Le origini degli Stati Uniti d'America
Part 4
Nonchè però crearvi una civiltà nuova, la Spagna era incapace di colonizzare in modo duraturo un lembo solo del vastissimo paese, che nelle carte spagnuole dell'epoca ad essa è assegnato col nome generico di Florida, dal Golfo del Messico al Canadà. Anche in questo, come in altri campi della sua attività, il carattere di quella nazione offriva un singolare miscuglio d'ingorda avidità e di fanatismo religioso: navigando alla volta dell'Occidente i suoi eroi, pieni ancora dello spirito cavalleresco e dell'entusiasmo della crociata secolare contro i Mori, credevano in buona fede di muovere ad una nuova crociata, in cui la più brillante fortuna sarebbe stato il premio immediato della loro pietà. Miniere d'oro e di argento inesauribili, fiumi dalle sabbie preziose, provincie ed imperi da guadagnare in poche settimane colla punta della spada, città dai templi e dai palazzi d'oro da saccheggiare, popolazioni deboli ma ricchissime da convertire alla fede ed asservire alla corona cattolica, ecco quanto sognavano questi avventurieri nella loro esaltata fantasia, ecco quanto loro mostravano coll'esempio i più fortunati, i Pizzarro ed i Cortez. Non eccesso di popolazione in patria, non bisogni commerciali od industriali, non idealità religiose politiche o morali spingevano verso il nuovo mondo questi fanatici d'oro di gloria militare e di conquista, i quali la propria esaltazione ed ambizione non i destini di un popolo portavano seco: ben potevano essi mantenersi nelle Indie Occidentali, nel Messico, nell'America meridionale, dove l'oro la fertilità straordinaria del suolo lo sfruttamento spietato degli indigeni e ben presto dei Negri appagava immediatamente la loro ingordigia; ma non già in un paese, dove solo una lotta senza tregua contro la natura e gli indigeni avrebbe strappato al suolo le ricchezze inesauste, dove la fortuna sarebbe stata premio del lavoro non già della semplice conquista.
Ponce de Leon, de Soto, Melendez e simili avventurieri coloniali, per quanto esuberanti di vita, erano rappresentanti troppo genuini della loro stirpe per dar vita ad una civiltà nuova, che avrebbe dovuto basarsi su principi diametralmente opposti a quelli della società spagnuola dell'epoca.
I Francesi. — Più atti senza confronto degli Spagnuoli a colonizzare tali paesi sarebbero stati per le loro condizioni sociali e psicologiche i Francesi, se il loro governo distolto dalle lotte religiose e politiche, che ardevano in patria, non avesse lasciato miseramente svanire l'occasione, come vedemmo, di fondare nella parte meridionale del Nord-America un immenso impero coloniale. Più fortunati invece riuscirono essi nella parte settentrionale, dove dall'esplorazione del golfo di San Lorenzo, per opera di Dionigi d'Honfleur nel 1506, è un succedersi per tutto il secolo XVI di viaggi e scoperte dovute alla loro intraprendenza, al loro amor proprio nazionale.
Lo spirito d'avventura l'ambizione la gelosia contro il fortunato rivale fanno trovare presso Francesco I la migliore accoglienza ai disegni di Giovanni da Verrazzano, che s'impegna di scoprire la via al mistico regno del Catai per l'occidente; ed il navigatore fiorentino nel 1524 sbarca sulla bassa spiaggia della odierna Carolina settentrionale, esplora senza naturalmente trovare la via agognata le coste americane dal 34º grado al 50º e colla descrizione particolareggiata di esse, la prima comunemente nota, mandata al re da Dieppe al suo ritorno, dà maggior aire ai sogni fantastici di ricchezze e di conquiste. Il disegno del fiorentino è ripreso poco dopo da un favorito del monarca, da Filippo di Brion-Chabot, che al desiderio di raggiungere la meta invano sognata dal Verrazzano accoppia lo zelo di convertire alla chiesa cattolica gli infedeli del nuovo mondo per compensarla delle anime sottratte a lei dall'eresia di Lutero e di Calvino: Giacomo Cartier, audace navigatore di San Malò, è scelto a tradurre in atto i suoi disegni; ed il Cartier, dopo aver una prima volta nel 1534 toccato il San Lorenzo, in un secondo viaggio condotto dal 1535 al 1536 dava il nome al golfo di San Lorenzo e fra lo stupore e lo sbigottimento degli Indiani della regione si spingeva coi suoi fino alla loro capitale Hochelaga, un misero villaggio d'una cinquantina di edifici fatti con tronchi d'alberi, là dove ora sorge Montreal, nome dato a quel monte dallo stesso Cartier, il quale chiamava il fiume «fiume di Hochelaga o fiume del Canadà» dal nome generico che in indiano significava città o villaggio.
