Le rive della Bormida nel 1794

Part 17

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«Io sto bene!--rispose il pievano:--ma non così tutti coloro che mi stanno a cuore. Suo figlio, signora, a Torino si finisce di rovinare.

«Che non l'è ancora abbastanza?--proruppe essa levandosi ritta:--ci pigli una volta me e lui! ci mandi schiavi ai Turchi; peggio di qui non istaremo!»

Queste parole, il modo in cui furono dette, la guardatura di don Marco, posero il pievano in gran confusione. Di che ripiegandosi un tratto in sè stesso: «io--disse--io che le ho fatto a lei...? Me ne vado e ognuno s'ingegni...!»

E fece atto d'andarsene; ma don Marco si pose tra l'uscio e lui per rattenerlo; e stava per consigliarli maggior carità, per la signora; senonchè questa aveva già presa la mano di don Apollinare, e tenendola umilmente e lagrimando diceva:

«No...! signor pievano, abbia compassione d'una povera madre, che non finirà di penare, sinchè non sia morta o impazzita! Mi dica tutto..., mi dica, e che io muoia se è tempo!

«Ecco!--sclamò egli spiegandosi di nuovo:--ecco che cosa le fruttò l'aver taciuto, quando egli mostrava di perdere il timor di Dio! Questa è una lettera, che ho calda calda da un soldato, spacciatomi a bella posta dal generale piemontese, che accampa dalle parti di Ceva, il quale l'ebbe da Torino, per la via di Mondovì: e in essa mi si chiede notizie di un Giuliano da D..., che studia laggiù, che è mio parrocchiano;... insomma si vuol sapere che soggetto è...! e se ne immischia la polizia, la Curia... tutti!»

Così dicendo faceva vedere la lettera, battendola sul dorso della mano sinistra, e aspettando che l'un dei due parlasse. La signora teneva il capo chino, colla mente negli abissi in cui il figliuol suo precipitava; don Marco, guardando il pievano, pareva studiare, come un sacerdote potesse aver cuore, di tormentare così fuor di maniera una donna già troppo infelice.

«Che ne dice, ella che fu suo maestro?--gli chiese alfine don Apollinare, vedendo che non gli si rispondeva nè dall'una nè dall'altro.

«Eh!--rispose don Marco--io dico, che questo miscuglio di monsignori, di polizie e di generali, mi pare una torbida cosa: e mi duole di vedere che noi preti, a quest'ora abbiamo lacerate mezze le pagine del Vangelo! Dia retta a me, faccia in pezzi cotesto foglio, li metta per segnacoli nel suo breviario; e ogni volta che li rivede, rammenti quel dettato che abbiamo sempre in bocca; non muove foglia che Dio non voglia.

«Altro che foglie!--proruppe il pievano--va in aria la intera foresta, e il vento della rivoluzione l'amulinella!

«O allora, qual riparo vi possono fare la Curia, la polizia, il generale di Ceva...? E Giuliano, un giovane che manco si vede sulla terra, che cosa può aggiungere alla grande bufera? Non gli faranno nulla... vedrà...

«No... nulla!--saltò su a dire la signora Maddalena, pigliando dalla sicurtà di don Marco, un subito ardimento:--non gli faranno nulla, perchè noi scriveremo, andremo, mi presenterò al Re!

«Il Re è stanco di perdonare--disse il pievano--e Dio non può più vedere la religione calpestata, i suoi ministri oltraggiati! Io ho qui la lettera; farò il debito mio, da cristiano e da pastore; ella scriva, mandi, vada, faccia quel che pare! l'ho avvisata!»

Ciò detto diè di volta, infilò l'uscio e scomparve, stizzito di non avere potuto sfogarsi, per quell'importuno don Marco. Il quale, rattenendo la signora, che voleva correr dietro al pievano per supplicarlo:

«Stia,--diceva:--e non si sgomenti...! E la marchesa di G..., non farà nulla per Giuliano? non l'avrà tenuto d'occhio?»

A questo ricordo, la signora Maddalena si fece in faccia, come sarebbe a dire un fiore, su cui discenda un raggio di sole dopo un ribocco di pioggia. E da quel nome pigliando lena, si mise col prete a pensar modo di chiedere alla gentildonna, che aiutasse Giuliano a scampare dai pericoli ignoti, de' quali il pievano era venuto a parlare.

