Le origini degli Stati Uniti d'America
Part 18
§ 2. POLITICA ECONOMICA DELLA MADREPATRIA. — Già all'origine dell'espansione inglese oltre l'Atlantico Enrico VII, conscio dei vantaggi che potevano risultare da un monopolio coloniale, pur accordando i più ampi privilegi agli avventurieri che facevano vela pel Nuovo Mondo, aveva stipulato che l'Inghilterra sarebbe stato il deposito esclusivo dei prodotti del commercio di quelle contrade. Gli sconfortanti risultati dei tentativi coloniali del secolo XVI avevano fatto abbandonare ai re inglesi tale clausola nelle patenti successive; ma, non appena nel secolo seguente la colonizzazione si presentò sotto buoni auspicii, si tornò pure a manifestare lo spirito di sfruttamento coloniale. La Virginia promette una produzione di tabacco inesauribile, ed ecco l'articolo ricchissimo diventare oggetto precipuo della politica inglese a danno dei coloni. Nel 1619 Giacomo I, che già nel 1604 aveva trovato nella sua antipatia per l'uso del tabacco un motivo sufficiente per colpirne fortemente il consumo, impone sulla vendita di esso in Inghilterra una imposta esorbitante e con nuovi decreti vieta di coltivarlo in Inghilterra, per assicurarsi i lauti proventi dell'importazione di esso. Carlo I cerca egli pure durante tutto il suo regno di fare del tabacco una sorgente di lucro per la corona, dichiarando apertamente che «sua volontà e suo beneplacito erano di riservarsi per lui solo il diritto di comperare prima d'ogni altro tutto il tabacco» delle colonie inglesi: solo la fermezza dei Virginiani e più ancora il disinteresse del popolo inglese per un monopolio, inteso ad esclusivo vantaggio del re, fecero naufragare tali disegni, contrari del pari alla prosperità dei coloni ed allo spirito d'intrapresa dei mercanti inglesi. Ma, quando il re, per riuscire nei suoi piani, immaginò l'espediente di proibire ai vascelli, carichi di mercanzie delle colonie, di far vela dalla Virginia per altri porti che non fossero gli inglesi, tale sistema trionfò come quello che, proibendo in ultima analisi ogni commercio coloniale per opera di navi straniere, non otteneva il solo risultato di sacrificare i diritti dei coloni alla corona inglese ma riusciva ad identificare gli interessi dei mercanti inglesi con quelli del governo, coalizione destinata ad opprimere i piantatori americani ancor troppo deboli per reagire efficacemente.
Il Lungo Parlamento si mostrò più giusto; giacchè, pur cercando nel 1647 di assicurare alla marina inglese il trasporto dei prodotti delle colonie, richiedeva il libero consenso di queste, riconoscendo così per compenso il diritto nelle assemblee coloniali di regolare i proprî interessi economici. Ai porti virginiani soltanto e come semplice arma di guerra contro una colonia, rimasta fedele alla monarchia, si vietava nel 1650 ogni commercio con navi straniere; ma coll'adesione della Virginia alla Repubblica, mentre le si garantivano tutte le libertà dei cittadini inglesi nati liberi, le veniva concessa pure libertà di commercio, nonostante l'uscita nel frattempo del famoso «atto di navigazione».
