Le origini degli Stati Uniti d'America
Part 26
Se però il Congresso continentale non aboliva la schiavitù, nè la rivoluzione dei bianchi contro la tirannide si sposava all'emancipazione dei negri, certo è che la lotta per la libertà del paese influì moralmente a detrimento della schiavitù; come la guerra cooperò materialmente, nelle colonie del Nord e del centro in ispecie, a indebolirla in modo considerevole, giacchè durante quel periodo quasi impossibile divenne l'importazione dei negri da parte del mare ed attenuato di molto si trovò l'impiego economico degli schiavi, senza contare poi tutti gli schiavi catturati dalle truppe inglesi. Non fa quindi meraviglia che già nel 1780 la Pennsylvania, la terra dei Quackeri, avendo solo il 3 o 4% della sua popolazione costituito dall'elemento negro, passi nonostante l'opposizione d'una minoranza schiavista una legge intesa ad abolire gradualmente la schiavitù. Mentre però qui l'emancipazione impiegherà ad effettuarsi ben mezzo secolo, rapida è la scomparsa della schiavitù nel Nord, quantunque manchi spesso alcuna legge speciale di abolizione. Così ad esempio nel Massachusetts il primo articolo della nuova Costituzione del 1780, il quale proclamava la libertà e l'uguaglianza per tutti gli uomini, abbracciò teoricamente anche i negri, senza che ne risultasse per questo nella pratica una immediata abolizione della schiavitù. Solo nel 1783 un tribunale superiore in un suo verdetto invocava l'articolo 1º della costituzione di Stato a favore della libertà dei negri nel Massachusetts: nel 1790 infatti non si troverà più uno schiavo in tutto lo stato, senza che i proprietari abbiano ricevuto alcun indennizzo per l'avvenuta emancipazione. Analogo fu il processo di emancipazione nel New Hampshire, dove un principio generale proclamato nella nuova costituzione di Stato del 1783 segnò la fine della schiavitù, perchè in base ad esso fu stabilita la massima che ad incominciare da quell'anno nessuno più nascesse schiavo nel New Hampshire e fosse vietata una ulteriore importazione di schiavi. Il 1784 segnava pure l'abolizione della schiavitù mediante leggi speciali negli stati di Rhode Island e Connecticut. Così negli anni 1780-84 gli stati della Nuova Inghilterra e la Pennsylvania, nei quali debolissimo è il rapporto numerico della popolazione schiava alla libera, procedono in modo spontaneo all'abolizione della schiavitù negra: gli stati invece di New York e New Jersey, in cui molto più elevato è questo rapporto, raggiungendo l'1 per 12 o 14, tarderanno altri 20 anni prima di conceder l'emancipazione, aspetteranno che l'affluenza degli immigranti bianchi faccia più densa la popolazione, che le industrie sorgenti rendano sempre meno rimuneratrice la schiavitù. New York nel 1799, quando in essa vi saranno 29 liberi per ogni schiavo, e New Jersey nel 1804, quando ve ne saranno 18 per 1, copieranno nelle sue linee principali la legge sulla emancipazione adottata in Pennsylvania.
Mentre in 7 dei 13 Stati originari la schiavitù correva rapidamente alla fine, altri e ben più vasti territori stavano per aggregarsi all'Unione, territori in alcuni dei quali la schiavitù s'era già introdotta coll'apparirvi dei primi coloni, in altri non aveva potuto piantarsi per lo condizioni fisiche del paese e quelle morali dei colonizzatori. Dopo l'adozione degli articoli della Confederazione, il Congresso continentale dovette decidere dei reclami fatti sul vasto territorio, situato all'ovest dell'Ohio. La guerra ed il conseguente pagamento del debito pubblico avevano prostrato pel momento le energie economiche dei 13 Stati: a rifarsi dei danni patiti Massachusetts, Connecticut, New York, Virginia, Nord Carolina, e Georgia reclamavano tratti illimitati di terre oltre i loro confini; mentre New Hampshire, Rhode Island, New Jersey, Maryland, Delaware, e Sud Carolina, rinunziando per sè all'aggiunta di nuove terre, proponevano che anche gli altri Stati lasciassero i territori in questione al governo degli Stati Uniti, il quale se ne sarebbe servito per liquidare l'intero debito. La proposta fu in massima accettata, ed una commissione parlamentare, presieduta dal Jefferson, presentò nel 1784 una Ordinanza pel governo del territorio ad occidente dei 13 Stati originari fino al 31º di latitudine. Una clausola di tale Ordinanza, la quale nel suo complesso veniva dal Congresso adottata il 13 aprile 1784, stabiliva l'abolizione della schiavitù nei nuovi territori a datare dal 1800, clausola che passava nonostante la viva opposizione dei rappresentanti delle Caroline.
