# Le rive della Bormida nel 1794

## Part 12

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Come furono in parte, dove l'andare si faceva disagevole, si congedarono a vicenda con inviti e promesse per l'indomani; e il frate volte le spalle, si mise a camminare spedito per un sentiero traverso che menava al convento. Bianca gli guardò dietro mentre egli s'allontanava, e le pareva sentirsi venir meno un grande aiuto; timorosa di rimanere sola col babbo, che forse le avrebbe chiesto del colloquio avuto da essa col padre Anacleto. Ma egli fu contento di sbirciarla sorridendo, e nel tornare a casa, le parlò di tutt'altro da quel che essa temeva; non volendo rischiarsi a guastare l'opera, a quel che pareva, bene intrapresa dal frate.

Intanto, Margherita dalla finestra stava a vedere, e diceva alla zia i loro passi. Quando il padre Anacleto fu per uscirle di vista, in capo a quel sentiero grigio, che si perdeva nel bosco, essa si volse alla cieca dicendo:

«Ecco; il padre Anacleto non si vede quasi più; entra nel bosco... è scomparso.

«Santo uomo! che Dio lo benedica:--disse la cieca--proprio possiamo dire, che se la pace e la concordia ci tornano in casa, è merito suo.

«E babbo e Bianca, sono costaggiù che tornano; e discorrono amorevolmente fra loro.

«È un miracolo, Margherita, un miracolo! E se dura vogliamo andare di notte, bell'e in mezzo al bosco dei frati, a far la novena intorno alla cappelletta di San Francesco. Tu e Bianca mi condurrete...

«Di notte nel bosco? Vi sono l'anime dei morti che singhiozzano sulle querce?

«Sono assiuoli e non anime di morti! Chi ti mette codeste ubbíe in capo? Eppoi pregando non s'ha a avere paura di nulla, perchè l'angelo custode ci sta sempre allato...»

In quel momento rientrarono Bianca e suo padre. La fanciulla era malinconica; ma come persona uscita di malattia che cominci a riavere la salute, mostrava a tratti qualche movenza allegra. Egli parlava a tutte e tre riguardoso, sempre temendo di rompere quella sorta d'incantesimo fatto dal frate; e quel giorno principiato nei trambusti e nel pianto, finiva per le loro quattro anime come per l'erbe dei campi e per gli augelli dell'aria, ai quali un tramonto dorato, prometteva per l'indomani un mattino di luce e d'amore.

Il padre Anacleto poi, giunto al convento che era l'ora d'andare in refettorio a cenare; per non farsi scorgere, s'andò a sedere al suo posto: ma com'è da pensarsi non prese nulla. Per ingannare quei momenti, si pose a guardare un affresco, che era in fondo alla sala, sopra la sedia del guardiano; e doveva rappresentare una cena, fatta tra San Rocco e non so quali altri santi. Dico così perchè di quell'affresco, sopravanzano pochi bocconi, essendo caduto l'intonaco del muro su cui era dipinto: ma una testa pennelleggiata assai bene; una spalla coperta di un sarrocchino sul quale spicca una conchiglia che par vera; un boccale e un piatto di verde sulla mensa danno a capire che in quella pittura si stava mangiando.

Pieno di pensieri, per la famiglia, dal cui desco s'era levato poc'anzi, il frate lasciò correre la mente ai parchi desinari fatti dagli Apostoli in casa d'amici, dove capitavano a consolare qualche afflitto od a soccorrerlo di loro consigli. Quasi quasi osava somigliare sè stesso ad uno di quelli; e di certo si tenne d'aver fatto in quel giorno molto bene il debito suo. E si ringalluzzava tutto, pensando che il pievano di D..., avrebbe potuto dire di Giuliano, che la pena per lui, teneva dietro alla colpa assai da vicino: e non vedeva l'ora di potergli scrivere che aveva scampata dalle insidie del demonio una giovane innamorata di quel suo parrocchiano senza legge e senza fede.

CAPITOLO VIII.

In iscambio don Apollinare si trovava a certi passi, che non era il caso di poter pensare nè al padre Anacleto, nè a Giuliano.

