Le origini degli Stati Uniti d'America

Part 21

Chapter 213,508 wordsPublic domain

L'autore di questo progetto, l'uomo che cercava di dar corpo all'idea di un'Unione americana, lanciandola in seno al paese fra la meraviglia e lo sbigottimento del _Board of trade_ inglese, presago ormai dell'avvenire delle colonie, era Beniamino Franklin, il prototipo della freddezza e dello spirito pratico americano. Nato in Boston nel 1706, aveva appreso nei primi suoi anni il mestiere del tipografo presso il fratello Giacomo, che vi pubblicava dal 1721 una gazzetta, _The Boston Courant_: ma, ammonito in seguito agli attacchi di quel giornale contro la bacchettoneria religiosa del clero, era passato in Filadelfia dove la libertà di stampa maggiore che altrove lo aveva favorito in quell'opera di diffusione e popolarizzazione del giornalismo, pel quale a buon diritto va considerato come il babbo della stampa americana. Uomo di pensiero al punto da meritarsi l'elogio del Kant di «Prometeo del nuovo tempo», s'era rivelato pure uomo d'azione per eccellenza come nella vita privata, in cui s'era fatto col lavoro e la sobrietà una discreta fortuna arrivando a possedere una stamperia propria, così nella vita pubblica, quando s'era trattato di difendere la Pennsylvania dalle scorrerie dei selvaggi, dalle stragi, dagli incendi delle tribù indiane di confine. Laddove infatti l'assemblea della colonia, fedele all'ideale quacchero, s'opponeva ad ogni armamento, rifiutando i fondi e gli uomini per la guerra contro quei feroci devastatori; il Franklin non solo avea preso il moschetto in difesa del paese, ma anche contribuito a costituirvi una forte milizia, ideata ed attuata una lotteria per armare di batterie la città, mentre nella legislatura si opponeva in ogni modo alla politica quietista della maggioranza, ricorrendo ai più astuti stratagemmi, come quello di chiedere dei fondi per la compera d'una «macchina da fuoco», che dovea essere un forte cannone, anzichè una tromba da incendio.

Il progetto d'Albany, per quanto popolare apparisse l'idea d'una lega, per allora naufragava, rigettato ad un tempo e dalla corona inglese, che paventava l'eccessiva potenza concessa al popolo e più ancora l'unione, e dalle stesse colonie, le quali attaccate tenacemente alle loro autonomie locali, non sapevano rassegnarsi ad un accentramento, che avrebbe rafforzato il potere regio. Se il progetto di lega abortì, rimase però l'unione delle colonie di fronte al nemico comune nella guerra ingaggiata tra i coloni e secondata poi col maggiore accanimento dalle due metropoli. Fu una guerra senza quartiere per la conquista d'un continente, combattuta per mare tra le flotte francesi e le inglesi, per terra tra gli eserciti e più ancora tra i coloni delle due nazioni in mezzo a paludi impraticabili, a vergini foreste, dove l'ascia del guastatore spianava la via alla baionetta del soldato. Il piano degli Inglesi era di attaccare contemporaneamente i Francesi da ogni parte e di occupare così d'un colpo i loro possessi: una divisione infatti di truppe provinciali doveva mirare ai possessi della baia di Fundy, un'altra dirigersi sul lago Champlain, una terza contro il forte di Niagara, ed una quarta infine, composta di Virginiani ed Inglesi e comandata dallo stesso generale in capo, il Braddock, contro il forte di Dunquesne nella regione più contrastata.

