Le origini degli Stati Uniti d'America
Part 24
Ai primi di luglio del 1775 il Washington veniva a porsi alla testa dei 14.000 uomini, che tenevano bloccato in Boston l'esercito inglese; ma per mancanza di polvere era costretto a rimanere inattivo sino alla primavera seguente: solo allora, divenuta ormai insostenibile la piazza sotto i colpi delle batterie innalzate dal Washington sulle alture di Dorchester, il generale inglese Guglielmo Howe, successo al Gage nel comando supremo, il 17 marzo 1776 sgombrava Boston coi suoi 7000 uomini e con circa 1500 cittadini favorevoli al re, i così detti _lealisti_, imbarcandosi su 150 navi alla volta di Halifax nella Nuova Scozia. Anche nel sud le cose andavano bene per gli Americani, giacchè una flotta inglese, che invano aveva attaccato vari punti della costa, battuta a Charleston, S. C. dalle artiglierie di Fort Moultrie, abbandonava al cadere del giugno 1776 quelle acque per veleggiare alla volta di New York, cui miravano ormai le forze inglesi di terra e di mare.
Falliva invece completamente la spedizione, che il Congresso nell'estate del 1775 aveva mandato contro il Canadà sotto gli ordini dello Schuyler e del Montgomery, nella speranza di sollevare con tutta facilità contro l'Inghilterra e di occupare quel paese da poco strappato ai Francesi; chè la campagna, cominciata felicemente colla presa del forte di S. Giovanni seguita da quella della stessa Montreal nel novembre, finiva male sotto Quebec, cui gli Americani cercavano invano l'ultima notte dell'anno di dare la scalata nonostante la neve ed il ghiaccio che coprivano il suolo, rendendo pressochè impossibile l'avanzarsi: lo stesso Montgomery cadeva da prode nell'assalto disastroso; e l'esercito americano, dopo esser rimasto qualche altro mese sotto Quebec, di fronte ai rinforzi inglesi doveva abbandonare anche le piazze occupate del Canadà, che rimaneva per sempre nelle mani dell'Inghilterra.
Iniziatasi così la guerra, le proteste di fedeltà alla madrepatria non sarebbero state oramai che finzioni, e l'idea d'una separazione completa da essa andava guadagnando ogni giorno più le colonie, conquistate dalla propaganda in proposito di Tommaso Paine, il quale nel suo pamphlet dal titolo «_Senso Comune_» ricorreva all'autorità della Bibbia non meno che ai dettati della ragione: «quando presi la prima volta il comando dell'esercito, diceva lo stesso Washington in quei giorni, aborrivo dall'indipendenza, ma ora sono pienamente convinto che null'altro può salvarci».
Il governo inglese infatti qua abbattuto là esautorato aveva fatto luogo dove a governi locali dove all'anarchia; cosicchè urgeva prendere una decisione collettiva, che arrestasse la seconda e legalizzasse i primi. Il 7 giugno 1776 Riccardo Enrico Lee di Virginia, obbedendo alla volontà del suo stato, propose al Congresso la risoluzione «che le Colonie Unite sono e di diritto devono essere Stati liberi e indipendenti». La mozione caldeggiata da John Adams suscitava un fiero dibattito, dal quale appariva come New York, New Jersey, Pennsylvania, Maryland e Sud Carolina non fossero ancora decise a tale passo estremo. Sospesasi pel momento ogni decisione in proposito, finchè non si fossero vinte le resistenze delle colonie ancora titubanti o addirittura contrarie, come New York, si incaricava intanto di compilare una eventuale dichiarazione d'indipendenza una giunta composta di Beniamino Franklin per la Pennsylvania, di Roberto L. Livingston per Nuova York, Ruggero Sherman per il Connecticut, Giovanni Adams per il Massachusetts e Tommaso Jefferson per la Virginia: in realtà veniva essa stesa da quest'ultimo, giovane e valente avvocato allora sui trentatre anni, assai versato negli studi filosofici storici letterari e già noto per la sua abilità nel comporre note politiche del genere. Il Franklin e l'Adams la modificavano leggermente e la difendevano poi con tutte le loro forze dalle critiche e dagli attacchi spesso violenti in seno al Congresso, il quale la adottava il 2 luglio 1776 senz'altro notevole cambiamento che la soppressione d'una clausola relativa alla schiavitù, troppo ostica per la Sud Carolina e la Georgia. Il 4 luglio 1776, il giorno stesso in cui ventidue anni prima s'era approvato dalle colonie il «progetto di Albany», la Dichiarazione veniva firmata dal Presidente del Congresso.