I monti sui quali lo abbiamo lasciato colle turbe di Val di Bormida, in capo a quattro o cinque giorni, formicavano, come vi si fosse raccolto un esercito di barbari; pronti a calare dove loro fosse venuta bene la preda, per portarsela a quelle sedi alpestri e selvose. Aveva durato a venirvi gente dalle più remote parti delle Langhe; nè a ricordo d'uomini nè di libri, s'era visto nulla di simigliante. Lassù tutto era andato sossopra, rocce, zolle, alberi per far terrati e ripari: e come a star all'aperto, dì e notte, si diventa industriosi; con certi graticci che sapevano intrecciare assai bene, i boscaiuoli avevano fatto baracche pei capi, i quali dando pochi quattrini cansavano le infreddature. E questi capi erano tanti, che le baracche crebbero di numero, quasi da togliere a quelle montagne l'antico aspetto foresto.

Gli abitanti della marina là sotto, avevano paura di quelle plebi più che dei Francesi già vicinissimi; e ogni mattina guardavano se vi fossero ancora, e mandavano sui monti messaggi d'amicizia, e saluti, e notizie grosse; per tenerle all'erta, che ad esse non venisse il grillo di calare nei loro borghi, a farvi chi sa che tragedie. Le turbe ricambiavano i saluti, e invece di pensare a discendere laggiù, compiangevano chi vi stava.

Talvolta vedevano navi passare in vista facendo segni con bandiere; ma in quel pararsi di tanti colori non ci capivano nulla. I capi si strappavano fra loro i cannocchiali, e per non essere scortesi rispondevano a quei saluti, bruciando cataste di legna, da mandarne le fiamme alte come d'incendi.

Un di quei giorni erano capitati lassù alcuni uffiziali, dai campi alemanni e piemontesi, posti lontano poche miglia giù verso il mare. Veduto in qual conto s'avessero a tenere quelle strane milizie, e fatta correre la voce che fra breve tempo si sarebbero viste alla prova; se n'erano ripartiti, a quel che si sapeva, ben edificati del loro contegno. E in verità quella lode soldatesca era meritata; perchè durava l'ardore col quale s'erano messe all'impresa di difendere il trono e la religione: e la meglio parte di quella moltitudine, allevata alla vita travagliosa dei solchi e delle selve, non badava ai disagi. Mangiavano i neri pani che s'aveano recati nelle bolge; le quali portate, come usa da quelle parti, che una ne pende sul petto un'altra sul dorso, e bianche di colore, avevano l'aria d'assise bizzarre. Bevevano l'acqua pura delle fonti, per quelle montagne copiose e frequenti; e se alcuni serbavano qualche goccia di vino nei barletti, era per berlo e confortarsi, dove per mala sorte avessero toccata qualche ferita.

All'alba si levavano in piedi, liete come se nulla fosse stato della guazza, e delle brine che talvolta anco in quella stagione, il vento frizzante dell'Alpi porta nella contrada; dicevano ad alta voce le orazioni del mattino; poi facevano d'ogni sorta d'esercizi, visti a fare ai soldati. Due volte il giorno, i preti predicavano da qualche poggio ognuno alla sua compagnia; e parlando di Dio e del Re, tenevano deste le ire, e il desiderio di dar dentro a menar le mani in guisa, che dopo ogni predica le montagne suonavano di grida altissime, di strage e di vendetta. Non sapevano bene, ma tutti accozzavano nelle menti torbidi pensieri di religione, d'empietà, di re e di patiboli; i più ardenti aizzavano coi discorsi i compagni; chetarli era gran fatica; e ad ogni tratto si tornava da capo. Presi così alla grossa, s'accostumavano a quella vita assai bene.

Ma a don Apollinare, e a molti altri che avevano viso di condottieri, l'ore cominciavano a parer lunghe. Quattro giorni di disagi, erano stati d'avanzo a fare dar giù il bollore ai loro spiriti; e la prontezza d'animo con cui s'erano mossi, cedeva un po' ogni giorno, alla stanchezza in tutti, in molti alla noia, in taluni alla paura. Perchè agli altri guai s'era aggiunta la vista di soldati regi ed imperiali; i quali passavano per quelli alpestri sentieri, tornando feriti o malconci dalle scaramuccie, che seguivano giù giù, tra quel d'Oneglia e quel di Loano. I poveretti camminavano da sè a fatica, o portati da certi muli, spasimando, ogni poco, per i squassi crudeli: ed erano quali mesti, quali baldanzosi, alcuni bestemmiavano, altri mostrando le ferite toccate, dicevano a quelle genti affollate a vedere, come laggiù laggiù, di palle e di baionettate i Francesi ne avessero in serbo anche per esse. Quelle parole non erano atte a sgomentare la moltitudine; ma i capi ponendo gli occhi stupiti in quelle piaghe mal fasciate, si sentivano frizzare le carni; e pensavano alle famiglie, ai quieti piaceri, ai loro villaggi, nei quali avevano vissuto sino a quel punto, cullati da quel buon popolo che gli adorava e temeva, e lassù si sarebbe fatto in pezzi per essi. Volgendosi addietro, potevano vedere i loro campanili biancheggiare lontani a poche miglia, e si lasciavano cogliere dalla nostalgia; la malavoglia cresceva; ma non v'era chi osasse primo abbandonare la spedizione, per non parere da meno del vicino o del rivale in amori o in averi. Pregavano, ognuno in suo cuore, che la ventura cui s'erano messi, un po' per forza un po' per genio, volgesse in qualche guisa al suo compimento; pur di cavarsela colle ossa e colla riputazione inoffese, quasi quasi avrebbero fatta la pace colla repubblica di Francia.

Mattia mostrava in quei giorni d'aver animo più alto del suo padrone; e se ne stava lassù colla testa su due guanciali, come il maggior pericolo fosse stato quello di vedere il mare levarsi a quell'altezza, e d'affogarvi dentro. Stato uomo da sbarragli tutta la giovinezza, stimava cose da beffe le brighe presenti; e il suo più gran da fare, era di reggere il cuore al pievano. Il quale per tenerselo amico, gli dava a mangiare i polli arrostiti, che il Rettore di Montefreddo faceva portare dalla sua cura poco discosta; e il sagrestano ben pasciuto, sempre lieto, sempre ritto, pareva l'anima dello stormo di D.... Lassù nessuna molestia per lui, nè di famiglia nè di mestiere; non campane da suonare, non ceri da accendere, non morti da seppellire: e se pure di questi un qualche giorno ve n'aveva a essere; tra l'averli nudi, avvolti in un lenzuolo, e vederseli ai piedi vestiti e non frugati, ci correva la moneta che avrebbe trovata nelle loro saccoccie. Eppoi lassù non aveva quella noia della moglie, e quell'altra di gente cui dovesse roba o danaro; mentre a D...., eh! a D.... erano litanie che non finivano mai.

Stava egli adunque in barba di miccio; ma la quinta notte, dacchè campeggiava lassù colle turbe, gli avvenne caso da fargli dire, che proprio gente contenta sulla terra non ve ne può durare.

Sedeva col dorso appoggiato alla capanna che aveva formata pel pievano; e faceva la guardia, come l'altre notti, perchè questi potesse dormire tranquillo. Tenendosi desto a fatica, guardava i suoi compatriotti addormentati là intorno; e colla mente che gli pareva avere avvolta di nebbia, pensava: «Eh! Mattia, chi direbbe, che dei parenti di costoro ne hai messi nelle buche le centinaia! Centinaia? Altro che centinaia! di certo non durerai da seppellirsene altrettanti...»--E provandosi a contare, rammentandoli, i morti che aveva sepolti in sua vita; non riesciva alle due dozzine che la testa cominciava a cascargli, or su l'una, ora sull'altra spalla, or sul petto; e allora si scuoteva, tossicchiava, e badava alle stelle se indovinasse l'ora.

Una di queste volte, alzando il capo, si vide là ritto dinanzi un uomo, che appoggiate le mani su d'un lungo e grosso bastone, sulle mani reggeva il mento, anzi si poteva dire la persona, a vedere come vi pesava sopra curvo ed intento.

«Fatti in là che così desterai il pievano!--sclamò Mattia, rabbioso--chi t'ha creanzato?

«Mattia, a qual giuoco abbiamo fatto sino ad ora?

«A qual giuoco? Ognuno secondo le carte, io per esempio faccio la guardia al signor pievano....

«Ed io la faccio a voi; perchè i desinari, le cene, le paia di capponi, ed anco le doppie che aveste da me, stanotte ve le farò costar care, se non mi menerete a cavare il tesoro, che m'avete promesso mille volte....!