Nell'ideare infatti questo sistema, il quale, riserbando ai vascelli inglesi il trasporto delle derrate, preparava in sostanza il monopolio inglese del commercio coloniale, il Cromwell non era mosso da fini di lucro a danno delle colonie ma dal fermo proposito di assicurare al proprio paese la superiorità marittima di fronte a quei successi olandesi, di cui il Protettore era tanto geloso. La libertà commerciale aveva fatto la grandezza marinara dell'Olanda. Mentre le grandi nazioni navigatrici dell'età prima delle scoperte, la Spagna ed il Portogallo, coi loro torbidi sogni di monopolio del commercio mondiale, con le loro stolte proibizioni agli stranieri di esercitare il commercio nelle loro colonie, con le infami confische, le prigionie e le scomuniche contro i trasgressori di esse, non avevano fatto altro che rivoltare il senso morale degli altri popoli contro le ingiuste ed esorbitanti pretese ed alimentare il contrabbando, la pirateria, il saccheggio dei loro stabilimenti, la cattura o l'affondamento dei loro galeoni d'oro; l'Olanda, rivendicando ed in teoria per bocca di Ugo Grozio ed in pratica con la resistenza il principio della libertà dei mari contro queste mostruose usurpazioni dell'Oceano e dei venti, contrarie affatto ad ogni senso di giustizia naturale come ad ogni sviluppo della civiltà, s'era conquistata con la concorrenza commerciale la superiorità marittima su tutte le nazioni, aveva accaparrato nelle sue mani il commercio mondiale nonchè quello coloniale. La piccola nazione, sorta da poco a vita indipendente, non aveva battuto solo i suoi dominatori, la grande Spagna sui cui domini il sole mai tramontava, ma tutte le altre nazioni marinare d'Europa: nella stessa Inghilterra l'arte delle costruzioni navali ormai deperiva, mentre marinai inglesi s'ingaggiavano sui bastimenti olandesi che s'affollavano nei porti dell'isola. Geloso di tanta potenza ed infiammato della nobile ambizione di assicurare al proprio paese il primato sui mari, il Protettore emanava il suo atto di navigazione, pel quale il commercio dell'Inghilterra con le sue colonie come col resto del mondo doveva praticarsi solo da vascelli costrutti nel paese stesso e montati principalmente da inglesi; mentre gli stranieri non potevano importare in Inghilterra che i prodotti delle loro rispettive contrade o quelli, di cui queste erano il deposito riconosciuto.
Tale atto diretto contro il commercio degli Olandesi, dovendo servire soltanto a proteggere la marina mercantile dell'Inghilterra, non conteneva perciò alcuna clausola relativa ad un monopolio coloniale o particolarmente sfavorevole ad alcuna colonia d'America: di per sè esso non ledeva in nulla la Virginia o la Nuova Inghilterra; Cromwell non voleva intralciare lo sviluppo economico della Virginia, del Maryland, della Nuova Inghilterra, ma soltanto fare dell'Inghilterra il deposito commerciale del mondo, donde la cessione ch'egli si fa fare di Dunkerque ed altri porti francesi, donde la conquista della Giammaica ed il tentativo infruttuoso su Hispaniola, donde la lotta vittoriosa coll'Olanda, donde le trattative con la Svezia nel segreto intendimento di assicurarsi i porti principali del Baltico. Ormai però l'abbrivo era dato: l'opera politica di Cromwell, innalzata sull'arena, crollava collo sparire del suo genio dalla scena politica del mondo; ma l'opera sua economica, consacrata nell'Atto di navigazione, continuava ricca dei maggiori risultati. La protezione della marina inglese, una volta stabilita in modo permanente, diveniva una base essenziale della politica commerciale dell'Inghilterra: i mercanti inglesi domanderanno nuovi incoraggiamenti, per quanto meno giustificati, insisteranno per ottenere il monopolio assoluto del commercio con le colonie, e, divenuti ormai una potenza, lo otterranno da quel Parlamento, di cui essi dispongono. Ed ecco infatti che il «Parlamento-convenzione», subito dopo la restaurazione degli Stuart, rinnovando l'atto di navigazione del 1651, lo modificava in modo che da semplice misura, intesa ad assicurare alla marina inglese il commercio dei porti inglesi, diventava strumento di monopolio del commercio coloniale, sacrificando agli interessi della madrepatria i diritti naturali dei coloni: una clausola infatti diceva «alcuna mercanzia non sarà importata nelle piantagioni se non da vascelli inglesi, montati da un equipaggio inglese, sotto pena di confisca».
