Le origini degli Stati Uniti d'America
Part 11
Due anni dopo nel luglio 1621, la compagnia di Londra, la quale democratizzata dall'ultima carta aveva rivendicato i suoi diritti, nominando a tesoriere il conte di Southampton contrariamente ai desideri del re, ed aveva pensato sul serio ad assicurare i benefici della libertà alla colonia, dava a questa una costituzione scritta modellata su quella inglese e destinata a diventare con poche varianti il modello dei sistemi introdotti più tardi nelle altre provincie regie. Un governatore nominato dalla compagnia, un consiglio locale permanente pure da essa nominato, un'assemblea generale da riunirsi tutti gli anni, composta del consiglio e di due deputati per ogni piantagione scelti dagli abitanti; piena autorità legislativa all'assemblea, salvo il veto del governatore e la ratifica della compagnia; ratifica degli ordini della compagnia da parte dell'assemblea per entrare in vigore; conformità delle corti di giustizia alle leggi ed alla procedura inglese: tale nelle sue linee generali questa costituzione, per la quale i coloni, cessando di essere i servi d'una corporazione mercantile, diventavano liberi cittadini. Fu questa la base sulla quale la Virginia innalzò l'edificio delle sue libertà, l'atto, che fece dello stabilimento nascente un semenzaio di uomini liberi.
Nè l'influenza sua si limitò alla Virginia, ma si estese a tutto il Sud: quando nuove colonie si formarono, i loro proprietari non poterono sperare d'attirarvi degli emigranti se non accordando loro franchigie non meno ampie di quelle concesse alla rivale Virginia.
Nel 1625 la compagnia, lacerata da interne fazioni, odiata da re Giacomo «quale scuola d'un parlamento sedizioso», com'ebbe a definirne le sedute un inviato spagnuolo, veniva sciolta, e, revocatane la patente, la Virginia diventava una colonia regia; ma ciò non portava alcun mutamento immediato nel governo interno e nelle franchigie della colonia. Nè il successore Carlo I, pure cercando di ritrarre dal monopolio del tabacco il maggior vantaggio possibile, attentò alla libertà della Virginia, la quale abitata da episcopali rimase altrettanto fedele a lui quanto attaccata alla sua effettiva indipendenza, che potè conservare anche durante il protettorato di Cromwell, pure assoggettandosi all'«atto di navigazione».
Nata dalla prosperità, la libertà diveniva di questa alla sua volta la fonte maggiore: nascevano per essa i motivi d'attaccamento al suolo, e la Virginia, i cui coloni erano immigrati coll'intenzione di farvi fortuna non già di stabilirvisi definitivamente, vedeva ormai sbarcare migliaia d'emigranti, che coll'aratro iniziavano la conquista della terra e col matrimonio il suo popolamento, accasandosi con donne fatte venire appositamente dall'Inghilterra dietro un compenso in tabacco pagato alla compagnia: nei soli tre anni dal 1619 al 1621 ben 3500 persone si dirigevano alla sua volta: nel 1648 gli abitanti salivano a 20.000.
I coloni erano andati disperdendosi lungo il fiume James e verso il Potomac, dovunque la ricchezza del terreno permettesse di coltivare il tabacco con successo: gli stessi luoghi più solitari e più esposti quindi alle ostilità degli indigeni non erano stati dimenticati, perchè in essi minore era la concorrenza per l'appropriazione della terra. Gl'indigeni, privati del loro suolo, incapaci per la debolezza e scarsità loro (un 8000 circa verso il 1620 in un territorio di 8000 miglia^2) di scacciare in guerra aperta gli usurpatori, avevano covato in segreto il loro odio ed organizzato un complotto, che nel 1622 era scoppiato in un feroce macello, in cui sarebbero periti ben più dei 347 bianchi massacrati se Jamestown e gli stabilimenti vicini non fossero stati preavvertiti da un indiano convertito. Da allora in poi i coloni non ebbero più ritegno e, mentre si intraprendevano tratto tratto spedizioni di sterminio contro gli indigeni, se ne occupavano senza il minimo scrupolo i campi ed i villaggi, situati nelle migliori posizioni, in riva alle acque più limpide e sulle terre più fertili.
Il paese invitava all'agricoltura in tutti i modi con la fertilità del suolo, coll'abbondanza dei fiumi, che dagli Allegany al mare costituivano ottime vie naturali pel trasporto delle merci, colla mitezza del clima; la terra si estendeva libera davanti agli emigranti e ad essa si chiedeva più che grano, la cui coltivazione da qualche governatore fu imposta perfino sotto ammende penali, tabacco, vale a dire un prodotto idoneo quanto mai al grande commercio. Nel 1621 un'altra coltivazione dello stesso genere vi si era introdotta, il cotone, benchè la grande era cotonifera dovesse iniziarsi quasi due secoli dopo. La richiesta continua di tabacco importava seco un allargamento sempre maggiore della coltivazione e con esso l'ampliamento delle proprietà individuali, il costituirsi cioè del latifondo, imposto dalla cultura esauriente del tabacco, cui necessitano sempre nuovi terreni, e reso possibile dalla sconfinata estensione di terre disponibili. La stessa esistenza però d'una terra libera e fertilissima minacciava di rendere pressochè inutile al proprietario l'ampiezza di terre messe a sua disposizione, sottraendogli le braccia necessarie al lavoro: egli non può trattenere ai suoi servigi il libero lavoratore, che trova nelle terre inoccupate un fondo suo proprio e nella feracità di esso la possibilità di coltivarlo quasi senza capitale, mentre l'abbondanza di selvaggina lo dispensa da un'anteriore accumulazione di sussistenza. Si ricorre, è vero, alla servitù del bianco, ma l'offerta di braccia è pur sempre troppo inferiore al bisogno, mentre non c'è da contare sulla scarsa e fiera popolazione indigena per coltivare le terre. Ed allora, determinata dalla necessità sociale di instaurare una forma di lavoro corrispondente ai bisogni dell'agricoltura ed all'avidità dei latifondisti, prende piede sul libero suolo della Virginia un'istituzione nefanda, che giunta ormai al suo tramonto in Europa era sorta a vita nuova e più tenace nelle colonie americane, quella schiavitù, che i coloni vedevano applicata con successo da un secolo nei vicini possedimenti spagnoli ed incoraggiata dalla stessa madrepatria, dove il governo nel 1618 concedeva a sir Roberto Rick un privilegio speciale pel trasporto di negri nelle colonie inglesi e nel 1631 autorizzava ad esso una compagnia appositamente istituita.
Nel 1619[10] era approdato a Jamestown per difetto di provvigioni un vascello negriero olandese, ed i coloni ne avevano comperato di buon grado il carico umano, lieti di aver trovato una sorgente inesauribile di braccia schiave, di lavoratori su cui la terra libera non avrebbe esercitato alcun influsso. Si ebbe così fin d'allora di fatto se non di diritto la schiavitù negra, benchè solo nel 1662 essa riceva la sua sanzione giuridica in un atto statutario, che la riconosceva legale e la rendeva ereditaria, basandola sulla vecchia massima «_partus sequitur ventrem_». La popolazione negra, il che vale a dire schiava, si diffonderà però lentamente nella colonia: nel 1622 v'erano solo 22 negri, nel 1634 solo 300; ma coll'estendersi della coltura a nuove terre, coll'aumento della popolazione bianca e della ricchezza del paese cresce rapidamente anche il numero dei negri, i quali nel 1671 saranno già 2000, 23.000 nel 1715 di fronte a 72.000 bianchi, nel 1754 non meno di 116.000 di fronte a 168.000 bianchi.