«Noi siamo costretti a rompere ogni vincolo politico coll'Inghilterra, dicevano in sostanza le colonie per mezzo dei loro rappresentanti in tale Dichiarazione, ma riteniamo necessario dichiarare al mondo quali ragioni ci spingono a far ciò». Quindi, esposti pochi principî incontrovertibili, che garantivano diritti positivi ed erano troppo radicati nella coscienza del popolo per aver bisogno di spiegazione, ne traevano la conseguenza che il dominio inglese, avendoli tutti violati, doveva essere abolito per sempre. Alla lunga enumerazione dei delitti politici del re Giorgio III contro le colonie, fatta anche nell'intento di metter sott'occhio al paese tutti i mali della servitù, seguiva infine la dichiarazione formale che le Colonie Unite d'allora in poi avrebbero costituito degli stati liberi ed indipendenti. Era una pagina di logica serrata e tagliente come la lama d'un pugnale, densa di fatti più che di parole, essenzialmente nazionale anzichè universale: vero specchio del passato, da cui si poteva dedurre l'avvenire, essa dimostrava come fossero nate e si fossero svolte le colonie, quali diritti avessero portato dalla madrepatria e come la violazione di essi imponesse loro di separarsi dall'Inghilterra.
Nulla di mistico, di generale in questa Dichiarazione, in cui il carattere politico della razza lungi dallo smentirsi riceveva nuova e più solenne conferma[15]. Si direbbe che l'autore di essa avesse presa a modello la Dichiarazione presentata nel 1688 a Guglielmo III dalla nazione inglese, se non ci fosse stato tramandato che il Jefferson la compose tutta di sua testa senza consultare alcun libro, se il linguaggio del documento famoso non fosse proprio di dichiarazioni consimili fatte in quegli anni da città e contee americane. Già nel gennaio 1773 infatti la città di Sheffield, Mass., primo esempio forse di ciò, proclamava le lagnanze e i diritti delle colonie, tra cui il diritto di _self-government_; e nello stesso anno e nella medesima colonia Mendon votava delle risoluzioni contenenti tre proposizioni fondamentali della grande Dichiarazione stessa, che cioè tutti gli uomini hanno un eguale diritto alla vita ed alla libertà, che questo diritto è inalienabile, che il governo deve trarre sua origine dal libero consenso del popolo.
Sul popolo infatti ricadde la sovranità dopo che la Dichiarazione d'indipendenza, adottata successivamente dalle singole colonie meno New-York che s'astenne dal votare, le ebbe affrancate di diritto oltrecchè di fatto dalla sovranità inglese. I nuovi governi derivarono dapertutto la loro autorità solamente e direttamente dal popolo, e questa autorità per di più non fu delegata per sempre al governo ma affidata ad esso come ad agente temporaneo del popolo sovrano, che rimase la sorgente esclusiva del potere politico. Questo del resto era apparso chiaro già dalla nomina dei delegati al Congresso, fatta dai corpi locali assai più che dai governi coloniali. Mentre infatti il New Hampshire e le altre colonie dell'Est avevano proceduto come delle confederazioni di _towns_, erano state le _contee_ nel New Jersey, nel Maryland, e nella Virginia ad elegger separatamente dei comitati per la nomina dei deputati: nel New York, accanto ai delegati proposti dalla città di New York e ratificati generalmente dalle campagne, la contea di Suffolk aveva nominato un rappresentante distinto, la contea d'Orange un po' più tardi eleggeva il suo deputato, che si presentava al Congresso e produceva il certificato della sua elezione da parte della contea: la Georgia, molto tepida al principio della guerra, non si era fatta rappresentare al Congresso fino al 15 luglio 1775, ma ciò non aveva impedito alla parrocchia di Saint John d'inviare un delegato, che era stato ammesso al Congresso. Così ora, mentre il Connecticut ed il Rhode Island per volontà del popolo continuarono ad usare le loro carte regie, il primo sino al 1818 il secondo sino al 1842, gli altri Stati si diedero generalmente nelle singole assemblee popolari delle nuove costituzioni, le quali per quanto imperfette e difettose li salvarono dall'anarchia sovrastante e permisero loro di superare la burrasca della rivoluzione.
