Le origini degli Stati Uniti d'America

Part 3

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Qualche pestilenza distruttrice o qualche invasione barbarica avrà probabilmente scacciato dalle lor sedi settentrionali e spinto verso sud-ovest a confondersi coi loro fratelli questi Toltechi, vissuti a quanto ritiensi dallo stato degli scheletri un duemila anni or sono, arrivati ad un grado di civiltà relativamente agli Indiani avanzatissima e passati poi come un'ombra senza lasciare altra traccia che quella dei muti ricoveri testimoni dei loro amori, dei loro sacrifici, delle loro lotte, altro ricordo che quello della loro esistenza.

§ 3. I NORMANNI. — Se dei costruttori dei _mounds_ rimangono pur in mezzo alla più fitta oscurità traccie indiscutibili di esistenza, d'altre genti venute un giorno sul suolo nord-americano parlano solo vaghe leggende dei popoli nordici. Sarebbero questi i Norsi, i padri di quegli arditi navigatori scandinavi resisi terribili non per pura leggenda a tanti paesi d'Europa. Certa pare infatti, nonostante la veste fantastica di cui si ammanta nella saga islandese, la venuta degl'Irlandesi a partire dalla metà del VII sec. in un paese da loro in seguito colonizzato e denominato la _Grande Irlanda_, ch'era probabilmente l'estremo N-E. del Canadà e il N. Brunswick. Un fitto velo copre le vicende di questi arditi, che forse soccombettero alle ostilità degli indigeni ed all'epidemie o furono soppiantati da quei Normanni, i quali dopo essersi stabiliti nel sec. 8º e 9º nelle Färöer e nell'Islanda, pur esse precedentemente occupate da Irlandesi, approdarono e si stabilirono in Groenlandia ed in altre terre più occidentali lungo i secoli X e XI. Winland (terra del vino) Helluland (terra rocciosa) Markland (terra selvosa) furono i nomi immaginosi che Leif Eriksen, figlio di Erik Raudi, l'islandese stabilito in Groenlandia, ed il compatriotta di lui Thorfinn Karlsewne davano in sull'alba del 1000 alle terre americane, in cui la critica moderna ravviserebbe rispettivamente Nuova Scozia, Labrador, Terranuova e tutt'al più un lembo del Canadà, escludendosi la costa degli Stati Uniti sino al Capo Cod, com'era opinione comune sino pochi anni addietro.

Le relazioni fra l'Islanda la Groenlandia e la terra delle viti selvatiche, il Winland, si protrassero, pare, ad intervalli e riprese per qualche secolo, ed i Normanni si spinsero forse, se è da credere a vaghe tradizioni messicane, fino al Messico. Certo è ad ogni modo, che stabile colonizzazione bianca non vi fu neppure sulla costa dei futuri Stati Uniti, giacchè non solo manca ogni prova diretta od indiretta di essa ma non si trova neppure presso le genti del nord dell'Europa la cognizione di terre, che le relazioni commerciali o la fama avrebbe in quel caso rivelate.

I soli ed unici abitatori primitivi adunque, a noi noti, del territorio nord-americano sono quelle tribù di razza rossa ivi trovate all'epoca della scoperta e conosciute in Europa col nome generico di Pelli-Rosse o di Indiani, così detti dall'erronea opinione dei primi esploratori d'esser giunti alle Indie.

§ 4. GLI INDIANI. — Gli Indiani appartengono a quella razza americana, che per la struttura somatica e pel tipo linguistico polisintetico presenta qualche lontanissima analogia colla razza mongolica, pure rimanendo una famiglia a sè, diversa da tutte le altre. Prima della scoperta europea gli Indiani degli Stati Uniti attuali s'aggiravano, secondo i calcoli[5] più fondati, intorno al milione, di cui un 180.000 soltanto all'est del Mississippi, ripartiti in una infinità di tribù, che oggi dopo tre secoli e più di colonizzazione bianca con relativa distruzione di alcune fra esse, migrazione o spezzamento di altre, riesce ben difficile localizzare con precisa esattezza.

Le affinità linguistiche nondimeno hanno permesso al Buschmann di riunire in gruppi queste tribù, ciascuna delle quali aveva propria parlata, raggruppamento su cui il grande antropologo Waitz basò la sua classificazione.

Nel sec. XVIII noi troviamo in tutto l'estremo est, dalla Nuova Scozia alla Carolina settentrionale, gli _Algonkini_, divisi in un'infinità di tribù; all'ovest di essi, nel New-York centrale e settentrionale, presso i Grandi Laghi, gli _Irochesi_, tra i quali i _Seneka_ i _Kayuga_ gli _Onondaghi_ gli _Oneida_ e i _Mohawki_ formavano la fortissima lega delle Cinque nazioni, cui s'aggiunse più tardi come sesta la tribù dei _Tuscarora_, lega in guerra perpetua cogli _Huroni_, tribù pur essi della stessa stirpe; nella parte sud-est degli Stati Uniti attuali, gli _Appalachiani_, tra cui famosi per bravura i _Cherochesi_ nella valle delle Tennessee, i _Natchez_ sul basso Mississippi, i _Seminoli_ nella Florida; di là dal Mississippi, nelle praterie, i _Dakota_ e i _Sioux_, divisi essi pure in molteplici tribù, ed ancora più all'ovest negli altipiani occidentali una serie di tribù, appartenenti a quel gruppo dei _Kenai_ estesisi per successive migrazioni dall'Alaska al Golfo del Messico.

Per quanto varie di lingua di sede di origine di grado di civiltà, belligere le une e cacciatrici, pacifiche ed agricole le altre, queste tribù presentano pur sempre qualche cosa di comune che permette di parlare di un tipo fisico e sociale indiano. Brachicefalo il capo, color di rame la pelle, prominenti gli zigomi, piccoli e neri gli occhi, ispidi i capelli, l'Indiano era generalmente inferiore al bianco per forza muscolare, infinitamente superiore per forza di resistenza: agilissimo, svelto poteva percorrere in un giorno solo settanta od ottanta miglia; figlio della natura, dei cui fenomeni era osservatore finissimo, percepiva i suoni più lontani e notava i segni meno appariscenti in quei boschi, ch'egli sapeva per quanto folti attraversare in linea retta, prendendo a guida l'aspetto della borraccine e la scorza degli alberi; grave e dignitoso nelle assemblee, vivace ne era il parlare e nella sua semplicità altamente poetico; valorosissimo in guerra combatteva con disperato coraggio, mostrandosi altrettanto crudele e spietato coi nemici quanto era paziente nel sopportare se vinto la prigionia o i tormenti senza un lamento; vendicativo per eccellenza quando si teneva offeso, ricordava ed era grato dei benefici ricevuti; attivo, instancabile, animato da vero furore in guerra nella caccia nella danza, le occupazioni preferite, era neghittoso in tutto il resto, lasciando alla donna il lavoro quotidiano per abbandonarsi bene spesso a fantastiche contemplazioni; vivo sopra tutto in lui il bisogno dell'aria aperta, radicato quell'istinto della vita nomade che la necessità economica di sempre nuove caccie, di sempre nuove boscaglie da ardere aveva istillato e mantenuto.

Le superstizioni del totemismo erano in fondo la religione degl'indiani, ma ad esse congiungevano l'idea vaga della divinità e dell'immortalità, non senza un principio di giustizia retributiva nell'altra vita, riservante pei buoni ricchissime caccie.

«I nostri bambini non hanno peccato; quando muoiono, dove vanno?» chiedeva un indigeno a John Eliot, l'apostolo degli Indiani del Massachussets. Credevano in un Grande Spirito, di cui era simbolo il sole, ed a questo in mancanza di templi rendevano omaggio all'aria aperta, accendendo in suo onore dei grandi fuochi, intorno ai quali cantavano e danzavano con immane frastuono; un culto superstizioso tributavano pure ad animali, che rappresentavano gli altri spiriti secondari dispensatori dei beni e dei mali o simbolizzavano quel _clan_ di cui costituivano ad un tempo e l'_otem_[6] od insegna tatuata ed il nume tutelare: tali ad esempio il lupo, il cervo, la tartaruga, il castoro, l'orso, l'airone, il falco. Il grande problema dell'origine del male s'affacciava in modo rudimentale alla loro mente: «perchè Dio non ha dato un buon cuore a tutti gli uomini?» chiedeva un indiano all'Eliot; ed un altro: «poichè Dio è onnipotente, perchè non uccide il diavolo che ha reso sì cattivi gli uomini?». La natura tutta del resto era oggetto di adorazione per l'Indiano ai cui occhi ed i venti e le stelle e le acque, come canta il Longfellow nel suo «_Hiawatha_», erano animati non meno degli animali e degli uomini. Nello stesso senso del sopranaturale sviluppatissimo in loro trovavano origine i magi ed i sacerdoti dotati di miracolosi poteri.

Primitiva era la loro organizzazione politica e sociale, basata la prima sul legame gentilizio anzichè territoriale, la seconda sull'uniformità di condizioni e funzioni degli individui. Si dividevano in tribù e queste alla loro volta in _clans_ o genti legate insieme dal vincolo della comune discendenza: alla testa dei _clans_ vi era uno o più capi detti _sachem_, uomini di regola ma talora anche donne: ogni villaggio costituiva uno stato indipendente, una piccola democrazia, a cui erano ignote generalmente e schiavitù e caste privilegiate. Come presso gli antichi Germani, in cui tutti erano uguali, i capi dovevano la lor elezione alla stima personale, ispirata dal loro valore, e duravano in carica finchè sapevano mantenersi tale stima: in guerra essi stimolavano colla voce sonora i commilitoni, in pace trattavano coi _sachem_ degli altri _clans_ gli affari generali della tribù. Il grado più alto di sviluppo politico, se così può chiamarsi, di questa razza era dato dalle confederazioni fra le varie tribù, più famosa di tutte quella già ricordata delle Cinque nazioni irochesi, retta da una specie di consiglio federale di 50 capi alla cui testa stavano due comandanti supremi.

Come l'autorità nell'opinione, così la legge risiedeva nell'uso e nella tradizione orale: i loro concetti giuridici erano ancora allo stato embrionale: la vendetta del sangue il modo più comune di punire le offese. Proprietà collettiva era la maggior parte del suolo, sia coltivato che lasciato ad uso di caccia; ma dalla proprietà collettiva s'era svolta e viveva accanto ad essa una proprietà privata, il cui concetto era altrettanto rigido in seno alla tribù quanto elastico nei rapporti con le altre tribù. La famiglia era generalmente su base monogamica, ma anche la poligamia era permessa: frequentissimo perciò il divorzio per le più futili ragioni, schiava dell'uomo la donna.

Non conoscevano linguaggio scritto ma coi segni tracciati sulle roccie e sugli alberi comunicavano fra loro benissimo: i loro annali erano dei segni simbolici semplicissimi incisi sugli alberi, dopo averne tolta la corteccia più esterna, dei canti guerreschi, delle cinture di _wampun_ o chicchi forati fatti colle conchiglie; a queste affidavano pure per anni ed anni la memoria dei trattati, cui mantenevano fede incrollabile. Non conoscevano moneta, in cui vece servivansi dei _wampun_, uso imitato dagli stessi coloni bianchi nei primi tempi.

Abitavano ora isolati in capanne dette _wigwams_, costruite di pelli e di scorza d'albero, ora raccolti in parecchie famiglie in ricoveri assai ampi costrutti di scorza e di pali; vivevano dei prodotti della caccia e della pesca, di maiz, di bacche; usavano il tabacco ma non conoscevano bevande inebrianti; costruivano insieme coi rozzi utensili d'uso più comune, come stuoie di vimini, mortai di legno, vasi di terra, ami d'osso e reti di canapa, degli ingegnosi arnesi imitati poi dagli stessi coloni, come i patini da neve e le canoe. I patini, con cui scivolando sulla neve riuscivano a raggiungere alla corsa lo stesso cervo ed il daino, consistevano in un ramo d'acero, curvato nel mezzo finchè le due estremità si riunivano in punta, e riempito nel vuoto con una rete fatta di pelle di cervo cui s'attaccava con corregge il piede coperto soltanto da un leggiero _moccason_ o pianella: ogni tribù aveva uno stampo diverso di patini. La canoa consisteva in una corteccia di betulla bianca, che si sbucciava tutta intera dall'albero, distesa sopra una leggerissima ossatura di cedro bianco, cucita ad essa con radici di cedro e spalmata al di fuori d'una pece ricavata dalla gomma degli alberi: erano imbarcazioni dalla forma svelta ed elegante, che contenevano al massimo 10 o 12 uomini, e pescando pochissimo scivolavano rapidamente sulle acque meno profonde.

Si dipingevano il corpo, vestivano pelli di animali, si ornavano il capo di penne, le rozze vesti di conchiglie. I lavori domestici, la poca agricoltura affatto primitiva era lasciata dall'Indiano alla sua _squaw_ o donna; sua occupazione pressochè esclusiva era la caccia o la guerra esercitata più che altro a scopo di rapina. Quale fonte normale di sussistenza, come suole accadere presso i selvaggi ed i barbari, aveva pertanto la guerra una parte importantissima nella vita sociale delle tribù indiane, sempre in lotta fra loro, ora sole ora federate.

Cerimonie singolarissime la precedevano: digiuni e preghiere al Grande Spirito da parte del _sachem_, che tintosi di nero andava a nascondersi nei boschi per interrogare la divinità, e ottenuto nel sogno responso favorevole tornava fra i suoi, invitava nel proprio _wigwam_ i guerrieri a lauto banchetto, finito il quale cominciavano le danze guerresche, che si protraevano tutta la notte tra il bagliore dei fuochi, tra i canti marziali e le grida selvaggie. Al mattino partivano per la spedizione dopo essersi spogliati di tutti gli ornamenti che consegnavano alle loro donne: entrati in campagna più che battagliare in campo aperto ricorrevano alle sorprese, ai tradimenti, agli stratagemmi d'ogni sorta, alle imboscate; loro armi d'offesa le freccie ed il _tomahawk_ o scure di pietra, di difesa scudi di pelle di bisonte o corazze di vimini; sul nemico vinto praticavano lo _scalp_, atto nazionale per eccellenza di inaudita ferocia, che consisteva nell'incidere la cotenna alla base del capo e quindi strapparla afferrando quel ciuffo, che unico portavano gli Indiani in mezzo alla testa rasa; erano questi i più gloriosi trofei che i padri tramandassero ai figli.

Un milione dunque all'incirca di questi esseri deboli, miti in pace, in guerra feroci bensì ma armati di freccie di legno e scuri di pietra, privi delle più elementari risorse di vita e di resistenza di una qualsiasi civiltà un po' avanzata, dispersi sovratutto su un immenso territorio pressochè vergine e divisi in un'infinità di tribù ostili fra loro e separate bene spesso da enormi spazi vuoti, favorevoli quanto mai all'incunearvisi della colonizzazione bianca, ecco i padroni del suolo, dove la razza ariana sarebbe salita alla più alta potenza nel mondo, ecco l'elemento etnico indigeno, di fronte a cui veniva a trovarsi la colonizzazione bianca[7].

Chi erano i pionieri di questa? quali fra le genti d'Europa schiudevano prime questo vasto campo all'umana attività ed ai trionfi del più avanzato progresso?

§ 5. PRIME ESPLORAZIONI E RICOGNIZIONI EUROPEE. — Se la storia generale della scoperta americana è iniziata _ex integro_ dalla triade tutta italiana, Cristoforo Colombo, Paolo Toscanelli del Pozzo ed Americo Vespucci, sulle cui orme materiali od intellettuali si spinge baldanzosa dai porti dell'Occidente una pleiade di navigatori italiani e stranieri a scoprire ed esplorare le nuove terre; la storia speciale dell'esplorazione nord-americana, pur cominciando anch'essa a stretto rigore cogli ardimenti del genio latino, trova la sua preistoria in quelle audacie normanne, consacrate dalla leggenda, ed in quell'esercizio della pesca continuato per secoli nei mari più settentrionali d'America da parte degli occidentali: di quelle infatti si presentano continuatrici non più leggendarie ma storiche, di questi risolcano la via le navi del veneziano Giovanni Caboto, che sul finire del secolo XV pone il piede pel primo sul continente nord-americano.

Se l'Italia però dava al mondo i geni maggiori della navigazione, essa non dava al Nord-America più che al Sud-America i pionieri della colonizzazione: prima tra le nazioni europee per lo sviluppo di civiltà, essa non poteva entrare per la sua posizione geografica e per le sue condizioni politiche in un arringo coloniale, cui quella e queste spingevano gli altri paesi dell'Occidente.

