Le origini degli Stati Uniti d'America

Part 22

Chapter 223,162 wordsPublic domain

Rimasto allo stato di progetto tutti questi disegni, il governo inglese ciò nonostante aveva approfittato delle necessità della guerra per estendere l'autorità del Parlamento sulle colonie: si stabiliva infatti un potere militare per tutto il continente, potere nonchè indipendente dai governi coloniali ad essi superiore, non avendo questi facoltà di dar ordini nelle rispettive provincie se non nell'assenza del comandante continentale e dei suoi delegati. L'America tutta intera veniva posta così sotto il regime militare, i suoi magistrati erano sottomessi all'autorità del comandante in capo, le sue assemblee obbligate «a comprendere chiaramente e distintamente» che il re «esigeva» da esse un fondo comune, di cui il comandante in capo «disporrebbe e regolerebbe l'impiego», ed «approvvigionamenti di ogni genere che potrebbero risultare dalla necessità di fornire alloggi ai soldati». Tali istruzioni, contrarie allo spirito della stessa costituzione inglese, rimanevano in vigore durante l'intero periodo della guerra e perfino dopo il termine di essa; non senza però la più viva resistenza da parte dei coloni ai nuovi arbitri della madrepatria, ben più temibili delle stesse limitazioni commerciali e industriali, che il contrabbando poteva dopo tutto almeno in parte frustare. Ai mali consigli del Loudoun, comandante supremo delle forze inglesi, il quale, di fronte al rifiuto di sussidii e di armati da parte delle assemblee quacchere del Jersey e della Pennsylvania, aveva suggerito al Pitt di imporre un tributo per la guerra alle colonie col mezzo d'un decreto del Parlamento brittannico, ed alle decisioni di questo che «la pretesa legale in un'assemblea coloniale di poter levare e adoperare denaro pubblico soltanto con proprio decreto scemava il potere della corona e i diritti del popolo della Gran Brettagna», la Pennsylvania aveva risposto energicamente per bocca del più ardito propugnatore dei diritti e della libertà legislativa d'America, Beniamino Franklin, mandato nel 1757 come agente di quella colonia in Inghilterra. Alla nomina poi del giudice supremo di New York a semplice «beneplacito» del re, senza osservare alcuna delle norme stabilite a tale riguardo per garanzia delle colonie, l'assemblea di New York aveva risposto dichiarando inconciliabile con la libertà americana il nuovo modo di conferimento del potere giudiziario e proclamando che non avrebbe pagato più oltre lo stipendio dei giudici, se non si fosse ritirata quella nomina.

Dati simili precedenti, si capisce quale ansia destasse nelle colonie la notizia diffusasi nell'inverno stesso, che seguì la presa di Quebec, che l'Inghilterra meditava di inaugurare la nuova politica verso le colonie non più a pillole e per eccezione, ma in blocco e come sistema, procedendo ad un riordinamento generale di queste. Messo infatti da parte un politico eminente, quale il Pitt, il giovane monarca Giorgio III prendeva nel 1761 come primo ministro il suo educatore, Carlo di Bute, un vivace gentiluomo scozzese, altrettanto elegante ed insinuante quanto gretto di idee, e questi chiamava al posto di primo lord dell'Ufficio del commercio Carlo Townshend, destinandolo a strumento della mutazione da farsi nelle colonie americane. Sarebbe questa consistita nell'abolire le patenti coloniali e nell'assoggettare completamente le colonie al governo inglese, fine ultimo cui doveva servire di avviamento l'indipendenza assoluta dei funzionari regi dalle assemblee coloniali, sia riguardo alla nomina come alla durata dell'ufficio ed allo stipendio, e la costituzione d'un esercito stanziale, che tenesse soggetti gli abitanti. Una cosa e l'altra però richiedeva nuove spese e l'Inghilterra, aggravata d'un grosso debito pubblico, accasciata sotto i pesi finanziari della guerra contro la Francia, nonchè pensare più oltre alla sicurezza militare ed all'amministrazione delle colonie americane, meditava di assoggettarle col fine precipuo di farle contribuire ai bisogni finanziari dell'impero britannico, di cui esse formavano indubbiamente parte integrante. Nè a stretto rigore l'imposizione di tasse alle colonie era di per sè ingiusta: se l'unione statale dell'America nordica coll'Inghilterra doveva continuare, era logico che anche l'America fosse assoggettata ad imposte; altrimenti non solo sarebbe stata di fatto indipendente dall'Inghilterra, ma questa avrebbe dovuto anche pagarle l'amministrazione e la sicurezza interna.

