Le origini degli Stati Uniti d'America
Part 19
A completare il fosco quadro dei guai arrecati alle colonie nord-americane dalla politica economica dell'Inghilterra verso di esse, s'aggiungano le perturbazioni del loro mercato interno dovute alla viziata circolazione monetaria. Costrette dalla madrepatria a non intrattenere relazioni commerciali se non con essa ed alle condizioni sfavorevoli da essa imposte, negata loro ogni altra fonte di credito che non fosse il mercato inglese, credito tanto necessario a paesi nuovi bisognosi quanto mai di capitale per sviluppare le ricchezze naturali del suolo, le colonie si erano trovate ben presto in uno stato permanente di debito verso la metropoli, a soddisfar il quale s'era ricorso alle tratte. Coll'uso e l'abuso di queste però le specie metalliche non avevano tardato a sparire, e l'America era stata lasciata senza moneta corrente. Allora, data l'impossibilità da tutti ammessa di conservare una moneta corrente metallica nello stato di dipendenza delle colonie, queste, comprese del dovere d'ogni governo di procurare alla popolazione la moneta necessaria agli scambi, avevano perduto ogni ritegno nel fabbricare carta-moneta; ogni qualvolta occorreva denaro, il governo coloniale metteva in circolazione carta monetata pagabile a lunghissima scadenza e garantita sulle terre pubbliche, vantandosi del doppio risultato di soddisfare ai bisogni più urgenti del popolo e di creare un cespite di entrate senza ricorrere a tasse. Vittime così del mercantilismo inglese, nella prima metà del secolo XVIII tutte le colonie, eccettuata la Virginia che continuava ancora nel suo sistema di economia naturale, erano ricorse a questo comodo sistema, il quale coi suoi eccessi aveva fatto sparire a tal punto la moneta d'oro e d'argento, emigrata in Inghilterra, che «quando ne capitava, si considerava come mercanzia». I primi frutti dell'accrescimento fittizio della moneta erano parsi saporiti, vedendosi l'impulso apparente dato al commercio: ma ben tosto se ne videro gli effetti disastrosi.
Lungi dal rimediare al male, esso aumentava sempre più la sete di nuove emissioni, ogni qualvolta in ispecie la classe dei debitori insolventi otteneva il predominio nelle legislature: il paese era inondato di carta deprezzata, che ad ogni nuova emissione subiva delle fluttuazioni nel suo valore con danno enorme di quanti vivevano su salari od altre rendite fisse, con disordine inaudito del commercio, data l'incertezza da cui necessariamente erano colpiti i valori in tutti i contratti della vita giornaliera. Tale incertezza non tardò a guadagnare tutto il paese. Nel 1738 la moneta corrente della Nuova Inghilterra non valeva che 100 per 500; quella di New York, di New Jersey, della Pennsylvania e del Maryland 100 per 160 o 170 o 200; della Carolina del Sud 1 per 8; mentre che la carta della Carolina settentrionale, lo stato per sua natura meno commerciale di tutti, non era stimata valere a Londra che 1 per 14 e nella stessa colonia che 1 per 10. E con tutto ciò questa politica non venne mai ripudiata dall'Inghilterra, i cui statisti non proposero o non manifestarono mai il desiderio di mettere la moneta corrente interna delle colonie sul piede d'uguaglianza con quella del gran mondo commerciale: l'America, segregata economicamente dal resto del mondo se ne eccettui dalla madrepatria, poteva bene anche senza moneta anzi perchè senza di essa rimanere la tributaria di questa, la schiava che non sapeva rompere le secolari catene.
Tale politica, che il maggior economista inglese dichiarava «una violazione manifesta dei diritti dell'umanità», doveva necessariamente mutare un legame prezioso di pace e d'accordo, quale il commercio, in una sorgente violenta d'ostilità tra madrepatria e colonie, gettando in queste ultime il seme indistruttibile della guerra civile: essa conteneva il pegno dell'indipendenza finale dell'America, giacchè le relazioni fra essa e la metropoli più non si riducevano ormai che all'applicazione a suo danno d'una legge fatta esclusivamente dal più forte ed a proprio esclusivo vantaggio, diritto della forza contrario ad ogni principio d'equità naturale, che non poteva durare più della superiorità della forza stessa.