La nuova nazione, affermatasi in faccia al mondo nella Dichiarazione d'indipendenza, non tardava ad adottare un simbolo comune, che la rappresentasse: alle varie bandiere usate in sul principio dagli insorti, tra cui notevole quella che il Washington aveva derivato dalla bandiera inglese aggiungendo alla croce bianca e rossa di questa tredici striscie alternate bianche e rosse, il Congresso ne sostituiva una sola esclusivamente nazionale, deliberando il 17 giugno 1777 che «la bandiera dei tredici Stati Uniti fosse di tredici striscie alternate bianche e rosse, e che l'unione fosse rappresentata da tredici stelle bianche in campo turchino»: le tredici striscie rimasero poi sempre a ricordo delle antiche colonie, che lottarono per l'indipendenza, ma le tredici stelle andarono ogni giorno aumentando coll'entrare di sempre nuovi Stati nella bene auspicata Unione.
Duri cimenti attendevano però gli Americani prima che l'indipendenza da essi dichiarata fosse riconosciuta da chi voleva con le armi ridurli in ischiavitù: la loro bandiera doveva sventolare su campi di battaglia cruentissimi, in accampamenti dove la fame il freddo le malattie decimavano uomini ed ufficiali, doveva affondarsi in seno all'oceano sugli alberi di navi sventrate ed incendiate, assistere a carneficine d'inermi perpetrate da Indiani e da bianchi più fedeli al re che alla patria ed all'umanità, prima che sicuro all'ombra di essa un popolo nuovo potesse svolgere nella pace feconda le mille sue attività, strappare alla terra ed al mare le inesauste ricchezze.
Caduta Boston in potere degli Americani, gl'Inglesi avevano concepito di impadronirsi degli Stati di mezzo per dividere le forze degli insorti; ed il Washington, prevedendo un tal piano, aveva spostato il suo esercito verso New York, che pel suo porto eccellente era presa specialmente di mira dal nemico. Riunitosi davanti a New York col fratello ammiraglio e portato l'esercito coi nuovi rinforzi a 30.000 uomini, nell'agosto 1776 il generale Howe attaccava gli Americani radunati in Long-Island e dopo un combattimento di circa sei ore li obbligava a ritirarsi colla perdita d'un migliaio di uomini. Il Washington, non volendo per la vana speranza di conservare New York perdere l'intero esercito, si ritirava, abbandonando la città al nemico, ed incalzato invano da questo riusciva a valicare il Delaware; mentre il suo esercito, scorato e sensibilmente ridotto dalle perdite subite, pressochè si scioglieva e gli Inglesi, fatto prigioniero il generale Carlo Lee, che risultò poi traditore, occupato il Rhode Island il New York ed il New Jersey, minacciavano la stessa capitale Philadelphia, donde il Congresso, nel timore perfino d'una rivolta in favore dell'Inghilterra, trasportava nell'interno la sua sede.
A rialzare l'abbattuto coraggio dei suoi il Washington la notte di Natale del 1776 ripassava sul ghiaccio il Delaware e verso l'alba dopo una marcia notturna tra la pioggia ed il fango assaliva di sorpresa un migliaio di Assiani alloggiati in Trenton, facendoli prigionieri: pochi giorni dopo vinceva pure per sorpresa a Princeton, riconquistando il New Jersey. L'effetto morale di tali vantaggi fu sorprendente: gli Americani, aiutati nel frattempo da illustri stranieri venuti a difendere la causa della libertà, come il marchese di Lafayette, il De Kalb, i polacchi Pulaski e Kosciusko, i baroni prussiani Wodtke e Steuben, fatte nuove leve, organizzata alla meglio la difesa del Delaware, cercarono di opporsi agl'inglesi, che forti d'un 50.000 uomini si avanzavano su Philadelphia. Sulle rive però del fiume Brandywine, un affluente del Delaware, l'11 settembre del 1777 il Washington veniva completamente battuto; e qualche settimana dopo, mentre la città quacchera accoglieva giubilante le truppe di lord Cornwallis, i magri avanzi dell'esercito americano si ritiravano dietro lo Schuylkill nelle selve a sopportare nella vallata di Forge insieme coi loro capitani, primo fra tutti per sublime abnegazione l'eroe intemerato, gli orrori della fame del freddo e delle malattie, in quartieri che Lafayette diceva a ragione «assai meno ridenti d'un carcere», fra le nevi su cui i loro piedi scalzi lasciavano impronte di sangue.
L'andamento della guerra nel settentrione cambiava però totalmente le cose per gl'insorti. Quivi al generale inglese Burgoyne, il quale, direttosi dal Canadà alla volta di Albany per unirsi colle truppe inglesi rimaste col Clinton in New York ed impedire così il congiungimento fra gli Stati nordici, aveva riportato ottimi successi, aprendosi la via all'Hudson, si facevano incontro i generali Arnold Lincoln e Gates, i quali concentrate le loro forze battevano completamente l'esercito canadese sull'alto Hudson e lo bloccavano a Saratoga. Il Burgoyne, non vedendo speranze di aiuto dal Clinton, che si era indugiato a devastare il paese, e non rimanendogli che soli tre giorni di viveri per le truppe, convocava un consiglio di guerra, in cui si decideva di capitolare quando fossero concessi patti onorevoli: il 17 ottobre 1777 questo corpo d'esercito, forte ancora d'un 6000 uomini, si arrendeva alle condizioni di lasciare il campo cogli onori militari ed, abbassate quindi le armi, imbarcarsi a Boston per l'Europa col patto di non servir più in questa guerra.
La capitolazione di Saratoga, mentre rialzava gli spiriti degli Americani, sbigottiva l'Inghilterra e riempiva di giubilo le potenze ad essa nemiche, spingendole ad un passo decisivo in favore degli Stati Uniti. Così, mentre a Parigi Beniamino Franklin, che di nuovo s'era recato in Europa, non stentava molto nei primi mesi del 1778 a trascinare in una lega cogli Stati Uniti quella Francia, che anelava al momento di abbattere la potenza inglese nel Nord-America, a Londra lord North presentava e faceva approvare dal Parlamento progetti intesi a riconciliarsi le colonie ribelli, mandando per di più in America cinque plenipotenziarii per gli opportuni accordi e pel ristabilimento dell'autorità regia. Ormai però era troppo tardi: l'alleanza colla Francia era un fatto compiuto, ed i commissari inglesi dovettero ritornarsene a Londra senza che si fosse loro nemmeno permesso di aprire le trattative. L'adesione della Spagna e dell'Olanda alla lega franco-americana obbligava poco dopo l'Inghilterra a difendere in tutti i mari del mondo il suo commercio ed i suoi possessi; mentre un nuovo colpo alla sua potenza e prepotenza marittima veniva assestato nel 1780 da quella lega della neutralità armata fra Russia Danimarca e Svezia, la quale, garantendo la massima libertà al traffico dei neutri, toglieva il predominio illimitato esercitato fino allora dall'Inghilterra sulle flotte di questi.
Con tutto ciò la condizione degli insorti non era ancora delle più invidiabili. La flotta francese inviata sotto il conte d'Estaing in aiuto degli Americani nel 1778, se aveva ristorato l'esercito scalzo seminudo affamato di Walley-Forge e spinto sir Enrico Clinton, successo al generale Howe nel comando supremo, a sgombrare Filadelfia per ritornare sopra New York, s'era però ritirata ben presto senza poter snidare da alcun punto gli Inglesi, i quali non solo avevano conservato New York, ma avevano portato la guerra anche nelle colonie del Sud, scatenandovi una lotta feroce di distruzione reciproca fra _lealisti_, quivi numerosi, e partigiani dell'indipendenza; mentre il Washington, privo di forze, non aveva potuto, ed anche questo a mala pena, che mantenere la sua posizione difensiva nelle alte terre di New York e di New Jersey.