Una croce ed una bandiera coi gigli fissata sul suolo, ecco quanto lasciava il Cartier ad affermare il dominio francese nel futuro Canadà, portandone via dei miseri selvaggi attirati con inganno sulle navi, perchè dessero fede colle loro parole al racconto delle meraviglie vedute e dei tesori ancor più meravigliosi destinati ai Francesi.
Quando pertanto un gentiluomo della Piccardia, Giovanni de la Roque, signore di Roberval, riprende i disegni del Chabot, ottenendo dalla corte fra gli altri titoli pomposi quello di vicerè e luogotenente generale del Canadà, il Cartier si presenta come il più adatto capitano generale del futuro vicereame e l'organizzatore della spedizione, i cui proventi dovevano andare per 1/3 agli autori di essa, per 1/3 al re e per 1/3 a coprire le spese occorse.
Lasciata l'Europa nel maggio 1541 con un equipaggio reclutato per buona parte nelle prigioni, il Cartier vi faceva ritorno un anno dopo, abbandonando al proprio destino e vicereame e vicerè: carestia e scorbuto decimavano le genti del Roberval, che rimpatriato si recava poi una seconda volta in America nel 1549 per trovarvi una fine a noi non meno ignota di quella dello stabilimento da lui fondato sul S. Lorenzo.
Ancora meno di questo poi riusciva il tentativo consimile fatto più tardi nel 1598 da un gentiluomo della Brettagna, il marchese de la Roche, nominato egli pure luogotenente generale del territorio transatlantico; mentre il tentativo calvinista, fatto come vedemmo nel frattempo nel sud, non aveva lasciato di duraturo che la denominazione di Carolina data ad un paese molto più vasto dell'attuale Carolina.
Al cadere pertanto del secolo XVI le pretese della Francia su tutta quella parte del Nord-America, che nelle carte dell'epoca si chiamava _Francesca_ o _Canadà_ o _Nuova Francia_, al nord della spagnuola _Florida_, ben più vasta anch'essa dell'attuale, non avevano altro corrispondente nei fatti che la pesca della balena e del merluzzo da parte delle barche francesi insieme con quelle delle altre nazioni occidentali, pesca cui s'era associato oramai il commercio lucroso delle pelli di orso e di castoro e dei denti di tricheco, su scala così vasta che intere flottiglie partivano per esso dal porto di San Malò. La gloria di gettare le basi reali della grande per quanto effimera potenza francese nel Nord-America era riservata ad un eroico biscaglino, Samuele di Champlain.
Se infatti il progetto di fondare un grande impero francese nel nord-America, riaffacciatosi più vivo di prima all'ambizione francese durante il regno felice di Enrico IV, sembrava naufragato per sempre dopo il nuovo ed infausto tentativo del marchese de la Roche, una molla diversa ma non meno potente spingeva la Francia alla colonizzazione, la prospettiva di lauti guadagni commerciali: un mercante di San Malò, il Pontgravè, era l'anima di tali imprese, per le quali nel 1603 fondavasi a Rouen una compagnia di mercanti, che sceglieva per dirigere la spedizione il Champlain, uomo di profonda cultura marinaresca, di spirito penetrante, di perseveranza infaticabile, di coraggio indomito, il quale aveva già concepito nei suoi precedenti viaggi nel nuovo mondo il luminoso per quanto prematuro disegno d'un canale interoceanico nell'America centrale e se n'era fatto il banditore presso la corte ed il ceto dedito alle imprese coloniali.
Quando il Champlain ritornava in Francia da questa spedizione, senza aver trovato più alcuna traccia di Hochelaga e dei compatriotti ivi rimasti, Enrico IV, revocate tutte le concessioni commerciali e coloniali precedenti, aveva già dato a un suo ciambellano, Pietro de Monts, il permesso di colonizzare La Cadie o Acadia, nome con cui fu designato il territorio americano estendentesi dal 40º al 46º grado di latitudine nord, cioè dalla attuale Filadelfia fin oltre Montreal.
Il nuovo luogotenente generale d'Acadia, al quale coll'autorità di vicerè ed il monopolio del commercio delle pelli, cosa ben ostica ai mercanti francesi dei porti dell'Atlantico, era stato concesso di reclutare a forza vagabondi malandrini e prigionieri pei suoi equipaggi, armava una spedizione che doveva conquistare e colonizzare il paese per fini commerciali, convertendone al cattolicesimo gl'indigeni; disegno per cui il De Monts, quantunque calvinista, conduceva seco dei preti cattolici: il Champlain il Pontgravè ed il barone di Poutrincourt furono a lui compagni nell'impresa iniziatasi nel 1604.
Dato il nome a Port-Royal, che fu concesso in dono al Poutrincourt, ed al fiume S. Giovanni, fondato uno stabilimento col nome di Santa Croce alla foce del fiume omonimo, il De Monts ed il Champlain si spinsero verso sud in cerca di clima più dolce e terre più fertili, esplorando in nome della Francia le coste ed i fiumi dell'attuale Nuova Inghilterra fino al capo Cod; ma, non avendo trovato un luogo adatto per costruirvi la capitale, ritornarono a Port-Royal, dove fondarono una nuova colonia. Nel frattempo i nemici del De Monts lavoravano ai suoi danni, eccitati e comperati per di più da quei commercianti e pescatori dei porti normanni bretoni e guasconi, che la esclusione dal lucroso commercio delle pelli aveva danneggiato ed irritato oltremodo. Il De Monts tornava allora in Francia per sventare tali trame; ma ciò nonostante il monopolio concessogli veniva revocato ed i capi dell'impresa fallita, che primi tra gli Europei avevano tentato fondare nel nuovo mondo una colonia agricola pure servendosi a tal fine di pessimi elementi sociali accanto ai buoni, approdavano vinti ma non domi a S. Malò nell'ottobre del 1607.
Il barone di Poutrincourt, non volendo rinunciare ai suoi disegni, otteneva dal re Enrico IV la conferma del donativo di Port-Royal, ma i suoi piani venivano ostacolati dalla potenza dei Gesuiti i quali, fiutata nella Nuova Francia un nuovo e più vasto campo alla loro attività, volevano servirsi della grande influenza già acquistata alla corte per ridurre quel territorio sotto il loro dominio.
Il Poutrincourt, buon cattolico ma tutt'altro che amico dei Gesuiti, non volle saperne di condurli seco nel nuovo mondo, dove si diede con zelo all'opera di convertire gli Indiani per dimostrare che anche senza i Gesuiti potevasi cristianizzare la Nuova Francia; ma l'intrigo e la tenacia della compagnia di Gesù, cui l'assassinio di Enrico IV rendeva più potente, la vincevano sopra l'energia del barone sfornito di mezzi e nel gennaio del 1611 i Gesuiti salpavano trionfanti per la Nuova Francia dopo che il padre Briard ebbe comperato per 3800 lire in nome della «Provincia di Francia della Compagnia di Gesù» il diritto di partecipare all'impresa del Poutrincourt cui s'erano associati due mercanti ugonotti di Dieppe!
Esaurite ben presto le risorse del Poutrincourt, la bella e virtuosa marchesa di Guercheville, Antonietta de Pons, dama d'onore di Maria de' Medici e grande fautrice dei Gesuiti, comperava da lui il diritto di partecipare alla sua impresa, dal De Monts a corto lui pure di denari i suoi diritti sull'Acadia, mentre si faceva donare dal giovane re Luigi XIII tutti i paesi dell'America settentrionale, dal fiume San Lorenzo alla Florida! Così la Compagnia di Gesù, di cui la pia marchesa non era che il _medium_, divenne padrona di gran parte del suolo dei futuri Stati Uniti.