I bastimenti stranieri si vedevano chiusi così i porti delle colonie, le quali venivano spogliate ancor più risolutamente dei benefici della libera concorrenza colla disposizione, che solo i nativi del paese od i naturalizzati potessero divenire mercanti o fattori nelle piantagioni inglesi. Nè basta ancora. Si stabiliva che i prodotti specifici delle colonie americane, come zucchero, tabacco, indaco, cotone, legno tintorio, ecc., tutta roba che non poteva far concorrenza ai prodotti inglesi, non potessero esser esportati se non alla volta dei paesi dipendenti dalla corona inglese, sotto pena di confisca; mentre le mercanzie, che i mercanti inglesi non trovavano conveniente comperare, potevano esser imbarcate pei mercati stranieri, quanto più lontani tanto meglio per evitare maggiormente la concorrenza con le merci inglesi: una clausola del nuovo atto di navigazione assegnava a tal fine ai coloni i porti situati al sud del capo Finistère. A misura poi che nuovi articoli della prima categoria appariranno in America, la lista ne sarà regolarmente aumentata.
Gli armatori ed i commercianti inglesi non tardano però ad accorgersi che i guadagni alle spalle dei coloni sono suscettibili di ben maggiori aumenti; ed ecco nel 1663 una nuova legge proibire l'importazione nelle piantagioni delle merci europee, che non fossero trasportate su vascelli inglesi provenienti direttamente dall'Inghilterra. La madrepatria non s'accontentava così di essere semplicemente il deposito dei prodotti più ricchi delle sue colonie ma anche delle forniture da far loro, ed i coloni erano costretti a comperare da essa non solo gli articoli commerciali inglesi ma anche quelli degli altri paesi. Nelle colonie stesse però s'annidava un nemico, di cui l'avidità mercantile della madrepatria cominciava a concepire i più esagerati timori: lo sviluppo marittimo della N. Inghilterra, la quale esercitava un proficuo commercio con le colonie meridionali, turbava i sonni degli armatori di Bristol, di Liverpool, di Londra, ed il Parlamento mosso a pietà dei loro lagni si decideva nel 1672 ad interdire ai commercianti della N. Inghilterra di far concorrenza agli Inglesi in quel campo, ostacolando così con divieti e diritti doganali il libero traffico fra le stesse colonie.
Tutte queste però non erano che disposizioni isolate, non erano che l'avviamento ad un vero e proprio sistema di monopolio coloniale: questo doveva essere l'effetto dell'onnipotenza del Parlamento, creata dalla rivoluzione inglese del 1688.
Guglielmo e Maria rappresentavano il trionfo del protestantesimo, ed il loro avvento al trono veniva salutato quindi dalle colonie con un entusiasmo ignoto fino allora all'America nei suoi rapporti con la madrepatria. Il fatto però, ben lungi dal segnare un'êra di libertà irrevocabile per le colonie nord-americane, le dava in piena balìa d'una aristocrazia commerciale mille volte peggiore per esse del dispotismo d'un solo, rappresentato dagli Stuart. La rivoluzione del 1688 infatti, pur facendo epoca non solo nella storia inglese ma in quella delle libertà costituzionali di tutta Europa, quale nuova tappa nella marcia della democrazia europea, in quanto s'era imposta senza effusione di sangue con la semplice forza dell'opinione pubblica, in quanto aveva riconosciuto il diritto di resistenza e misconosciuto il principio della legittimità per sostituirlo con la teoria del contratto politico, base della monarchia costituzionale, non aveva mirato per nulla al trionfo di vasti principî democratici, ma solo dell'antico ordine di cose. Rivoluzione in nome della storia anzichè del diritto e quindi essenzialmente conservatrice, essa non aveva rivendicato la libertà ma le libertà, quelle libertà aristocratiche dell'Inghilterra che derivavano dall'esperienza del passato, dagli archivi, dalle carte, dalle prescrizioni, vale a dire i diritti di primogenitura, le carte delle corporazioni, la paria, le decime, la prelatura, le franchigie acquistate per prescrizione, le immunità tutte e tutti i privilegi stabiliti: l'elenco di tali libertà, fatto dalla Rivoluzione, era diventato la legge fondamentale del paese. Depositario e custode geloso di esse divenne il Parlamento, che per avere spogliato della regalità una dinastia in nome della nazione e messane un'altra sul trono sotto condizioni ben