Aggiungasi che l'Inghilterra aveva speso per la guerra d'America contro la Francia somme ingenti, tanto che il suo debito pubblico da 75 milioni di sterline, quale era nel 1756, saliva nel 1763 a ben 133 milioni, cifra per quell'epoca addirittura impressionante. È vero che l'Inghilterra, come faceva osservare ad essa il Franklin, non aveva combattuto la Francia nell'interesse esclusivo delle colonie; è vero che la madrepatria con la sua politica economica ricavava già abbastanza denaro dalle colonie, e che a queste principalmente dovevano il loro fiorire le città marittime di Liverpool e di Glasgow e quelle industriali di Manchester, Leeds, Sheffield, etc.; ma il principio della tassazione delle colonie non era per questo in teoria meno giusto. Solo però si doveva badare al modo di applicarlo. Se le colonie dovevano sopportare gli stessi pesi del territorio metropolitano, dovevano godere anche gli stessi diritti, dovevano avere anch'esse rappresentanza e voto nel Parlamento, dovevano poi esser trattate anche economicamente come politicamente alla stessa stregua dell'Inghilterra anzichè sacrificate ad essa. Ciò appunto chiedeva il fiduciario della Pennsylvania. La madrepatria invece non voleva rinunziare al dominio politico sulle colonie, donde la necessità di assoggettarle con la forza, quando non avessero obbedito ai suoi voleri in materia di tasse come in quella legislativa. Senonchè, sembrando cosa ancora immatura mentre la guerra con la Francia continuava, di imporre tasse alle colonie con atto legislativo, si ricorreva pel momento ad un mezzo indiretto di trar denaro da esse.

Il contrabbando, quanto mai fiorente, eludeva in gran parte gli atti di navigazione contrari alle colonie: i bastimenti della Nuova Inghilterra non solo fornivano di merci inglesi le colonie spagnuole e francesi, non solo introducevano in America i prodotti caricati di soppiatto ad Amburgo e nei porti olandesi ed italiani, ma perfino attendevano presso le coste occidentali dell'Africa i vascelli olandesi francesi e danesi, per prendere direttamente da essi carichi interi di tè. Le cose erano giunte al punto che dal milione e mezzo di libbre di tè, che l'America nordica consumava annualmente, solo 150.000 provenivano dall'Inghilterra, e che i dazi d'esportazione dalle colonie per le Indie Occidentali francesi e spagnuole, nonostante la loro gravezza, davano solo un 2000 sterline all'anno, cioè il quarto circa della somma, che l'Inghilterra spendeva annualmente per l'amministrazione doganale! Il cancelliere dello scacchiere, Giorgio Grenville, faceva pertanto passare in poche settimane una sua proposta di legge, per la quale tutti gli ufficiali ed i marinai della flotta inglese erano autorizzati a far da ufficiali di dogana e denunziatori, ad assoggettare qualsiasi bastimento americano in alto mare a perquisizione e porlo sotto sequestro. Questo procedimento sommario con gli abusi ed arbitrii infiniti, cui apriva la via, con la seduzione dei grossi guadagni per gli agenti inglesi e la facilità da parte dell'ammiragliato di condannare i vascelli sequestrati, si riduceva ad una vera caccia alla proprietà americana; tanto più che i _writs of assistence_ o pieni poteri concessi ai doganieri di farsi assistere nell'esazione dei diritti doganali da tutti i funzionari governativi e di penetrare perfino a loro piacimento nei fondaci e nelle abitazioni dei cittadini, minacciavano le stesse libertà individuali dei coloni, attentando ad uno dei principi più sacri per ogni anglo-sassone, l'inviolabilità del domicilio.

Il fervore di libertà, infiammato per di più dalla voce che il governo inglese meditava d'introdurre ufficialmente in tutte le colonie la chiesa episcopale, divampava irresistibile nella Nuova Inghilterra, dove il valoroso ed ardente avvocato Giacomo Otis davanti alla corte giudiziaria di Boston negava ogni legalità a quegli ordini di sequestro in nome dei principi fondamentali del diritto pubblico, li chiamava strumenti di dispotismo e, facendosi interprete della coscienza dell'intero paese, «io sono risoluto, esclamava, di sacrificare la proprietà, il benessere e la salute, anzi addirittura la mia vita, ai sacrosanti diritti della mia patria nel resistere contro una specie di prepotenza, la cui pratica è già costata ad un re la testa, ad un altro il trono!».

L'agitazione vivissima contro le misure dispotiche della madrepatria era ancora però ben lontana dall'assumere la minima parvenza di separatismo: i coloni esigevano d'esser trattati come gli altri sudditi inglesi e nulla più. «Alcuni spiriti tanto di corta vista quanto maligni, diceva lo stesso Otis in un pubblico comizio di Boston nel 1763, si sono affaticati a suscitare meschine gelosie colle colonie, ma i veri interessi dell'Inghilterra e delle sue figliuole etniche sono reciproci, e ciò che Dio nella sua sapienza ha congiunto, nessuno deve osar di separare». E Beniamino Franklin infatti, interrogato più tardi in Inghilterra, nel 1766, quale fosse il sentimento degli Americani verso la madrepatria prima del 1763: «Il migliore del mondo, rispondeva. Essi si sottomettevano di buona voglia al governo della corona, e prestavano obbedienza agli atti del Parlamento. Per numerosa che fosse la popolazione in alcune delle più antiche provincie, essa non costava nulla per forti, cittadelle, guarnigioni, armi con cui tenerla soggetta: essa fu governata da questo paese colla sola spesa d'un po' di penna, inchiostro e carta; essa era guidata da un filo. Essa aveva non solo rispetto ma affezione per la Gran Brettagna, per le sue leggi, costumi, usi e perfino un debole per le sue mode, che aumentò di molto il commercio. I nativi d'Inghilterra furono sempre trattati con particolare riguardo; appartenere alla _Old England_ era di per se stesso un carattere di rispetto e dava una specie di distinzione fra noi».

§ 2. RESISTENZA PASSIVA ED ATTIVA DELLE COLONIE AGLI ARBITRII DELLA MADREPATRIA. — Lo stato degli animi però doveva insensibilmente mutare e l'idea del distacco farsi strada di mano in mano che il piano politico dell'Inghilterra andava scoprendosi ed attuandosi fra l'ostilità aperta e le resistenze dichiarate dei coloni.

Caduto nella primavera del 1763 il ministero Bute, ne raccoglieva la spinosa eredità Giorgio Grenville, il quale, da buon credente nel dogma mercantilistico che le colonie erano fatte per l'utilità della madrepatria, si faceva un dovere personale oltrecchè politico di sacrificare l'America alla prosperità del commercio inglese, le libertà degli Americani alla supremazia assoluta della madrepatria. Così mentre il Townshend presentava in Parlamento la proposta di imporre alle colonie una tassa sul bollo pel mantenimento d'un esercito stanziale di 20 reggimenti, il ministero preparava per esse una nuova legge doganale che veniva votata nell'aprile del 1764: per questa si stabilivano nuovi dazi d'importazione su derrate e manufatti di prima necessità fino allora esenti, proventi doganali pagabili in oro anzichè in carta che dovevano passare alla tesoreria inglese come fondo speciale con cui coprire le spese coloniali, calcolate ad oltre 300.000 sterline annue. Per di più si dava pochi giorni dopo dal Parlamento un altro colpo formidabile al commercio delle colonie, con decreti che deprezzavano la loro carta monetata, cresciuta troppo durante l'ultima guerra, screditandola e negandole oltre certi limiti validità sul mercato inglese. Traffico marittimo e contrattazioni commerciali con la madrepatria venivano così distrutti per le colonie, le quali nell'impossibilità di procurarsi a sì caro prezzo i prodotti inglesi si vedevano impedite da altri atti non meno iniqui di diventare esse stesse industriali. E quasicchè non bastasse il fiero colpo ad irritare gli animi, s'aggiungeva la prospettiva ancor più insopportabile della tassa sul bollo, proposta contro la quale diverse colonie mandavano memorie e rappresentanti in Inghilterra, mentre in Boston l'opposizione contro di questa, diretta dall'Otis e da Samuele Adams, prendeva proporzioni ogni giorno maggiori e già gli abitanti decidevano di non servirsi più di prodotti inglesi e di esercitare per conto proprio l'industria della lana. Invano il Franklin, il quale per aver ricevuto pieni poteri da molte colonie era diventato una specie di rappresentante del dominio americano, diceva chiaramente agli stessi Inglesi che gli Americani non si sarebbero mai lasciati tassare senza loro approvazione e che la nuova misura avrebbe messo a grave cimento l'unità dell'impero brittannico: il re nel discorso d'apertura del parlamento, il 10 febbraio 1765, presentava la questione americana come questione «d'obbedienza alla legge e di rispetto all'assemblea legislativa del regno»; ed il Grenville vi presentava le sue famose 55 risoluzioni, che contemplavano i particolari d'una legge sul bollo per le colonie americane e ne deferivano le infrazioni alla corte di giustizia dell'ammiragliato.

