro.

Ma donna Placidia non si sarebbe risicata per nulla al mondo, a porre il piede dove di certo avrebbe incontrato Giuliano. Chè anzi, se non fosse stata la tema di offendere la signora, l'avrebbe pregata di chiudere quell'uscio, da cui, le pareva venisse fuori un odore di zolfo. Tante ne aveva intese pur allora sul conto dello scuolaro, che essa, quasi non osava toccar le mani della signora. Ma vinta la riluttanza, la trasse verso il piazzale, e in fretta in fretta bisbigliò queste parole:

«Su nel presbiterio, ho lasciato il generale alemanno e il signor pievano che si consigliano. Gli ho uditi parlare di molti carceramenti, fatti non so se ieri o ieri l'altro a Torino; ho veduto per la toppa certi fogli, che il generale diceva di aver ricevuti caldi caldi di là. Oh! quel che devono aver fatto i giacobini! Delle chiese bisogna che ne abbiano incendiate, e dei preti ammazzati molti... Basta!... Il generale e il signor pievano parlavano di suo figlio, fuggito alla giustizia di laggiù..., e questa notte verranno... ad acchiapparlo. Io non so nulla, non dico nulla, lei è avvisata...»

E detto appena, come fossero state d'accordo, diedero di volta, donna Placidia per un verso a togliersi da quel luogo; la signora Maddalena a rientrare in casa, mezza fuori di sè. E se non fosse stata la tema di far parere il figliuol suo colpevole davvero, sarebbe corsa a gettarsi a' piedi del pievano e a chiedere pace, baciando la polvere dove egli metteva le piante. Ma da questo lato non v'era nulla a sperare; di che fattasi innanzi risoluta:

«Giuliano,--disse a lui, spaurito di vederla così mutata--sii sincero, che avete fatto a Torino, tu e i tuoi amici?

«Nulla!--rispose il giovane.

«Meglio! Ma se non vuoi vedermi morire prima che sia notte, parti... e non parlar più di Torino... Tu sai la via della montagna, a due ore di qui si varca il confine della repubblica di Genova...: là ti riposerai a tuo agio... Non dirmi di no, perchè sono tua madre, e te ne pentiresti tutta la vita... Rocco verrà con te, danari in casa ne abbiamo...; o Giuliano, quella bella riviera vicino a Savona...! Io vi passai con tuo padre una volta, e mi rimase negli occhi quel paradiso! Dammi la consolazione di vivere alcuni mesi teco, in una di quelle casette, sorridenti... affacciate tra quei cigli di rupi, tra gli aranci e gli olivi, col mare in vista e il cielo! Sì, sì, Giuliano, tu la cercherai una di quelle casette; non baderai a spese, e vedrai, come vi staremo bene...: accontenta tua madre, perchè da un giorno all'altro..., mi sento vicina a morire...!»

Non le sarebbe bisognato che quest'ultima parola, per avere da lui tutto quello che bramava. Al pensiero di doverla veder morire un qualche giorno; Giuliano si era sempre sentito come un navigante, che rotta la nave in mare per fortuna, fosse sbattuto dall'onde sovra uno scoglio; e là, solo, assiderato, di notte, sentisse una voce tuonar dall'abisso: «tu aspetti il sole, e il sole non spunterà mai più!» Questa immaginazione lo assaliva di quando in quando, e durava fatica a torsela dalla mente; sicchè molte volte ne aveva pianto. Adesso udire quelle parole dalle labbra di sua madre, e dire addio a Torino, ai compagni, ad ogni disegno fatto, fu un punto solo, e rispose:

«Partirò.

«E che il Signore ti benedica!--aggiunse essa, e strettosi al seno quel suo unico amore, lo baciò e ribaciò, come non aveva più fatto da quando era bambino. Poi salì con esso nella sua stanza, dove gli diede quant'oro aveva in serbo.

Marta, che s'era tenuta in disparte, e aveva inteso il discorso di donna Placidia, e quello della signora; aveva fatto presto a correre da Rocco, ma non per dirgli che andasse a Santa G..., a ripigliar Tecla; bensì che venisse per accompagnare il signorino sul Genovesato.

Il pover'uomo, tornato da menar i cavalli, credè questa volta d'esser pigliato di mira per canzonatura, e già perdeva la pazienza; senonchè l'aspetto di Marta lo accertò che si faceva sul serio. Pensando che s'usciva dal territorio, e che il domani era festa, salì di sopra, si mise indosso i migliori suoi panni e in capo una sorta di cappellaccio, che si poteva assomigliare a una filucca capovolta, e sarebbe tuttavia paragone gentile. Così conciato, prese congedo dalla moglie, e fu in casa alla padrona, dove sedette vicino all'uscio della sala; aspettando che essa e il signorino discendessero dalle stanze, dove Marta gli aveva seguiti.

«Oh la bella musica!--diceva egli tra sè--si direbbe che in questa casa non si può vivere colla pace di Dio! Proprio, chi ha pane, si cava da sè i denti per non mangiarlo...!»

E volgeva gli occhi in sù, come parlasse allo scarpiccìo che s'udiva nelle stanze sopra il suo capo.

Intanto Marta discese, ed egli, levandosi, le chiese se il signorino avesse roba a portare.

«Credo che no--rispose la vecchia--perchè portando roba si farebbe scorgere...»

Rocco arricciò il naso, quasi a una ventata di cattivo odore, ma non parlò; perchè giù delle scale venivano Giuliano e la signora, la quale proseguendo il discorso fatto di sopra, diceva:

