Le origini degli Stati Uniti d'America

Part 6

Chapter 63,475 wordsPublic domain

L'atto di supremazia infatti mirava tanto poco ad affrancare la chiesa d'Inghilterra e tanto meno il popolo e lo spirito inglese dall'assolutismo del dogma, che non conteneva la minima clausola favorevole alla libertà religiosa, la quale in seguito fu anzi compressa da Enrico VIII ancor più violentemente di prima: esso non aveva altro fine se non quello di rivendicare la franchigia sovrana del monarca inglese contro il seggio di Roma, facendo dell'autorità ecclesiastica un ramo della prerogativa regia. Ma con ciò la ribellione capricciosa del brutale monarca raggiungeva nel campo nazionale l'effetto stesso di quella maturata del monaco di Wittemberga: per essa la nazione inglese si affrancava realmente da ogni intervento straniero, ed Enrico VIII appariva quasi l'ultimo e più fortunato campione di quella resistenza secolare spiegata dai re inglesi contro le usurpazioni dell'autorità ecclesiastica tra il plauso della nazione, d'una nazione per di più che le teorie ed i seguaci di Wickliffe avevano preparato di lunga mano ad accogliere i principii della Riforma.

La separazione da Roma non rimase così l'atto egoistico d'un despota, che perde con la morte di esso ogni effetto, ma il primo passo d'una rivoluzione religiosa, che precedenti storici, interessi sociali, spirito dell'epoca, esempio infine di razze sorelle imponevano al popolo inglese.

Il protestantesimo fu tanto poco imposto alla nazione inglese dal dispotismo di Enrico VIII, che non solo la chiesa anglicana nel suo ordinamento dogmatico ed ecclesiastico, posteriore alla sua morte, s'allontanò dalla cattolica ben più di quello ch'egli non volesse, ma una parte del popolo inglese procedette per proprio conto su quella via dell'emancipazione spirituale, di cui la neonata chiesa ufficiale non rappresentava che un primo, timidissimo passo. Una minoranza, che incarna lo spirito progressivo dell'epoca, non si accontenta dello modeste ed innocue riforme, dell'abrogazione del cerimoniale più assurdo; ma, una volta ammesso il principio del libero esame, continua a sottoporre alla critica rigorosa di questo l'intero sistema religioso, arrivando all'austero principio che in materia di fede e di culto niente possa farsi «se non in virtù della parola di Dio». Non basterà quindi che la Sacra Scrittura non parli contro una cosa qualsiasi nel campo della fede per accettarla, ma occorrerà che parli espressamente in favore di essa. Fu questo il _Puritanesimo_, che nel suo stesso dogma fondamentale sonava ribellione aperta contro ogni sorta di compressione spirituale.

Esso infatti non accettava altra garanzia che la Bibbia, altra regola di condotta che la parola precisa di Dio: nè re, nè parlamento, nè gerarchia ecclesiastica potevano interpretare a loro modo questa regola; nessuna regola ufficiale poteva quindi venire riconosciuta dal puritano, il quale, non volendo sottostare ad una chiesa presieduta dal sovrano temporale, diventava con ciò un vero ribelle anche nel campo politico. La semplicità, la purezza evangelica, ecco il fine del puritanesimo, che s'informa così nel campo religioso ad uno spirito democratico, il quale non potrà non tradursi nel campo politico e sociale. In nome di che cosa infatti se non del loro diritto alla libertà naturale potevano i puritani attaccare i poteri costituiti? In un'epoca, in cui il pulpito era lo strumento più efficace per penetrare nello spirito delle masse, la loro pretesa di avere «la libertà di profetare» equivaleva alla domanda moderna della libertà di stampa; mentre il libero esercizio di giudicare con franca parola di tutti gli avvenimenti del giorno non minacciava solo di rompere l'unità della chiesa nazionale, ma di erigere l'opinione pubblica in un tribunale, dinanzi a cui poteva un giorno esser chiamato lo stesso principe. Ed il pericolo era ancora più grave in quanto che il progresso logico dalla libertà spirituale a quella politica era diventato ancor più facile dopo che, fallito il tentativo di restaurazione cattolica fatto da Maria la Sanguinaria, i puritani più intransigenti, riparati sul continente durante l'imperversare della bufera, erano ritornati in patria pieni del nuovo vigore d'austerità spirituale attinto alle dottrine calviniste, della nuova energia democratica attinta alla severa semplicità della repubblica di Ginevra.

I ministri puritani erano divenuti ormai dei veri tribuni del popolo, il loro pulpito un libero tribunale di giudici inflessibili ed incorruttibili, la loro influenza sempre maggiore nelle classi sociali medie e inferiori, la rappresentanza dei loro seguaci sempre più numerosa nella Camera bassa.

1 puritani vengono così in pochi decenni a costituire un partito politico potente, che non reclamava soltanto la riforma degli abusi ecclesiastici, ma discuteva della forma di governo, s'opponeva ai monopoli, cercava di limitare la prerogativa regale. Veri precursori d'una rivoluzione, essi venivano troppo logicamente accusati dai difensori dell'episcopato anglicano di desiderare uno Stato popolare, meritandosi l'elogio d'uno storico ad essi non certo favorevole (lo Strype): «la scintilla preziosa della libertà non è stata accesa e conservata che dai Puritani». La regina Elisabetta dichiarava nel modo più esplicito ch'essi erano più pericolosi degli stessi cattolici, i quali almeno erano partigiani convinti della monarchia per quanto nemici di chi la rappresentava; Giacomo I nei primi anni del suo regno scriveva che avrebbe preferito vivere da eremita in una foresta piuttosto che regnare su un popolo simile «a questa banda di Puritani che dominano la Camera bassa», e dichiarava che «la setta dei Puritani non poteva esser tollerata in uno stato ben governato, qualunque esso fosse!».

Nessuna meraviglia pertanto che l'intolleranza più vergognosa accompagni passo passo il progresso della Riforma nella Gran Brettagna; che Enrico VIII faccia bruciare chi nega la dottrina cattolica dell'eucarestia, che le leggi di Edoardo VI puniscano invece chi vi crede, che Maria tenti di lavare col sangue dei martiri protestanti l'onta della Riforma inglese, che infine Elisabetta stessa, la rappresentante del protestantesimo in Europa, volendo ad ogni costo nell'interesse proprio e del trono mantenere l'unità della chiesa nazionale, detesti i non conformisti di ogni specie, li consideri come ribelli nel proprio campo e perseguiti violentemente quei puritani cui pure dovevasi la conversione del popolo inglese al protestantesimo. La persecuzione di quest'ultima però trova una grande attenuante nell'imperioso bisogno d'unità religiosa, mentre i sovrani cattolici cospirano contro l'Inghilterra, i cardinali propongono nelle loro conventicole di deporre Elisabetta, il papa scomunicandola ecciti i sudditi suoi alla ribellione. Ciò spiega come, se tutti i puritani, vera falange estrema del protestantesimo sul suolo inglese, desiderano una riforma e battagliano per essa contro l'episcopato e la corona, non tutti vogliono uno scisma. Se però come corpo evitano di separarsi dalla chiesa stabilita domandandone solo imperiosamente una purificazione, una minoranza fra essi spinge ben più in là l'opposizione alla chiesa anglicana, denunciandola come una istituzione pagana contraria ai principi del cristianesimo e della verità e ricusando perciò di rimanere più oltre in comunione con essa. Questa setta separatista, che rappresentava lo spirito più democratico del puritanesimo, era di origine prettamente plebea, cosicchè il sorger di essa segnava proprio l'ultimo estendersi della riforma in seno ai più bassi strati sociali.

Iniziata dalla corona, propagatasi in seno alla nobiltà, sviluppatasi sotto il patronato dell'episcopato, diffusa nelle classi medie e basse dall'austera propaganda puritana, essa scendeva col separatismo all'infima plebe; e questo processo d'espansione sociale aveva portato seco fatalmente un processo di democratizzazione sempre maggiore. Enrico VIII infatti aveva affrancato la corona, Elisabetta la chiesa anglicana, i Puritani avevano reclamato l'eguaglianza pel clero plebeo, i Separatisti affrancavano l'intelligenza umana da ogni principio d'autorità, proclamando la libertà per ogni individuo di scoprire «la verità nella parola di Dio». Le persecuzioni di Elisabetta e più ancora di Giacomo I nulla poterono contro il fatale andare dell'idea: per una nemesi non rara nella storia il Puritanesimo conculcato si rizzava sempre più formidabile sino a far rotolare dal palco la testa di Carlo I; ed il Separatismo, nonostante lo sterminio feroce dei suoi seguaci, andava ad informare del suo spirito un mondo novello, vena di libertà che zampillava inesauribile dalle latebre più profonde del suolo sociale. Ai separatisti infatti appartengono i _Pellegrini_.

Verso la fine del regno di Elisabetta «la parola di Dio, dicono le fonti separatiste, aveva rischiarato della povera gente» del nord dell'Inghilterra, che abitava le città ed i villaggi del Nottinghamshire, del Lincolnshire e le frontiere del Yorkshire: la vista dei loro ministri costretti a sottomettersi al conformismo in materia di fede e di culto, la persecuzione contro i non conformisti aveva loro aperti gli occhi, convincendoli che non solamente «le miserabili cerimonie del culto erano dei ricordi dell'idolatria» ma che «era necessario non sottomettersi al potere sovrano dei prelati».

Molti allora di essi «di cui il Signore aveva toccato i cuori d'un zelo divino per la verità» si erano decisi a scuotere «questa servitù anticristiana» ed a costituirsi per un _covenant_, «come il popolo libero del Signore» in una chiesa basata sui principi d'uguaglianza del Vangelo, rinunciando ad ogni autorità umana, attribuendosi il diritto illimitato ed indistruttibile di progredire verso la verità, «di marciare in tutte le vie che il Signore aveva lor fatto conoscere o rivelerebbe loro in seguito».

Come segugi dietro alla preda gli agenti più fanatici e brutali dell'episcopato cominciarono a dar la caccia a questa chiesa riformata ed al suo pastore John Robinson, finchè «l'infelice gregge di Cristo perseguitato» per eludere la vigilanza dei suoi nemici, disperando ormai di trovare riposo in Inghilterra, aveva risoluto nel 1607 di cercare salute nell'esilio, rivolgendo i suoi sguardi a quell'Olanda, dove trionfava la dottrina calvinista nella chiesa e l'ordinamento repubblicano nel governo, dove gl'infelici «avevano sentito dire che a tutti era accordata libertà di religione». Superate le maggiori difficoltà, delusi o fiaccati col loro eroismo gli sforzi dei loro nemici, essi riuscivano finalmente ad imbarcarsi, cominciando così dall'isola loro al continente, da Amsterdam a Leyda, dall'Europa all'America quella corsa errabonda, quella via crucis pel trionfo della libertà spirituale, quel doloroso pellegrinaggio, da cui presero il nome. «Essi sapevano ch'erano dei _Pellegrini_, e non s'affannavano troppo delle peripezie che loro toccavano, ma rivolgevano gli occhi al cielo, loro patria diletta, e trovavano così la calma del loro spirito». L'austerità, l'amore al lavoro, l'elevatezza morale acquistarono ai Pellegrini la stima l'affetto la venerazione del nuovo paese; ma questo era pur sempre per essi una terra d'esilio, dove la lotta per la vita si presentava con colori ben più foschi che per l'innanzi: abituati al lavoro dei campi, avevano dovuto darsi ai mestieri ed alle industrie per sottrarsi alla più squallida miseria dei primi giorni; austeri nel fondo dell'anima, mal potevano adattarsi alla gaiezza per quanto posata degli Olandesi; fortemente attaccati alla nazionalità ed alla lingua propria, soffrivano di nostalgia morale nel paese straniero, tremavano al pensiero di vedere i loro figli soggiacere all'influenza di questo; decisi finalmente e più che tutto a mantenersi uniti, stretti insieme nella loro comunità, vedevano avanzarsi il giorno fatale di dovere e per le esigenze materiali dell'esistenza e per l'aumento della popolazione disperdersi o soccombere.

