Part 7
Ma il treno dopo una breve sosta ripigliava la sua corsa e nessuna delle viaggiatrici scendeva.
S'addensò la sera violacea sui campi, vi cadde la notte nera punteggiata in alto da uno sfolgorìo di stelle e le due donne ignote gettate dalla loro sorte attraverso alle buie strade del mondo, andavano andavano senza tregua, sedute l'una di fronte all'altra, mute e ostili, portando ognuna nell'anima oscura il suo triste segreto.
Ora la più giovane s'era tolto il cappello troppo ampio, e con le chiome abbondanti pettinate semplicemente e disposte a treccia intorno al visetto stanco appariva meno goffa, quasi infantile pur nel suo precoce sfiorimento. Meno padrona di sè della vicina, si abbandonava ora alla propria disperazione celandosi nell'ombra che riempiva gli angoli dello scompartimento e lasciava sfuggire qualche gemito dal petto oppresso e pieno di singulti.
La matura signora rimase qualche tempo ad ascoltare immobile quel pianto, più infastidita che commossa, quindi ritenne suo dovere, dovere di semplice umanità, di tentare una vaga parola di conforto.
— Signora, non si disperi così, — disse con la sua voce che era dolcissima e piena di inflessioni calde, come dev'essere la voce educata di una dama, — quel pianto le farà certo più male.
— È impossibile, — gemette l'altra senza sollevare il volto che teneva chiuso nelle palme e nascosto incontro allo schienale. — Quello ch'io soffro è così orribile! Mi sembra di morire, di morire anch'io con lui. E non mi resta altro da desiderare.
— Se il dolore di un'altra donna può confortarla, pensi che la mia angoscia è forse più grande della sua, sebbene certo diversa, — mormorò la signora attempata chiudendo gli occhi e sospirando profondamente; ma la sua compagna si strinse nelle spalle e crollò il capo in un disperato diniego.
Tacquero entrambe di nuovo, e la matura dama scrutò per un lungo momento nell'ombra la persona accasciata e sconvolta della giovane donna, e non aggiunse parola. Ma pensava intanto con amara meraviglia: — Anche costei va dunque incontro a qualcuno che muore, a qualcuno che ella ama? E chi sarà quest'altro agonizzante? Un fratello, un amante, un marito? V'erano dunque tanti che stavano morendo a quell'ora stessa?
Ella non rivolse più la parola alla sconosciuta, ma nell'ombra dello scompartimento, sotto la lampadina velata intensamente d'azzurro, incominciò pur essa a piangere in silenzio.
Piangeva senza un singhiozzo, senza un sospiro, senza un gemito le sue terribili lagrime materne che fino allora non avevano potuto sgorgare. Piangeva quasi per una comunicazione di debolezza dinanzi alla desolata anima umilmente messa a nudo da quell'altra afflitta. E se ne sentiva sollevata pur nella tragica incertezza in cui si dibatteva fra le ardenti speranze del cuore e gli sconsolati ammonimenti della ragione.
Poichè la donna matura correva a vedere e a salutare forse per l'ultima volta il suo figliuolo moribondo. Egli era partito quattro mesi innanzi per una cittadina del Veneto, vestito d'una bella divisa di ufficiale, seduto al volante della sua veloce automobile, allegro, disinvolto, brillante come ella non l'aveva mai veduto. E le sue lettere piene di gaiezza e di entusiasmo le erano giunte a intervalli frequenti e irregolari, rassicurandola sempre più ch'egli non correva quasi pericolo e che viveva lietamente e gagliardamente la sua avventurosa e varia esistenza di guerriero moderno.
Senonchè un giorno, in mezzo alla più illusa e fiduciosa tranquillità, un telegramma con poche ma orrende parole le era giunto: “Suo figlio gravemente ferito disastro automobilistico. Parta subito„.
Inebetita di terrore ella s'era buttata nel primo treno in partenza, e durante le lunghe ore del viaggio una specie di torpore fisico e spirituale s'era impadronito di lei, l'aveva tenuta ferma, immobile, quasi impassibile fra quelle quattro brevi pareti, rassegnata fatalmente alla lentezza di quel cammino che la portava incontro a suo figlio morente, forse a suo figlio morto.
