Le origini degli Stati Uniti d'America

Part 13

Chapter 133,360 wordsPublic domain

CAROLINA MERIDIONALE. — Diverso affatto sin dagli inizi fu invece lo svolgimento della parte meridionale della Carolina, del paese di cui gli emigranti del capo Fear avevano iniziato la colonizzazione, qualche anno innanzi che questa fosse oggetto dei profondi studi del Locke. 1 primi coloni mandati dai _proprietors_ della Carolina, quando le sorti dello stabilimento precedente volgevano già a rovina, vi arrivarono su tre bastimenti nel 1670 ed, esplorati i luoghi dove già gli Ugonotti un secolo prima avevano inciso i gigli di Francia, prendevano lor stanza presso il fiume Ashley in un punto che sembrava «favorevole alla coltivazione ed alla pastura», su una costa che le epidemie e le guerre di tribù contro tribù avevano pressochè spopolata di indigeni. Prima di congedarli pel nuovo mondo, i proprietari li avevano muniti d'una copia imperfetta delle costituzioni fondamentali, non ancora ultimate; ma fino dal primo sbarco riusciva evidente qui pure, come nella Carolina settentrionale, l'impossibilità di «dar esecuzione al grande modello». Si tenne dagli emigranti una convenzione parlamentare, e ne uscì un governo rappresentativo, di cui costituivano gli elementi semplicissimi un governatore, un Gran consiglio formato da cinque membri nominati dai _proprietors_ c da altri cinque eletti dai coloni ed avente diritto di veto sugli atti del potere esecutivo, una legislatura costituita dal governatore, dal consiglio e da venti delegati scelti dal popolo.

L'anno dopo veniva inviata nella colonia una copia completa delle costituzioni-modello, accompagnata da tutto un assortimento di regole e d'istruzioni; ma, se il consiglio aristocratico riconosceva la loro validità, i rappresentanti del popolo vi si opposero risolutamente. Così la nuova colonia racchiudeva già in sul nascere elementi di divisione politica: in essa si troveranno di fronte due partiti, quello del popolo e quello dei proprietari, lotta pro e contro la libertà cui i dissensi religiosi imprimevano maggior accanimento, schierandosi i partigiani della chiesa anglicana sempre in minoranza dal lato dei proprietari, facendo i dissidenti di tutte le categorie causa comune col partito popolare. La gran maggioranza degli abitanti intenderà di darsi le istituzioni, che ad essa più convengono; i lords proprietari, troppo deboli per affermare il loro potere, saranno abbastanza forti per intralciare ed ostacolare mediante il loro partito, costituente una vera oligarchia, ed i governatori da essi eletti il _selfgovernment_ dei coloni; donde l'anarchia che di tratto in tratto funesta il paese.

È su questa trama, che si intesse infatti per un mezzo secolo l'agitata vita politica della Carolina meridionale, in cui le frequenti rivoluzioni contro i proprietari ed i loro rappresentanti, famosa quella del 1681 contro il Colleton, attestano il fervore d'indipendenza, il desiderio di _selfgovernment_ degli abitanti. Ed intanto la colonia va rapidamente sviluppandosi, mentre la capitale Charleston estende larghe e regolari le sue strade, mentre nuovi elementi etnici vengono a fondersi nella sua popolazione: sono emigranti dei Nuovi Paesi Bassi, che sperano di far fortuna impiegando le loro braccia ed i loro capitali in terre di fertilità leggendaria; sono europei, che vengono a tentarvi le culture più ricche del Mediterraneo; sono sovratutto perseguitati per motivi di coscienza, che trovano in essa un rifugio altrettanto sicuro ma molto più ridente e grato della Carolina settentrionale, dissidenti inglesi del Sommersetshire, cattolici irlandesi, presbiteriani scozzesi avanzi della cospirazione di Monmouth, ugonotti francesi infine sbattuti dalla raffica della reazione religiosa dopo la revoca dell'editto di Nantes, uomini onesti, laboriosi, intraprendenti che possedevano tutte le virtù dei puritani inglesi senza averne il fanatismo. La Carolina meridionale ci presenta così un aumento di popolazione ben più rapido della settentrionale: ne è causa fondamentale la ricchezza del suolo, il proficuo sfruttamento di esso col lavoro di schiavi negri.