L'amore di patria e lo spirito religioso fa trovar allora ai Pellegrini una soluzione del problema nelle vicende stesse dell'epoca. Perseguitati in patria essi potevano bene crearsene un'altra di loro esclusiva pertinenza, un'altra a somiglianza della prima e dalla prima dipendente, in quelle vergini terre che i viaggi di Gosnold, di Smith e d'Hudson, le imprese di Raleigh, di Delaware e di Gorges, le descrizioni e le compilazioni di Eden, di Willes e d'Hakluyt facevano correre sulle bocche di tutti. Oscuramente coscienti della loro attitudine a rappresentare una parte ben più grande che quella di esuli raminghi nel dramma dell'umanità, essi si sentirono animati «dalla speranza e dall'intimo ardore di far conoscere il Vangelo del reame di Cristo nelle regioni lontane del Nuovo Mondo, quand'anche non dovessero servire che di marciapiede da altri destinato a calpestarsi per compiere questa grand'opera». Così facendo essi si sarebbero per di più riconquistata la protezione dell'Inghilterra, cui erano rimasti devoti nonostante i mille torti subiti.

Tutti pieni ormai del generoso proposito, i Pellegrini col mezzo dei loro delegati partiti per l'Inghilterra tanto fecero, tanto insisterono per ottenere dal governo il permesso, dalla società della Virginia il terreno, da privati i fondi necessari al viaggio, che finalmente dopo anni di negoziati riuscivano nell'intento per quanto a patti ben sfavorevoli: Giacomo I, da una parte coll'idea di liberarsi di loro, dall'altra nella speranza di veder fiorire ancor più la pesca inglese nei mari d'America, non dava alcuna carta ma lasciava vagamente sperare che non si sarebbe fatta attenzione ad essi nei deserti americani; la compagnia della Virginia accordava una patente che per quanto ampia a nulla serviva, perchè concessa ad una persona che non faceva parte della spedizione e per un paese diverso da quello dove contro lor voglia sarebbero sbarcati i coloni; un mercante londinese infine, commosso dallo zelo di quei profughi, imprestava loro del denaro a gravissime condizioni. Nel 1620 due navi, lo _Speedwel_ di 60 tonnellate ed il _Mayflower_ di 180, dovevano portare in America sotto la guida dell'abilissimo predicatore Brewster, l'antico agricoltore mutato in tipografo, i più giovani ed animosi tra il migliaio di Pellegrini di Leyda; gli altri rimanevano per il momento in Olanda affidati al loro pastore, il Robinson, che al momento doloroso del commiato spiegava nelle parole d'addio una libertà d'opinione, uno spirito d'indipendenza da ogni principio d'autorità allora pressochè ignoti nel mondo: «io non intendo, diceva l'illuminato pastore ai pionieri d'una nuova civiltà, davanti a Dio ed ai suoi angeli benedetti, che voi non mi seguiate più oltre di quello che non abbiate veduto me stesso seguire il Signore Gesù Cristo. Il Signore ha ancora ben altre verità da farvi scoprire nella sua santa parola. Io non saprei deplorare abbastanza la condizione delle chiese riformate, che sono giunte ad una certa fase della religione e che attualmente non vogliono andare più lontano dei promotori della loro riforma. Lutero e Calvino furono menti grandi e luminose pel tempo in cui vissero; ma neppure essi nondimeno hanno penetrato l'insieme dei disegni di Dio. — Io ve ne scongiuro, ricordatevene — è un articolo del _covenant_ della vostra chiesa — voi dovete esser disposti ad accogliere tutte le verità, quali esse siano, che saranno portate a vostra conoscenza dalla parola scritta di Dio».