Durante la discussione della legge, avendo il Townshend tenuto in favore di essa un discorso che terminava colle parole — «Ed ora questi Americani, che per nostra cura furono colà trapiantati e per nostra condiscendenza e sollecitudine sostenuti, finchè crebbero in forza e agiatezza, e che sono stati difesi dalle armi nostre, si rifiuteranno di conferire il proprio obolo per aiutarne a liberarci dal grave carico che ci opprime?» — il colonnello Barré, che ben conosceva l'America ed il suo popolo per aver combattuto allato del Wolfe contro Quebec, balzava su dal suo stallo improvvisando una difesa sublime degli Americani: «Per cura vostra, egli tonava, sono stati colà trapiantati, dite voi? No, le vostre oppressioni li hanno trapiantati in America! Essi fuggirono, davanti alla vostra tirannia, in paese allora incolto e deserto, dove s'esposero a tutte le fatiche, a cui è soggetta la natura umana, e inoltre alla barbarie d'un nemico selvaggio, il più scaltro e — ve ne dò la mia parola — il più spaventevole fra tutti i popoli sulla faccia della terra, e nonostante hanno sopportato con gioia, animati dai principii d'una vera libertà inglese, tutti i travagli solo per sfuggire a ciò che, nel proprio paese, bisognava soffrissero per opera di coloro, che avrebbero dovuto esserne gli amici. Per la vostra condiscendenza e sollecitudine essi sono stati sostenuti? Essi crebbero e prosperarono in conseguenza della vostra trascuranza. Tostochè voi cominciaste a darvi pensiero di loro, manifestaste la vostra sollecitudine mandando a quella volta delle persone per governarli in questo o quel rapporto, persone, che forse erano gl'inservienti di inservienti di alcuni membri di questa camera ed erano inviati collo scopo d'esplorare le libertà degli Americani, di presentarne le azioni in falsa luce e di sfruttarne l'industria, persone, la cui condotta in più d'una occasione ricacciò a quei figli della libertà il sangue verso il cuore, poveri diavoli, che furono promossi ai più alti uffici giudiziari, mentre, in parte, come so positivamente, eran lieti di poter andare in un paese forestiero, per non essere essi stessi in patria condotti innanzi alle sbarre d'un tribunale. Dalle vostre armi sono essi stati difesi? Generosamente hanno impugnato le armi in nostra difesa, hanno, in mezzo all'attività loro pertinace e faticosa, dato prova di virile prodezza nella difesa d'un territorio, i cui confini erano inzuppati di sangue, mentre l'interno del paese sacrificava tutti i suoi piccoli risparmi a vostro vantaggio. E credetemi — ricordatevi che oggi v'ho detto simili parole — che quel medesimo spirito di libertà, che infiammava quel popolo da principio, l'animerà anche nell'avvenire. Ma la prudenza mi vieta d'esprimermi con maggiore chiarezza. Dio sa che io, in questo momento, non parlo per motivi di spirito di partito; ciò che dico sono i veri sentimenti del mio cuore. Per quanto gli onorevoli, che seggono in questa camera, possano superarmi in scienza ed esperienza in generale, pure ho la pretesa di conoscere l'America meglio dei più di loro, poichè conosco quel paese per pratica mia propria. Quel popolo là è, a mio parere, sinceramente leale, quanto tutti gli altri sudditi del re, è però un popolo che è geloso delle sue libertà, e le difenderà e guarderà contro ogni assalto».