Mentre il latifondo coltivato a tabacco dà origine e mette su solide basi la schiavitù dei negri, con tutte le sue piaghe e tutti i suoi pericoli, esso uccide pure la eguaglianza dei bianchi, distrugge la società democratica dei primi tempi per sostituirvene una aristocratica. I primi coloni non avevano portato nel nuovo mondo altra fortuna che il loro spirito d'intrapresa, altra dignità che quella d'uomo, altri privilegi che quelli di inglesi. N'era uscita così una società nei primi tempi strettamente egalitaria, una democrazia pressochè indipendente con un governo organizzato sulla base del suffragio universale goduto da tutti i liberi indistintamente: nel suo seno non industrie, non manifatture ma solo la coltura del tabacco, venendo tutto il resto importato d'Inghilterra; il commercio stesso era esercitato da mercanti forestieri. L'abbondanza e la fertilità delle terre facevano della Virginia «il miglior paese del mondo per il povero», il quale del resto anche senza lavorare trovava di che vivere nell'abbondanza della cacciagione e della pesca, nelle mandrie erranti di porci, nei prodotti insomma spontanei del suolo.
Dispersi su vasto territorio, il che permetteva loro di sottrarsi all'influenza diretta della chiesa ufficiale e del governo, acuendone l'avversione istintiva per ogni freno politico, i suoi abitanti, veri figli della foresta, crescevano nella libertà della solitudine: non città, non stampa, non scuole, non giornali soltanto, ma neppure strade e ponti; dei sentieri appena segnati attraversavano i boschi; le visite si facevano in barca od a cavallo; il colono col suo sacco di tabacco in luogo di moneta attraversava a cavallo le foreste, a nuoto le acque, quando non era possibile farlo a guado od in barca. Le case di legno e ad un piano erano sparse sulle due rive della Chesapeake, dal Potomac alle frontiere della Carolina: era raro di scorgere tre case raggruppate insieme; Jamestown stessa non era che un miserabile villaggio, composto dell'edificio del governo, d'una chiesa e di 18 case. Solo i maggiori piantatori vivevano più comodamente nelle loro vaste tenute, circondati dai loro servi e dai loro schiavi, primo nucleo d'una casta tra la patriarcale e la feudale, che in breve avrebbe dominato il paese.
Per quanto infatti mancasse ancora all'epoca della Restaurazione una classe privilegiata, giacchè universale era il suffragio e di nomina direttamente o indirettamente popolare tutti i funzionari, la disuguaglianza fra chi possedeva molto e chi possedeva poco o nulla andava accentuandosi ogni giorno più con lo svilupparsi del latifondo.
Veniva questo imposto, come vedemmo, dal genere delle colture e favorito oltrecchè dal diritto fondiario e dalle leggi contrarie ad uno sminuzzamento soverchio della proprietà, dal fatto che i guadagni del tabacco, il cui consumo in Europa andò sempre aumentando nei sec. XVII e XVIII, venivano impiegati nell'ampliamento della cultura stessa, mentre i terreni depauperati si lasciavano a pascolo. Il piccolo fondo invece coltivato direttamente dal proprietario comincia a non essere più rimunerativo col trionfare della cultura estensiva esercitata da schiavi; e così al di sotto della classe latifondista va sorgendo una classe di bianchi nullatenenti, cui, se il vergine suolo e la scarsità dei bisogni assicurano la vita, è chiusa nondimeno in un paese esclusivamente agricolo ogni fonte di guadagno, che derivi da un lavoro metodico, sistematico, continuo delle proprie braccia. I servi liberati allo spirare del loro termine, i nuovi coloni sbarcati senza mezzi ingrossano questa classe, cui la mancanza assoluta di scuole pubbliche toglie per di più ogni mezzo d'istruirsi. La cultura diviene pertanto un privilegio dei ricchi, che possono procurare ai loro figli un maestro o mandarli all'estero; e così la disuguaglianza economica va traducendosi in disuguaglianza sociale, tanto più che fra i grandi proprietari di terre, circostanza questa del maggior rilievo, non sono rari i figli della superba nobiltà inglese, i cavalieri rifugiatisi nella monarchica Virginia dopo la sconfitta subita in patria.