Soltanto la presenza di quell'altra creatura dolorante, salita poco dopo di lei, le era sembrata dapprima intollerabile. Quella compagna impostale dalla sorte l'aveva costretta forse a chiudere dentro di sè, con più rigida austerità, il suo dolore lacerante, per quell'istintivo pudore composto di sensibilità e di orgoglio che aveva improntato tutti gli atti della sua vita di signora nobile e ricca.
L'ignota compagna continuava intanto a gemere nell'ombra con sollevamenti di singhiozzi in tutta la persona accasciata, quando il treno si inoltrò sotto una tettoia appena illuminata e qualcuno gridò il nome d'una città.
Era una stazione d'arrivo, il treno non andava più oltre. Tutti scendevano.
Scesero anche le due viaggiatrici e scomparvero piccole e nere per due strade diverse, inghiottite dalla oscurità paurosa che avvolgeva e proteggeva quella città di confine esposta agli attacchi di un aereo nemico.
Giunse la madre presso il letto di suo figlio moribondo e lo trovò desto ad attenderla, con gli occhi e le gote accesi dalla febbre, ma tremendamente presente a sè stesso e consapevole del suo stato. Le sorrise fievole e si lasciò baciare sulla fronte fra i capelli scomposti che ella con l'atto consueto della sua mano bianca e leggiera tentò di ravviare.
— Baciami, mamma, che me ne andrò presto, — le susurrò con uno sguardo di desolata implorazione.
Ella stoicamente potè reprimere l'irrompere di un grido che la strozzava e sedere accanto a lui accarezzando le sue mani con trepida tenerezza.
— Ti vorrei dire una cosa, — egli le mormorò quasi all'orecchio, battendo le palpebre con una timidità ritrosa che sua madre gli aveva conosciuta ai tempi dell'adolescenza. — È una cosa molto difficile a dirsi, — egli continuò parlando lento e aprendo e chiudendo le dita con un gesto nervoso, mentre il suo povero petto lacerato dall'urto del volante ansava di pena e di fatica.
— Dimmi, dimmi, caro, — lo incoraggiò la madre ansiosamente curva su di lui.
— C'è una donna, — riprese il malato a stento, quasi in un balbettìo sommesso, — c'è una donna da cui ho avuto un figlio sei anni fa e che ho sposato.
La madre strinse le mascelle e chiuse gli occhi. Fece dentro di sè, nel suo cuore orgoglioso il vuoto e il silenzio, si impedì di giudicare quel suo figliuolo morente che si confessava a lei.
— Il bambino è morto, — potè dire ancora l'infermo dopo una pausa, — ma ella è qui, ella vorrebbe vedermi un'ultima volta.
La madre alzò gli occhi al cielo, come per accettare quella suprema tortura, poi disse con voce rassegnata:
— Venga pure, io mi ritiro.
— No, mamma! Non mi lasciare! — supplicò il malato afferrandole le mani. — Bisogna che tu sia qui, bisogna che tu la veda, che tu le parli, che tu dopo.... dopo che me ne sarò andato la consideri un poco, oh! solo un poco, come una tua figlia.
— Ma, fanciullo mio, questa donna mi è sconosciuta. Forse non ha meritato il tuo amore, forse non meriterebbe quello che tu chiedi a me. Tu vuoi farmi accogliere e amare una creatura ch'io non ho mai incontrata sulla mia strada, di cui non so nulla, nè il viso nè il nome, che forse s'è attaccata a te per un basso interesse, senza un vero affetto, indegnamente.
— No, mamma, è buona. Era una povera bimba sola ed io l'ho fatta tanto soffrire! Io le ho fatto tanto male! Tu mi perdonerai e le perdonerai, non è vero? Tu le vorrai un poco di bene?
— È ben duro ciò che tu chiedi.
La madre trasse a denti serrati un lungo, profondo sospiro, poi chinò il capo grigio sul letto e attese.
— Posso farla chiamare, mamma?
Ella accennò di sì a testa curva, in silenzio, e con la faccia sconvolta nascosta fra le palme, con un tremito convulso nelle gracili spalle, aspettò che entrasse la moglie di suo figlio.
Sentì la porta aprirsi dopo un momento, sentì qualcuno entrare di un balzo, cadere su di lui, coprirlo di baci gemendo e singhiozzando, chiamandolo a nome perdutamente.