Ora la marchesa di G..., cui don Marco aveva raccomandato Giuliano, sin dal primo anno della sua andata a Torino; era di quei tempi, dama d'altissimo conto, in corte ai reali di Sardegna. Nelle due valli della Bormida, la si stimava onnipotente: e perchè vi veniva ogni anno a villeggiare, ora in quello ora in questo de' suoi molti poderi, conosceva per quei borghi i primi casati. Rimase nelle Langhe memoria di lei onoratissima: e si parla tuttavia di giovani, scampati per opera sua, nei due o tre giudizii di quegli anni, in cui per tutto si vedevano Giacobini e nemici di Dio e del Re, da torre di mezzo. Tra l'altre si narra la storia d'uno scuolare, che carcerato con altri molti, la marchesa gli fece dire non pigliasse altro cibo, salvo quello che gli avrebbe mandato lei. Ogni giorno capitava in carcere una dozzina d'aranci pel prigioniero, e in capo a una settimana, egli potè uscire, e tornarsi libero alle montagne native.

La signora Maddalena e Don Marco, stettero un pezzo a fare e disfare disegni, discorrendo di Giuliano e della gentildonna: e appunto concludevano con quello di scriverle, quando Marta venne a dire che era l'ora di cena. La signora aveva più volontà di piangere che di muoversi; il prete era uomo di poco cibo, che se aveva in cuore qualche tristezza, di questa si nudriva come di vivanda succosa; ma ambedue per usanza di cenare sull'imbrunire, passarono in quella stanzetta oltre la sala, dove era la mensa apparecchiata.

Tecla, che s'era tenuta fino a quel punto in cucina, donde aveva inteso i discorsi di Don Marco colla padrona, e quella notizia portata dal pievano, appena ebbe veduto libero il passo per la sala; uscì di là in punta di piedi, turbata che non pareva il caso di trovar la porta, per cui andar fuori. Poichè fu sul piazzale diede intorno un'occhiata, come una fuggitiva che cercasse la via più destra. Il sole era andato sotto allora allora, ma se un ultimo raggio l'avesse percossa negli occhi, si sarebbe franto in due lagrime, che non potendo sgorgare, davano alla sua guardatura non so che addolorato e selvaggio. A un tratto parve aver afferrato un pensiero, una memoria: e correndo difilata a casa di suo padre, salì per la scala di legno sul pianerottolo che metteva nelle stanze, dov'erano i lettucci della famigliuola. Entrò guardinga; non vide nessuno: e fattasi vicino ad una vecchia ed ampia cassa, in cui suo padre teneva il frumento; disteso sul coperchio un fazzoletto, tirò giù dalla stanga una gonna d'indiana rossa, un giubboncello di panno azzurro, un grembiale d'ugual colore, che cinto la copriva fin dietro le anche; poi aggiunto un fazzoletto da capo stampato d'alberi e d'uccelli, e gli scarponcini da festa; di tutto fece un fagottino, aggruppò in croce le becche del fazzoletto, e buttò giù dalla finestra dietro la casuccia, in un orticello. Discese, scantonò non vista, raccolse il fardelletto, attraversò un vicolo, e fu sulla via che lungo la ripa del torrente, menava a seconda dell'acque. Era quella presa da suo padre due mesi innanzi, quando aveva accompagnato il signorino; e una volta in viaggio essa aveva inteso dire assai volte, che per chi ha la lingua in bocca ogni via va a Roma. Molti che tornavano dai campi, o che già cenavano sulle soglie delle loro casette, la videro passare; ma come erano usi a non le abbadare, così non fu chiesta da nessuno, che cercasse o dove corresse.

In casa sua l'attendevano a cena; e sulla madia finiva di fumare raffreddandosi la sua scodella di minestra; quando Rocco levando il capo, e stando per imboccare l'ultima cucchiaiata, pose gli occhi in quegli della sua donna, e le chiese: «e Tecla?»

«Chi lo sa dov'è?--rispose la moglie--ora che impara a leggere, non la si può più comandare....!