definite, era riconosciuto l'unica sorgente della sovranità, il padrone assoluto dell'Inghilterra. E di questo Parlamento non erano parte soltanto i rappresentanti dell'aristocrazia fondiaria, i _lords_ della camera alta, ma anche e più i commercianti stretti nelle loro corporazioni, gli armatori, gli industriali, i banchieri, i rappresentanti in una parola della proprietà mobiliare la cui straordinaria importanza nella storia sociale dell'Inghilterra data appunto da questa rivoluzione. L'aristocrazia del capitale, che dispone della ricchezza e dà al governo i fondi necessari, diverrà arbitra ben presto dei destini politici e sociali della nazione, imporrà o romperà pei suoi fini economici le alleanze, susciterà o troncherà le guerre, regolerà in una parola pel vantaggio proprio, immedesimato collo sviluppo economico del paese, tutta la politica interna ed esterna dell'Inghilterra. Le colonie americane, sorte sotto gli Stuart e favorite indirettamente nel loro sviluppo dalla politica illiberale di costoro, sfuggivano così al dispotismo politico di essi, che aveva tentato d'affermarsi in America non meno che in Europa, ma per cadere sotto la supremazia assoluta del Parlamento, vale a dire sotto la sovranità di un'aristocrazia commerciale, sorda ad ogni voce che non fosse quella del proprio interesse: sorta pel trionfo dei diritti inglesi non già di quelli dell'uomo, la rivoluzione inglese del 1688 darà maggiore impulso ad una politica coloniale, mirante solo all'interesse dell'Inghilterra non già alla giustizia naturale, ad una politica che sacrificherà senza scrupolo i diritti dei coloni come uomini e come inglesi agli interessi della madrepatria. Il nuovo sistema politico basandosi ormai sugli interessi permanenti dei mercanti e degli armatori inglesi acquistò una consistenza ed una durata, che non avrebbero mai potuto ottenere l'egoismo, i capricci del momento, il favoritismo degli Stuart.
L'applicazione infatti del sistema mercantile spinto alle ultime sue conseguenze costituisce uno degli elementi caratteristici della rivoluzione aristocratica dell'Inghilterra. Nel 1696 gli affari delle piantagioni venivano confidati definitivamente all'ufficio già ricordato del commercio e delle colonie, e tutte le questioni concernenti gli interessi o le libertà dei coloni si decisero dal punto di vista del commercio inglese. Tutti gli atti anteriori concedenti qualche monopolio all'Inghilterra sul commercio delle colonie furono rinnovati e, per realizzarne la stretta esecuzione, si proclamò rigorosamente l'autorità suprema del Parlamento in materia.
Il commercio coloniale non poteva effettuarsi che da navigli costrutti, posseduti e comandati da abitanti dell'Inghilterra o delle colonie. Tutti i governatori, quelli delle colonie a carta non meno di quelli delle provincie regie, erano obbligati ad impegnarsi sotto giuramento di far il possibile perchè tutte le clausole di questi atti fossero puntualmente osservati. Gli impiegati del fisco, in America, erano investiti di tutti i poteri conferiti per atto del parlamento a quelli di Inghilterra. Il commercio intercoloniale era stato gravato d'imposte, il cui pagamento era stato interpretato come un diritto d'esportare le mercanzie dove che fosse: questa libertà ora veniva tolta. L'immenso territorio americano fu riservato esclusivamente ai sudditi inglesi od a coloro che ottenevano dal Consiglio privato l'autorizzazione di acquistarne una parte. I mercanti inglesi insomma dovevano ad ogni costo arricchirsi a spese dei coloni, i quali, obbligati a comperare da essi soli quanto loro occorreva ed a vendere ad essi soltanto i loro prodotti, venivano danneggiati doppiamente dalla mancanza di concorrenza, e come consumatori e come produttori, senza che il popolo inglese fosse messo almeno a parte come consumatore del disumano banchetto coloniale imbandito al ceto mercantile, il quale esportava altrove i prodotti coloniali eccedenti la richiesta inglese. Col crescere poi degli interessi inglesi impegnati nel sistema coloniale, colla richiesta di lucri a danno delle colonie da parte di ceti muti fino allora a tale riguardo, della grande proprietà fondiaria e manifatturiera in ispecie, crescevano pure i pesi iniqui di tale sistema, non accontentandosi più l'Inghilterra di gravare il solo commercio esterno delle colonie.