L'ultimo Congresso continentale, tenuto a New York nel 1787, riaprì però la questione sul governo del territorio d'occidente. La commissione all'uopo nominata, presieduta da Nathan Dane del Massachusetts, presentò una Ordinanza pel territorio a Nord Ovest dell'Ohio, abbracciante gli odierni stati dell'Ohio, Indiana, Illinois, Michigan e Wisconsin, la quale incorporava in sè molte disposizioni del bill Jefferson, provvedendo per esso ad un governatore, un consiglio e dei giudici da nominarsi dal Congresso e ad una camera di rappresentanti da eleggersi dal popolo. La sua eccellenza consisteva in una serie di patti fra gli Stati ed il territorio, che garantivano libertà religiosa, facevano concessioni di terre ed altri provvedimenti liberali per scuole e collegi, e, cosa principalissima fra tutte, proibivano per sempre la schiavitù in tale territorio e negli Stati, che da esso sarebbero risultati.
Il passaggio dell'Ordinanza in tale forma fu probabilmente dovuta in larga misura all'influenza della Compagnia dell'Ohio, nuova società colonizzatrice di questo nome fondatasi in Boston l'anno innanzi, composta del fior fiore dell'esercito rivoluzionario e provvista di mezzi, di energia, di intelligenza. Quando il suo agente apparve al Congresso per trattare la compera di 5 milioni di acri di terra nella vallata dell'Ohio, era alla vigilia di passare un bill pel governo di quel territorio, non contenente nè la clausola antischiavista nè gli immortali principi di quei patti. La compagnia composta in gran parte di gente del Massachusetts, desiderava ardentemente che la sua futura dimora fosse su libero suolo e la sua influenza prevalse nel Congresso bramoso di vendere a buone condizioni quelle terre. A controbilanciare quasi l'effetto della clausola antischiavista, ne veniva aggiunta una per la consegna degli schiavi fuggitivi; ed in questa forma l'intera Ordinanza passava il 13 luglio 1787 e, confermata dal Congresso due anni dopo, acquistava forza di legge. Benchè più fortunata di quella del 1784, essa però riusciva solo ad escludere la schiavitù dal territorio di Nord-Ovest, paese di sua natura poco favorevole all'attecchire di essa. Il territorio al sud dell'Ohio rimase invece, nonostante gli sforzi in contrario del settentrione, retaggio di futuri Stati a schiavi.
Per quanto generali anzichè locali queste però non erano che prime schermaglie pro e contro la schiavitù: la grande battaglia doveva impegnarsi in seno alla convenzione di Filadelfia. Quale sarebbe stata la sua attitudine di fronte ad essa? Che avrebbe deciso in proposito il nuovo patto statutario della sorgente nazione? Basato sul concetto dell'assoluta eguaglianza di diritti per ognuno alla vita, alla libertà, alla proprietà, esso avrebbe dovuto portare di logica conseguenza la abolizione della schiavitù; ma la logica in questo caso avrebbe impedito l'Unione, e quindi la schiavitù fu lasciata tra gli affari di competenza dei singoli Stati, accettandosi per essa quel concetto della sovranità di Stato, che il Sud in tale occasione aveva tutto l'interesse di sostenere a spada tratta. La nuova Costituzione, che non nomina mai la parola «schiavo», ammise di fatto la schiavitù negli Stati Uniti, pur senza darle una esplicita sanzione, come risulta troppo chiaramente dal contenuto degli articoli 1º (sezione 2ª e 9ª) e 4º (sezione 2ª), dove la parola «_persons_» del testo si riferisce agli schiavi negri.
Sul tema della schiavitù avvennero poi dei compromessi fra le colonie, dove essa era in sull'estremo declinare, e quelle, dove era in completo fiorire. Il primo di questi compromessi riguardò la rappresentanza dei singoli Stati al Congresso, punto controverso dal quale balzava fuori per la prima volta nella storia americana tutta l'importanza politica della questione della schiavitù. Quanto al Senato si convenne che tutti gli Stati, grandi e piccoli, vi avrebbero avuto lo stesso numero di rappresentanti, fatto questo della più alta importanza, giacchè in esso la vittoria o meno della schiavitù sarebbe dipesa non già dal numero e dalla potenza economica ed intellettuale della popolazione favorevole o contraria a tale istituto, ma semplicemente dal numero degli stati schiavisti od antischiavisti. Quanto alla Camera dei Rappresentanti si convenne che la rappresentanza vi sarebbe stata proporzionale alla popolazione: ma quale popolazione, la libera soltanto o la complessiva? I delegati nel Nord stavano per quella libera esclusivamente; i delegati del Sud, com'era naturale, per quella complessiva, gli schiavi quindi compresi. Il problema fu posto dal Wilson di Pennsylvania sotto una forma assai logica: «se gli schiavi sono ammessi come cittadini, perchè non godono della uguaglianza cogli altri cittadini? se sono ammessi come proprietà, perchè non è ammessa nel computo dei voti anche la proprietà d'altro genere?» Ma anche questa volta pur troppo la logica dovette cedere di fronte alla tenacia del Sud, le cui pretese furono in gran parte, se non del tutto, esaudite: venne stabilito infatti di calcolare i 3/5 degli schiavi nella tassazione, e di fare della tassazione la base della rappresentanza; fu questa la famosa «regola dei tre quinti» tanto utile al Sud, per la quale ogni 5 schiavi contavano nel governo generale come 3 liberi, accrescendo così immensamente la potenza della classe schiavista nel governo dell'Unione.
Il secondo compromesso fu quello relativo all'importazione degli schiavi da una parte, alla tassazione ed agli atti di navigazione dall'altra. I delegati delle Caroline e della Georgia chiedevano, con minaccia di negare in caso diverso il proprio assenso alla costituzione, che al Congresso non fosse lasciato il potere di proibire l'importazione degli schiavi prima del 1808, mentre a ciò erano contrari non solo alcuni delegati del Nord ma quelli anche dello stesso Maryland e Virginia, paesi ormai ben provvisti di schiavi e divenuti anzi fornitori dell'estremo Sud in questo ramo di commercio. Più compatto invece si mostrò il Sud, paese essenzialmente agricolo, nel chiedere dei limiti ristretti alle tasse d'esportazione e nel negare al Congresso il potere d'emanare atti di navigazione, intesi a favorire la marina mercantile americana a danno della forestiera, sopprimendo così quella concorrenza internazionale che garantiva ai piantatori del Sud una esportazione a più buon mercato dei loro prodotti: i delegati degli Stati dell'Est, dove la navigazione era tanta parte della vita economica del paese, volevano pel contrario lasciata piena libertà al Congresso di legiferare su essa. Per metter tutti d'accordo il Morris, governatore della Pennsylvania, propose che si votassero insieme la clausola sull'importazione degli schiavi e quelle relative alla tassazione, dicendo che questo complesso di misure avrebbe potuto costituire un «patto» fra gli Stati del Nord e quelli del Sud: nonostante l'opposizione del Maryland e della Virginia, il patto venne sancito; ai mercanti del Nord fu concesso il potere nel Congresso di emanar leggi di navigazione, col solo limite dei due terzi dei voti, ai piantatori di riso delle Caroline e della Georgia fu assicurata la continuazione legale della tratta africana per un altro ventennio. Questo secondo compromesso, benchè involgesse pel Nord a differenza del primo un sacrificio non solo politico ma anche morale, aveva però il vantaggio sull'altro d'essere temporaneo anzichè permanente.