«Vai a vedere dalla signora padrona!--gridò Rocco irato ad uno dei figliuoli: e questi andato, tornò subito portando che di là Tecla era uscita da un pezzo. Allora la donna, si fece sulla porta, e colla voce più acuta che potè chiamò; «Tecla! Tecla!» tre o quatto volte. I più discoli della ragazzaglia che ruzzava nel vicolo, risposero per beffa imitando la voce della fanciulla; e la donna ingiuriandoli in cuor suo proseguiva a chiamare. Ma Tecla di qua, Tecla di là, questa non si faceva viva; ond'essa salì a veder nelle camere, e trovato che di sulla stanga era stata tolta la veste cogli altri panni della figliuola; tornò giù così in furia, che manco non vide la scala, e piantatasi di faccia al suo uomo, gli disse sgomenta «Tecla è fuggita!»

Rocco balzò ritto, e ruppe a quella nuova in certe parolacce, che le donnicciole del vicinato, affacciate a chiedere che fosse, si turarono le orecchie gridando: «Gesummaria!» Marta stessa, venuta alla voce, ne lo rimproverava! e intanto sull'aia, dinanzi la casa, si faceva folla come a vedere l'infortunio. Allora si cominciò a bisbigliare; e chi aveva vista Tecla, con un fagottino, passare dinanzi la sua porta; chi s'era abbattuto in essa e gli era parsa stravolta; uno le aveva tenuto dietro coll'occhio sino al tale punto, un altro sino alla tale svolta della via; sarà andata di qua, avrà tirato per di là, l'avranno maltrattata in casa; chi l'accusava, chi la compativa; e i più caritatevoli dissero che bisognava andare cercarla, trovarla dovunque fosse, perchè dei soldati Alemanni se ne incontravano da per tutto, e.... non osavano dire di più. Così gli uni correvano a pigliar lanterne, gli altri a munirsi di bastoni; la moglie di Rocco non faceva più che pianti: ed egli affaccendato a rispondere, a interrogare, ad allestirsi un lume; venne più volte a segno, che se avesse avuto lì uno schioppo, se lo sarebbe scaricato nel capo.

La signora Maddalena e Don Marco, saputo da Marta la cagione di quel tramestio, erano venuti fuori anch'essi; e quella tremava, e il prete accorreva pensando alle sciagure che in quel giorno facevano mazzo. Là si diede attorno a porre un pò d'ordine fra quella gente; e spacciandone per ogni banda, finì col mettersi insieme a Rocco ed a parecchi altri, proprio per la via presa da Tecla.

Questa a loro sentire non poteva essersi allontanata di molto; e in verità non era lungi più d'un miglio, sebbene avesse avuto tempo di far più cammino. Ma ad un bivio s'era fermata, incerta di qual parte doveva pigliare, e un pò spaurita dalla notte che s'era fatta alta. In quel sito, su d'uno rialto, coperto di cespugli maluriosi, sorgeva una croce, e Tecla a piè di quello la guardava di sotto in su, pregando con gran batticuore, «Madonna Santa! mandatemi un'ispirazione! da qual parte si va a Torino? non vado mica a dirgli nulla no...., vado a raccontargli che sua madre muore di dolore, s'egli non se ne viene via di là; che lo metteranno in carcere, che quella giovane...., ah... Madonna Santa, non mi lasciate qui smarrita!» Così stando le si era accesa la fantasia per modo, che le parve d'essere guardata da un paio d'occhi balenanti di dietro la croce; e raccapricciò, come avesse avuto lo spasimo di tutto quel roveto nelle carni. E subito rammentò che là un viaggiatore era stato morto dagli assassini; credè di vedere i tristi acquattati, e i loro ferri luccicanti nei cespugli, e il morto ruzzolare dalla ripa sanguinante a' suoi piedi. Si abbandonò, si rannicchiò, si fece piccina, e non osando fiatare: «eccoli, pensava porgendo orecchio affannosa--vengono, mi uccidono; ma.... se dicessi loro quel che vado a fare a Torino? Chi sa che non mi ci menassero essi stessi? Ne ho intese tante di masnadieri, che alle volte fanno di belle cose! oh, mio Dio, sono qui..!» E si strinse vie più; quasi volesse farsi una buca nella terra; e un sudore freddo le correva per la persona.