La lana era il principale prodotto mercantile dell'Inghilterra, donde l'invidia di coltivatori ed industriali per ogni gregge, che belasse, per ogni fuso, che girasse nelle colonie. Il preambolo d'un atto del parlamento confessa che il motivo d'una legge restrittiva risiede nella convinzione che l'industria coloniale «diminuirebbe infallibilmente il valore delle terre». «A partire dal 1º dicembre 1699, diceva una clausola, nè lana nè alcun oggetto fabbricato in tutto od in parte di lana, che sia stato prodotto o manifatturato in una od altra delle piantagioni inglesi dell'America, potrà esser caricato su un naviglio o vascello qualunque, sotto alcun pretesto che sia — nè caricato sur un cavallo, una carrettella od ogni altra vettura — per esser esportato dalle piantagioni inglesi non importa in quale altra delle dette piantagioni o in quale altro luogo che si sia». Così i fabbricati del Connecticut non potevano cercare un mercato nel Massachusetts, nè esser trasportati ad Albany per scambiarli con gli Indiani. Un marinaio inglese non poteva comperare della lana a Boston per un valore superiore ai 40 scellini.
Nella Virginia la povertà obbligava gli abitanti a fabbricarsi da sè delle stoffe grossolane, se non volevano rimaner nudi: ciò non impediva ad un governatore regio di esporre con faccia tosta il parere che il Parlamento avrebbe dovuto proibire ai Virginiani di confezionarsi i propri vestiti, per rivolgere la loro attività «verso qualche fabbricazione meno pregiudizievole al commercio della Gran Brettagna»! Al principio del secolo XVIII i _lords_ dell'ufficio del commercio rimproveravano alle colonie provviste di carta «d'incoraggiare e di propagare la fabbricazione della lana e d'altri articoli propri dell'Inghilterra». La preoccupazione della lana diventava una vera ossessione per la metropoli, al punto che un agente americano così ragionava in quel secolo: gli Inglesi non devono temere la conquista del Canadà, perchè al Canadà «dove il freddo è eccessivo e la neve copre sì lungamente la terra, i montoni non si moltiplicheranno mai al punto da permettere lo stabilirsi di manifatture laniere, il che è la sola cosa che possa rendere una piantagione pregiudizievole alla corona».
A Boston si costituisce una società per incoraggiare le manifatture domestiche, ed in seguito ai buoni risultati ottenuti la città costruisce una fabbrica, incoraggiando con premi i produttori di tela. Apriti terra! L'Ufficio del commercio s'allarma a tanta iniquità, biasima il governatore di non averla impedita, spinge la camera dei Comuni a far un'inchiesta sul fatto inaudito, a proporre quindi nuove leggi proibitive e tanto fa che alla fin fine la manifattura di Boston, destinata ad incoraggiare l'industria dell'intera provincia, va in decadenza, avendo servito soltanto a mostrare la sollecitudine previdente dell'Inghilterra per le sue colonie.