Le discussioni ardentissime, che condussero la Convenzione a questo compromesso, ci rivelano già al 1787 alcuni dei risultati economici e morali della schiavitù, ci mostrano il dualismo ormai vivo fra Nord e Sud, ci fanno toccare con mano la varietà d'interessi economici e conseguenti vedute politico-morali, che vengono al cozzo fra loro. È una grande lotta economica, la quale sta per ingaggiarsi fra le varie parti della sorgente nazione: agricoltori-proprietari del Nord, armatori dell'Est, commercianti banchieri e industriali della Nuova Inghilterra New York e Pennsylvania, allevatori di schiavi del Maryland e della Virginia, piantatori del Sud, tutti hanno interessi fra loro del tutto od in parte antagonistici, donde una lotta che è ancora allo stato embrionale ma andrà ingigantendo nel volger di pochi decenni: nell'equilibrio di tutti questi interessi starà la forza della schiavitù, nella preponderanza d'alcuni sugli altri la sua rovina irreparabile.
Il fatto capitale, che balzava fuori evidentissimo da questa grave lotta, era la vittoria del Sud: s'era veduto chiaro che la costituzione degli Stati Uniti od avrebbe accontentato i delegati del Sud, delle Caroline e della Georgia in ispecie sostenitrici accanite della schiavitù, o non avrebbe raccolto sotto di sè tutte le antiche colonie. Il mezzodì del resto più compatto del Nord e del Centro per la sua stessa costituzione sociale, inteso tutto al trionfo d'un solo interesse economico, quello dell'agricoltura esercitata da schiavi, anzichè diviso da mire diverse e bene spesso discordi come le altre parti del paese, era rimasto trionfante in quasi tutti i compromessi segnati dalla costituente. La costituzione stessa anzi fu in ultima analisi formulata da uomini del mezzogiorno, derivando essa per la massima parte da quell'abbozzo, opera del Madison, presentato dalla Virginia alla Convenzione, con aggiunte d'un altro progetto presentato da Carlo Pinkney in nome della South Carolina. Dopo circa tre mesi e mezzo di fieri dibattiti; dopo che l'opera intera era stata parecchie volte sul punto di naufragare, dopo titubanze ed esami di coscienza senza numero, dopo rinvii a commissioni, il progetto finale di costituzione veniva accolto e firmato dai delegati il 17 settembre 1787.
Con questo però la costituzione era ben lungi dall'essere diventata legge fondamentale del paese: le occorreva la ratifica di nove Stati almeno per entrare in vigore negli Stati, che l'avevano approvata, e tale ratifica non doveva esser data dalle legislature dei singoli Stati ma da apposite convenzioni. Il dibattito, che in seno alla Convenzione nazionale aveva potuto risolversi solo a forza di compromessi, si riaccendeva perciò in condizioni ben meno favorevoli in seno a singole convenzioni, su cui più diretta si faceva sentire l'influenza perturbatrice delle discussioni accanite, delle dispute violente, delle polemiche a sangue da cui era agitato l'intero paese. Il federalismo abbracciato per ragioni utilitarie più che sgorgante da una qualsiasi coscienza nazionale, ed il regionalismo, radicato nei cuori e fatto nell'estrema difesa più ispido ed intrattabile che mai, si contendevano il campo furiosamente. Mentre i «_Federalisti_» rappresentavano coi più vivaci colori lo stato lacrimevole delle cose, l'impotenza all'estero, la miseria e l'anarchia all'interno, deducendone la necessità della nuova forma di governo non certo ideale ma pur sempre superiore agli articoli della Confederazione; i particolaristi detti «_Repubblicani_», sostenitori ora in buona fede ora per fini egoistici dei diritti particolari, dell'assoluta sovranità degli Stati, aizzavano le popolazioni contro il nuovo progetto federale in nome della pretesa «libertà», agitando davanti ai loro occhi lo spettro d'un potere centrale