«Oh! siete voi Zirione?»--disse Mattia fingendo le meraviglie; e levatosi in piedi fece segno di voler tirare in disparte il villano, che don Apollinare non avesse a udire quei suoi imbrogli. Ma l'altro, piantato come era là innanzi, mosse al tirar di Mattia come a un soffio di vento, e soggiunse tentennando il capo:

«Sì....! fate le viste di ravvisarmi adesso...! Io invece penso a voi da tre giorni; e non ho fatto che misurare cogli occhi le distanze dai nostri monti a questi; mi sono messo in tutte le posture, e ho capito alla fine, che noi siamo appunto su quelle cime che voi mi additavate dicendo che erano la nostra Spagna, che vi era un tesoro, e che un giorno o l'altro ci saremmo venuti.... Eccoci.... ci siamo, e il can per l'aia non lo meno più.... Poche parole! se il tesoro l'avete cavato voi, datemi la parte mia....

«Ah!--sclamò Mattia mostrandosi offeso:--se non mi stimate più per un galantuomo, allora....!

«Galantuomo? Ebbene se lo siete...., il tesoro l'andremo a cavare insieme e adesso....

«Ma non pensate, che bisogna avere un palo di ferro, una marra, un diavolo che ci porti voi e me?

«L'ho qua io l'arnese....; ci aveva pensato....»

Mattia guardò il bastone su cui il villano si reggeva, e vide che era un badile. Si pentì allora della magra scusa trovata, e con aria di voler capacitare l'altro, diceva: «ma.... vedete, amico....

«Che amico!»--interruppe costui, facendo mazzo delle dita e picchiandosi sulla saccoccia del panciotto, dove aveva un gruzzolo di monete che suonavano assai chiaramente:--i miei amici sono questi! e voi li conoscete, perchè a furia di merende e di presti, mi costate più d'un paio di bovi....!»

Al suono di quelle monete, Mattia aveva veduto i milioni di scintille, come se gli avessero dato le ditate negli occhi; e da uomo esperto a trovar modo di scroccare il prossimo, nella mente le aveva già fatte sue. Nè sarebbe rimasto dal suo proposito, se lo stesso pievano fosse uscito dalla capanna, a pronosticargli che sarebbe morto nell'impresa.

«Date retta,--disse al villano--quando si fanno le cose, ci si deve aver pensato prima e bene. A trovare il tesoro, gli è come a trovare giù nella terra le sorgenti d'acqua... A questo son buoni i nati a sette mesi....; a trovare il tesoro ci vuole qualche altra virtù....; per esempio, la pietra del fulmine dà soventi nei campanili nevvero?..... ecco..... così oro fa oro..... e a scoprir il punto della terra dove si sa che dev'essere un tesoro nascosto, bisogna avere oro in mano, perchè tra questo e quello corrono misteri che ora non vi posso dire...; basta! verremo un'altra volta.... porteremo con noi qualche collana, qualche anello, vostra moglie ne avrà...»

Il pover'uomo infinocchiato a questo discorso, pose la mano sulla mano di Mattia quasi per rattenerlo, e disse pieno di speranza:

«E se fosse oro di moneta?

«È sempre oro!--rispose grave Mattia.

«Eccone qua!--soggiunse l'altro affrettandosi a picchiar di nuovo sulla saccoccia.

«E quanto avete?--chiese il sagrestano, cui cresceva in bocca la saliva e la lingua.

«Dieci doppie!

«Possono bastare:»--degnò di dire lo scaltro--ci proveremo...: un momento e sono con voi....»

E messa la testa nella capanna, udito che il pievano dormiva della migliore, tolse l'aspersorio, e il breviario, se li cacciò sotto il giubbone, poi data un'occhiata alla giumenta se fosse legata per bene, arzillo e gaio, disse al villano: «andiamo.»

Si misero in cammino che era l'ora di mezzanotte, cauti, e cansando le sentinelle che vegliavano ai varchi, all'usanza dei soldati. Mattia aveva gran pratica dei luoghi, essendovi passato assai volte da giovinotto, per servizio di quel tal marchese; il quale soleva spacciarlo ai suoi nobili amici della riviera e massime d'Albenga, con presenti di selvaggina o di primizie dei suoi poderi. Di che non durò fatica a uscir dal campo inosservato, col suo compagno; e discesa la costa meridionale del Settepani, andando ruzzoloni parecchie volte, giunsero alle ruine d'una torre che guerniva una gola ai tempi degli Spagnuoli, e si chiamava la torre di Melogno.

«Segnatevi--disse basso Mattia--qui v'ha sempre qualche spirito...»

