Le origini degli Stati Uniti d'America

Part 12

Chapter 123,471 wordsPublic domain

Accanto ai diritti del proprietario, cui la corona cedeva ogni sua prerogativa, salvo il giuramento di fedeltà, l'omaggio di due freccie indiane all'anno, ed il tributo d'un quinto dell'oro e dell'argento da scavare, questa carta contrariamente alle altre garantiva sufficienti libertà ai coloni, stabilendo non solo che l'autorità del proprietario non potesse estendersi sulla vita, sulla libertà, sui beni di alcun emigrante, ma che i coloni partecipassero essi stessi alla legislazione della provincia, che nessun statuto fosse valido senza l'approvazione della maggioranza degli uomini liberi o dei loro deputati. Il governo rappresentativo andava così indissolubilmente attaccato alla carta fondamentale del Maryland, la quale per di più, riconoscendo religione del paese il cristianesimo in generale e non già una data confessione di esso, assicurava l'eguaglianza religiosa come quella civile e faceva della nuova colonia un asilo, che lo spirito illuminato del saggio e buono colonizzatore voleva rifugio sicuro ai dissenzienti religiosi d'ogni chiesa cristiana, ai perseguitati «papisti» in prima linea.

Giorgio Calvert moriva nello stesso anno 1632 prima di poter realizzare il bel sogno, ma il figlio Cecilio col patrimonio ed il grado ereditava pure le idee del padre e s'accingeva a compierne i disegni in America, fondandovi con spese ingenti una colonia rimasta poi per parecchie generazioni alla sua famiglia. Nel 1633 suo fratello Leonardo Calvert conduceva sull'«Arca e Colomba» un duecento emigranti, che fondavano l'anno dopo un primo stabilimento non lungi dalla confluenza della St. Mary col Potomac, su un territorio coltivato, che gli indigeni disposti già prima ad emigrare regalavano dietro compenso di tela, coltelli, penne ed altro. Tutto sembrava cospirare alla fortuna d'un paese prediletto dalla natura: dolcezza di clima, fertilità di suolo, tolleranza religiosa, munificenza del proprietario, attaccamento devoto al suo liberale governo da parte dei coloni garantivano un prospero svolgimento a quella colonia, la quale in sei mesi fece più progressi della Virginia in molti anni, senza conoscerne le ansie ed i stenti dei primi tempi. Subordinata ad un capo ereditario, la sua popolazione non dimostrava meno per questo la coscienza profonda della propria missione, l'attitudine straordinaria al _selfgovernment_: sin dalle prime sessioni l'assemblea popolare, composta di tutti gli uomini liberi, rivelava lo spirito del popolo nascente, formulando una dichiarazione di diritti, che, mentre riconosceva l'obbligo di fedeltà al re e garantiva le prerogative di lord Baltimore, confermava agli abitanti tutte le libertà godute in pratica dagli Inglesi: si stabiliva un sistema di governo rappresentativo, in cui erano attribuite all'assemblea generale tutti quasi i poteri spettanti in Inghilterra alla camera dei Comuni. I torbidi sollevati in seguito dalle pretese del Clayborne sul territorio, pretese sostenute anche ma invano a mano armata e con effusione di sangue, la lotta fra cattolici e puritani, i quali combattendo durante il protettorato del Cromwell il diritto del proprietario volevano togliere agli avversari la stessa libertà di religione, lungi dal far naufragare le franchigie degli abitanti, le consolidarono ancor più dando alla libertà salde radici negli animi: i suoi abitanti amavano la libertà anche se turbolenta, ed in essa cercavano gli eterni rimedi dei mali passeggeri da essa prodotti.

E l'attaccamento alla libertà si manifesta più vivo che mai nei rapporti della colonia col suo proprietario. Mentre qui infatti, come nelle altre colonie di proprietari, la potenza del popolo non correva nessun rischio da parte della corona, che non si era riservata altro diritto se non di annullare le leggi che fossero contrarie a quelle dell'Inghilterra, altra ingerenza che quella di imporre gli ufficiali delle dogane e delle corti dell'ammiragliato, essa veniva ristretta dall'autorità del proprietario. Questi invero s'era riservato un triplice veto sulle decisioni dell'assemblea, veto da esercitarsi dal suo consiglio, dal suo luogotenente o da lui stesso; istituiva le corti di giustizia e ne designava i membri; nominava tutti i funzionari della colonia e delle singole contee; possedeva in proprietà assoluta le terre ancora vacanti e ricavava un tributo dalle altre, tenendo così la popolazione intera come sua livellaria non solo ma ottenendo anche ad ogni concessione nel dominio inculto una cauzione in denaro, e traendo altri proventi di origine feudale o giudiziaria o commerciale.

Più ostico poi d'ogni altro riusciva ai coloni il potere del proprietario di imporre esso e riscuotere le imposte nelle contee. A cancellare tale odiosa prerogativa, negli ultimi anni di vita di Cecilio Calvert si concludeva tra il proprietario ed i rappresentanti del popolo una serie di patti costituenti un compromesso, conosciuto col nome di «_atto di riconoscenza_», in virtù del quale il potere del primo di levare imposte fu ristretto, applicandosi in compenso un dazio di esportazione sul tabacco, il cui provento dovea per metà esser consacrato alle spese della colonia, per metà costituire la rendita del proprietario. Con ciò però l'assemblea si privava del principale suo strumento per imporsi al proprietario, al governatore ed agli altri funzionari, i quali non dovevano più aspettare da essa anno per anno l'assegnamento delle somme occorrenti. La successione di Carlo Calvert al padre, morto nel 1675, dava un forte colpo all'autorità del proprietario, basata sul rispetto e la riconoscenza, ma contraria allo spirito democratico della colonia, presso cui la rivolta di Bacone trovava un'eco profonda di simpatia.

Ad evitare allora che il dissidio ormai manifesto scoppiasse in aperta rivolta, il nuovo lord proprietario limitava arbitrariamente nel 1681 il suffragio, restringendolo agli uomini liberi possessori d'un feudo di 50 acri od aventi una fortuna personale di 40 sterline. Ma al principio della sovranità popolare si intrecciava allora il fanatismo religioso: il protestantesimo si trasformava, come altrove, in setta politica, e l'opposizione a lord Baltimore come sovrano feudale fece causa comune col fanatismo degli anglicani, i quali ricevuti nella colonia sul piede della più completa eguaglianza, coi cattolici volevano monopolizzare per sè la libertà di coscienza e di culto.

Nel 1689, approfittando del trionfo di Guglielmo e Maria, il partito protestante si impadroniva del governo, che nel 1691 veniva sottratto del tutto al proprietario colla revoca della sua carta e la trasformazione del Maryland in colonia della corona: l'episcopato diventato religione predominante confiscava la libertà religiosa dei cattolici in una colonia fondata da cattolici, in un paese dove gli stessi papisti avevano dato esempio allora sublime di tolleranza! Solo quando il figlio del proprietario, Benedetto Calvert, si convertiva alla chiesa anglicana, i Baltimore venivano ristabiliti nel loro diritto di proprietà sulla colonia, nel 1715.

Le dissensioni intestine e le vicende esterne non avevano impedito intanto lo sviluppo progressivo del paese: il Maryland divenuto ricco e fiorente annoverava già nel 1660 un 12.000 persone; al 1688 un 25.000 circa; nel 1754 quasi 150.000 di cui oltre 40.000 schiavi negri. Come la Virginia anche il Maryland era una colonia di piantatori, di cui il tabacco costituiva il prodotto principale, la servitù temporanea dei servi e la schiavitù a vita dei negri la forma di lavoro predominante, il monopolio economico della madre patria incarnato negli atti di navigazione il cancro roditore: qui pure gli abitanti erano dispersi in mezzo ai boschi e lungo i fiumi; rarissime e tali di nome più che di fatto le città, che invano la legislatura dei primi tempi aveva perfino cercato di creare con decreti; un piccolo mondo a sè ogni piantagione; trascurata affatto l'istruzione popolare. Tabacco e schiavitù avevano plasmato insomma nel Maryland una società non molto dissimile nelle linee generali da quelle della Virginia.

Ben più della carta fondamentale del Maryland, che aveva concesso al proprietario il diritto di creare nella colonia tutta una gerarchia feudale, ben più di questo principio feudale che, dove morto dove morente nel suo paese di origine, non avrebbe potuto certo ringiovanire trapiantato sul vergine suolo, la grande proprietà fondiaria, determinata dal genere delle culture, e la schiavitù dei negri creavano anche nel Maryland, come già in Virginia, come in tutte le altre colonie meridionali, una potente aristocrazia, anacronismo imposto dal clima, dal suolo, dal momento storico all'egalitaria società anglo-americana.

Accanto al tabacco però andava qui sviluppandosi anche qualche altra cultura, tra cui principalissima quella del lino e della canapa con le industrie tessili relative; cosicchè il Maryland coi suoi lavoratori bianchi più numerosi non offrirà l'uniformità di vita economica e sociale della Virginia: posto al confine tra le colonie meridionali e le centrali, esso parteciperà fino ad un certo punto della vita di queste oltrecchè di quelle. Dove invece clima e suolo cospireranno insieme a portare alle ultime conseguenze il sistema sociale basato sul latifondo e sulla schiavitù, sarà nelle colonie poste a mezzogiorno della Virginia, nella parte bassa cioè delle Caroline, nella Georgia, e più tardi nell'ulteriore sud.

§ 3. LE CAROLINE. — Se il Maryland uscì dalle viscere, può dirsi, dell'Antico Dominio, da figli di questo ricevette i primi stabili colonizzatori il paese chiamato già nel secolo precedente Carolina dagli ugonotti francesi del Ribault, i quali dal nome in fuori null'altro vi avevano lasciato di duraturo dopo lo scempio fattone dagli Spagnuoli. Già dal 1622 degli intraprendenti Virginiani facevano una prima ricognizione nel paese al sud del fiume Chowan, e dal 1642 in poi si ripetevano con insistenza sempre maggiore incursioni ed esplorazioni nel territorio compreso tra il capo Hatteras ed il capo Fear col fine di colonizzarlo, tentativi incoraggiati dalla legislatura virginiana mediante vaste concessioni di terre.

A questa spontanea immigrazione dovevano loro vita i primi stabilimenti sul fiume Albemarle; mentre 160 miglia a sud-ovest di questo, sulla costa del capo Fear, sbarcavano a fondarvi una piccola colonia di pastori, su un suolo fattosi loro cedere dagli indigeni, degli arditi emigranti della Nuova Inghilterra: ad essi venivano ad aggiungersi subito dopo dei piantatori delle Barbados, desiderosi di fondare uno stabilimento proprio, e la nuova colonia prendeva un certo sviluppo sino a contare già nel 1666 un ottocento abitanti. Oltre ai Virginiani, agli emigranti della Nuova Inghilterra ed a quelli delle Barbados vantavano diritti su questo territorio gli Spagnuoli, che dalla loro fortezza di Sant'Agostino nella Florida potevano illudersi di possedere un paese bagnato di sangue castigliano e macchiato vergognosamente di sangue francese ma non fecondato del loro sudore. Ad una terra però, che per la sua posizione subtropicale prometteva le derrate più preziose, avevano già rivolto i cupidi sguardi dei rapaci cortigiani di Carlo II; e questi munifico come al solito, senza punto curarsi nonchè degli altri pretendenti della stessa concessione fatta già dal padre Carlo I nel 1629 a sir Roberto Heath ed eredi, concedeva nel 1663 ad otto nobili inglesi, che l'avevano chiesta di nome «per la propagazione del Vangelo», di fatto per accrescere la loro fortuna, la provincia della Carolina, il territorio cioè compreso fra il 36º grado di lat. ed il fiume S. Matteo: due anni dopo, nel 1665, una nuova carta ne ampliava ancor più i confini, per includervi dentro i nuovi stabilimenti d'origine virginiana, dandole per limite il 36º 30′ parallelo al nord, il 29º al sud, l'Atlantico all'est, il Pacifico all'ovest!

Lo storico Clarendon, avido per quanto sagace ministro, il generale Monk già compensato dei suoi servigi col titolo di duca d'Albemarle, lord Craven vecchio soldato, lord Ashley Cooper più tardi conte di Shaftesbury, sir Giovanni Colleton, lord Giovanni Berkeley, il fratello sir Guglielmo, governatore della Virginia, e sir Giorgio Carteret diventavano così proprietari e sovrani immediati d'un paese, che doveva abbracciare i futuri stati della Carolina settentrionale, della Carolina meridionale, Georgia, Tennessee, Alabama, Mississippi, Louisiana, Arkansas, gran parte della Florida e del Missouri, quasi tutto il Texas e porzione notevole del Messico!

Il loro diritto di proprietà dovea essere illimitato e la loro autorità sovrana assoluta, non essendosi il re riservato che una sterile sovranità; ma ai coloni era nella carta garantita, cosa allora notevole, piena libertà di coscienza e riservata, cosa non meno importante, una certa partecipazione alla legislazione locale, cui doveano concorrere le assemblee dei liberi proprietari. Uno splendido impero feudale ricco di tutti i prodotti dei tropici già balenava alla mente dei proprietari, i quali incaricavano di redigerne una costituzione, una costituzione perfetta, degna di attraversare i secoli, il più capace ed attivo della compagnia, quel Shaftesbury ch'era il rappresentante più genuino e cosciente dell'aristocrazia territoriale inglese, il campione più formidabile delle sue libertà, vale a dire dei suoi privilegi, da lui scambiati con la stessa grandezza e prosperità della nazione, e si trovava allora all'apogeo della vita, in tutta la maturità del suo genio speculatore, della sua eloquenza, della sua ambizione. Spirito penetrante, costui aveva scoperto i tesori d'intelligenza d'un filosofo ancora sconosciuto, Giovanni Locke, entusiasta pur esso di quelli che si chiamavano i «principi inglesi», convinto lui pure esser l'aristocrazia il baluardo più sicuro contro ogni dispotismo monarchico come oclocratico, l'aveva fatto suo amico e lo prendeva ora a consigliere e collaboratore nella grande opera.

Quale legislazione dovessero dare alla Carolina il futuro prototipo della rivoluzione del 1688, il conservatore geniale in cui sembrava incarnarsi tutta la classe aristocratica e rivivere tanti secoli di lotta a difesa del privilegio, ed il filosofo che nella rigidezza del suo sistema, tutto cervello e niente cuore, definiva con brutale sincerità il potere politico «il diritto di fare le leggi per regolare e conservare la proprietà», è facile immaginarlo: ne saltò fuori un sistema politico nonchè ridicolo inattuabile, date le condizioni reali del paese cui doveva applicarsi! Il governo doveva risieder nelle mani d'un'aristocrazia territoriale, alla cui testa stavano gli otto proprietari presieduti dal più anziano, intitolato Palatino. Il paese dovea dividersi in contee di 480.000 acri[12], divisa ciascuna in cinque parti, di cui una proprietà inalienabile dei proprietari, una patrimonio inalienabile ed indivisibile della nobiltà, costituita d'un langravio o conte e di due cacicchi o baroni, e tre infine riservate al popolo o possedute da signori feudali insieme col potere giudiziario: grado e feudo erano ereditabili ma inalienabili. Al di sotto della feudalità una classe ristretta di piccoli agricoltori; più sotto ancora una di servi della gleba, provvisti dietro annuo compenso di 10 acri di terreno e non solo privati d'ogni diritto politico ma attaccati al suolo, essi ed i loro figli, di generazione in generazione; all'ultimo grado infine di abbiezione una classe di schiavi negri, su cui era riservata al padrone autorità e potere assoluto.