Qualcuno veniva davvero, perchè lungo la via che essa aveva fatto, s'udivano pedate e parole; e fra i tronchi scuri degli alberi si vedevano due o tre lumi apparire e celarsi. Alla lentezza dell'avanzare, si discerneva che coloro cercavano con diligenza la riva del torrente; ma Tecla non potè badare a questo, perchè provatasi a fuggire, ricadde senza forza, e ravvolgendo la faccia nel grembiale, ruppe nel pianto più disperato che creatura umana possa versare.

Come la brigata fu al bivio, uno che precedeva di pochi passi vide quella cosa scura a piè del rialto; e correndovi accostò la lanterna. Non ebbe tempo di vedere che fosse, e Tecla facendo uno sforzo, con voce rotta dall'affanno gli gridava: «signore, sono una povera creatura, non mi faccia alcun male; vado a Torino a salvare il signor Giuliano...

«È qui, è qui,--urlava colui scoprendo il viso alla giovane mezza morta dalla paura. «Te lo do io il signor Giuliano!» gridava Rocco, smesso il rammarichio con cui si era venuto lagnando come un uomo che morisse svenato; e d'uno slancio fu sopra la figliuola sbuffando feroce, e colle pugna levate. Ma un'altra mano incontrò le sue sul capo della infelice; ed egli guardando chi osasse toglierli quello sfogo di padre, vide don Marco in atto così dolce, che gli fece cadere quel primo furore. E «orsù confessati--disse risoluto alla figlia--confessati qui a don Marco, che qualche gran peccato ce l'hai di certo. Suvvia... a chi dico? Comando io, o chi comanda?» e così dicendo, e ridestandosi in lui l'ira, torceva alla fanciulla le braccia.

«No Rocco--entrava a dire don Marco--questo non è fare da cristiano; date mano a Tecla, essa è vostra figlia, e si confesserà a voi, meglio che a me, meglio che a chichessia.»

E fatto raccattare il fagotto ad uno di quei villani, ai quali la sua parola tornava sì nuova e sì dolce; parlando di pietà, d'amore, di perdono, don Marco s'avviò con essi per tornare al borgo.

Vi giunsero che il ponte riboccava di gente, e chi una e chi un'altra, tutti in quella faccenda dicevano la loro. Don Apollinare anch'esso, disceso di castello, dopo aver ben chiarito, che non era affare di Francesi; alle congetture che ardiva fare, aggiungeva la sua, e tenendosi in mezzo ad un capannello di maggiorenti, diceva.

«Tutte baie! Quella ragazza va a male da due o tre mesi in qua; ed io ne sono certo, e dico che ha pigliato il maleficio. Chi in una mela chi in un garofano, ne ho viste molte che l'avevano preso; e tutte finirono col fuggire improvvisamente di casa, come, salvo l'anima, i cani che vanno in rabbia....

«Dice bene il signor pievano; salva l'anima, come i cani!--rispondevano coloro:--eccola, eccola, l'hanno trovata, è qui....» E tutta quella gente si affollava, in capo alla via.

«Vieni qua... menala qua che la vegga...--diceva il pievano a Rocco--fategli largo..... Eh? di queste ne ho a sentire nella mia pieve?--E levando il bastone sopra la fanciulla, che veniva innanzi trascinata dal padre;--ma se l'ho detto, continuava, è malefiziata! non la vedete com'è stravolta? Va, tienila chiusa, mettile in bocca una foglia d'olivo benedetto, falle bere un sorso d'acqua santa; domani la condurrai in chiesa, faremo l'esorcismo; e se il diavolo non le uscirà di corpo, bisognerà condurla a Savona, a farla esorcizzare nella miracolosa cappella del Cristo risorto.

«Ma signor pievano! interrompeva don Marco, che stanco com'era, arrivava un po' dopo degli altri:--che parla di malefici, di esorcismi... di diavolo...? Ho visto questa fanciulla a piè d'una croce costaggiù, e lei insegna che il diavolo fugge dalla croce....!

«È vero.... l'abbiamo sin per proverbio.... fuggire come il diavolo dalla croce....! dicevano gli astanti.

«Oh! si persuada?--proseguiva don Marco pigliando a braccetto il pievano, cui l'assentire dei suoi parrocchiani toglieva l'ardire: e tirandolo via verso la salita del castello gli andava dicendo: «ai demoni e ai malefici, si crede meno di quel che pare; per carità, badiamo a non nuocere a nessuno, e tanto meno a fanciulle povere e senza difesa....»