Una classe siffatta, che sola possiede ogni capitale e sola ogni istruzione, che nel suo latifondo impera dispoticamente su una mandra di schiavi, non può non aspirare al governo del paese: nel suo seno infatti si recluta il consiglio della colonia, di essa sono membri o candidati gli eletti alla legislatura e creature i magistrati, essa ottiene i brevetti d'ufficiale nella milizia. La dispersione degli abitanti e la conseguente divisione del paese in contee, spesso assai vaste, cui è ignota col concentramento urbano l'attività politica del _town_ settentrionale, favorisce ancor più la potenza politica di questa classe, giacchè i magistrati esercitano qui poteri ben più ampi che nella N. Inghilterra: i giudici di pace ad esempio fissano essi l'ammontare delle tasse nella contea, ne hanno la percezione e ne sorvegliano l'impiego. Ogni potere giudiziario, amministrativo, militare, la direzione tutta in una parola degli affari pubblici, si trova così direttamente o indirettamente nelle mani di un numero ristretto di uomini, i quali possessori della terra, padroni di un gran numero di servi e signori di schiavi, cominciano già a presentare i primi indizi d'un'aristocrazia costituita. All'epoca della Restaurazione le due classi dei latifondisti e dei nullatenenti sono già chiaramente delineate in quella società sorta sotto auspici tanto democratici, e la nascente aristocrazia aspira a scolpire nel diritto un predominio, che ormai esercita nel fatto.
La aiuta nell'intento quel potere regio, il quale dopo un'eclissi, che aveva lasciato la Virginia nella più completa indipendenza, ricompariva nella colonia come alleato naturale del latifondo. I Virginiani, devoti agli Stuart per quanto gelosi della loro autonomia, s'affrettavano a riconoscere il risorto governo; ed il Berkeley da governatore eletto popolarmente diventava governatore di nomina regia. La nuova assemblea, convocata in nome del re nel marzo 1661 e composta di proprietari e di cavalieri, smascherava fino dai primi atti i suoi sentimenti politici, destituendo un magistrato popolare «a causa della sua condotta faziosa e scismatica», e quindi si dava a modificare il carattere della costituzione in senso aristocratico e favorevole alla supremazia della corona. Il governatore e gli altri ufficiali regi venivano sottratti del tutto alla dipendenza della legislatura coloniale, imponendosi per il loro mantenimento un'imposta fissa sul tabacco esportato; l'ordinamento giudiziario veniva del pari sottratto al controllo popolare, affidandosi esso ad un tribunale coloniale supremo, costituito dal governatore e dai membri del consiglio, e ad otto giudici di pace per ogni contea, nominati dal governatore ed incaricati oltrecchè degli affari giudiziari di fissare e riscuotere le tasse della contea; si emanava un codice, dove le norme fino allora vigenti erano inasprite a dismisura; si dichiarava chiesa di Stato quella ufficiale della madre patria, imponendosi a ciascuno di contribuire alle spese del culto, quantunque la dispersione degli abitanti fosse tale da impedire a non pochi di approfittare di esso, e conculcandosi ogni libertà di coscienza colle pene severe comunicate contro i quakeri ed i non conformisti in genere.
Quasi tutto ciò non bastasse, l'assemblea eletta per due anni non deponeva allo spirare del termine i suoi poteri, ma ad immagine di quanto avveniva nella madrepatria rimaneva in carica un sedici anni, durante i quali non solo decretava pei suoi membri emolumenti esorbitanti a spalle dei coloni, ma, degno coronamento all'edificio, colpiva alle radici stesse la democrazia, limitando il suffragio universale. Sotto il pretesto comune ad ogni classe conservatrice che «il modo ordinario di scegliere i _borghesi_ (rappresentanti) per mezzo del voto di tutti gli uomini liberi» produceva «dei disordini e dei torbidi», che non tutti gli elettori erano in grado «di scegliere delle persone sufficientemente adatte ad esercitare una missione sì alta», si decretava nel 1670 che «nessuno, se ne eccettui i liberi proprietari del suolo ed i capi di famiglia, avrebbe d'ora in avanti il voto per l'elezione dei borghesi». La maggioranza del popolo si vedeva così spogliata di quelle franchigie elettorali, di cui era gelosa come del privilegio più prezioso e più caro. Assemblea senza limite di tempo, governo regio indipendente perfino nello stipendio dalla colonia, sistema elettorale ristretto ed indebolito, libertà religiosa soffocata, magistrati di contea irresponsabili e padroni di levar tasse a loro beneplacito, ostilità manifesta ad ogni elevamento intellettuale del popolo, ecco quanto il latifondo alleato al potere regio dava in pochi decenni ad una colonia, che era sorta su basi diametralmente opposte.