La compagnia si accingeva subito all'opera; ma la prima impresa inspirata da essa falliva completamente, giacchè la colonia fondata nel 1613 dal Saussaye sulle coste del Maine veniva aggredita da un avventuriero inglese, Samuele Argall, capitano d'una nave contrabbandiera, che s'impadroniva coll'astuzia associata alla violenza delle lettere regie contenenti i pieni poteri dati al Saussaye: i coloni sopraffatti a tradimento venivano parte uccisi, parte lasciati su un cannotto in balia delle onde, parte condotti prigionieri. Fornito in seguito a ciò di una piccola flottiglia dal governatore inglese della Virginia, l'Argall saccheggiava e incendiava gli stabilimenti francesi, quantunque non vi fosse guerra tra Francia ed Inghilterra, assalto brigantesco, ammantato per giustificarlo dei pretesi diritti inglesi su quelle coste, col quale s'iniziava per quanto inavvertita la lotta secolare tra Francia ed Inghilterra pel possesso del Nord-America.
Se l'iniziativa presa dalla marchesa di Guercheville in favore dei Gesuiti non riusciva a dare alla Francia un vasto dominio nel nuovo continente, ben vi riusciva la costanza eroica dei predecessori di essa, del Champlain in prima linea.
Il tenace de Monts infatti, riuscito dopo molta fatica nel 1608 ad ottenere un nuovo monopolio commerciale per la durata di un anno, aveva armato due navi affidandole l'una al Pontgravè, perchè commerciasse cogli Indiani e nella vendita delle pelli trovasse i mezzi finanziari dell'impresa, l'altra al Champlain perchè fondasse la progettata colonia ed esplorasse l'immenso paese.
Risalito quindi di nuovo il S. Lorenzo, il Champlain fondava un fortilizio in legname alla confluenza del fiumicello S. Carlo col S. Lorenzo, su un promontorio che circondato da due parti dalle acque formava come una fortezza naturale. Questo punto strategico per eccellenza, sul quale sorge oggi la città di Quebec, doveva servire al Champlain di base commerciale da un lato, prestandosi esso in modo mirabile a chiudere a qualsiasi concorrente il bacino del San Lorenzo ed a monopolizzare così il traffico delle pelli, di base militare dall'altro per compiere le scoperte e conquiste ch'egli intendeva di fare, sempre fermo nel duplice intento di trovare la nuova via per l'Oriente e di strappare al demonio le tribù selvagge d'America.
Iniziatore della politica francese di attirare nell'orbita della propria influenza le tribù indiane, il Champlain, invitato dagli Huroni abitanti sul lago omonimo, s'intrometteva nelle lotte fra questi, alleati agli Algonchini, e le tribù loro affini degli Irochesi, stretti nella terribile lega già ricordata delle Cinque Nazioni. Pochi colpi sparati dal Champlain, che durante la spedizione scopriva il lago omonimo, e dai pochi suoi compagni, se mettevano in rotta i terribili Irochesi spaventati da tale novità, acquistando così alla Francia la gratitudine e la simpatia degli Huroni e d'altre tribù, gettavano d'altra parte il seme di future lotte sanguinose tra coloni ed indiani.
Ritornato in Francia col Pontgravè nel 1610, il Champlain aveva fatto ad Enrico IV un rapporto soddisfacentissimo; tanto che il De Monts, il quale si trovava egli pure alla corte invano adoperandosi per farsi rinnovare il monopolio, aveva risolto, d'accordo cogli antichi compagni di lotta, di continuare a ogni costo per proprio conto l'ardita impresa.