Il discorso generoso del Barré, giunto dopo qualche mese nella Nuova Inghilterra e diffuso a migliaia di copie per tutto il paese, vi sollevava la commozione più intensa, e le più vive speranze: il nome di «figli della libertà», dato dal Barré agli Americani, diventava il motto fatidico delle giovani generazioni. Poco dopo di esso però giungeva anche la notizia che la legge sul bollo, approvata dal Parlamento, era stata sanzionata, per quanto in un accesso di pazzia, da Giorgio III e che col 6 novembre 1765 sarebbe entrata in vigore. Il vaso del malcontento già colmo doveva per forza traboccare a quell'annunzio.

La servitù economica delle colonie, l'atto di navigazione, la stessa legge doganale, per quanto danneggiassero l'intera popolazione, non si facevano sentire direttamente che su pochi ceti di essa, sulla classe commerciale in ispecie; ma la nuova legge colpiva tutti in modo diretto, agricoltori e commercianti, operai e professionisti, ricchi e poveri, ed in tutti suscitava impeti di ribellione: la stampa non meno del traffico, la vendita come la permuta, il testamento ed il matrimonio, tutti gli atti insomma della vita, economici e civili, dovevano esser tassati; e per maggiore offesa ad uomini gelosi della loro libertà, le contravvenzioni a questa tassazione non riconosciuta dai coloni doveano esser deferite non già ai tribunali indigeni ma alla corte di giustizia dell'ammiragliato, dove sedevano dei giudici inglesi e non erano ammessi giurati! Alla prima notizia della legge infame il fermento più vivo s'impadroniva delle colonie: la condannavano dal pulpito i predicatori in nome della religione, la assalivano con violenza nelle pubbliche riunioni i patriotti più intemerati, la frantumavano a forza d'argomenti giuridici i giornali, le negavano ogni valore le assemblee legislative, dove s'elevavano voci, come quella del bollente patriotta ventinovenne Patrizio Henry della Virginia, che ricordavano minacciose a Giorgio III la fine di Cesare e di Carlo I! Alla testa dell'opposizione si trovava il Massachusetts, trascinato dalla parola eloquente dell'Otis e di quel Samuele Adams, scrittore politico pieno di forza, che pel suo fanatismo calvinista e liberale meritava d'esser chiamato «l'ultimo dei puritani». E dal Massachusetts appunto, dove si era già innanzi stabilito un comitato di corrispondenza per un'azione concorde fra tutte le colonie, partiva l'iniziativa d'un «Congresso contro la legge sul bollo», che, tenuto nell'autunno a New York con la rappresentanza di nove colonie e l'adesione illimitata di altre tre, riproduceva ma con intenti ben diversi quello di Albany del 1754! L'unione americana era già in germe in questo congresso, dove il Gadsden della Carolina meridionale esortando le colonie tra l'assentimento dei colleghi a porsi sul terreno del diritto naturale, cosa questa della più alta importanza per lo svolgimento ulteriore dei fatti, diceva tra l'altro: «Certo la conferma dei nostri essenziali e comuni diritti come Inglesi può esser guarentita per mezzo delle patenti; ma il far ancora troppo capitale su di esse potrebbe di leggeri produrre fatali conseguenze. Noi tutti dobbiamo stare sull'ampio e comune terreno dei diritti naturali, che noi tutti come uomini e discendenti di Inglesi conosciamo. Io non vorrei che le patenti, alla fin fine, c'impastoiassero, inducendo le diverse colonie a procedere in questa grave faccenda con criteri disuguali. Posto che il caso dovesse avverarsi, è finita per noi tutti; questo continente non deve conoscere nè abitanti della Nuova Inghilterra, nè di New York, ma noi tutti soltanto come Americani!».

Fra le 14 deliberazioni del Congresso, accanto a quelle contrarie alla competenza delle Corti dell'ammiragliato e più ancora alla tassazione non deliberata dalle assemblee coloniali, ve n'era una contraria perfino ad una eventuale rappresentanza delle colonie nel parlamento britannico, cosa della più alta importanza perchè dimostra come negli Americani quanto era vivo il desiderio di rimaner nel fatto indipendenti dalla madrepatria altrettanto era viva la riluttanza a formare un tutto con essa, a sobbarcarsi ai suoi pesi finanziari e politici. Nè soggezione dunque nè unione, ma continuazione di quel sistema che garantiva alle colonie tutti i vantaggi di far parte del potente impero britannico senza subirne i pesi.