Rimase ancora affondata sulla sponda di quel letto, nel terrore di sollevare lo sguardo su quella donna ignota che si gettava improvvisamente nella sua vita per essere protetta e amata, rimase immobile ancora un attimo ad immaginare l'aspetto di quella intrusa, oscuramente partecipe della esistenza di suo figlio, misera preda d'amore tenuta nascosta per non ferire l'orgoglio del loro nome, la quale si presentava ora, fra gli sgomenti e i pentimenti di un'agonia, a spargere le sue lagrime e a chiedere la sua parte di pietà.
— Mamma! — la implorò roco il moribondo sfiorandole con una tremula mano la spalla.
Allora ella si sollevò, guardò la donna inginocchiata presso il letto, quasi ai suoi piedi, e riconobbe la sua compagna di viaggio.
L'UOMO TINTO.
— Eccolo! Eccolo! — annunziò la giovine signora sporgendo il busto dalla balaustrata dell'alta terrazza. E con la mano sottile, dalle unghie molto rosee, additò qualcosa di nero che camminava con lentezza per la strada bianca, laggiù. Nell'atto l'ampia manica del suo chimono di crespo azzurro scivolò e apparve la morbidezza chiara del suo braccio tornito che molte armille d'oro tintinnanti cingevano al polso.
Il giovane che le stava alle spalle buttò la sigaretta e l'afferrò all'avambraccio quasi con durezza.
— Perchè ti occupi di quel vecchio avanzo d'umanità miseranda?
— Miseranda? — ella ripetè, volgendosi a balenargli in faccia il suo riso. — Dicono che quel vecchio avanzo d'umanità possegga parecchi milioni accumulati in mezzo secolo di losche speculazioni e d'esosa avarizia.
— Fa schifo. Dev'essere un ebreo usuraio.
— Usuraio certo, ma ebreo no. Appartiene anzi a una cospicua famiglia e si fregia d'un titolo nobiliare.
— Davvero? Me ne rallegro tanto.
— Si chiama il marchese Licandri. Suo padre fu ambasciatore, sua madre era una principessa polacca.
— Non si può affermare che il discendente abbia aggiunto lustro alla gloria degli avi. Ma chi ti ha così ampiamente informata sul passato e sul presente di quell'individuo?
Parlando egli le cinse la vita col braccio e la costrinse a rientrare nella saletta da pranzo dove, sulla tavola ancora apparecchiata e lucente di cristalli e di metalli, la cameriera serviva il caffè.
La giovane coppia, sposata da un anno e mezzo e tuttora immersa in tenerezze blande di nuzialità, abitava da una settimana in quel grande casamento moderno a molti piani e a molti strati umani sovrapposti, dove si rifugiava a vivere la sua ristretta esistenza borghese un piccolo mondo ancora ad essi sconosciuto.
— Chi m'ha informata? — ripetè Nora Dellaris, la donna dal chimono azzurro, sedendo dinanzi alla sua tazza e rimestando lungamente il caffè. — Un'antica amica di mammà che tu non conosci, perchè ora vive in campagna, ha abitato per alcuni anni in questa casa e conosce minutamente la storia e la genealogia di tutti coloro che vi abitavano al suo tempo. — Sostò un momento, inghiottì un sorso e proseguì con un sorriso acuto: — È una donna che meriterebbe di essere assunta come agente informatore al servizio di qualche polizia segreta, tanto è avida di conoscere i fatti altrui, tanto è ostinata nel rintracciarli e sagace nello scoprirli.
— Io la definirei più semplicemente un'intrigante curiosa e pettegola, — dichiarò suo marito con aria sprezzante.
— Hai torto. È una persona interessante perchè conosce od ha l'aria di conoscere i suoi simili come il romanziere conosce i personaggi dei suoi libri.
— E allora ho ragione di chiamarla pettegola. È evidente che, quando non sa, inventa.
— Credo che inventi di rado. Possiede il fiuto d'un vecchio cane da caccia che non s'inganna seguendo una pesta. Mio fratello se ne servì molte volte quando andava in cerca di persone facoltose e generose per....
La voce di Nora s'abbassò e s'interruppe. Ella chinò il viso rabbuiato su la sua tazza sfuggendo per un momento allo sguardo di Riccardo che gettava all'aria larghe boccate di fumo torcendo la bocca con disprezzo.