Coeva delle prime piantagioni, giacchè gli emigranti delle Barbados avevano portato seco i loro schiavi, la schiavitù negra aveva trovato qui il terreno più adatto a svilupparsi. Nel Maryland e nella Virginia, favorevolissime pel loro clima al lavoratore bianco, prevalse a lungo la servitù dei bianchi, e la classe dei lavoratori bianchi non venne mai a sparire; nella Carolina settentrionale il suolo era troppo ingrato per imporre d'un colpo coi suoi prodotti il lavoro dei negri; della meridionale invece e clima e suolo fecero sin dall'origine uno stato piantatore sulla base della schiavitù. I coloni s'accorgevano subito che il clima non solo conveniva agli Africani assai meglio di quello delle colonie più settentrionali, ma era pei bianchi ingrato nei lavori faticosi dei campi. Nè basta. La fertilità del suolo, il caldo clima avevano fatto vedere nella Carolina meridionale il paese più adatto alle colture del mezzogiorno d'Europa; ed emigranti olandesi, e proprietari, e lo stesso Carlo II in un momento di tenerezza, si affannavano nei primi anni di essa ad introdurvi la coltura dell'olivo, della vite, degli agrumi, la coltivazione del gelso e l'allevamento del baco da seta. Altri prodotti più facili e più proficui, più adatti sopratutto a quel suolo avevano soffocato però quei tentativi e con la loro completa riuscita preparato un avvenire agricolo e sociale affatto diverso al paese, il cotone e più ancora il riso, considerato quest'ultimo il migliore del mondo e coltivato in così vasta scala, che già nel 1691 la legislatura metteva a premio la scoperta di nuovi processi per mondarlo.

La coltivazione di essi, possibile solo coi negri sotto quel clima così caldo, in quelle paludi così micidiali, dava alla schiavitù uno sviluppo quale non s'era veduto fino allora che nelle Indie occidentali: «acquistare schiavi negri, senza i quali un piantatore non può mai fare gran cosa» divenne da allora in poi la grande preoccupazione degli emigrati; e la tratta dei negri, esercitata in quel tempo sulla più vasta scala da mercanti europei ed americani, da commercianti olandesi di New York e da schiavisti puritani di Boston, ne fornì in tanta copia al paese che nel 1754 essi erano circa 40.000 di fronte ad altrettanti bianchi, proporzione la quale salirà in seguito a 22 schiavi contro 12 liberi, nonostante la distruzione dei negri operata dal clima e dal lavoro! E con tutto ciò il prodotto era pur sempre inferiore alla richiesta d'un mercato ogni giorno più vasto; cosicchè, non bastando i negri all'avidità dei coloni, che con febbre crescente allargavano le colture sul vergine suolo, anche gli indigeni, com'era avvenuto nei possessi spagnoli, furono sottoposti alla schiavitù.

Da ciò nuove ragioni di ostilità da parte degli Indiani spogliati del loro suolo e lotte fierissime tra bianchi e Pelli Rosse, i quali trovavano non di raro un ausiglio potente in quegli Spagnuoli, che pretendevano essi pure al possesso del paese. Malcontenti dello sviluppo della Carolina, adirati che in Charleston trovassero rifugio i pirati dei loro possessi, gli Spagnuoli già nel 1686 armavano da S. Agostino una spedizione che saccheggiava e distruggeva lo stabilimento scozzese di Edisto: nei primi anni del secolo seguente i Caroliniani prendevano la rivincita saccheggiando Sant'Agostino, donde più tardi un nuovo attacco spagnuolo contro la stessa Charleston, andato però a vuoto.

In queste lotte la Carolina doveva difendersi da sè, chè i «_proprietors_» non solo mancavano di forza sufficiente a salvaguardarla, ma bene spesso le impedivano per fini politici o personali di condurre con troppo vigore la lotta; donde il dilagare del malcontento nei coloni, insofferenti della supremazia ed irritati della politica finanziaria per loro gravosa di quei «_proprietors_», che «non davano alcun aiuto nel momento del bisogno e si ricordavano d'aver solo dei diritti, ma però nessun dovere», malcontento della colonia, cui faceva eco, spalleggiandola, il Parlamento inglese avido di estendere anche sopra di essa il suo dominio. Nel 1719 una generale per quanto pacifica insurrezione poneva fine al sistema dei proprietari, ed il governatore della Virginia prendeva le redini del governo in nome della corona inglese: dieci anni dopo i «_proprietors_» rinunciavano dietro compenso di 17.500 sterline ad ogni loro diritto. Il paese costituiva così una nuova colonia autonoma, col nome di Carolina del Sud, una colonia che meglio ancora della Virginia era destinata ad offrire il vero tipo d'una società a schiavi. Mentre infatti nella Virginia i piantatori sono costretti a far istruire i loro figli all'estero, in un ambiente cioè diverso e sotto l'impulso quindi di altre idee, quelli della Carolina trovano in Charleston, dove passano una parte dell'anno, la vera capitale del loro mondo ristretto, la città dove possono con tutta sicurezza educare alle idee schiaviste i propri figli. Nella Carolina meridionale si vedeva così la schiavitù divenire la pietra angolare del sistema sociale, il fattore capitale della sua storia.