Il Champlain, ottenuta carta bianca, salpava di nuovo pel Canadà, aiutava di nuovo gli Huroni contro gli Irochesi, fondava un fortilizio col nome di Place Royale non lungi dall'odierno Montreal e, tornato in Europa, cercava d'infiammare del suo entusiasmo coloniale il principe Carlo di Borbone, il quale infatti, creato luogotenente generale della Nuova Francia, affidava i suoi poteri al Champlain. La vita di questo non fu più sino al giorno della sua morte che un apostolato costante a favore della colonizzazione della Nuova Francia, le cui sorti posavano solo sul suo entusiasmo, sul suo ardimento, sul suo genio. Mentre in Francia, dov'egli si reca quasi ogni anno, l'opera sua si spiega nel ricercare calorosamente nuovi proseliti, nel raccogliere sussidi armi danari coloni, nel mettere insieme compagnie mercantili interessate al traffico delle pelli; di là dall'Atlantico essa è tutta rivolta ad esplorare il paese, a crearvi nuovi stabilimenti, a convertirlo al cattolicesimo, a difenderlo dagli assalti inglesi, a far della potenza francese il perno ed il centro d'una vasta lega fra tutte le tribù erranti del Canadà contro i comuni nemici, i terribili Irochesi delle Cinque Nazioni, contro i quali egli spesso combatte dando prove d'un coraggio personale non inferiore al suo genio.
La fede del Champlain riusciva a trionfare e la sua opera poteva dirsi ormai assicurata, quando dopo mille tentativi di colonizzazione si fondava finalmente nel 1627 sotto gli auspici dello stesso Richelieu, che se ne metteva alla testa, una società di 100 mercanti detta «_Compagnia della Nuova Francia_» con un capitale di 300,000 lire e due navi da guerra regalate dal re. Essa otteneva a perpetuità e con poteri sovrani l'intero paese dalla spagnuola Florida al circolo polare col monopolio perpetuo del traffico delle pelli ed un monopolio di 15 anni per ogni altro ramo di commercio: in compenso era obbligata a trasportare subito da 200 a 300 artigiani e lavoranti nella Nuova Francia, accrescendo il numero di essi fino a 4000 prima del 1643, ed a provvedere questi coloni di terreni coltivabili, mantenendoli intanto pei primi tre anni; i coloni poi dovevano essere francesi e cattolici; proibita d'allora in poi agli Ugonotti l'entrata nel paese ed espulsi quelli della setta ivi domiciliati; obbligata la compagnia a tenere tre preti almeno per ogni stabilimento.
Gli Ugonotti fuggiaschi meditarono allora d'impadronirsi della Nuova Francia e riuscirono infatti, sotto bandiera inglese, a conquistare Quebec invano difesa audacemente dal Champlain: la città veniva però poco dopo restituita alla Francia e ritornava la capitale dei possessi della Compagnia, rappresentata dal Champlain fino alla sua morte. Con lui si spegneva la notte di Natale del 1635 una delle figure più nobili di quella storia coloniale pel solito intessuta di delitti e di sangue, un soldato audace ed un leale politico, un grande esploratore, un credente ardentissimo senza esser bigotto, un conquistatore senza essere massacratore, un cavaliere senza macchia e senza paura.
Per opera sua i fondamenti della potenza francese erano ormai gettati nel Nord-America, ma l'edificio posava su basi troppo mal fide per essere duraturo. L'assolutismo della vecchia dinastia capetingia e la potenza dei Gesuiti, che erano ormai ritornati in America e si erano dati col solito entusiasmo spinto fino alla sete del martirio a convertire gl'indiani per fondare in quelle regioni un nuovo Paraguay, una monarchia feudale ed un sacerdozio sovrano, erano puntelli troppo tarlati dall'opera dei secoli per resistere all'onda impetuosa delle nuove idee, agli assalti vigorosi d'una razza incarnante quello spirito nuovo, che andava ormai aleggiando sulla vecchia Europa ed aveva trovato un focolare di sviluppo e d'energia nella stessa America, nello stesso territorio diviso fra le pretese francesi e quelle spagnuole: sulle rive dell'Atlantico, tra gli Allegani ed il mare, s'erano stanziati o si stavano stanziando Inglesi Olandesi e Scandinavi.
_Gli Inglesi._ — Era appena terminata, può dirsi, la guerra delle Due Rose, che l'Inghilterra approfittava della tranquillità assicuratale dalla mano energica di Enrico VII per sviluppare le sue industrie e allargare i suoi commerci ristretti fino allora più che altro ai mari settentrionali: così, mentre da un lato le fiere inglesi attiravano in gran numero i mercanti lombardi, dall'altro la città trafficante di Bristol, chiamata dai contemporanei la Lubecca o Venezia inglese, diventava e per la sua postura occidentale e per le tradizioni sue commerciali, quale centro della pesca nei mari d'Irlanda, il centro maggiore di quel vivace spirito d'intrapresa, che ben s'accordava coi disegni del monarca geloso delle grandi risorse fruttate alla Spagna dalle scoperte marittime dell'epoca.