Gli stessi latifondisti però non avevano troppo da lodarsi di quel governo regio, cui s'erano alleati solo per consolidare il loro potere politico: mentre Carlo II, sempre prodigo di quello d'altri, dispensava a larghe mani le terre della Virginia ai suoi cortigiani, senza nessun riguardo ai diritti acquisiti, i produttori di tabacco si vedevano danneggiati oltremodo dalla politica coloniale della madre patria, che stabiliva un monopolio commerciale altrettanto rovinoso per la Virginia quanto poco sentito nei primi tempi dalle colonie settentrionali. Da una parte i prodotti coloniali dovevano essere trasportati solo in Inghilterra o nei possessi inglesi e per di più su navi inglesi; dall'altra i coloni non potevano ricevere da navi estere le mercanzie loro necessarie, arrivandosi nel 1672 ad ostacolare con dogane interne lo stesso traffico intercoloniale. Mentre le colonie settentrionali per la facilità del contrabbando esercitato su vasta scala, per le incipienti industrie locali e sopratutto per il genere dei loro prodotti agricoli non risentivano gran danno da tali disposizioni; queste, fatte osservare scrupolosamente nel mezzogiorno, unico produttore dei generi d'esportazione, colpivano in pieno petto la società virginiana, la cui vita economica si riduceva tutta alla cultura del tabacco. Sottratto alla concorrenza mondiale, l'unico prodotto del paese veniva venduto a prezzi più bassi sul ristretto mercato inglese; mentre da questo solo ed a prezzi quindi più alti potevano i Virginiani fornirsi degli oggetti alla vita indispensabili. Agli atti di navigazione s'era aggiunta poi la guerra anglo-olandese a danneggiare maggiormente la colonia, le cui poco floride condizioni venivano inasprite ancor più dal dispotismo e dalla rapacità del governatore Berkeley.
Il malcontento per tante cause diffuso nella popolazione, nella bassa in ispecie privata delle sue franchigie, non aspettava più che un'occasione per divampare in un incendio, che le condizioni demografiche del paese rendevano ancor più temibile. Una guerra cogli Indiani, che invano tentavano colle armi nel 1675 la difesa del proprio paese da ulteriori usurpazioni bianche, guerra condotta come il solito ferocemente da ambo le parti, dai Pellirosse come dai coloni, che moschettavano perfino i messaggeri di pace, ne fornì il pretesto: un giovane e ricco piantatore d'idee liberali, Nathaniel Bacon, nato in Inghilterra durante le lotte del Parlamento contro il re, si metteva alla testa dei coloni nella lotta contro gli Indiani massacratori nonostante le proibizioni del governatore, geloso di lui e timoroso d'una levata in armi della popolazione. Bacone dietro le istigazioni della fazione più aristocratica veniva dichiarato dal Berkeley ribelle, ed i ricchi coloni lo abbandonavano; ma egli continuava la sua spedizione alla testa dei pochi rimastigli fedeli, mentre una rivoluzione popolare obbligava il governatore a sciogliere la vecchia assemblea. La nuova assemblea, di cui era eletto membro anche Bacone ritornato vittorioso, abrogava tutte le restrizioni imposte dall'altra alle libertà del paese, ed una completa amnistia veniva concessa. Era questa però violata dall'orgoglioso governatore, il quale dichiarando una seconda volta traditore Bacone, ripartito contro gli Indiani, scatenava sulla colonia con la rivoluzione popolare una guerra civile, nella quale la Virginia rivelava già quell'ardire e quell'entusiasmo per la libertà, di cui darà prova un secolo dopo. Contro il popolo il Berkeley radunava una massa di servi affrancati per l'occasione, di Indiani reclutati, di mercenari, di soldati inglesi dei vascelli ancorati in quelle acque; ma i coloni, presa Jamestown, la bruciavano per non lasciarla al nemico: due delle case migliori appartenevano a Laurence ed a Drummond, e i due patriotti per primi vi appiccavano il fuoco. La Virginia offriva così il suo unico villaggio in olocausto alla libertà! Bacone però moriva di febbri malariche durante la lotta, ed i suoi partigiani privi del loro energico capo venivano ben presto domati: vent'uno fra essi, tra cui il Drummond, aprivano il martirologio della libertà americana. La reazione fu così stolta e sanguinaria, che lo stesso Carlo II la sconfessava, dicendo: «il vecchio folle ha sacrificato più vite in quel paese deserto, che non io stesso per l'assassinio di mio padre».