Rocco, colto il destro, s'allontanava con Tecla; i signori e i popolani, chi lieto, chi mal sazio, si dispersero ognuno verso casa sua; i due preti si fermarono a piè della salita del castello; e chi fosse stato dietro a un oratorio che ivi sorge antichissimo, avrebbe inteso don Marco continuare il suo discorso col pievano; il quale lo lasciava dire, come quegli fosse stato un vescovo, ed egli un chierichetto novizio.

«Le sarò grato--diceva don Marco--le sarò grato d'essersi persuaso; d'avere smessa l'idea d'esorcizzare quella povera giovane, perchè sarebbe morta di vergogna.... Ma ora ho un'altra cosa, per cui sarei venuto domani mattina a pregarla: e giacchè siamo qui..., mi dica.... a quella lettera d'oggi risponderà....?

«E come no?--sussurrava il pievano.

«Risponderei anch'io; ma mi dimenticherei di qualunque corruccio. Pensi, signor pievano, che là in quell'angolo della sua pieve, vive una povera madre, che non sa più a qual santo volgersi per un po' di pace. Io credo che la troverà nella tomba, perchè non durerà più a lungo. Ma un giorno quando gliela porteranno morta, a farla benedire, sotto le vôlte della sua chiesa: e il popolo che le vuol bene, la piangerà come una madre perduta; qual consolazione per lei, poter dire: io le ho fatto un beneficio, e questa donna lo deve a me se non è morta da tempo....?

«La signora..... povera donna, è degna di rispetto....--rispondeva don Apollinare:--ma lui, quel suo figliuolo, quell'insolente che farebbe ingiuria al paradiso...! Qui il pievano s'accendeva, ma don Marco sempre con dolcezza:

«Senza macchia non v'è manco il sole! Eppoi, sia pure Giuliano quel che le pare, ma sta bene a un prete giocar di vendette? Sta bene a noi essere i primi, a portar la lanterna al bargello? E se domani, se fra venti giorni la guerra ci portasse in casa i Francesi; e qualcuno si pigliasse la briga di dir loro che ella ha perseguitato un giovane, che la pensava un po' alla loro maniera? La vendetta rifiglia, ella lo sa; e se i Francesi ponessero le mani addosso a lei?

«Io....--disse il pievano sentendosi arricciare la pelle più assai di quella volta, in cui il padre Anacleto gli aveva dette a un dipresso uguali parole:--io scriverò a Torino che Giuliano è un giovane.... sì, un giovane.....

«Via.... un giovane dabbene, dica! Mi porto via la sua promessa, signor pievano; e se non ci vedessimo più, le sia dolce quanto a me, pensare che l'ultima volta abbiamo fatto insieme un po' di bene....»

Ciò detto, e strettagli la mano con gran sentimento, lo lasciò a piè della salita; e s'affrettò a casa di Rocco, dove non sapeva come avrebbe trovata la povera Tecla. Sull'uscio della casetta s'imbattè in lui e nella moglie, che si bisticciavano, circondati dai figliuoli; ma la fanciulla non v'era, perchè la signora l'avea scampata a fatica dalle furie della madre, e se l'era tirata in casa per tenervela quella notte. Don Marco si fermò un tratto da Rocco per consigliare a lui e alla moglie pazienza e pace; poi fece quei pochi passi che correvano di là alla casa dalla padrona. Marta lo aspettava nell'atrio, struggendosi dalla voglia di parlargli: e appena lo vide gli si piantò in faccia, e gli disse:

«Mi perdoni; ci ha capito nulla lei nel fattaccio di questa sera? No? Ebbene, io invece ci ho capito che la ragazzona è innamorata del signorino! Già me ne era accorta quest'oggi, mentre ella parlava colla padrona, e quando il signor pievano venne a dare quelle brutte nuove; Tecla pareva sul fuoco, e piangeva. Ora questa scappata.... quel fagotto.... vorrei parlarne alla signora....

«Date retta, Marta, la signora lasciatela in pace.

«Ma se venisse il signorino a casa...? Questa ragazza....

«Lasciamo questi discorsi, Marta, e domani sarete più contenta d'avere parlato poco.»