Ed un mercante veneziano infatti residente a Bristol, Giovanni Caboto, induceva senza fatica il re inglese a concedergli nel 1497 una patente di monopolio coloniale, che desse a lui ai figli ed eredi il diritto esclusivo di percorrere a proprie spese i mari dell'ovest dell'est e del nord, prendendo possesso delle nuove terre da scoprire quali vassalli della corona inglese; salvo l'obbligo pei concessionari di sbarcare nel porto di Bristol al ritorno da ogni viaggio e di pagare alla corona il quinto dei profitti di esso.
Il primo viaggio, come del resto i seguenti, non apportò al Caboto alcun lucro, ma in compenso egli s'acquistava la gloria imperitura di aver scoperto per il primo il continente nord-americano e dava su questo all'Inghilterra tutti gli eventuali diritti, che derivavano secondo lo spirito dell'epoca dalla priorità della scoperta.
Se mancarono quindi i vantaggi immediati, non andò perduto per l'avvenire di quella nazione l'impulso dato alla marineria britannica dalle scoperte di Giovanni e più ancora del figlio Sebastiano Caboto, che nel 1498 toccato una seconda volta il Labrador si spingeva lungo la costa americana fino all'attuale Maryland, e più tardi, messosi alla ricerca d'un passaggio al nord-ovest, entrava nella baia denominata un secolo dopo dall'Hudson.
La posizione geografica, lo sviluppo considerevole della popolazione, la passione dei viaggi e delle scoperte propria dell'epoca con tutti i sogni romantici ad essa inerenti, la gelosia per le scoperte spagnuole e la necessità di difesa marittima contro quel popolo, l'esercizio del commercio sulle coste dell'Africa, la politica di Enrico VII curante degli interessi commerciali nonostante il suo tirannico governo, e più ancora quella di Elisabetta animata dall'intento di assicurare al paese il primato nei mari, erano tutte cause che dovevano spingere l'Inghilterra ad assecondare prima e continuare poi anche nei mari del nuovo mondo, come in quelli settentrionali dell'antico, l'opera iniziata dal suo «grande pilota» e da lui condotta, con costanza non inferiore al suo genio, sino alla morte. Marinai e lavoratori, scienziati ed avventurieri fanno delle terre d'oltre Atlantico l'oggetto del loro pensiero, la sede dei loro castelli dorati: ed ecco nel 1576 e negli anni seguenti i viaggi nei mari polari d'America organizzati, qualcuno a spese della stessa Elisabetta, dalla tenacia indomita del Frobisher, che considerava la scoperta del passaggio del N. O. «come la sola cosa al mondo che vi fosse ancora da fare e che potesse procurare ad un genio distinto la gloria e la fortuna», viaggi importanti per le scoperte geografiche più che per i risultati pratici, che si ridussero al trasporto di vascelli carichi di pietre scambiate per oro dall'ingordigia febbrile degli esploratori; ecco le prodezze, segno anche queste dei tempi, di Francesco Drake, vero pirata a danno dei nemici dell'Inghilterra, il quale, inteso a saccheggiare dal 1577 al 1580 i forti spagnuoli dell'Oceano Pacifico, prende piede per il primo sulla costa occidentale dei moderni Stati Uniti, denominandola _Nuova Albione_; ecco infine dei progetti non di semplice scoperta e conquista di terre americane ma di colonizzazione vera e propria con sir Umfredo Gilbert, che nel suo «_Discorso per dimostrare il passaggio di Nord-Ovest per il Catai e le Indie Orientali_» scrive: «Noi potremmo abitare una parte di quei paesi e trasportare colà quella gente bisognosa, che adesso disturba la nostra società, e per le tristi condizioni in patria è portata a commettere misfatti e cattive azioni, talchè ogni giorno la vediamo salire il patibolo».