tirannico, soffocatore d'ogni libertà individuale e d'ogni autonomia locale, nuova e peggiorata edizione del dispotismo inglese. Rhode Island si rifiutò addirittura in sul principio di convocare una convenzione ed ultimo aspettò di ratificarla il 20 maggio 1790, quando ormai il nono Stato necessario a darle vigore era entrato da quasi due anni nell'Unione. Nel Massachusetts e nella Virginia, prototipi e campioni del Nord l'uno del Sud l'altra, la costituzione fu accolta piuttosto tardi e con una meschina maggioranza soltanto: 187 voti contro 168 nel primo, 89 contro 79 nella seconda. Nella Carolina del Nord l'assemblea si separò senz'aver nulla concluso e solo al cadere del 1789 quello Stato entrava, dodicesimo, nell'Unione. Il New York, a differenza degli altri Stati centrali, Delaware Pennsylvania e New Jersey, che davano primi la loro ratifica ancora sullo scorcio del 1787, consci della loro importanza derivante dalla posizione geografica, di questa appunto faceva tesoro per lesinare e subordinare a determinate condizioni il proprio voto, tanto più necessario di quello di altri Stati centrali inquantochè la mancanza di esso avrebbe diviso l'Unione in due metà sconnesse. Si dovette solo alla ferrea energia, all'entusiasmo ardente ed all'acutissimo ingegno politico d'un giovane poco più che trentenne, già distintosi nella guerra d'indipendenza, Alessandro Hamilton, oriundo scozzese nato a Nevis nelle Indie Occidentali da una famiglia di mercanti e naturalizzato newyorkese, se il debole partito federalista riusciva a spuntarla contro quello particolarista in uno Stato tutto imbevuto di idee antifederaliste, dove, per dirla con le parole dello stesso Hamilton, «due terzi dell'assemblea e quattro settimi del popolo erano contro di esso». «_The Federalist_», la raccolta di saggi politici in difesa della Costituzione, opera in sostanza dell'Hamilton coadiuvato dal Madison e dal Jay, fu allora uno dei più grandi coefficienti della disputata vittoria come rimase in seguito fra i capolavori della letteratura politica americana.
Il 26 luglio 1788, un mese dopo della Virginia, Nuova York con 30 voti contro 27 entrava, undecimo Stato, in quell'unione, che la ratifica di Nuova Hampshire del 21 giugno 1788 aveva sostituito come fatto compiuto all'antica Confederazione del 1777: il periodo critico della storia americana, come lo chiama a ragione il Fiske, era stato felicemente superato.[17]
§ 3. LA COSTITUZIONE FEDERALE E L'AMMINISTRAZIONE LOCALE. — L'infuriare vivissimo della lotta pro e contro la costituzione in seno al paese dopo i dibattiti ben noti nella convenzione di Philadelphia, la stessa incertezza della vittoria, rivelata dalla quantità di emendamenti spesso capitali presentati invano nelle convenzioni locali, e più ancora la tenuità di essa, rispecchiata nelle esigue maggioranze ottenute nei principali Stati, erano prova documentata del fatto che la costituzione americana, com'ebbe a dire giustamente Giovanni Quinzio Adams, fu «strappata ad un popolo ripugnante dall'opprimente necessità». Eppure se v'è paese al mondo, della cui costituzione il popolo vada superbo, considerandola non solo come la più adatta al caso suo ma addirittura come una costituzione ideale, come l'opera politica più perfetta che mente di statista potesse mai ideare, questo paese è proprio l'America; fatto che, pur tenendo il debito conto dello _chauvinismo_ americano, non capirebbe, data l'accoglienza primitiva di essa, chi non conoscesse il significato speciale assunto da quella costituzione nella vita politica degli Stati Uniti. Cessata col trionfo dei federalisti la lotta pro e contro la costituzione, cominciò quella pro e contro la sua interpretazione: la indeterminatezza di certe norme, l'ambiguità di dati articoli, la malleabilità