La guerra però cominciava male per l'Inghilterra, chè dal primo obbiettivo in fuori gli altri fallivano completamente: lo stesso Braddock, caduto in un'imboscata, veniva sconfitto terribilmente, ed i suoi si davano alla fuga nonostante l'eroismo del capo, ferito a morte, e quello del Washington impavido tra il grandinar delle palle, che gli foravano il mantello. La sconfitta inglese per di più alienava all'Inghilterra le tribù indiane pencolanti, scatenando sulle colonie tutte le crudeltà e gli orrori d'una guerra indiana, che desolò in ispecie le frontiere della Pennsylvania e della Virginia; mentre l'inetto successore del Braddock mal poteva competere col valoroso Montcalm, comandante in capo dei Francesi. Salito però al ministero negli anni seguenti l'energico Pitt, la guerra era ripresa con maggior vigore ed il Canadà, esausto di forze ed assalito contemporaneamente da tre eserciti, ad occidente a mezzogiorno ed a levante, vedeva cadere l'una dopo l'altra le sue fortezze: nel giugno del 1759 il generale Wolfe alla testa di 8000 uomini piantava il suo campo sotto Quebec nell'isola d'Orleans e, fallitogli miseramente il tentativo di dar la scalata alle posizioni inespugnabili del Montcalm, con abile mossa strategica lo prendeva alle spalle, lasciando poche forze nel campo e traghettando le rimanenti oltre il fiume sulle alture, che dominano la città. Colti così alla sprovvista e costretti ad uscire in disordine contro il nemico ormai alle porte di Quebec, i Francesi venivano sconfitti il 13 settembre 1759 nella pianura dell'Abraham perdendo lo stesso Montcalm, il quale ferito mortalmente si rallegrava di ciò per non assistere alla resa di Quebec, proprio nell'ora che tra i vincitori il Wolfe impartiva morente gli ultimi ordini, ringraziando il Signore della vittoria. Il 18 settembre Quebec s'arrendeva e lo stesso faceva l'anno dopo Montreal, stretta da tre eserciti vittoriosi: l'8 settembre del 1760 il marchese di Vaudreuil consegnava alla corona brittannica il Canadà con tutte le sue dipendenze.

Nella pace di Parigi del 1763 l'Inghilterra otteneva tutto il paese ad est del Mississippi, la Spagna la città di New Orleans e la cessione per sè di tutte le pretese francesi sul territorio all'ovest del Mississippi, come ricompensa delle perdite subite per aiutare la Francia, prime fra tutte la Florida. La carneficina della guerra dei sette anni terminava coll'esaurimento della Francia, con lo spopolamento e la miseria più orribile di certe parti della Germania, senza che i confini territoriali dell'Europa fossero per nulla mutati; ma le conseguenze della guerra erano della più alta importanza per l'avvenire delle razze europee nel grande teatro coloniale: alla potenza inglese, ottenuta la supremazia nelle Indie Orientali, si apriva un campo sterminato di ricchezze incalcolabili e di acquisti territoriali illimitati; mentre alla civiltà anglosassone veniva assicurato nel Nuovo Mondo un continente intero, in cui svolgere e migliorare i germi portati dall'antico.

Il Nord-America infatti non era diviso più che tra Inglesi invadenti e Spagnuoli incapaci nella loro debolezza di tenersi saldi ai loro possessi, nonchè di minacciare quelli dei primi: nessun forte francese sbarrava più il passo agli Anglo-Americani nella loro marcia trionfale alla conquista d'un continente. Rimanevano, è vero, gli Indiani; ma questi, soli nella lotta, mal potevano arrestare la fiumana bianca che stava per dilagare nel loro paese. Consci ormai della sorte che li attendeva, essi tentano invano un ultimo sforzo contro quell'espansione agricola degli Inglesi che, a differenza di quella francese, politico-commerciale soltanto e quindi più nominale che effettiva, era incompatibile con la loro esistenza, perchè li spogliava senza ritegno delle lor terre. Il momento sembrava quanto mai propizio, giacchè la Francia dava lusinghe e promesse di aiuto e le colonie estenuate dalla lunga guerra erano prive di mezzi e di eserciti, mentre rinfocolata dall'elemento francese covava la più profonda irritazione contro i coloni inglesi negli animi degli indigeni, di cui l'ultima guerra aveva rovinato il commercio delle pelli, privandoli di mercanzie ormai indispensabili.

L'odio compresso scattava dapprima in insurrezioni terribili, veri flagelli devastatori, che, domate verso sud con una sconfitta sanguinosa inflitta ai Cherochesi, scoppiavano poco dopo più vive nel nord e, per la grandezza dell'uomo messosene alla testa, assumevano il carattere d'una vera guerra nazionale contro gli invasori bianchi. La concepiva un selvaggio, il Pontiac, che la saggezza politica, la vastità del fine, l'abilità dei mezzi, l'amore sublime di patria mettono alla pari dei più famosi tra i bianchi civili. Nato fra gli Ottawa e venerato da tutte le tribù comprese fra gli Alleghani ed il Mississippi come capo d'una setta misteriosa e potente, questo «re delle selve», dotato al sommo grado dei caratteri salienti della sua razza, intelligente, facondo, astuto, coraggioso, crudele, riprendeva le idee del re Filippo di stringere insieme le Pellirosse per una lotta di liberazione contro la potenza inglese. Incoraggiato e lusingato dalle promesse francesi egli preparava tutto un piano di attacco generale contro le colonie stanche di guerreggiare, mandando attorno il suo grande _wampun_ di guerra. La guerra di distruzione s'ingaggiava pressochè simultaneamente nel maggio del 1763 sopra un vastissimo territorio, nella regione dei Grandi laghi ed in quella selvaggia dell'occidente. I punti fortificati cadevano in mano degli Indiani, i presidii fatti a pezzi, gli sparsi casali incendiati; ma Detroit, l'obbiettivo precipuo del Pontiac, benchè a lungo assediato, resisteva vittoriosamente, e le schiere indiane combattute dagli Inglesi, non aiutate dai Francesi, decimate da pestilenze e carestie, si sbandavano: la confederazione indiana si dissolveva ed il Pontiac, costretto alla pace, infranto il cuore per l'insuccesso, veniva assassinato qualche anno dopo da un mercante inglese. La via alla colonizzazione interna era spianata per sempre agli Anglo-Americani.

Tra le fitte selve dell'occidente il colono inglese non trovava ancora altra via che il sentiero tracciato dalle orme dei bufali; il suo casolare, rozzamente costrutto, non aveva ancora finestre nè pavimenti; suoi vestiti, in mancanza d'altro, doveano esser ancora le pelli, suoi stivali i mocassini del selvaggio; di legno i suoi vasi ed i suoi piatti; giacigli formati di pelli e di coperte i suoi letti; maiz e selvaggina i suoi unici cibi; dura, terribile la vita ridotta ad una lotta d'ogni giorno e d'ogni ora contro la verginità della natura e la barbarie degli Indiani sempre all'agguato: ma ormai un continente era suo, e stati popolosi, floridi di vita di ricchezza di civiltà, stavano compendiati nella capanna, ch'egli intrepido spingeva sempre più avanti dagli Alleghani al Mississippi[14].

NOTE AL CAPITOLO SESTO.

[14] Sulla società franco-canadese e sulla sua lotta coll'anglo-americana abbiamo l'opera classica di Francis Parkman: _France and England in North-America_ (Boston, 1897, vol. 13). L'edizione popolare dei lavori del Parkman sull'argomento, fatta dalla casa Macmillan C.^le (London and New York) abbraccia i seguenti volumi:

_Pioneers of France in the New World_ (1 vol.) — _The Jesuits in North-America_ (1 vol.) — _La Salle and the Discovery of the Great West_ (1 vol.) — _The Oregon Trail_ (1 vol.) — _The Old Regime in Canada under Louis 14º_ (1 vol.) — _Count Frontenac and New France under Louis 14º_ (1 vol.) — _Montcalm and Wolfe_ (2 vol.).

CAPITOLO VII

La lotta per la indipendenza.

§ 1. Disegni liberticidi della madrepatria e reazione delle colonie — § 2. Resistenza passiva ed attiva delle colonie agli arbitrii della madrepatria — § 3. Confederazione e guerra d'indipendenza.

§ 1. DISEGNI LIBERTICIDI DELLA MADREPATRIA E REAZIONE DELLE COLONIE. — Vi sono periodi nella storia dei popoli, in cui gli anni all'occhio dell'osservatore superficiale, il quale non intravede il lavorio lento di cui questi sono la sintesi, sembrano quasi contare per secoli; tanto è il contrasto fra la brevità loro e l'importanza decisiva nella vita politica e sociale ulteriore. Uno di questi appunto è nella storia d'America l'ultima guerra tra Francia e Inghilterra, la quale per la elaborazione della società anglo-americana è quello che la scintilla elettrica per certi corpi: come prima dello scoccare di essa abbiamo dei semplici elementi, e poscia il composto; così prima di quella guerra noi vediamo agire delle colonie, dopo una nazione. In essa per la prima volta le colonie avevano tutte partecipato ad un'impresa comune, ad una impresa nazionale più ancora che inglese: i loro figli s'erano conosciuti e stimati sui campi di battaglia, i loro governi avevano imparato ad agire all'unisono per la difesa comune, il paese tutto aveva conosciuto la propria forza e la debolezza della madrepatria, incapace per la distanza e le difficoltà economiche di fare un grande sforzo militare sul continente americano.

Non per nulla un popolo oppresso s'accorge di poter mettere in mare, com'era avvenuto durante la guerra, ben 400 incrociatori, ed una colonia, New York, può ricordare all'Inghilterra d'aver fornito essa sola 60 navi da corsa con 800 cannoni e 7000 marinai; non per nulla le milizie provinciali, disciplinandosi alla guerra al punto da far arrossire i veterani del Braddock in quegli scontri, dove s'era formato il genio strategico di Washington e la valentia di Gates, Montgomery, Stark, Putnam, avevano rivelato alle colonie come i soldati regolari della madrepatria nonchè invincibili fossero inferiori agli stessi agricoltori ed artigiani del nuovo mondo. Di fronte al protervo disprezzo, con cui tutti senza distinzione gli ufficiali coloniali erano stati trattati dagli alti papaveri militari della madrepatria, le gelosie regionali avevano taciuto ed il risentimento comune s'era convertito in orgoglio nazionale offeso; mentre il denaro e le truppe che le colonie più meridionali, per quanto sicure del pericolo, avevano mandato alle sorelle della frontiera, testificavano una solidarietà, ch'era garanzia della più larga cooperazione a qualsivoglia altro fine nazionale comune. Un primo spirito di patriottismo si era sprigionato così da quella coscienza comune, che s'era venuta elaborando nel crogiuolo dei secoli. Nè questo, per quanto fosse molto nei destini immediati del popolo anglo-americano, era ancor tutto.

La conquista del Canadà e della Nuova Francia, affrancando le colonie inglesi da ogni timore sul continente, rendeva ormai inutile affatto per esse la tutela inglese. Finchè la Francia, ambiziosa e bellicosa, teneva un piede nel Nuovo Mondo, la protezione della madrepatria per quanto costosa era pur sempre un parafulmine per le colonie; ma scongiurato il pericolo, l'Inghilterra cessava di esser necessaria alla loro salvezza. «Li abbiamo cacciati in trappola» avrebbe detto il Choiseul al momento dell'abbandono definitivo della Nuova Francia all'Inghilterra; o il Vergennes, ambasciatore francese a Costantinopoli, alla notizia delle condizioni della pace diceva: «Le conseguenze della cessione dell'intero Canadà sono evidenti. Io sono persuaso che non passerà gran tempo prima che l'Inghilterra si penta d'aver scartato il solo ostacolo che potesse tenere in rispetto le colonie. Esse non hanno più bisogno oramai della sua protezione; l'Inghilterra vorrà obbligarle a contribuire a sopportare i pesi, che esse hanno contribuito ad attirare sulla metropoli, e le colonie risponderanno scuotendo ogni dipendenza». Nè da queste profetiche parole differiva molto la dichiarazione di lord Mansfields, il quale spesso ebbe a dire che «dopo la pace di Parigi non aveva giammai cessato di pensare che le colonie del Nord meditavano di formare uno stato indipendente dalla Gran Brettagna». I coloni infatti vedevano bene come la conquista inglese, non solo li avesse liberati da un nemico formidabile, ma avesse per di più procurato loro amicizie preziose, per quanto interessate. La preponderanza ottenuta dall'Inghilterra nel campo estra-europeo in seguito alla guerra dei sette anni aveva distrutto l'equilibrio del sistema coloniale: strappata una parte del dominio della Spagna in America e quasi tutto intero quello della Francia nei due emisferi, le grandi potenze marittime d'Europa lungi dall'avere una comunanza d'interessi coll'Inghilterra per sostenere tale sistema, avevano invece tutto l'interesse ad abbatterlo come quello che le escludeva economicamente da tanta parte del mondo, dagli stessi paesi che esse avevano scoperto e colonizzato. E questo interesse generale del mondo antico, che collimava colle aspirazioni alla libertà ed all'indipendenza del nuovo, era tanto più sentito dalla Francia, nella quale le ragioni commerciali e politiche si univano all'orgoglio offeso e al desiderio cocente d'una rivincita per farle desiderare l'affrancamento delle colonie inglesi. Se la Francia infatti avesse ritenuto i suoi possessi d'America, è ben dubbio se lo stesso odio contro la rivale l'avrebbe indotta ad aiutare le colonie inglesi ribelli; una volta invece che il suo sogno d'un grande impero occidentale era svanito per sempre, essa aveva tutto da guadagnare e nulla da perdere ad aiutarle.

Sicure così d'ogni pericolo, entrate dopo la pace in un periodo di rinnovata prosperità ed energia, mentre nuovi stabilimenti si fondavano dal Maine alla Florida, mentre nel nord mitigatosi il fanatismo religioso e la ruvidezza dei costumi la vita assumeva carattere più largo ed umano e nel sud la popolazione e la produzione crescevano in modo straordinario, mentre una vera febbre d'espansione spingeva dalle vecchie sedi gli arditi pionieri oltre i conquistati Allegani, le colonie si trovavano in grado come mai per l'innanzi, se non basta di resistere alle pretese inglesi, di svolgere addirittura un potere politico indipendente. L'Inghilterra invece, nonchè rinunziare allo sfruttamento economico, aveva atteso con ansia la conclusione della pace per imporre la sua volontà assoluta alle colonie anche nel campo politico. Creatosi ormai un immenso impero coloniale nel Nord-America, l'Inghilterra riteneva giunto il momento sospirato di trarre da esso quei vantaggi, che corrispondessero alla vastità dei territori ed alla loro prosperità scambiata per ricchezza inaudita dalla metropoli, dove gli ufficiali reduci dalla guerra dipingevano coi più vivi colori il lusso dei coloni. Per far ciò non v'era che un mezzo, sottoporre anche le colonie nord-americane in tutto e per tutto alle decisioni del Parlamento.

L'idea del resto non era nuova. Già al principio del secolo XVIII, i _lords_ del commercio e delle piantagioni, proponevano di far riprendere dalla corona tutte le carte, in virtù d'una misura del potere legislativo del reame, di quel potere che, per essersi messo al di sopra dell'autorità che aveva concesso tali carte, ben poteva ritenersi superiore alle colonie che le possedevano. Dopo aver legiferato sul commercio e sull'industria, il Parlamento voleva legiferare anche sul governo delle colonie; e se ebbe cura di non allarmare queste ultime con la dichiarazione formale ch'esso poteva legiferare per esse in tutte le circostanze possibili, non ne riguardò meno per questo il principio come incontestabile, in materia specialmente di tassazione. Su questo principio appunto si basava la proposta di sir Guglielmo Keith nel 1726 d'estendere per mezzo d'un atto del Parlamento anche all'America le imposte sulla pergamena e sulla carta bollata; disegno che ripreso da commercianti londinesi, dieci anni dopo, trovava se non effettuazione certo largo favore presso il ministero inglese. Sarebbe venuta così a distruggersi implicitamente quella libertà coloniale, di cui il diritto esclusivo delle corporazioni legislative locali di imporre ed approvare le tasse, costituiva come il punto saliente così la rocca più salda. Come l'influenza della Camera dei Comuni in Inghilterra riposava sul suo diritto esclusivo d'accordare tutti gli anni le risorse necessarie alla marcia del governo; così la forza del popolo in America consisteva nel diritto esclusivo delle assemblee di levare le tasse coloniali e di determinarne l'impiego. In Inghilterra il re otteneva la sua lista civile a vita; in America la rapacità dei governatori rendeva necessario di far dipendere i loro emolumenti da un voto annuale: l'importo ne era regolato d'anno in anno, prendendosi a tal fine in considerazione i servigi del funzionario come lo stato economico della provincia. Così i governatori potevano bene ottenere istruzioni ministeriali esigenti uno stanziamento considerevole, uniforme e permanente; ma le assemblee ritenendo tali istruzioni valide solo per i funzionari del potere esecutivo, continuavano ad esercitare una libertà senza controllo di deliberazione e decisione. Per risolvere la contraddizione il re avrebbe dovuto pagare i suoi ufficiali col mezzo di un fondo indipendente, o cambiare le sue istruzioni. Di qui i lagni di cui sono pieni per tutto il secolo XVIII i rapporti al ministero da parte dei governatori inglesi, che, mandati in America, bene spesso per far fortuna, si vedevano costretti a capitolare tutti gli anni per la loro sussistenza davanti al popolo, il quale rendeva così più illusoria che reale l'amministrazione degli ufficiali del re, di cui esso era arbitro!