Il potere esecutivo e giudiziario sarebbe spettato ai proprietari, che l'avrebbero esercitato mediante una gerarchia di funzionari, Palatino, cancelliere, giudice supremo, connestabile, ammiraglio, tesoriere, gran maggiordomo, ciambellano, coadiuvati ciascuno dalla loro corte scelta tra i langravi, i cacicchi, i popolani liberi: proprietari o loro deputati, funzionari e rispettive corti doveano costituire il Gran consiglio. Il potere legislativo sarebbe affidato ad un parlamento composto di quattro stati, dei proprietari o loro deputati, dei langravi, dei cacicchi, dei comuni o rappresentanza di liberi possidenti per i quali occorreva un possesso di 50 iugeri per l'elettorato e di 500 per l'eleggibilità: per maggior garanzia però le proposte di legge doveano partire dal Gran consiglio, ogni stato poteva opporvi il suo veto nel caso di incostituzionalità, ed infine i proprietari si riservavano il diritto di rigettare gli atti del Parlamento!

Tutte le chiese venivano tollerate in questa costituzione col patto però che riconoscessero l'esistenza di Dio, l'obbligo del servizio divino, la necessità del giuramento, e che nelle loro adunanze non si attaccasse il governo e l'ordine costituito: una sola religione vera ed ortodossa veniva riconosciuta, l'anglicana, proclamata contrariamente al desiderio del Locke religione nazionale nella Carolina. Interesse dei proprietari, desiderio di fondare un governo di pieno aggradimento della corona, timore d'una potente democrazia erano i moventi di questa costituzione modello, per la quale tutto doveva cristallizzarsi, tutto venire minutamente regolato, non solo la stampa sottomessa alla sorveglianza d'una corte aristocratica ma perfino i gusti delle donne e dei fanciulli, che cadevano sotto il controllo d'una corte speciale, cui spettava tra le altre conoscere «delle cerimonie e delle genealogie, dei divertimenti e delle mode»!

CAROLINA SETTENTRIONALE. — Mentre politica e filosofia stendevano sulla carta dei piani mirabolanti di legislazione grettamente aristocratica, farneticando di palatini e langravi, di baroni e feudatari, di ammiragli e corti araldiche da introdurre fra povere capanne disperse nel deserto e pei boschi della Carolina; gli abitanti della parte settentrionale di questa, porgendo ascolto soltanto alla voce della natura, ispirandosi semplicemente ai loro bisogni ed alle loro condizioni reali, si davano un ordinamento certo meno smagliante ma senza confronto più sapiente: un governatore di piena fiducia, un consiglio di dodici membri, di cui sei eletti dai proprietari e sei dall'assemblea, un'assemblea composta del governatore, del consiglio e di dodici delegati dei liberi possidenti, ecco il governo semplicissimo, ma rispondente al suo fine, di Albemarle, il primo nucleo della futura Carolina del Nord. Le leggi emanate da questo governo locale convenivano in tutto e per tutto alla rozza società agricola del paese, lasciavano ad essa piena libertà di coscienza, accordavano piena garanzia contro ogni tassa non votata dalla legislatura coloniale, ne assicuravano lo svolgimento colla legge sui debiti, per cui nessuno poteva durante cinque anni venir perseguitato per debiti contratti fuori della colonia, colla parificazione del matrimonio ad un puro e semplice contratto civile davanti ad un magistrato e a due testimoni, coll'esenzione da ogni imposta per un anno ai nuovi coloni, cui dopo due anni di residenza si assegnavano terre in proprietà.