sopratutto di essa, che per fortuna della società americana le impediva di cristallizzarsi, divenivano armi formidabili in mano a ciascuno dei partiti in lotta per ammantare la loro merce del drappo costituzionale, non essendo difficile per via di deduzioni logiche ricondurre a qualche articolo della costituzione i principii da esso sostenuti. Per un troppo logico processo di psicologia politica collettiva la costituzione, riconosciuta superiore a tutto ed a tutti, fatta perciò piattaforma arma e scudo dei partiti, degli Stati, delle classi, degli individui nella difesa dei loro interessi, divenne l'arca santa della nazione, il palladio più sicuro della libertà che le generazioni potessero trasmettere alle generazioni; si ebbe, come fu detto con parola felicissima, la canonizzazione della costituzione, ragione per cui la costituzionalità o meno d'un provvedimento qualsiasi ebbe ed ha davanti alla mente del popolo americano maggior peso della stessa opportunità o meno di esso. Così mentre i «padri» stessi della costituzione avevano dubbi sull'opera loro, ritenendola solo quanto in quel momento poteva farsi di meno peggio, i figli ed i nipoti s'abituarono a considerarli come semidei messaggeri della verità politica infallibile; e la costituzione degli Stati Uniti rimase così nell'opinione pubblica dell'America e per riflesso di tutto il mondo civile l'opera più perfetta che l'intelletto umano, innamorato degli ideali filosofici del secolo XVIII, avesse un giorno compiuto per la felicità d'una gente, anzichè il risultato affatto impersonale di precedenti storici secolari e di necessità impellenti del momento. Come infatti la ribellione delle colonie contro la madrepatria era stata in sulle prime difesa di libertà secolari anzichè lotta cosciente per un'indipendenza non sognata; come la dichiarazione del 1776 era stata rivendicazione di diritti positivi anzichè enunciazione di astratti diritti teorici; così la costituzione degli Stati Uniti si riattacca da una parte, come ben dimostra il Bryce, agli statuti ed agli usi coloniali preesistenti, si spiega dall'altra, come dimostra la storia imparziale, con la necessità di conciliare gli antagonismi stridenti fra i più vitali interessi, politici ed economici, di quella società in formazione.
Lo stato federale non fu anzitutto se non il prodotto naturale delle forze, che avevano generato gli stati particolari. Identica ne era la genesi, identico il processo: degli uomini uguali e liberi si erano raggruppati, come vedemmo, in _townships_ od in contee; dei _townships_, delle contee, eguali e libere avevano volontariamente organizzato lo stato coloniale, _Commonwealth_, per loro sicurezza e comodità; degli stati eguali e liberi organizzano volontariamente per un interesse non meno positivo lo Stato federale, dotandolo con mano avarissima dei poteri indispensabili soltanto. Come la società coloniale era cominciata coll'individuo, con un individuo autonomo completo cosciente, realizzante quasi l'ipotesi d'un contratto sociale; così la società federale cominciava con un patto esplicito tra le singole persone morali strettesi in una unità politica. L'intero sistema politico non fu infatti che un'espansione del _selfgovernment_ locale: come prima della costituzione, così dopo lo Stato non fu che un aggregato di corpi locali. Questi invero più ancora delle stesse colonie avevano fatto la costituzione, giacchè questi avevano raccolto il potere sovrano al cadere insieme con la sovranità britannica delle carte da essa concesse alle colonie: in quel momento d'incertezza, in cui mal si sapeva in chi sarebbe ricaduto e chi avrebbe esercitato il potere politico, depositari della sovranità erano stati, come vedemmo, i corpi locali dapprima, il popolo intero delle singole colonie in appresso.