Potevano bene le deliberazioni del Congresso fissare a circa 40.000 uomini il contingente militare, chè lo stesso generale supremo per la negligenza nel reclutamento da parte dei singoli Stati non poteva disporne di più di 10.000; poteva bene il barone di Steuben introdurre opportune riforme militari nell'esercito americano sul modello di quello prussiano, chè il reclutamento regionale e l'arruolamento di cortissima durata, rinnovando di continuo i contingenti di truppa, rendevano impossibile ogni offensiva vittoriosa contro gli eserciti regolari del nemico. L'impotenza dell'esercito americano, che secondo una lettera del Washington nel maggio 1781 non possedeva carne neppure per un giorno, non era che la conseguenza di quella del Congresso, cui l'assoluta autonomia dei singoli Stati, frutto della storia secolare delle colonie, non dava i mezzi di garantire la salvezza comune: lo stato delle finanze era ormai disperato; le confische dei beni appartenenti ai realisti andavano ad esclusivo vantaggio dei singoli Stati; la carta monetata, discesa ad un duecentesimo del suo valore nominale, veniva ormai sconfessata; il commercio esterno era distrutto, mentre quello interno diventava ogni giorno più miserevole per la scarsezza estrema di denaro, che mancava pei bisogni ordinari della vita; la flotta federale non annoverava più che due fregate, riducendosi la marina da guerra alle pure navi corsare. La situazione degli Stati Uniti non s'era mai trovata così triste. Nel Sud gli Inglesi, i quali fin dal 1778 tenevano la Georgia senza che il generale americano Lincoln sorretto dalla flotta francese avesse potuto scacciarneli, presa Charleston, avevano occupato nella primavera del 1780 anche la Carolina meridionale; poi, battuto completamente nell'estate presso Camden il Gates venuto in soccorso della Carolina settentrionale, erano rimasti padroni anche di questa nonostante i nuovi tentativi falliti di riprenderla da parte del Greene successo al Gates; ed intanto il generale Arnold, tradita vilmente per bassi interessi personali la causa americana, scorrazzava per la Virginia alla testa di milizie inglesi e lealiste, mettendo a sacco il paese e distruggendo i depositi di tabacco, che costituivano l'ultima risorsa del Congresso ormai privo affatto di denari.
I nuovi rinforzi militari e più ancora pecuniari, che il marchese di Lafayette recatosi appositamente in Europa aveva potuto ottenere per gli Americani dalla corte francese, salvarono la situazione: il corpo di soccorso francese mandato in America agli ordini del Rochambeau risollevava il coraggio e le speranze degli insorti, infondendo nuova energia nel Congresso per un tentativo estremo; mentre il nuovo prestito francese di 6 milioni di lire dava modo al ministro americano delle finanze, il bravo Roberto Morris, di equipaggiare e ristorare l'esercito glorioso ma miserabile del Washington, mettendolo in grado di riprendere l'offensiva.
Riunitosi coi Francesi, che avevano tolto al nemico Rhode Island, il generale supremo s'apprestava infatti nell'estate del 1781 ad eseguire un piano di lunga mano meditato ma tenuto secretissimo, quello cioè di concentrare in New York le forze inglesi coll'apparente minaccia di attaccarla e di distruggere nel frattempo il corpo di lord Cornwallis, che gravava come incubo sugli Stati del Sud, per quanto a rigore non fosse padrone se non del suolo dove successivamente piantava le tende. Il piano riusciva a meraviglia: il Clinton richiamava su New York quante più truppe poteva, sfornendone lo stesso corpo del Cornwallis, il quale molestato dal Greene e dal Lafayette ed abbandonato dalla flotta inglese, tornata ai primi di settembre a New York dopo uno scontro infelice con quella francese, si trincerava coi suoi 7000 uomini in Yorktown, nella penisola posta tra i fiumi James e York. L'esercito collegato forte d'un 12.000 soldati regolari Benza contare un 4000 uomini di milizie vi arrivava con la flotta nel mese di settembre ed al cadere di esso investiva la piazza con oltre 100 pezzi di artiglieria grossa, che in pochi giorni smantellavano le fortificazioni del Cornwallis, togliendogli ogni speranza di resistenza. Tentava egli allora di evadere audacemente coi suoi la notte del 18 ottobre, attraversando il fiume York; ma una fiera tempesta disperdeva le barche, obbligandolo due giorni dopo ad arrendersi a discrezione: solo i lealisti americani più compromessi potevano sottrarsi alle mani del vincitore, riparando su un vascello, che il Cornwallis otteneva di spedire a New York senza che fosse visitato dal nemico.