Delle due navi allestite pel viaggio la più piccola si mostrava però così disadatta alla navigazione, che lasciata appena la costa inglese doveva tornare indietro; ed il solo «_Fior di maggio_» continuava nell'inverno del 1620 la lunga e burrascosa traversata di 63 giorni, portando nei suoi fianchi i destini della N. Inghilterra. Decisi infatti a sbarcare nel paese dell'Hudson, come la posizione migliore della costa, i Pellegrini erano gettati invece verso la parte più sterile ed inospitale del futuro Massachusetts, toccando essi nel novembre il capo Cod. Dopo avere veleggiato lungo la spiaggia per parecchie settimane in cerca d'un luogo adatto ad una colonia, approdavano finalmente il 16 dicembre in un punto che per ricordo del porto di Plymouth, dove erano stati accolti benevolmente, fu chiamato Nuova Plymouth.

Prima però di sbarcare i Pellegrini deliberarono sulla forma di reggimento ad essi più convenevole. Eguali di condizione sociale, non legati da alcun altro vincolo che quello della religione, privi per loro fortuna di qualsiasi carta regia, di qualsiasi patente vantaggiosa di privata corporazione, essi si formavano in corpo politico per mezzo d'un patto volontario e solenne.

«In nome di Dio, amen (era il patto firmato dagli emigranti maschi della futura colonia). Noi sottoscritti sudditi leali del nostro sovrano, il re Giacomo, avendo intrapreso, per la gloria di Dio, il progresso della fede cristiana e l'onore del nostro re e della nostra patria, un viaggio col fine di fondare la prima colonia nella regione settentrionale della Virginia, ci formiamo solennemente e scambievolmente, pei qui presenti, in presenza di Dio e gli uni degli altri, un _covenant_ e ci associamo insieme in un corpo politico e civile, per in migliore nostra organizzazione e conservazione possibile e pel conseguimento dei fini sotto menzionati; ed in virtù di quest'atto noi decreteremo e stabiliremo e formeremo, di tempo in tempo, tali leggi, ordinanze, atti, costituzioni ed impieghi, giusti ed equi, che si giudicheranno i più convenienti pel bene generale della colonia. Noi promettiamo la più completa sottomissione ed obbedienza legittima a queste disposizioni». Così l'umanità ricuperava a bordo del Mayflower i suoi diritti, fondando un governo basato su «leggi eque» in vista del «bene generale»; ed i Pellegrini, datosi in Giovanni Carver un governatore annuale, sbarcavano ad iniziare una «vera democrazia».

Un'epidemia scoppiata qualche anno innanzi nella regione aveva spopolato quella piaggia, cosicchè i coloni non ebbero nulla a temere da parte degli Indiani. Gli ostacoli pressochè insormontabili provenivano dalla natura, dai rigori del clima che decimavano in breve una popolazione priva di tetto: in cinque mesi ne moriva più della metà, il governatore compreso.

L'arrivo di una nuova schiera di emigranti sprovvisti di viveri, nell'autunno seguente, costringeva tutta la colonia a vivere di mezze razioni per sei mesi; nè col giungere di nuovi pellegrini le cose mutavano: ancora al terzo anno dal primo sbarco vi furono tempi in cui non sapevano alla sera che avrebbero mangiato la mattina seguente; il bestiame bovino non fu introdotto che al quarto anno. La proprietà collettiva della terra fu il sistema imposto ai coloni sulle prime dalle condizioni stesse del momento; ma dopo qualche anno il bisogno d'una maggiore produzione consigliò loro quello della proprietà individuale del suolo: questo fu in sulle prime diviso fra le famiglie in quote trasmissibili e proporzionali al numero dei loro membri, e l'anno dopo in quote individuali ed a titolo di feudo perpetuo. L'aumento nella produzione alimentò ben presto uno scambio lucroso cogli Indiani più vicini, che ricorsero ai coloni per le loro provviste dando in compenso pelli di castoro.