E come la manifattura della lana così le altre venivano col tempo vietate. All'America, ad esempio, che era la patria del castoro, veniva vietato di fabbricarsi i cappelli: chi voleva fare il cappellaio nelle piantagioni doveva esser stato sette anni apprendista, e nessun maestro poteva adoperare più di due apprendisti in una volta, coll'esclusione assoluta dei negri: il commercio poi dei cappelli fra piantagione e piantagione era assolutamente proibito. Peggio ancora per le industrie minerarie: impeditole di stabilire alti forni, acciaierie o magone, l'America doveva rinunciare alle immense ricchezze di ferro, di carbon fossile, di lignite, che teneva nel seno. Una disposizione della camera dei Comuni sul principio del secolo XVIII dichiarava che «nessuno nelle colonie doveva fabbricare mercanzie in ferro di alcuna specie»: ragione di ciò la gelosia degli industriali inglesi per l'industria americana; pretesto il fatto «che l'erezione di manifatture nelle colonie tendeva ad indebolire la loro dipendenza dalla Gran Brettagna». «Dovesse il nostro potere sovrano di controllo legislativo e commerciale venir sconfessato, dirà il primo Pitt, io non soffrirei che un solo chiodo di ferro da cavallo fosse fabbricato in America»!
S'interdiva così agli Americani non solo di fabbricare gli articoli capaci di far concorrenza a quelli inglesi sui mercati esteri, ma perfino di fabbricarsi in casa propria e col proprio lavoro gli oggetti indispensabili alla vita! Si faceva eccezione, è vero, per le industrie navali: ma ciò non già per dare un qualche compenso a tante enormità, ma solo per combattere meglio nel campo mercantile le nazioni rivali, tanto è vero che a siffatto favore s'accompagnava l'estendersi della giurisdizione del Parlamento su tutti i boschi situati al nord del Delaware. Ogni pino, non compreso in un lotto individuale, fu ormai consacrato ai bisogni della marina inglese; e nessun tronco del territorio vacante, che fosse adatto a fare un albero od un'antenna, poteva esser abbattuto senza l'autorizzazione della regina! Questa la carità pelosa del Parlamento inglese, che dai coloni non voleva lana ma legname per la marina.
Dove però questo sistema mercantilistico si manifesta in tutta la sua odiosità, è nell'appoggio incondizionato, che dava agli orrori della tratta africana, fatta parte integrante di esso. Fra le tante limitazioni al commercio delle colonie, questo ramo era andato immune, giacchè per quanto dannoso ai negrieri inglesi pure tendeva ad allargare la schiavitù nelle colonie, cosa d'interesse capitale per la metropoli. Quando infatti nel secolo XVIII il commercio degli schiavi fu lasciato libero a tutti gli Inglesi, le città marittime della Nuova Inghilterra vi parteciparono su vasta scala, accumulando grandi ricchezze: ancora nel 1789 la città di Boston, che pur sarà la culla del movimento abolizionista, impiegava nell'infame commercio una trentina di negrieri! Ma, se vantaggiosa alla classe mercantile del Nord ed a quella dei piantatori del Sud, la tratta era ancor più proficua all'Inghilterra: nel Nord come nel Sud i coloni non erano ignari che la metropoli favoriva il commercio dei negri non solo pel guadagno economico, che ne ritraeva, ma anche perchè esso, allargando la schiavitù negra, ribadiva le catene politiche ed economiche che avvincevano le colonie alla madrepatria. Ad esse la schiavitù avrebbe permesso solo l'agricoltura, lasciandole così strettamente tributarie della metropoli nel campo industriale. In un opuscolo politico infatti, avente per titolo «Il traffico degli schiavi africani colonna e sostegno delle piantagioni inglesi in America», un mercante inglese così si esprimeva: «quando fosse possibile sostituire nelle piantagioni il lavoro dei bianchi a quello dei negri, allora le nostre colonie recherebbero danno alle fabbriche di questo reame, ed in tal caso avremmo veramente ragione di paventare la prosperità delle nostre colonie; ma fino a tanto che noi possiamo provvederle abbondantemente di negri, non c'è ragione di abbandonarsi a simili apprensioni»; e più oltre: «il lavoro negro manterrà le nostre colonie nella debita sommissione agli interessi della madrepatria, perocchè fino a tanto che le nostre piantagioni dipenderanno meramente dal lavoro dei negri, non vi sarà pericolo che le nostre colonie rechino alcun danno alle manifatture inglesi o si rendano indipendenti dal loro impero».