Part 6
— È per beneficenza, signor.... — e appoggiò su l'interruzione quasi interrogando.
— Derni, ingegnere Arturo Derni, — egli compì con un mezzo inchino, e porse alcune monete d'argento senza guardare le cartoline.
— Grazie, — disse l'Oltano. — Sono per l'Asilo infantile. Quale sceglie?
— Nessuna. Prego.
Ella si strinse nelle spalle lievemente sdegnosa e uscì in fretta, ma nel varcare la soglia urtò col braccio arrotondato in uno spigolo e il ventaglio disfatto sparpagliò sul pavimento una dozzina di effetti lunari pateticamente verdognoli. Arturo s'inginocchiò a raccoglierli e tentò di ricostruire il ventaglio, mentre ella con le mani alle tempie rideva gaia e confusa, ripetendo:
— Grazie, grazie, scusi....
Così avvenne che l'ingegnere Derni fu introdotto alquanto riluttante fra quella gente disoccupata che da otto giorni commentando il colore dei suoi occhi, la forma della sua bocca e la linea del suo torace, lo aveva soprannominato “il bell'Arturo„.
Glie lo raccontò la marchesina Oltano la prima volta che, per diritto di civilizzazione, com'ella dichiarava col suo spirito mordace, riuscì a farsi portare in barca sopra un bellissimo mare tutto argenteo d'ombre e di luci crepuscolari.
— Ma questo per un uomo è un'offesa, — rise Arturo remando, con la testa bruna buttata all'indietro e i capelli ondulati già confusi coi primi veli della sera imminente.
— Tutt'altro: è una lode, — ella rispose fissandolo immobile, coi suoi grandi occhi divoranti.
— Una lode piuttosto sarcastica, — commentò il giovane con serenità.
Ella non rispose più, ma continuò a fissarlo con le pupille dilatate e il suo volto si faceva sempre più pallido. A un tratto si ripiegò su se stessa e mormorò dissimulando l'orribile spasimo della contrazione nauseosa:
— Mi porti a riva.
Vi giunse col viso verdastro e le palpebre nere, ma saltò dalla barca sorridendo, con quella forza di volontà che è nelle donne nervose un estremo di superbia.
— Hai sofferto il mare? — le domandarono le amiche, attorniandola con sorrisi ambigui.
— Affatto, care. Per nulla! Sto benissimo!
Ma corse nella sua camera e si buttò sul letto sconvolta, dolendosi con gemiti d'ira contro quello stupido male che le aveva impedito di esperimentare, in un'ora così dolcemente complice, qualche suo sentimentale diritto di civilizzazione.
Intanto Arturo, disteso sulla spiaggia, leggeva una delle solite lettere color eliotropio, consegnatagli allora e una signora matura confidava nell'orecchio di una signora giovine il risultato di certi suoi profondi studi psicologici ed estetici, compendiandoli in questa sentenza:
— È un uomo pericoloso.
E la signora giovine, ch'era sposata da un anno, una sera trovò anch'essa modo di farsi portare in barca dall'uomo pericoloso.
Egli le parlò di Londra e di alcune usanze inglesi, di bagni di sole e di docce gelate e sebbene ella non soffrisse il mare, lo guardava e non rispondeva. Fecero il giro di un isolotto e tornarono al largo, mentre la signora continuava a tacere e a guardarlo, quasi fosse in attesa o stesse all'erta per la paura o per la speranza di una sorpresa. Presero terra dopo mezz'ora senza che nulla fosse accaduto, ma il marito della signora, giunto inaspettato in automobile, smaniando come una belva incatenata, artigliò con uno sguardo da Otello il bell'Arturo, poi spinse in camera la moglie, la costrinse a rifare i bauli e dopo una scenata violenta ripartì con lei a mezzanotte.
— Povera signora! Me ne dispiace molto, — la compianse Arturo Derni il domani, quando gli narrarono ampiamente la drammatica scena dell'arrivo e quella clandestina della partenza notturna. Guardò lontano; oscurò un momento la sua faccia di giovine dio in riposo; poi s'immerse nella lettura di una rivista inglese.