La popolazione cresceva assai lentamente, chè le terre non erano fertili e nessun incoraggiamento od aiuto veniva allo stabilimento dal di fuori: quattro anni dopo che era fondata, la colonia non aveva che 184 abitanti, dieci anni dopo 300. Se però l'abbandono da parte della madrepatria ritardava lo sviluppo materiale di essa, ciò, fortificando ognor più la tempra dei suoi fondatori, costituiva la miglior garanzia di successo.

Gli amici d'Inghilterra, raffreddati dall'opposizione che incontravano e dal poco frutto dei capitali investiti in quell'impresa, cessavano affatto di sovvenirla più a lungo e l'usura del 30 e del 50 per cento venne a colpire i coloni, se vollero quei capitali a loro tanto necessari. Nel 1627 però otto dei più intraprendenti fra essi assumevano sopra di sè, dietro cessione d'un monopolio del commercio per 6 anni, tutte le obbligazioni dello stabilimento calcolate in 1800 sterline; e la compagnia di Londra, che aveva fornito i capitali, rinunziò ad ogni sua pretesa: le terre venivano divise egualmente e l'agricoltura si assideva sulla solida base d'una proprietà individuale e libera da ogni peso. Per quanto proprietari incontestabili del suolo, garantito loro per le forme d'acquisto dalla legge inglese oltrecchè dal diritto naturale, i coloni non avevano punto diritto, secondo i principi ammessi in Inghilterra, di praticare quel _selfgovernment_, che solo una patente regia poteva sancire. Nonostante però la mancanza di essa al primo sbarco ed il rifiuto reciso di accordarla di fronte alle ulteriori richieste, i Pellegrini abbandonati a sè stessi continuarono nel sistema adottato fin dai primi giorni della colonia, provvedendo da sè alla legislazione ed alla giustizia criminale, dapprima con una certa timidezza, ma in seguito con la stessa sicurezza degli stabilimenti provvisti di carte regie.

L'organizzazione politica era naturalmente della massima semplicità. Messi in condizioni pressochè primitive, essi ritornarono per quel legame indissolubile tra la terra e l'uomo alle istituzioni primitive degli antichi padri anglo-sassoni, modificate solo in quanto lo richiedeva una più avanzata civiltà.

Il governatore era nominato dal suffragio universale; ed il suo potere, subordinato sempre alla volontà generale, era ristretto per di più, dopo qualche anno, da un consiglio speciale di 5 e più tardi di 7 assistenti: suo privilegio l'aver doppio voto nel consiglio. Tutti i maschi adulti entravano a far parte della assemblea generale, che non s'occupava solo di legislazione, ma anche di questioni esecutive e giudiziarie: solo nel 1639 col crescere della popolazione ed il suo disperdersi su un territorio più vasto, il sistema diretto venne sostituito nella colonia da quello rappresentativo, pel quale ogni centro abitato mandava il suo deputato all'assemblea generale. Tale l'origine della libertà costituzionale popolare, il primo esempio delle istituzioni politiche americane.

A tanta semplicità di vita sociale e politica corrispondeva un'austerità di costumi non più forse veduta in una comunità civile. Basti il dire che un colono, considerato pernicioso alla comunità per aver messo su uno spaccio di vino e di birra, fu rimandato in Inghilterra a spese comuni «poichè egli corrompeva il popolo!» Se questa rigidità degenerata ben presto in una intolleranza, che tutto proibiva se ne eccettui «maritarsi e guadagnar denaro», ci rende meno simpatici i Pellegrini, certo è d'altra parte che questo disprezzo sovrano per quanto allieta ed abbellisce la vita portava in sè la garanzia del successo in quel rude paese, per cui erano necessari uomini di ferro: lavoro diligente e paziente, tenacia e perseveranza, entusiasmo religioso, una fede profonda nella fratellanza degli uomini e nella paternità di Dio, la stessa intolleranza proveniente dal non avere una idea della illimitata libertà universale, preparavano alla nuova patria generazioni oneste, libere e forti.