— Per farsi pagare i debiti, — egli concluse con una smorfia espressiva, e soggiunse a mezza voce: — e per fuggirsene poi chi sa dove, a finire i suoi giorni chi sa come. — Buttò la sigaretta, la guardò fumigare e spegnersi sul portacenere d'argento, e s'alzò parlando con ostentata gaiezza: — Dunque, che cosa ti ha narrato la tua informatrice su quel blasonato rudere umano?
— Ti ho già ripetuto tutto quanto so, — rispose Nora di nuovo rinfrancata. — Che ha un titolo, molti quattrini, quasi sessant'anni e che si tinge capelli e barba con una miscela di sua fabbricazione che, per ragioni d'economia, si prepara egli stesso nel mistero impenetrabile di casa sua dove nessuno è entrato mai.
— Magnifico! — esclamò Riccardo in una beffarda risata. — Quell'uomo è il poema della sordidezza, è l'apoteosi vivente dell'avarizia.
— Qui nella casa e nei dintorni, — informò Nora, — lo chiamano soltanto “l'uomo tinto„, perchè quell'intruglio quasi nero e molto semplicista di cui s'impiastriccia il viso, sconfina spesso dai limiti che gli sono assegnati, con un effetto di comicità ed anche di trascurata pulizia più grave anche di quanto forse in realtà non meriti il vecchio marchese Licandri.
— Si direbbe quasi che vuoi assumerne la difesa, — notò il marito alquanto sarcastico.
— Tu scherzi, Riccardo, — ella sorrise con una blanda protesta.
— Sì, scherziamo da dieci minuti tutti e due, smarrendoci in chiacchiere inutili su questo nostro sconosciuto vicino di casa, il quale appartiene a quella numerosa categoria del nostro prossimo che è, e che ci sarà sempre profondamente indifferente. Nora, dammi le tue mani.
Riccardo prese fra le sue le sottili mani ch'ella gli tendeva e si chinò a baciarle nelle palme; poi le accarezzò i capelli e baciò le fresche labbra su cui errava un sorriso distratto.
— Ora vado, amore caro. Il dovere mi chiama, — e s'avviò all'anticamera, infilò il soprabito parlando con leggerezza serena. — Oggi debbo difendere un ladruncolo che tagliò una tasca per rubare un portafogli. Il derubato, che è un ricco signore, non se ne accorse e avrebbe creduto a uno smarrimento se non si fosse trovato il taglio nella giacchetta. Ciò lo indusse a denunciare il furto e a far acciuffare l'abile ladro.
— Che peccato! — esclamò Nora crollando la testa bionda.
— Che peccato? — rise Riccardo con gaio stupore. — Ma io scopro in mia moglie un'anima di delinquente.
— Rubare ai ricchi non è un atto di delinquenza. È così giusto ed è così umano! — ella sospirò.
— No, mia piccola Nora. Sei troppo graziosa per parodiare Carlo Marx, — l'ammonì suo marito dirigendosi alla porta. — E poi, le donne belle non hanno bisogno di rubare. Ottengono tutto con assai meno fatica e con assai meno rischi.
— Tu credi? — ella domandò senza sorridere e il marito non sentì l'ironia sottile che vibrava nella sua voce.
La salutò dalla soglia con un gaio cenno della mano e corse via canterellando.
Nora Dellaris richiuse la porta alle spalle di suo marito e andò a guardarsi nel grande specchio appeso sull'antica cassapanca dell'anticamera.
— Le donne belle ottengono tutto, — si ripeteva, osservando il suo volto emergente dallo sfondo in penombra. E sogghignò con amarezza a quell'altra Nora che la fissava con due occhi bui, stringendosi intorno alla persona le pieghe del suo chimono azzurro e sospirando a denti chiusi, come sospira la malinconia aspra e desiderosa.
Sapeva d'essere bella e riconosceva che ben poco le aveva concesso la sorte in omaggio alla sua bellezza. Vi pensava talvolta con una tristezza irosa la quale si placava poi a poco a poco nell'inerzia indolente che viene dalla certezza di trovarsi di fronte alle cose ineluttabili.
Ora le parole leggiere di Riccardo le risuscitavano in cuore l'antico malcontento di donna insodisfatta. E rientrò nella sua camera da letto, s'abbandonò sul lungo divano senza spalliera, alla Récamier, chiudendo gli occhi assorta in una inquieta meditazione.