Relazioni siffatte, ponendo la proprietà, l'iniziativa individuale, l'industria, le libertà dei coloni consacrate da carte, alla mercè e sotto «il potere assoluto» della legislatura inglese, non potevano che condurre alla indipendenza del Nuovo Mondo. Gli Inglesi furono i primi a notare questa tendenza. Già dal 1689 l'insurrezione della Nuova Inghilterra eccitava l'allarme, come indice del fiero spirito di libertà dei coloni. Nel 1701 i _lords_ del commercio dichiaravano in un documento ufficiale «la sete d'indipendenza delle colonie attualmente evidente». Nel 1703 Quarry scriveva: «Le idee di repubblica fanno strada tutti i giorni; e se non vi si mette ostacoli in tempo, i diritti ed i privilegi di sudditi inglesi saranno riguardati come troppo ristretti». Nel 1705 si leggeva nella stampa: «col progredire del tempo, i coloni si sbarazzeranno della loro dipendenza dall'Inghilterra e si daranno un governo di loro scelta»; ed un pochino alla volta si venne perfino a sentir ripetere «da gente di ogni condizione e qualità, che il loro numero e le loro ricchezze crescenti ed inoltre la loro grande distanza dalla Gran Brettagna avrebbero fornito loro l'occasione, al termine d'un piccolo numero di anni, di scuotere il giogo della metropoli e di dichiararsi libera nazione, se non fossero stati domati a tempo e sottomessi alla corona». Molti personaggi autorevoli convenivano della possibilità di tale avvenire e della probabilità del suo realizzarsi ad un momento o ad un altro. Un conservatore moderato americano, il Logan, nel 1728 diceva: «si parla d'un atto del Parlamento avente per fine di proibirci di confezionare sbarre di ferro, perfino per nostro uso. Ora io non conosco niente che possa contribuire più efficacemente ad alienare lo spirito delle popolazioni di questa contrada ed a scuotere la loro sottomissione alla Gran Brettagna».
Quando nel 1750 il Parlamento discuteva le misure intese a proibire l'industria del ferro esercitata dagli Americani, tra l'applauso dell'Inghilterra e le proteste dell'America, misure di cui l'agente del Massachusetts sosteneva l'incompatibilità coi diritti naturali dei coloni, lo stesso realista Kennedy, membro del Consiglio di New York e partigiano della tassazione per parte del Parlamento, faceva notare pubblicamente al ministero che «la libertà e l'incoraggiamento sono la base delle colonie»: «procurarci quanto ci occorre col mezzo delle nostre manifatture, è cosa facilissima; ed allorchè in tale circostanza un popolo è numeroso e libero, esso tenterà quanto riterrà del suo interesse; in tutte le leggi proibitive egli vedrà degli atti d'oppressione, e specialmente in leggi che, conforme all'idea che ci facciamo della libertà inglese, non si ha il diritto di discutere o di proporre: non si possono tenere i coloni in dipendenza impoverendoli»; e ricordava al ministero il consiglio già da altri suggerito, il quale diceva che il mezzo di impedire alle colonie di staccarsi era quello di non farlo loro volere.
Verso quell'epoca il già ricordato viaggiatore svedese, Pietro Kalm, nella relazione del suo viaggio attraverso le colonie, dopo averne dipinta l'oppressione economica, scriveva: «Queste oppressioni hanno fatto sì, che gli abitanti delle colonie inglesi siano meno attaccati alla propria madrepatria; la qual freddezza è accresciuta per opera dei molti stranieri, che si sono domiciliati in esse, poichè Olandesi, Tedeschi e Francesi qui sono misti con Inglesi e non nutrono nessun affetto particolare per la vecchia Inghilterra. Inoltre v'è assai gente sempre scontenta, che vede volentieri un mutamento, mentre per di più crescente prosperità e libertà formano uno spirito pubblico indomabile. Non solo nativi americani, ma perfino emigranti inglesi mi hanno detto apertamente che fra 30 o 50 anni le colonie inglesi dell'America nordica forse formeranno una stato separato, affatto indipendente dall'Inghilterra».
§ 3. MATURITÀ DELLE COLONIE PER L'INDIPENDENZA. — L'egoismo mercantile dell'Inghilterra preparava così la via all'indipendenza politica dell'America, chè la resistenza contro di esso da parte di un paese destinato dalla natura ad una vita economica e statale autonoma doveva diventare tanto più forte, quanto più le colonie si sviluppavano sotto l'aspetto economico e sociale, quanto più stretti si facevano i loro legami, quanto più energica la loro coscienza di uomini liberi, quanto più maturo infine diventava il loro processo di differenziazione dalla madrepatria. In tutto il continente la libertà nazionale e l'indipendenza guadagnavano ogni giorno più in vigore ed in maturità. Non era questo un prodotto cosciente della previdenza e della riflessione, ma il risultato inconsapevole dei rapporti fra madrepatria e colonie. Il bisogno di libertà economica doveva tradursi fatalmente in una aspirazione oscura dapprima ma sempre più chiara in seguito a quell'indipendenza politica, che sola avrebbe assicurato la prima: l'oppressione economica preparava l'indipendenza delle colonie in doppio modo, determinando in esse una resistenza sempre più viva alla madrepatria, sviluppando in esse con la solidarietà coloniale una coscienza propria diversa non solo, ma in opposizione con quella della vecchia Inghilterra. Del resto, indipendentemente anche da ciò, i vincoli nazionali, che avevano unito alla madrepatria i primi coloni, andavano ogni giorno più rilassandosi: le nuove generazioni nate e cresciute in America conoscevano la Gran Brettagna soltanto dai funzionari poco graditi ch'essa loro inviava; imparavano dalla tradizione essere quella la terra la quale, matrigna più che madre, aveva bene spesso costretto i loro avi, poveri o perseguitati dal fanatismo religioso e politico, a cercare in una nuova patria condizioni migliori di vita; vedevano in essa il governo, dai cui attacchi dovevano costantemente guardarsi in difesa della propria libertà: per di più gli emigranti tedeschi, francesi, olandesi, che dopo una dimora di sette anni nelle colonie ricevevano il diritto di cittadinanza, non potevano nè nutrire simpatie nè avere riguardi per l'Inghilterra, freddezza ed ostilità che non poteva essere controbilanciata in favore della metropoli nè dalla chiesa episcopale britannica soppiantata nelle colonie dalle chiese rivali, presbiteriani in maggioranza, puritani, quaccheri, cattolici, nè dal debole elemento realista di qualche città, come Boston e New York, che per interessi di solito personali si appoggiava sul governo inglese.
Questo processo di differenziazione dalla madrepatria andava così maturando le colonie americane, già use a governarsi da sè, per quella vita statale indipendente, cui sembrava facesse del suo meglio per spingerle con le gravezze economiche il governo inglese: «le colonie, diceva giustamente il Turgot a questo proposito, si assomigliano a frutti, che stanno attaccati all'albero, finchè non sono maturi: tostochè l'America sia in grado di reggersi da sè, farà ciò che un tempo fece Cartagine».
Ben prima del 1776, a vero dire, le colonie americane sarebbero state in grado di governarsi da sè; ma, a parte la coscienza di loro debolezza di fronte all'Inghilterra, il momento storico e l'interesse futuro si sarebbe opposto ad ogni idea di indipendenza da essa. Gli Americani anzitutto non erano semplicemente coloni dell'Inghilterra, ma erano legati ad un sistema coloniale, che tutti gli stati commerciali dell'Europa avevano contribuito a formare e che abbracciava tutto il mondo: un loro tentativo di indipendenza sarebbe stato nel secolo XVII o nei primi del XVIII non già, come al cadere di questo, il primo strappo ad un sistema ormai logoro e consunto, una lotta favorita o almeno veduta di buon occhio dall'Europa, gelosa della potenza commerciale dell'Inghilterra, ma bensì una insurrezione immatura contro tutto un sistema ancora vigoroso, rivoluzione commerciale oltrecchè politica, che la Francia soltanto avrebbe forse tollerato per rivalità con l'Inghilterra, ma nessun'altra nazione d'Europa avrebbe certo incoraggiato. I coloni inglesi in secondo luogo liberatisi, quand'anche l'avessero potuto, dai ceppi economici della madrepatria, si sarebbero trovati esposti senza difesa alle brame ingorde di quella potenza, che dal Canada s'era inoltrata nella valle del Mississippi ed aveva spinto ormai i suoi avamposti sino al golfo del Messico, sbarrando ad essi il passo per ogni ulteriore progresso. «Tutte le colonie inglesi, scriveva in una lettera diretta in Francia il futuro difensore del Canadà, il generale Montcalm, si trovano in floride condizioni, sono popolose e ricche ed hanno in sè i mezzi per soddisfare a tutti i bisogni della vita. L'Inghilterra fu tanto folle da lasciar introdurre fra esse arti, commercio e industria, di permettere loro cioè di spezzare la catena di bisogni, che le avvinceva alla metropoli e le rendeva dipendenti da lei. Quindi tutte le colonie inglesi già da un pezzo avrebbero scosso il giogo, ogni provincia avrebbe formato una piccola repubblica indipendente a sè, se il timore dei Francesi non le avesse frenate. Per quanto come signori preferiscano i loro connazionali a stranieri, si sono fatti una regola di prestare obbedienza alla madrepatria il meno possibile. Ma aspetti un po' che il Canadà sia conquistato e i Canadesi e queste colonie formino un popolo, crede lei che gli Americani seguiteranno, a rimaner soggetti alla metropoli, come prima l'Inghilterra sembri preoccuparsi soltanto dei suoi interessi? O che hanno in vero da temere, se si rivoltano?».
CAPITOLO VI
La lotta pel continente.
§ 1. La società franco-canadese e la sua fittizia espansione — § 2. La lotta politico-commerciale tra la N. Francia e le colonie inglesi — § 3. La lotta per la terra.
§ 1. LA SOCIETÀ FRANCO-CANADESE E LA SUA FITTIZIA ESPANSIONE. — Mentre nella regione costiera, tra gli Allegani e l'Atlantico, s'andava sviluppando una società anglo-americana, ch'era in gran parte frutto di immigrazione spontanea, nel paese contermine andava svolgendosi in modo affatto diverso quella società franco-canadese, la quale era più che altro una creazione politico-militare del governo, che ne aveva preso la direzione ed assunto il controllo.
Colonizzazione che mirava a costituirsi una nuova patria, la prima procedeva in modo normale, non occupando più suolo di quello che bastasse alla sua attività immediata: commercianti e marinari lungo le coste, agricoltori nell'interno i coloni inglesi procedevano lentamente ma vigorosamente con la scure e con l'aratro, mettendo salde radici su ogni palmo di terreno conquistato fecondato e popolato, creando via via nuove collettività di uomini liberi attaccati al suolo dalla idealità della patria non meno che dai bisogni della vita. La colonizzazione francese invece, come quella che non sorgeva dalle viscere profonde del popolo, ma obbediva soltanto agli interessi di compagnie mercantili ed ai fini politici del governo, ha per fine immediato lo sfruttamento e la conquista del paese. I coloni canadesi non sono sin dagli inizi che agenti, preti, soldati. Nel 1640, cinque anni dopo la morte del Champlain, il centro pressochè unico del dominio francese nel N. America, Quebec, sorpassa appena i 200 abitanti, costituiti in gran parte da agenti dei «Cento compagni», da servi, da gesuiti e da monache, senza che la compagnia coloniale possa per mancanza di mezzi e deficienza di emigranti effettuare il trasporto nel N. America dei 4000 coloni, cui s'era impegnata pel 1643. Poco tempo dopo due mistici francesi, mossi dal desiderio di convertire gli Indiani, fondano un'altra società con fini puramente religiosi, ed ottenuta dai «Cento compagni» un'isola posta alla confluenza del S. Lorenzo coll'Ottawa, costruiscono ivi nel 1642 Villemarie de Montreal, l'odierna Montreal, sotto la guida d'un gentiluomo pio e valoroso, il signore di Maisonneuve.
Cresciuta assai lentamente nei primi decenni, sì da non sorpassare alla salita al trono di Luigi XIV i 2500 abitanti, la popolazione canadese riceveva sotto questo monarca un incremento adeguato all'espansione politica della Francia in quell'epoca. A meglio raggiungere i fini, cui non sarebbe bastato il capitale e l'iniziativa individuale, sorgevano allora sotto gli auspicii dell'onnipotente Colbert e l'influsso delle idee mercantilistiche da lui denominate numerose compagnie coloniali, fra le quali notevolissima la «Compagnia dell'Occidente» del 1664, cui oltre a parte dell'Africa, dell'America Meridionale e delle Antille veniva concessa pure a perpetuità la Nuova Francia. Dal solito omaggio alla corona in fuori, tali compagnie di nome almeno erano sovrane assolute del paese, di cui ottenevano il monopolio commerciale, potendo esse sole fornirlo dei viveri e delle mercanzie necessarie, esse sole esportarne i prodotti. Prediletto però tra le colonie per le grandi speranze su di esso riposte e per la potenza dei gesuiti in esso impegnati, al Canadà rivolgeva speciale attenzione lo stesso Luigi XIV, desideroso di fondarvi una nuova Francia in tutto simile all'antica. Venivano a tal fine emanate pel Canadà leggi speciali, che incoraggiavano con premi in denaro ed altri modi i matrimoni e la prolificazione; mentre appositi agenti percorrevano le provincie della vecchia Francia in cerca di emigranti e convogli di donzelle d'ogni classe, scelte con tutte le cure, venivano mandate ad accasarsi nel Canadà, e centinaia di soldati del reggimento Carignano vi erano spediti per mutarsi in coloni essi, in signori feudali di vasti territori i loro ufficiali. Qualunque personaggio importante poi avesse voluto passare in America coi suoi servi della gleba otteneva vaste terre, ch'egli poteva distribuire come gli pareva, colla sola condizione che il vassallo servisse nella milizia contro gli indigeni in caso di bisogno: caccia, pesca, molini erano diritti riservati al signore come nella vecchia Francia. Giovani nobili in cerca di avventure, baroni spiantati desiderosi di ritornare al primitivo splendore il blasone avito, ottenevano così con tutta facilità delle terre nel Nuovo Mondo, tanto che veniva in esso formandosi rapidamente una nobiltà locale.
Quanto era facile però creare la casta feudale, altrettanto era laborioso creare quella dei paesani; giacchè, senza contare la natura del popolo francese in ogni tempo troppo attaccato al suo focolare per abbandonarlo, lo stesso sistema feudale coi mille gravami imposti all'agricoltura s'opponeva alla coltivazione d'un paese, che, per essere vergine, solo dal frazionamento della terra in piccoli lotti, sufficienti ai bisogni d'una famiglia, avrebbe potuto aspettarsi una larga immigrazione, mentre pel suo clima e pel genere dei suoi prodotti non poteva contare sulla schiavitù dei negri. Gli emigranti erano per conseguenza nella maggior parte delle classi più basse, che non avendo un tetto in patria erano disposte a tutto pur di migliorare la loro sorte; ma una volta raggiunte le nuove sedi, l'antica disposizione al vagabondaggio risorgeva più forte di prima in quell'ambiente così propizio, traducendosi nella preferenza per la pesca, la caccia, la vita randagia anzichè per la vita sedentaria e faticosa dei campi. E quasicchè non bastassero i ceppi imposti al commercio a vantaggio delle compagnie, i mille privilegi concessi alla chiesa ed al sacerdozio a danno dei coloni, ed infine, terzo e più gravoso monopolio, il sistema feudale ad ostacolare lo sviluppo della Nuova Francia, allontanandone ogni sana immigrazione, anche il più rigido assolutismo accentratore veniva a toglierle coll'ombra perfino dell'autonomia locale e della libertà politica, ogni possibilità di movenze.
Il feudalismo infatti, introdotto quale base della società franco-canadese, non era più quello di vecchio stampo, chè non invano il cardinale di Richelieu aveva spianato la via a Luigi XIV: anche nelle colonie come nella madrepatria la volontà regia, sinonimo di accentramento, conservavasi superiore alla potenza feudale; e per quanto il Canadà fosse ceduto di nome ad una lega di mercanti, questi, contenti del monopolio delle pelli, ne lasciavano arbitro pur sempre il monarca, il quale lo trattava in tutto e per tutto come una provincia francese che da lui direttamente dipendesse. Conservata pertanto ai grandi signori feudali una certa giurisdizione entro il loro territorio, il governo centrale fu affidato ad un governatore, cui spettava comandare le milizie e dirigere i rapporti colle colonie straniere e colle tribù indiane; ad un intendente regio, che vigilava le finanze, i tribunali, i lavori pubblici, le faccende amministrative, e di tutto, la condotta del governatore compresa, faceva ogni anno minuzioso rapporto al sovrano; ad un consiglio supremo o corte di giustizia, che formava il più alto tribunale d'appello, salvo pei casi concernenti il re o le relazioni tra signori e vassalli, che competevano al solo intendente: questi i signori assoluti del Canadà, ai cui abitanti veniva tolto ogni e qualsiasi partecipazione agli affari pubblici, sia d'interesse locale che generale.
L'assolutismo e l'accentramento della madrepatria dovevano regnare qui pure; cosicchè quando l'energico conte di Frontenac, nominato governatore, nel 1671, costituiva alla meglio e convocava in Quebec i tre ordini tradizionali della nobiltà, del clero e del terzo stato, il Colbert gli scriveva: «La sua convocazione degli abitanti per prestare il giuramento di fedeltà e la divisione di essi in tre ordini può avere avuto, pel momento, buoni effetti, però è meglio per lei aver di continuo presente che ella nel governo del Canadà deve sempre attenersi alle forme vigenti presso di noi. E dacchè i nostri re, da lungo tempo, hanno reputato conveniente di non radunare gli Stati generali del regno, per sopprimere forse l'antica consuetudine senza dar nell'occhio, sarebbe suo obbligo di dare solo rarissimamente o, per esprimermi con maggiore precisione, di non dar mai una forma corporativa di governo agli abitanti del Canadà».
Struttura intima e costituzione politica coincidevano così col bisogno economico di quella società per farla quanto mai atta ad effettuare il poderoso disegno francese d'espansione territoriale, che ideato in Francia veniva elaborato per ragioni politiche e personali da governatori ed intendenti sul suolo stesso del Canadà, sotto l'influenza immediata delle circostanze locali. Ben più che dell'agricoltura il paese viveva del commercio delle pelli, donde la necessità di strade libere e d'uno spazio praticamente illimitato, necessità cui la popolazione obbediva tanto più volentieri, in quanto era costituita anzichè da uomini liberi ed indipendenti, attaccati al suolo della nuova patria, da coloni che vivevano in uno stato di servitù temporale e spirituale, da agenti di compagnie commerciali, da avventurieri senza patria, da soldati, tutta gente che il desiderio di lucro, lo spirito di ventura e la disciplina militare facevano cieco strumento dei capi. Lo spirito di ventura, la grandiosità dei progetti senza la forza di poterli eseguire, la vastità del fine senza i mezzi corrispondenti, l'immensità in una parola dei territori dominati senza una densità di popolazione adeguata nonchè a coltivarli a difenderli, dovevano essere le caratteristiche necessarie di questa colonizzazione, così diversa dall'inglese. I coloni francesi infatti, anzichè diboscare, coltivare, popolare il suolo occupato, come quelli inglesi, si accontentano di appendere piastre di piombo, in cui è incisa l'insegna francese, d'intagliare gigli e croci negli alberi più alti, mirando solo ad occupare militarmente gli sbocchi delle vallate ed i punti strategici, dove il fortilizio funge ad un tempo da stazione commerciale, da casa per le missioni, da luogo di rifugio in caso di bisogno pei rari agricoltori, che costruiscono sempre le loro case lungo la riva dei fiumi.