Queste leggi corrispondenti ai bisogni del paese venivano confermate nel 1670, ratificate di nuovo nel 1715 e restavano in vigore per più d'un mezzo secolo nella parte settentrionale della Carolina; mentre la legislazione del Locke rimaneva lettera morta, nonostante i tentativi ripetuti di applicazione, che a nulla riuscivano se non a produrre malcontento ed anarchia nel paese, tratto tratto veniva modificata tra l'indifferenza generale, e nel 1698 terminava coll'esser abolita quasi tutta anche formalmente, riducendosi il potere dei proprietari alla scelta del governatore. La realtà aveva, come sempre, trionfato sui piani chimerici di assetti sociali: le condizioni territoriali da una parte, dall'altra l'amore innato pel _selfgovernment_, più ancora l'olimpico disprezzo per ogni autorità esteriore in uomini quivi riparati in cerca di fortuna, l'avevano vinta sui sogni dei dottrinari.

Se v'era infatti paese nord-americano, dove tutto favorisse la più sconfinata indipendenza, questo era appunto la parte settentrionale della Carolina. Cattivi i porti e pressochè impossibile quindi ogni sviluppo commerciale, impraticabili le foreste, ghiaioso e sterile il suolo, occupato inoltre per tratti vastissimi da paludi: la popolazione era composta di emigranti riottosi ad ogni freno, spesso violenti, energici sempre, i quali, incoraggiati dalla legislazione della colonia, capitavano lì da ogni parte, dalla Virginia come dalla Nuova Inghilterra, dalle Barbados come dall'Europa: erano avventurieri, che cercavano vita e libertà, erano quackeri o «rinnegati» che sfuggivano la persecuzione religiosa.

Il taglio dei boschi, la caccia all'orso ed al castoro, la preparazione della pece e della trementina, le frotte di maiali che inselvatichiti andavano errando, offrivano loro di che vivere: abitavano dispersi per la foresta, senza altro guardiano che un cane vegliante intorno al solitario asilo, senz'altra compagnia che la moglie, i figli, qualche schiavo negro, senz'altri spettacoli che quelli della natura, senz'altro godimento che quello dell'eterna primavera e della più sconfinata libertà. Non città, non villaggi, non ponti, non scuole, non chiese, non industrie; unica strada fra i boschi le tacche incise sugli alberi a guidare il cammino: prima del 1703 non vi fu nella colonia alcun stabile ministro del culto, non alcuna chiesa prima del 1705, non una stamperia prima del 1754!

In siffatto paese l'azione del governo si trova naturalmente paralizzata dallo spirito d'indipendenza degli abitanti, che si fa ogni giorno più selvaggio: il dominio dei _proprietors_ si riduce ad un'ombra, ed il malaugurato governatore, che si azzarda di far riconoscere tale potere, od intende di far sentire la propria autorità, od impone tasse gravose od altro, vede il popolo ribellarsi, come nel 1678, nel 1688, nel 1711, e ristabilire la sua selvaggia libertà: dal punto di vista politico questa rozza società viveva allo stato può dirsi di natura ancora un mezzo secolo dopo la fondazione della colonia, senza curarsi minimamente dei poteri costituiti, senza dar nulla nè a Dio nè a Cesare:

«De tributo Cæsaris nemo cogitabat Omnes erant Cæsarea nemo censum dabat».

Se un'Arcadia «di bricconi e di ribelli», come pretendevano i realisti, la Carolina settentrionale era pure il paradiso dei quackeri, e ciò basta a chiarirci come un soffio d'umanità non cessasse d'alitare in questa società primitiva, la quale più che un'accozzaglia di delinquenti era una raccolta di uomini sciolti da ogni legame politico e religioso: alla rivoluzione essi non erano trascinati da vendetta o da odio, ma da geloso furore di quella libertà, che volevano intera, come senza garanzie così senza inquietitudini. Solo la schiavitù dei negri, che qui del resto non prendeva nei primi tempi molto sviluppo date le condizioni economiche del paese, faceva un doloroso contrasto con quella sconfinata libertà, di cui i coloni bianchi volevano fruire.

Nel 1729 anche l'ombra del governo dei _proprietors_ svaniva, ed il paese diventava una colonia della corona col nome di Carolina settentrionale, colonia che nel 1754 annoverava già un 90.000 abitanti, di cui un 20.000 schiavi negri, limitati di preferenza alle parti del paese più favorevoli alle colture tropicali.