L'Europa occidentale si presentava allora quanto mai adatta alla conquista ed alla colonizzazione del nuovo mondo. Le grandi scoperte geografiche avevano portato con sè una completa rivoluzione, trasportando il centro della civiltà fuori di quel bacino del Mediterraneo, che per tanti secoli era stato il teatro degli smerci internazionali e la sede d'ogni potere politico e commerciale: tracciata dai porti occidentali la nuova strada alle Indie, scoperta dai medesimi porti l'America, ad essi faceva capo quel commercio mondiale, che abbandonate le terre ed i mari chiusi si esercitava attraverso l'Oceano, e col commercio la ricchezza e la forza politica, lo sviluppo della civiltà.

Alla difesa di questi nuovi commerci erano necessarie delle flotte armate, a compiere le nuove conquiste nei mondi lontani occorrevano potenti organismi politici, e di tali mezzi potevano disporre appunto quei grandi Stati allora allora costituiti in Occidente sulle rovine del feudalismo, quelle società in cui l'industria nascente e la stampa andavano accrescendo la fortuna e l'influenza di robuste classi medie.

Portoghesi, Spagnuoli, Francesi ed Inglesi, sentinelle avanzate del mondo bianco sulle coste dell'Atlantico, sono infatti i popoli che compiono le prime esplorazioni, le più antiche ricognizioni, per dir così, sul suolo nord-americano, prima che gli Olandesi sorti a gagliarda vita nazionale s'aggiungano ultimi per tempo, non per fortuna, a contendere loro il primato dei mari.

_I Portoghesi_. — Famosi per le loro scoperte nei mari d'Africa e d'Asia, i Portoghesi, se lasciarono di sè traccia imperitura in tanta parte dell'America meridionale, non ne lasciarono affatto in quella settentrionale. Mentre invero il Cabral navigava a mezzodì e veniva dalle tempeste gettato sulle coste del Brasile, ignoti navigatori portoghesi compievano delle scoperte intorno al 1501 lungo le coste della Florida e forse della Carolina ed il Cortereal tra il 1500 ed il 1502 navigava per incarico ufficiale della corona portoghese a settentrione del continente americano: però il suo primo viaggio, in cui approdava alla spiaggia del Labrador e spaventato dalla crudezza del clima rivolgeva verso sud la prora delle sue navi, non aveva altro effetto che la rapina d'alcune decine d'Indiani tratti in schiavitù ed una relazione della flora rigogliosa dei paesi esplorati; nel secondo viaggio poi periva lo stesso esploratore, massacrato forse col suo equipaggio dagli Indiani; nè più dopo di lui il governo portoghese pensava all'America settentrionale.

_Gli Spagnuoli_. — Più fortunati dei loro confratelli, ma non destinati a raccogliere nella parte settentrionale del nuovo continente gli allori grondanti sangue della parte centrale e meridionale, furono gli Spagnuoli, quantunque abbiano fondato nel Nord-America la prima stabile colonia e vi si siano mantenuti fino al secolo XIX. Un anno prima infatti che Vasco Nuñez de Balboa, superato l'istmo di Darien, rivelasse all'Europa il Grande Oceano, constatando così l'esistenza indiscutibile d'un nuovo continente, quando già i viaggi di Colombo, Alonso Hojeda, Vicente Yanez Pinzon, Diego de Lepe, Pietro Alvarez Cabral, Diego di Nicuesa hanno scoperto ed esplorato buona parte dell'America centrale e meridionale; gli Spagnuoli sbarcavano nel 1512, il giorno della Pasqua di Rose, a quella penisola che appunto per ciò fu detta Florida. Venivano essi da Porto-Rico e li guidava il vecchio Ponce de Leon, già governatore di quell'isola, uno dei più intraprendenti e feroci avventurieri coloniali, il quale aveva armato a proprie spese tre bastimenti per conquistarsi un regno e ritrovare ad un tempo quella fonte di eterna giovinezza, che la leggenda affermava esistere in quei paraggi.