Il villano si serrò a lui segnandosi tre volte; ed egli strizzando l'occhio, come a qualcuno che fosse d'accordo con lui nelle tenebre, disse tra sè: «l'uomo è nostro!»

Di là a pochi passi furono alle falde di Montecalvo; la vetta del quale essendo deserta, Mattia l'aveva scelta per compiervi il maleficio. Il monte a guardarlo da certi punti ha l'aspetto d'un cranio smisurato; e forse aveva questa immagine in capo, chi prima gli diede il nome. Squallido, ignudo, con due cavità che formano le occhiaie, sembra contemplare il golfo di Genova che gli stà dinanzi. Nell'ora in cui Mattia e il suo compagno camminavano; essendo la notte senza luna, non appariva altrimenti che una mole oscura, la quale a chi avesse voluto salire in cima riusciva difficile e faticosa.

Cominciarono a inerpicarsi per un sentiero ronchioso, angusto, a ogni tratto ingombro di rovi; e si valevano quasi ad un modo dei piedi e delle mani. Mattia raccomandava all'amico di star zitto e di tenere il fiato: il poveraccio, quanto al parlare aveva tutt'altra voglia e obbediva; ma quanto al fiato gli si veniva facendo sì grosso, che più non sarebbe stato se avesse patito d'asma.

Erano più che a mezza costa, quando udirono uno scoccar d'ore dall'orologio della parrocchia di B...., piccolo villaggio che siede sul fianco delle montagne dalla parte di mezzogiorno. Quel suono improvviso fece dare un gran giro al sangue del contadino; il quale osò chiedere a Mattia, da qual campanile venisse.

«Da B....--rispose questi--Come vi sentite? Riposiamo un tantino, date qua le monete, e non abbiate paura....»

Il villano porse il borsellino, senza dire parola, poi ripresero a salire: ed egli non udiva altro che la pedata di Mattia; il gran battere del proprio cuore; e dietro, in lontananza, il grido misurato e lamentoso delle sentinelle paesane, che gli tornava dolce come di voci amiche. Mattia, tenendo in pugno il gruzzolo, coll'unghia del pollice contava le monete.

Alfine toccarono la vetta del monte; dove bisognando risolvere in qualche maniera l'impresa, il sagrestano si fermò, e guardò l'amico per capire di che animo stesse.

«Eccoci sul posto!--bisbigliò--ancora pochi passi e saremo sopra il tesoro: ma vogliono essere fatti in punta di piedi..., animo, non abbiate paura, venite....»

Fatti que' pochi passi ch'ei volle, con gran rispetto come camminasse su l'ossa dei morti; si volse a un tratto al compagno, e con voce commossa, gli disse: «animo, animo! che tutto questo è nulla!» Poi lo prese per un braccio, lo fece girare tre volte sopra sè stesso, e colla mano tesa gli segnò intorno l'infinito tenebroso, soggiungendo cupo:

«Siamo in mezzo a tre vescovadi: Mondovì.... Albenga... e Savona.»

Sagrestano da più che quarant'anni e seppellitore di morti, Mattia sapeva, occorrendogli, pigliare un'aria mistica o paurosa. Aveva udito cento volte, alla spiegazione del Vangelo, come un giorno il diavolo, condotto Gesù sulla cima d'un monte, gli avesse mostrati i regni della terra; ed egli vecchio profanatore di tombe ed altari, prese l'atteggiamento di Satana, quale se l'era sempre immaginato. L'amico, che aveva lasciato cadere il badile, lo guardava senza muovere costa; e sentiva farsi alla fronte e giù per la schiena un senso, come stesse per pigliargli male. Mattia cavato di sotto i panni il breviario, che nell'oscurità pareva un mattone, glielo pose aperto tra le mani tremanti, e cominciò un brontolio di salmi, che guai a lui se l'avesse udito don Apollinare, tanto era scellerata la sconciatura delle parole latine. Il villano, credendo che Mattia leggesse davvero nel libro che ei gli teneva aperto dinanzi a mala pena; non osò neanco chiedergli come potesse vedere in quel buio: la sua fantasia s'accese via più; le orecchie gli fischiarono quasi ci avesse dentro due serpi; a tratti avrebbe giurato di vedere bagliori grandi, e di udire qualcosa che s'appressasse: e tremava a verga a verga.