§ 4. GEORGIA. — L'esperimento politico del Locke era svanito come bolla di sapone prima ancora d'esser iniziato, ma non per questo l'America cessava d'esser il campo di nuovi esperimenti sociali, destinati essi pure a naufragare contro gli scogli di quella realtà, che non si svolge sulla trama segnata dalla mente individuale ma su quella preparata dai precedenti storici e geografici.

Quando anche l'ultima ombra di dominio spariva pei proprietari della Carolina, già si pensava nell'Inghilterra di tentare nell'estrema zona meridionale di essa un «santo esperimento». Lo concepiva un ardito e tenace generale inglese, Giacomo Oglethorpe, nel quale il mestiere dell'armi non aveva soffocato i sensi più generosi del cuore, l'amore sentito per l'umanità sofferente. La ferocia della legislazione dell'epoca, di quella in ispecie contro i debitori insolventi, di cui ben 4000 all'anno venivano condannati al lento martirio di crudo carcere, non pochi per non uscirne mai più, aveva richiamato l'attenzione del generoso filantropo, il quale cercando i rimedi di tanto male, ideava un salvataggio per questi infelici nella creazione d'una colonia, di cui facevasi apostolo caldissimo presso il parlamento, presso la corte, presso il pubblico. La sua propaganda aveva luogo in un'epoca in cui l'Inghilterra mirava ad estendere i suoi possessi, proprio negli anni che lo stabilimento di nuove piantagioni al sud della Carolina meridionale diventava oggetto di ripetuti progetti, cui solo il timore degli Spagnuoli pretendenti a quel paese impediva di dare pratica attuazione; cosicchè non riuscì difficile all'influente uomo politico di ottenere da Giorgio II nel 1732 una patente, che gli accordava per 21 anni il paese compreso tra i fiumi Savannah ed Alatamaha, fra l'Atlantico ed il Pacifico, per tentare il suo «santo esperimento» di colonizzazione in quel disputato territorio. La definizione di «deposito fiduciario pei poveri» ed il sigillo portante un gruppo di bachi da seta col motto «_non sibi sed aliis_» indicano che doveva essere materialmente e moralmente nell'animo del suo fondatore la futura colonia, la quale veniva aperta a tutti, anche agli ebrei, meno che ai papisti, col nome di Georgia Augusta in onore del re.

Salpato l'anno stesso con 120 emigranti alla volta d'America, l'Oglethorpe drizzava la sua tenda all'ombra di quattro pini sulla riva collinosa del fiume Savannah, là dove sorge la città omonima. La fama l'aveva preceduto in quelle solitudini ed al «bianco grande e buono» si presentava un capo indiano, offrendogli una pelle di bufalo, sul cui interno erano dipinte rozzamente la testa e le penne d'un'aquila: «le penne dell'aquila, diceva l'indiano, sono morbide e significano amore; la pelle del bufalo è calda ed è il simbolo della protezione. Quindi ama e proteggi le nostre famiglie». Ed il saggio accoglieva con amore quei poveri diseredati della natura, pagava loro il territorio da occupare e rimaneva tutta la vita l'amico fedele della razza conculcata; mentre gl'infelici ed i perseguitati della razza conculcatrice venivano essi pure a cercare un rifugio nella sua colonia. Erano sopratutto fratelli moravi, che perseguitati ferocemente nell'Austria fondavano nel 1734 in Ebenezer nella Georgia un florido stabilimento, dato alla frutticultura, alla produzione dell'indaco, e con successo ancor maggiore all'allevamento dei bachi da seta, che rimase fiorente in Georgia fino alla Rivoluzione. Nè meno prosperi furono gli stabilimenti fondati nel paese da Highlanders scozzesi e dati allo stesso genere di colture.

L'istruzione, trascurata o non voluta addirittura nelle altre colonie meridionali, era qui in pregio, cospirando con le intenzioni dell'Oglethorpe, colla coltura intensiva del suolo e coll'origine dei coloni alla riuscita del «santo esperimento». Minacciavano, è vero, di farlo abortire gli Spagnuoli della Florida, i quali durante la guerra anglo-ispana attaccavano la nascente colonia, ma senza alcun risultato; chè, se l'Oglethorpe doveva rinunciare nel 1740 al tentato assalto di S. Agostino, gli Spagnuoli invasori dovevano essi pure ritirarsi dopo avere impinguato di loro cadaveri le zolle della Georgia. Ben diverso era il nemico, che dovea qui pure annientare in brevi decenni l'opera dell'Oglethorpe, un nemico impersonale e perciò invincibile: nel 1736 alcuni cittadini di Savannah avevano fatto una petizione per l'introduzione di schiavi negri, ma la proposta aveva naufragato contro la tenacia dell'Oglethorpe, il quale, coerente ai principî della sua filantropia ignara di ogni distinzione di razza, dichiarava che «se gli schiavi vi fossero stati introdotti, egli non si sarebbe più occupato della colonia».

Partito però l'Oglethorpe nel 1743 alla volta dell'Europa per non ritornare mai più nella sua colonia, la schiavitù dei negri non tardava ad introdursi nella Georgia insieme coi figli dei piantatori della Carolina e della Virginia: latifondo e schiavitù soppiantavano in breve quella coltura intensiva, su cui riposava il trionfo della filantropia del fondatore, e coi prodotti della vicina Carolina s'iniziava anche nella Georgia un tipo di società da quella non dissimile, una società in cui sulla base infame della schiavitù aumentava rapidamente la popolazione e la ricchezza: da 3000 anime, chè tante ne contava al 1755, la Georgia salirà nel 1783 a ben 80.000! E come nella forma sociale così in quella politica la Georgia terminava coll'uguagliare la Carolina, chè i «fiduciari» investiti di essa insieme con l'Oglethorpe, divenuti impopolari per la loro legislazione vessatoria, terminavano col rinunciare alla carta; e la Georgia si trasformava così in colonia regia.

§ 5. LA SOCIETÀ MERIDIONALE: SUOI ELEMENTI E SUA COESIONE. — Dalle frontiere settentrionali del Maryland a quelle meridionali della Georgia noi vediamo dunque, nonostante la diversità d'origine, d'abitanti, di tradizioni, costituirsi sotto l'influsso degli stessi fattori economici una società, che offre tratti comuni, che presenta una grande conformità di vita, una perfetta omogeneità d'interessi e di tendenze. La schiavitù è il cemento che unifica socialmente queste colonie, lo stampo comune in cui si plasma la loro vita. Introdotta senza distinzione in tutte quante le colonie, nel settentrione e nel centro come nel mezzogiorno, qui sola essa trova quel complesso di condizioni, che ne fanno la forma di lavoro predominante dapprima, esclusiva in seguito, elaborando una società in cui i rapporti economici, politici, intellettuali e morali si fondano su di essa. Nelle altre parti del paese invece, per quanto largamente rappresentata, la schiavitù rimane sempre una forma di lavoro sussidiaria, tale cioè da non impedire lo sviluppo del lavoro libero con tutte le sue conseguenze economiche e sociali.