La superstiziosa speranza rimase naturalmente delusa, nè più soddisfatta fu quella di grandi tesori auriferi, ch'era stata tra i moventi primi della conquista: Ponce de Leon ottenne dal Re di Spagna il governo della Florida col patto di colonizzarla, ma tale opera incontrò le più vive difficoltà da parte degl'indigeni maltrattati dai conquistatori; e lo stesso Ponce de Leon, ferito mortalmente dagl'Indiani nel 1521 in una seconda spedizione, andava a morire a Cuba, non lasciando d'immortale, egli che aveva aspirato all'immortalità materiale, che il nome, strettamente legato alla conquista spagnuola della Florida. Nè maggior fortuna ebbero gli altri avventurieri spagnuoli, sbarcati colà per appagare insaziabile sete di guadagno, massimo fra tutti quel Ferdinando de Soto il quale, geloso dei bottini peruviani di Pizzarro, di cui era stato compagno, navigava da Cuba alla volta della Florida nel 1539 alla testa d'oltre 600 spagnuoli armati pomposamente e pieni di entusiasmo, caccia febbrile ai vantati tesori auriferi del paese più che conquista territoriale, spedizione disastrosa condotta per anni fra stenti ed ostacoli insormontabili, impresa in cui religione superstizione avidità orgoglio e tenacia indomabile s'uniscono insieme a darci uno dei quadri più smaglianti dello spirito di avventura dell'epoca, uno dei tipi più genuini di avventuriero spagnuolo: guidato dalla febbre dell'oro attraverso il continente, il De Soto non vi trovava e scopriva che la sua tomba, il grande fiume Mississippi da lui risalito fino al Missouri; e la sua salma, in esso gettata dai superstiti nel 1542, pareva quasi consacrare alla conquista spagnuola l'intera vallata del gran fiume.

Diversi i moventi ma triste del pari era nel 1549 la fine del domenicano Cancello, invano recatosi nella Florida per convertirvi gli indigeni: pareva che la morte medesima stesse a guardia della penisola infausta contro l'orgoglio castigliano, che vittorioso in ogni parte altrove non riusciva qui a conquistare un paese imbevuto ormai di tanto sangue d'_hidalghi_ e tanto calorosamente agognato.

All'orgoglio castigliano non tarda anzi a contrastare il passo quello della nazione rivale, la Francia. Una colonia ugonotta, guidata da un ardito navigatore di Dieppe, Giovanni Ribault, intraprende l'opera ideata dall'ammiraglio Coligny, che sognava di fondare in America un impero francese protestante quale rifugio dei perseguitati ugonotti, sbarcando nel 1562 alla Florida: Forte Carlo fu detta la colonia e Carolina il paese, in onore di Carlo IX.

La fame e gli stenti fecero naufragare l'impresa, che fu ripigliata con più fervore all'arrivo di una nuova comitiva di emigrati ugonotti nel 1564 sotto il comando del Laudonniere, e parve dover riuscire al ritorno del Ribault sbarcato con granaglie strumenti e coloni. La classe inferiore dei coloni si componeva di spregevoli avventurieri, i quali fecero della colonia regalata alla madrepatria dalla fede e dall'entusiasmo un nido di pirati, che gabellavano per patriottismo la preda delle navi spagnuole.

Ma ecco alla sua volta ridestarsi contro questi eretici francesi il fanatismo coloniale e religioso spagnuolo nel feroce capitano Pedro Melendez de Aviles, il quale ottiene da Filippo II la carica di governatore della Florida con tutti i vantaggi relativi al patto di conquistarla in tre anni, ridurla al cattolicesimo mediante l'introduzione di preti e gesuiti, e colonizzarla: abituato alle stragi ed ai saccheggi, il restauratore del dominio spagnuolo e della chiesa cattolica nella Florida assale e massacra senza ombra di scrupolo i coloni francesi e prende possesso in nome del re di Spagna di tutta l'America settentrionale, procedendo subito alla fondazione di Sant'Agostino, la più antica città degli Stati Uniti attuali.

Il governo francese non si mosse per vendicare i coloni massacrati e la Spagna grazie al delitto del Melendez rimase signora incontrastata di questi territori, non ostante il tentativo fatto nel 1568 dal coraggioso guascone Domenico de Gourgues di vendicare col massacro di coloni spagnuoli quello dei suoi compatriotti.