Non per questo però i principii sostenuti da Bacone venivano riconosciuti dalla metropoli, troppo gelosa della sua supremazia assoluta sulla colonia. Il Berkeley ritornava in Inghilterra per scolparsi e vi moriva appena arrivato; ma l'antico ordine di cose economico e politico veniva ristabilito, le misure prese dall'assemblea di Bacone abrogate, e la legislazione, conforme alle istruzioni regie, le quali raccomandavano «d'aver cura che i membri dell'assemblea non fossero eletti che dai liberi proprietari», conservava tutti gli elementi aristocratici introdotti in essa anteriormente.
§ 2. MARYLAND. — Come il Massachusetts nel Nord, così la Virginia nel Sud fu per ragioni cronologiche e più ancora sociali la madre d'un gruppo di colonie, affini per clima, per suolo, per ordinamento politico. Prima tra queste fu il Maryland[11] uscito può dirsi dalle sue viscere, giacchè il territorio, che sotto tal nome venne ad aggiungersi quale colonia autonoma all'Antico Dominio, era compreso nei limiti assegnati alla Virginia nella seconda sua carta (1609). Un inglese intraprendente e risoluto, mandato in America nel 1621 dalla compagnia di Londra per costruire la carta del paese e diventato in seguito membro del consiglio virginiano, Guglielmo Clayborne, aveva esplorato il paese al nord del Potomac, avviato il primo commercio in pelli cogli indigeni, creato per esercitarlo una compagnia munita di regia patente ed infine fondati alcuni stabilimenti sull'isola di Kant, nel cuore della futura colonia, e presso la foce della Susquehannah; quando il cattolico sir Giorgio Calvert, lord di Baltimore, che, partecipe fin da giovine dell'entusiasmo generale per le piantagioni americane, aveva tentato senza successo di fondarne una in Terra Nuova, gettava gli occhi sulla Virginia come paese più adatto ai suoi disegni. Vi si recava infatti personalmente per dar corpo ai suoi sogni, ma l'intolleranza religiosa gli faceva capire subito che a lui, convertito nel 1624 al cattolicesimo, mal sarebbe stato possibile fondare pacificamente una colonia in terra di episcopali. Egli si rivolgeva allora direttamente al re, di cui nonostante la conversione aveva conservato il favore per le doti eminenti, i servigi prestati, la moderazione, il credito ampio presso tutti i partiti; ed una carta gli concedeva come proprietà privata assoluta e trasmissibile quel paese di là dal Potomac, su cui già fissavano cupido l'occhio e Francesi ed Olandesi e Svedesi: così nel 1632 veniva staccata dalla Virginia e costituita in provincia autonoma col nome di Maryland, in onore della regina inglese, il paese dal 40º grado di latitudine al Potomac e dalle sorgenti di questo all'Atlantico.