Laddove infatti nelle colonie settentrionali e centrali i prodotti più adatti al suolo ed al clima sono i cereali, nelle meridionali sono il tabacco, il riso, lo zucchero, il cotone, tutti prodotti cioè, la cui cultura a differenza dei primi richiede come condizione essenziale associazione ed organizzazione di lavoro su vasta scala, unitamente a concentrazione di lavoratori su un piccolo spazio di terreno, ed è possibile solo dove abbonda un suolo fertile e nella pratica illimitato. Questo secondo requisito non mancava certo nel Sud: al primo, alla grande richiesta cioè di braccia, si cercava di soddisfare in sulle prime con la servitù dei bianchi. Malfattori, che commutavano la galera inglese col lavoro obbligatorio della piantagione americana, debitori insolventi, emigranti che doveano pagare col proprio lavoro le spese del viaggio, servi per contratto legale, prigionieri di guerra scozzesi ed irlandesi, avanzi della ribellione scozzese del 1666, della cospirazione di Monmouth del 1685, dell'insurrezione giacobina del 1715, malviventi reclutati nella madrepatria in una specie di razzie amministrative, costituivano l'elemento servile, a fornire il quale non pensava solamente il governo inglese ma era sorto un vero commercio regolare di carne umana, che, per quanto si macchiasse di furti di ragazzi rubati alle case, alle officine ed ai campi, procurava pur sempre buoni guadagni ai negozianti di Bristol. Questa stessa immigrazione servile non offriva però braccia sufficienti ai piantatori per allargare successivamente le culture in modo adeguato alla richiesta di prodotti ogni giorno maggiore. Al poco abbondante mercato bianco si sostituiva così quello negro: l'Africa era un serbatoio inesauribile di lavoratori, che avevano su quelli europei il vantaggio di poter essere tenuti a vita, di esser più adatti alle fatiche nelle calde pianure della Virginia e più ancora fra i miasmi delle paludi caroliniane coltivate a riso, di costare assai meno pel mantenimento, di riuscire infine un perfetto automa incapace di ribellione, uno strumento agricolo e nulla più. Esisteva, è vero, il danno economico d'un lavoro meno intelligente e meno produttivo per esser dato di mala voglia, ma la terra era così fertile e così vasta che il danno riusciva insensibile di fronte ai grandi vantaggi. Il vantaggio individuale dei coloni collima per di più con quello nazionale della madrepatria, che, ingaggiatasi nell'infame commercio dei negri sin dai tempi di Elisabetta, nei sec. 17º e 18º vi si slanciava a capofitto tanto da riportarne il primato su tutte le nazioni. Nel 1662 si fondava la «_regia compagnia africana_» alla cui testa stava il duca di York, ed in cui era impegnato lo stesso re; il libro degli statuti inglesi del 1695 dichiarava esser la tratta, secondo l'opinione del re e del Parlamento «altamente benefica e vantaggiosa al reame ed alle colonie»; nel 1698 e nel 1711 delle commissioni dei Comuni peroravano la libertà della tratta, dichiarando «doversi provvedere di negri le piantagioni ad un prezzo ragionevole»; la regina Anna raccomandava ai governatori americani «di prestar il debito incoraggiamento ai mercatanti di schiavi ed in particolare alla regia Compagnia Africana»; nel 1739, abolito ogni monopolio in tale ramo di commercio, la tratta si lasciava libera a tutti i sudditi inglesi e le colonie americane, inglesi e spagnole, venivano talmente inondate di schiavi che nel solo anno 1771 i cento e più negrieri della sola Liverpool scaricavano nel Nuovo Mondo ben 28.600 schiavi negri!! Mercanti di schiavi, armatori, capitani marittimi, marinai, agenti speciali sulle coste d'Africa e d'America, banchieri e così via, tutti trovavano lavoro e lucro in questo infame commercio, pel quale militavano sì potenti interessi, che non fa meraviglia se nel secolo 18º si osò affermare, e non una volta, nel parlamento inglese che la tratta era una faccenda decisamente «nazionale».

Vantaggio economico immediato da parte del piantatore, eccitamento da parte della madrepatria spiegano quindi come la schiavitù dovesse svilupparsi tanto rapidamente, da diventare in breve la forma di lavoro esclusiva dovunque le condizioni territoriali lo permettessero. Legata infatti alla madre terra non meno di quello che lo fosse il lavoro libero nel Nord, essa è propria della pianura costiera e dei terreni paludosi del Sud, andando le sue sorti di pari passo con quelle del tabacco, dello zucchero, del riso, del cotone; laddove essa s'arresta anche nel Sud davanti alle alture della Virginia, della Nuova Carolina, della stessa Sud Carolina e della Georgia, nelle quali può mantenersi nell'età coloniale come in seguito la piccola agricoltura esercitata esclusivamente o quasi da bianchi. È questa però l'eccezione, che non altera per nulla nelle linee generali la vita del paese, dove il latifondo coltivato a schiavi costituisce la pietra angolare di tutto il sistema sociale.

Alla base di questo sta la casta degradata ed oppressa degli schiavi, cui è patria d'origine l'Africa tenebrosa, dove vanno a comperarli lungo la costa per un raggio di circa 40 gradi, dal capo Bianco al capo Negro, nella Senegambia, Sierra Leone, Liberia, Alta e Bassa Guinea, gli infami mercanti di carne umana. Centinaia e centinaia di tribù, appartenenti nella grande maggioranza al tipo negro, il meno sviluppato socialmente ed intellettualmente delle razze africane, ma diverse fra loro per lingua usi e costumi, costituivano la grande riserva della schiavitù coloniale: il loro stato sociale passava per tutte le più insensibili sfumature da una semibarbarie, ad una vita puramente vegetativa; l'assolutismo più feroce, il feticismo, i sacrifici umani, la poligamia, spesso il cannibalismo erano e sono tutt'oggi il retaggio di tali tribù, non uscite ancora per la massima parte da quella fase, che il Letourneau chiamerebbe della «morale bestiale».

Condotti al mare dopo una marcia spesso penosissima e di lunga durata, i poveri schiavi venivano stipati nella stiva d'un negriero ed ivi senz'aria, senza luce privi di cibo e d'acqua sufficiente, esposti ai tormenti ineffabili del tragitto transoceanico; al minimo cenno di ribellione si massacravano senza pietà, spesso in caso di burrasca si gettavano ai pescicani per alleggerire il vascello.