Mattia s'avvide come il tapino stesse per isvenire; e levato in alto l'aspersorio, per dargli il tuffo, segnava a destra ed a manca croci e crocioni, mormorando certe parole da incantesimi; quando un grido come d'uomo irato, gli ruppe l'atto e la voce. Quel grido, un rumore d'armi e di passi frettolosi, gli parvero la cosa più terribile che avesse intesa in sua vita; e di subito, pensando d'essere cascato in mano ai Francesi, si buttò per disperato a fuggire, verso la parte per cui era venuto alla ribalderia.

Il compagno correva più di lui; ma erano inseguiti, e assai da vicino. «Ferma! ferma!» gridavano alle loro spalle, molte voci straniere; e alle voci s'aggiunse una schioppettata, e una palla fischiò tra i due malcapitati, che entrambi credettero d'averla nella nuca, nelle spalle, nelle reni ad un tempo. Mattia aperse le braccia, cadde sulle ginocchia, chiuse gli occhi, e sclamò: m'arrendo! signori Francesi, m'arrendo! Sono cristiano anch'io!»

Egli s'era sentito afferrare, come da mano poderosa, per la lunga coda, e udendo le pedate del compagno che fuggiva libero senza darsi pensiero di lui, lo maledisse. Poi alzò gli occhi adagio adagio..., e non vide nessuno: fece atto di levarsi in piedi, nessuno lo teneva...; s'accorse che la coda gli era rimasta intricata in un roveto, la districò; e raccogliendo nel petto tutta la forza e tutta la baldanza che potè:

«M'arrendo un fico!--proruppe--neanco se fosse qui tutta la Francia, no!»

E via, di quella gamba che è facile a immaginarsi ripigliò la fuga. Ma una bocca di schioppo gli chiuse la via; un'altra se ne vide alle tempia; in un fiato si trovò affollato, agguantato nel petto, squassato da averne schiantati i visceri fosse stato un elefante; dieci voci gli suonarono intorno, e di quelle non capì altro che d'essere caduto in mano agli Alemanni, e che era preso per uno ispione.

«Io spione?--gridava arrangolato--io spione? Io sono il sagrestano di D.... e ho servito a mensa le loro signorie in casa al mio padrone. Signori generali, badino per carità, io sono un amico..., sono qui per loro servizio.»

Aveva un bel dire, ma quei feroci non capivano; e per farla finita col suo molesto vociare, uno d'essi che pareva il capo, dandogli una gran palmata sulla bocca lo fece star zitto. Egli tacque; e per non buscar la seconda, si lasciò trarre verso la banda opposta a quella, che aveva pigliato fuggendo.

Erano davvero Alemanni, andati in pattuglia fuori del campo, che (indietreggiando sempre coll'esercito Sardo) avevano posto, sul far di quella notte, vicino al Finale. Costoro smarrita la via per le alture, non sapevano neanch'essi in che modo erano capitati lassù, a cogliere Mattia nel meglio dell'opera sua. Camminando un po' a spintoni, un po' trascinato, il pover'uomo apprese come il meglio a farsi, fosse porre il cuore in pace; e pensò che alla fin fine l'avrebbero condotto a qualcuno dei capitani, dal quale si sarebbe fatto riconoscere per quel che era. Allora, alla peggio, stato un par di giorni fra gli Alemanni, potrebbe tornarsi libero a rivedere i suoi compaesani; e già pensava le spacconate e i modi di ricattarsi dei disagi sofferti, colle doppie del compare scampato. Qui tremando non venisse in mente ai soldati di frugarlo, si faceva docile, bonino, pronto in tutto ai loro voleri. Ma poichè, fu nel campo Alemanno, il guardare oltraggioso dei soldati che erano ai posti staccati, fece vacillare le sue speranze. Sebbene non facesse peranco l'alba, fu tratto al cospetto d'un generale, raccolto a consiglio coi capi, in una capanna da boscaiuolo. E questo generale era lo stesso che aveva svernato a C..., e desinato a D..., in casa al pievano. Mattia ravvisò lui e parecchi degli ufficiali che stavano là dentro; ma o la sua cera non piacesse al generale, o questi trovasse buono scaricare sopra un poveraccio le molte ire, che gli si andavano raccogliendo nell'animo, pei rovesci patiti nell'infelice difesa della riviera; lo strapazzò nelle guise più aspre; e volle che lo si giudicasse lì per lì, coi modi di guerra.