Colla capitolazione di Yorktown terminava, può dirsi, la guerra d'indipendenza. L'Inghilterra invero teneva ancora sul teatro di essa ben 42.000 uomini oltre alla flotta e poteva contare per di più su un 30.000 realisti armati; ma gli avvenimenti degli ultimi sei anni le avevano dimostrato la difficoltà enorme per non dire l'impossibilità di soggiogare quel vasto paese, di cui nonostante i 112.000 soldati ed i 22.000 marinai impiegati contro l'America ed i 115 milioni di sterline spese nella lotta contro gl'insorti ed in quella marittima contro Francia Spagna ed Olanda, non aveva saputo conservare che Savannah, Charleston e New York; mentre il trionfo dei nuovi principî di diritto internazionale incarnati nella neutralità armata, cui aderiva nel 1781 anche la Prussia, minacciava con un ulteriore protrarsi della lotta di annientare il suo primato marittimo, già scosso dall'interruzione del commercio durante la guerra. Nè meno disposti dell'Inghilterra alla pace erano i nemici di essa in Europa.
La guerra marittima infatti, se era sembrato per un momento dovesse terminare col trionfo dei Franco-Ispani, i quali avevano conquistato l'isola di Minorca da tre quarti di secolo in possesso dell'Inghilterra e tenevano bloccato nella rocca di Gibilterra fin dal 1779 il bravo generale Elliot, togliendogli quasi ogni speranza, volgeva ormai favorevole agli Inglesi in tutti i mari del mondo. L'ammiraglio Rodney sconfiggeva e distruggeva al capo S. Vincenzo la flotta spagnuola; attaccava vittoriosamente alle Antille, fra le isole di Dominica e Saintes, la flotta francese, che meditava di congiungersi con quella alleata per occupare la Giamaica, e ne faceva prigioniero lo stesso ammiraglio de Grasse; mentre l'Elliot, arse le batterie galleggianti, nuova invenzione dell'ingegnere francese d'Arçon, vedeva respinte definitivamente da Gibilterra le navi nemiche al sopraggiungere nel settembre 1782 dell'ammiraglio Howe.
Così la Spagna, che poco prima non voleva sentir parlare di pace se non a condizione della resa di Gibilterra, e la Francia, che aveva proposto all'Inghilterra l'abbandono di tutte le conquiste indiane salvo il Bengala, venivano a più miti consigli, delusa la prima nelle mal concepite speranze, esausta finanziariamente la seconda; ed a trattative pure scendeva l'Olanda attaccata anch'essa nelle sue colonie e rovinata nel suo commercio.
Il trattato provvisorio pertanto, cui avevano condotto già nel novembre 1782 i negoziati susseguiti alla resa di Yorktown e pel quale gli Angloamericani ottenevano il riconoscimento completo della loro indipendenza e sovranità da parte della madrepatria, trovava presto piena conferma nella pace generale.
La pace di Parigi del 3 settembre 1783 registrava ufficialmente la nascita di quella nuova nazione, cui 70.000 martiri della libertà avevano dato col sangue il battesimo; ed un contemporaneo, il Watson, poteva scrivere senza dover essere smentito dal futuro, che l'esito fortunato della rivoluzione americana avrebbe, secondo ogni verisimiglianza, esercitato «un'efficacia reale sulla storia dell'intera specie umana».