La ricchezza! Ella non la possedeva. Non godeva di ciò che un poeta ha definito: quella spaventosa meraviglia che si chiama il denaro. La posizione del marito le concedeva una piccola agiatezza discreta, misurata giorno per giorno col compasso limitato della possibilità. Aveva dinanzi a sè la sicurezza di un domani sempre eguale e sempre mediocre, privo dei bei capricci e delle improvvise follie che la ricchezza consente.
Ed era giovane, poichè non contava ancora i trent'anni. Si sentiva più giovane pel desiderio di vivere e di gioire che le riempiva le vene. Amava avidamente le cose rare, magnifiche e preziose, sacre alla vanità e al lusso femminile. Le sete molli che accarezzano le carni, i profumi intensi che stordiscono come gli oppiati, i gioielli che splendono sui velluti delle vetrine come stelle su firmamenti bui. E le lucenti macchine sorvolanti sulle vie polverose, i cavalli agili lanciati al galoppo vertiginoso tra eleganti folle in attesa fremebonda, le ville sognanti dietro cancelli dorati, immerse in verzure cupe, rifugi fastosi del godimento, ove la vita sembra trascorrere come una voluttà senza fine.
Nora s'alzò con impeto dal suo divano e mosse alcuni passi per la stanza, come per scacciare da sè quelle visioni tormentose e ostinate. Un mazzolino di ciclami moriva lentamente con l'umile grazia dei fiori di selva in un vasetto di fiorazzo pesarese a vivaci colori posato sul piano della piccola scrivania. Ella lo odorò socchiudendo gli occhi, a lungo, poi staccò alcune di quelle corolle rosee e le sminuzzò fra le dita nervose.
Perchè torturarsi nella vanità irritante di quei pensieri tante volte scacciati come tentatori inutili e grotteschi? Ancora una volta ella li allontanava con molestia irosa sentendoli puerili e stolti, ma nondimeno, ritta in mezzo alla stanza, con le sopracciglia congiunte sugli occhi fissi al suolo, ella vedeva passare dinanzi a sè, come poco prima dall'alta terrazza, la figura nera di quel vecchio vicino, ricco, avaro e ritinto che le aveva forse ricondotto in cuore l'antico tormento sopito.
Perchè mai quell'uomo, che racchiudeva nei suoi scrigni quella forza stupefacente e prepotente con cui tutto si può ottenere, anche l'illusione della felicità, preferiva invece di vivere come un povero, in una solitudine umile e gretta, ostentando dinanzi al prossimo che lo scherniva quella sua persona meschina, intorno a cui aleggiava un sentor losco di mistero e d'intrigo?
Costui possedeva il mezzo prodigioso con cui ammansare le ferocie dell'umanità, con cui piegare ai suoi piedi in adorazione coloro che adesso lo deridevano e non se ne serviva nè contro di loro nè in pro di se stesso. Vegetava solo, contando il suo danaro, infagottato in vecchi abiti male odoranti, in poche stanzette buie dove nessuno entrava mai, mentre avrebbe potuto vivere in un palazzo sfarzoso, fra domestici esperti in tutte le arti del servire, fra donne esperte in tutte le arti dell'amare, godendo nei pochi anni che ancora gli restavano tutte le obliose dolcezze che quel cumulo gelido di carte racchiuse in un mobile tarlato inutilmente gli offriva.
Ed ella si domandava con uno scatto di sdegno quale insensato, quale incosciente, quale bruto fosse dunque costui. Ella si chiedeva che cosa fossero state la giovinezza e la maturità di quest'uomo per ridurlo nella vecchiaia a quella volontaria miseria, a quella rinunzia cercata di tutti i beni considerati necessari o invidiabili nel mondo che lo circondava. Che era dunque mai quest'uomo? Un filosofo, un pazzo, un disilluso?