La fantesca tacque, gli aperse l'uscio, ed entrò dietro di lui. La signora Maddalena scendeva da una camera, vicina alla sua, dove aveva posta Tecla a dormire; e fattosi incontro al prete gli chiese:

«Ebbene, che diceva il pievano?

«Il pievano? Parlò di malìe, di malefici, di diavoli...; voleva che Tecla gli fosse menata domattina per esorcizzarla....

«Oh! allora dovranno venirla a togliere di qui a forza! sclamò la signora, lieta di potersi porre a qualche sbarraglio, ora che suo figlio pericolava a Torino:--di qui Tecla non uscirà più; alla fine delle fini, baciar la polvere ogni volta che il signor pievano lo vuole, non è manco da cristiani!

«Ma egli ha smessa l'idea;--aggiunse don Marco--ed anche mi ha promesso di scrivere a Torino lodando Giuliano.»

Discorsero un altro poco di Tecla, del signorino, del pievano; e quindi si lasciarono colla buona notte. Don Marco fu accompagnato da Marta nella camera di Giuliano, dove la signora faceva tenere il letto sempre rifatto, perchè a vederlo le pareva che il suo figliuolo non fosse via: ed era una sua dolce illusione. Là il prete vide libri e schioppi in bell'ordine; e avvicinatosi allo scrittoio trovò su certi fogli molti visi di donna abbozzati, che tutti somigliavano a Bianca. «Gran musa l'amore!» disse tra sè, e sedutosi, cominciò a scrivere la lettera a quella gentildonna di Torino, molto raccomandandole il suo antico scolaro. Poi si coricò, e don Apollinare, Giuliano, il signor Fedele, l'Alemanno, Bianca e quella Tecla infelice, forse più di tutti; gli uni con faccia di scherno, gli altri di dolore, gli facevano nella fantasia una ridda, che gli metteva la febbre. Meditando sul fatto di quella sera, e sulle parole dette da Tecla nel punto in cui era stata trovata; finì per credere che Marta avesse ragione, e che la fanciulla fosse davvero innamorata del signorino. Il primo pensiero fu di immischiarsene pel bene di tutti, ma gli parve di sentirsi negli orecchi una gran risata del padre Anacleto, e la voce di lui dirgli: «prete, tu trovavi a ridire di me?» Con questo, contro ogni sua speranza, gli venne il sonno; e in casa la signora Maddalena tutto fu quiete, come fosse stata non abitata.

CAPITOLO XII.

L'indomani un po' dopo l'alba, don Apollinare stava sotto il portichetto della chiesa, con parecchie divote che avevano udito la messa; lo speziale apriva la bottega, e uscito a vedere che tempo facesse, si mescolava al crocchio: un uomo attempatetto, che era il cerusico, montato su d'un cavalluccio per avviarsi a visitare i malati, si fermava a barattar con essi qualche parola, sul fatto della sera innanzi: parevano l'ultima nuvola d'un temporale notturno, risolto da un vento benefico, in un mattino quieto.

Marta, che manco per mezzo mondo, non avrebbe lasciata nella propria vita la lacuna d'una messa perduta, perchè le sarebbe parso di non si poter più fidare tranquilla all'eternità; aveva penato a non trattenersi a dire anch'essa la sua; ma si era fatta forza, e discendeva di castello frettolosa, per giungere a tempo, se la padrona e don Marco levandosi, bisognassero di nulla. E camminando le pareva di aver sognato, su quello che le era stato detto dalla signora, che Tecla, da quel giorno in poi in cambio di andare a pascere il branco, e a spigolare dietro i mietitori, sarebbe rimasta in casa come una figliuola. Il villano che per pietà prese la serpe a scaldarsela in seno; al sentire di Marta non se n'era di certo pentito, come la si sarebbe di poi la signora, inconscia del capriccio annestatosi in capo alla figlia di Rocco. Eppure non poteva avvisarla, non poteva dirle che badasse bene. Perchè don Marco l'aveva consigliata a tacere quel suo sospetto: e per essa contradire un prete, se proprio non v'era tirata pei capelli, valeva quanto usare scortesia ad un angelo del cielo, se l'avesse incontrato per la via, come ai tempi d'Abramo.