L'impotenza dei governatori, delle colonie nordiche in ispecie, di fronte all'arma onnipotente posseduta dall'assemblea aveva terminato col convincere il governo inglese della necessità che i governatori fossero pagati direttamente dalla metropoli; il modo poi di sopperire a queste spese era non meno implicitamente indicato alla metropoli dai governatori e dai realisti d'America, la tassazione diretta degli Americani per atto del Parlamento. A questi criteri direttivi s'ispirava appunto il piano d'una stabile lista civile americana, che l'Ufficio del commercio andava ponzando e maturando in quegli anni. A determinarlo ancor più sopraggiungevano le nuove esigenze militari per la difesa delle colonie. Già nel 1751 ad esempio, essendo in vista una lotta con la Francia per la vallata dell'Ohio, il governatore di New York consigliava ai _lords_ del commercio per le spese necessarie a conservare il possesso del lago Ontario «un'imposta generale per atto del Parlamento: giacchè sarebbe pura immaginazione calcolare che tutte le colonie consentirebbero ciascuna a parte a decretar ciò». E di tale avviso era pure il Kennedy, ricevitore generale di New York, che caldeggiava «una riunione annua dei commissari di tutte le colonie a New York od Albany» e la costrizione per tutte al pagamento delle contribuzioni necessarie per atto del Parlamento, «altrimenti tutto sarebbe finito in chiacchere e contese». A tale fine nel 1753 si facevano in Inghilterra proposte di tasse sull'America, dichiarando l'Ufficio del commercio alla Camera dei Comuni che era assolutamente necessario procurarsi un'entrata coloniale: a tal fine l'Halifax progettava nel 1754 un piano dispotico di unione fondato sulla prerogativa regia, nell'intento di stringere tutte insieme le colonie contro la Francia, di far loro pagare le spese della guerra, e di sottoporle in blocco all'autorità del re o del Parlamento, di regolare cioè ad un tempo e d'un colpo tutte le questioni d'unione, di tassazione e di governo, che si facevano ogni giorno più scottanti ed insolubili. All'unione coatta, che doveva organizzarsi in Inghilterra nel modo da essa voluto e mettersi in vigore con atto del Parlamento per intenti fiscali e dispotici, i coloni per opera del Franklin contrapponevano una libera unione con intenti affatto opposti in quel progetto già veduto di Albany che il Shirley, governatore regio del Massachusetts, dipingeva un'applicazione del vecchio sistema delle carte ad una confederazione americana, sistema che avrebbe annichilito l'autorità regia nelle colonie unite, come l'aveva pressochè annichilita nelle singole colonie dov'era stato applicato, e compromesso la dipendenza dell'intero dominio di fronte alla corona.