Di nuovo ella si scosse e sogghignò di se medesima e del suo vaneggiare. Entrava il sole dall'alta finestra aperta sul cielo chiaro, alcune rondini guizzavano per l'azzurro con strida giulive di bimbe inseguite, un orologio non lontano suonò in cadenza squillante tre colpi. Nora rammentò che doveva uscire poco più tardi e incominciò lentamente a vestirsi. Vi pose una cura minuziosa, quasi amorosa come sempre quando s'occupava della propria persona. Infilò le lunghe calze di seta, aerea trama nera sul biancore opaco della carne, e le scarpette lucenti su cui il largo nodo si posava, come una farfalla bruna sopra un fiore notturno. E quando ebbe indossato l'abito di velluto molle appena chiuso alla cintura e il cappello stretto da cui sfuggivano alcune ciocche bionde, s'avviò verso l'uscita calzando indolentemente i guanti di camoscio bianco. In anticamera diede qualche ordine alla cameriera e si trovò sulle scale sfolgorate dal gran sole che penetrava dalle finestre a vetri colorati.
Scendeva senza affrettarsi, calcando ogni gradino, col suo passo abbandonato e pigro di donna che spesso sogna e meglio che nella vita ritrova se stessa in qualche angolo incantato della fantasia. Scendeva languidamente nella chiarità calda di quel pomeriggio d'avanzata primavera, chè le torbide meditazioni di poco prima, pur già lontane e quasi dimenticate, le avevano lasciato dentro un amaro di cose insodisfatte, un rimpianto non ben definito, ma tuttavia acre e bramoso.
Sentiva in sè l'oppressione delle sue volontà inappagate e inappagabili sotto forma di quella inquietudine oscura che quasi sempre l'accompagnava, ma che oggi non riusciva a dominare, nemmeno con l'aridità voluta dal suo scetticismo.
Quando fu in fondo alle scale e prima di percorrere l'androne che s'apriva sul viale deserto, si fermò e chinò il capo intenta ad abbottonare sul polso uno dei suoi lunghi guanti scamosciati. Ma quando sollevò lo sguardo, lo fissò dinanzi a sè pieno di meraviglia.
Il suo vicino di casa, il marchese Licandri, l'uomo tinto, percorreva l'atrio invaso dalla luce variopinta delle vetrate a colori. Si avanzava lento verso di lei, appoggiato al suo bastone di canna d'India, a brevi passi misurati e a testa alta, fissandole in volto due rotondi occhi azzurri, due pupille chiare, quasi fanciullesche nella devastazione senile del viso, e quello sguardo che non si staccava da lei e pareva al tempo stesso implorare perdono per la propria insistenza inopportuna, manifestava un'ammirazione stupita e profonda, traduceva l'adorazione muta d'un uomo che contempla una cosa bella e se ne compiace, che osserva un tesoro non suo e se ne duole.
Anche la giovine donna lo guardò e si meravigliò di non trovarlo così ributtante come lo immaginava. La povertà dell'abito, la trascuratezza disordinata della persona, la barba a chiazze nerastre che gli invadeva metà del volto le sembrarono quasi bizzarrie sdegnose di uno spirito strano che abbia in disprezzo l'umanità.
Sempre fissandola egli le passò accanto, si levò il cappello in un gesto rispettoso di saluto e le parve in quell'atto meno sinistro e meno brutto, con l'alta fronte scoperta e i capelli buttati all'indietro. Portava un colletto molle arrovesciato sopra una cravatta nera e svolazzante, una redingote sciupata e d'antico taglio, scarpe di grosso cuoio su cui ricadevano i pantaloni troppo lunghi. Così magro, giallastro e dimesso pareva un vecchio professore a riposo, o un vecchio artista deluso e affamato. Poteva forse anche sembrare una persona rispettabile senza quell'incerto colore di nero-fumo che gli si diffondeva intorno alle orecchie e alla nuca e rappresentava per lui una lontana illusione della giovinezza da tanto tempo perduta: strana contradizione, stonatura grottesca con quella sua figura meschina d'usuraio, con quella sua anima avida d'avaro.
Esisteva dunque in quell'uomo, oltre al tenace amore per il denaro, anche il bisogno di dissimulare la sua vecchiaia, indizio confuso ma certo d'un sopravvivere d'aspirazioni o di desideri in contrasto con l'egoistica linea di vita che egli pareva seguire.
Passò oltre, salì i pochi gradini che lo conducevano al suo alloggio, un piccolo appartamento a terreno che s'apriva sul pianerottolo semibuio. Trasse dalla tasca una chiave, aprì adagio la porta dissimulata nell'ombra e si rivolse un'ultima volta ad ammirare la bella signora bionda, tuttora ferma nella gran luce variopinta che scendeva dalla vetrata.