*
L'autunno lo ricongiunse finalmente a sua madre. Egli incominciò a guarire di tanta nostalgia accumulata fuori di patria, a piegare il suo spirito mite e il suo cuore restìo alle gaie consuetudini della sua età e della sua condizione. Ebbe amici ed amiche, s'arrischiò con grazia a qualche avventura insolita e portò con elegante disinvoltura quel suo nomignolo pimentato di seducente malizia.
Ma nell'inverno seguente sua madre seguì Giorgio alla Costa Azzurra e Arturo si ritrovò solo nella grande casa deserta. Fu così che un mattino, destandosi, gli balenò d'improvviso il pensiero di prender moglie e subito gli parve un eccellente proposito.
Vi fantasticò una settimana o due e già incominciava a stancarsi di quel vano immaginare, quando una sera all'Opera gli parve di riconoscere in un palco un lontano congiunto di sua madre, nonno di due giovinette orfane che s'era raccolto in casa bambine. Dissipati i dubbi e fatto certo ch'egli aveva con sè una delle nipoti, salì a salutare il vecchio parente, e poichè la fanciulla era graziosa e lo guardava volentieri ridendo con bellissimi denti arcuati nelle gengive rosse, egli si adornò di tutti i severi titoli che gli servivano solo ormai come un abito di parata da indossare in onore delle persone serie e notò che gli occhi austeri del vecchio signore molto si compiacevano di quei lustrini e di quei pennacchi. Li accompagnò all'albergo e fu invitato per il domani a colazione. Egli sentiva di piacere alla giovinetta e sopportava amabilmente le indagini un po' pedantesche che il vecchio si ostinava a compiere su le ragioni della sua vita oziosa, così male adatta alla sua età e alla sua cultura.
La mattina seguente, girovagando nei dintorni dell'albergo, scorse la graziosa fanciulla intenta a scegliere alcune rose nel canestro di una fioraia errabonda e si avvide di correre a salutarla con una impazienza piena di gioia e di meraviglia. Ella rispose al suo buon giorno avvampando nel chiaro viso diciottenne e sbattendo le palpebre come abbagliata da una luce soverchia. Il giovine acquistò tutte le rose e glie le pose fra le braccia, dicendole con ammirazione ch'ella pareva in quell'atto la stessa primavera. Ella rispose che si sentiva difatti quel mattino un'anima primaverile, ma che la sua felicità sarebbe stata breve come la freschezza di quelle rose.
— Non dipende che da lei, signorina Franca, il farla durare tutta la vita, — insinuò Arturo a voce sommessa, e lo sguardo balenante con cui ella gli rispose senza parola fu una fervida dedizione e una promessa d'amore.
Li salutò due giorni dopo alla stazione, stringendo intensamente la piccola destra di Franca e la sera stessa scrisse a sua madre chiedendole consiglio su quella possibile unione. Ne ebbe una risposta così calda di approvazioni e di incoraggiamenti che, senz'altre meditazioni, egli diresse al congiunto una formale domanda di matrimonio per la signorina Franca, sua nipote. Quindi attese, male dominando una ansietà nervosa, quasi sconosciuta fino allora alla sua tempra solida ed equilibrata. Ingannò quei giorni eterni consultando cataloghi d'arredi, attardandosi per via ad osservare i gioielli magnifici disposti sui velluti cupi delle vetrine, come costellazioni su cieli illuni, le pellicce preziose, felinamente distese oltre i cristalli, come fiere ancora vive in agguato, i grandi cappelli gravi come tiare per le piccole teste femminili fasciate di chiome attorte. E si sentì prossimo e pronto a quella chiara felicità ch'egli sentiva di ben meritare.
Dopo dieci giorni la risposta giunse. Arturo la dissuggellò col cuore pesante come una pietra e alle prime linee si lasciò cadere in una poltrona. La lettera fredda e cortese chiedeva scusa del ritardo e lo attribuiva alle necessità di prudenza e di calma con cui un cauto informatore aveva assunto il suo delicato còmpito. Soggiungeva che dolorosamente tali informazioni non erano risultate troppo favorevoli al suo desiderio e alla sua domanda e che il tutore e nonno della signorina Franca si sentiva, per onestà di coscienza e per dovere, costretto a rispondergli con un rifiuto. Egli s'indugiava quindi in qualche consiglio e terminava con queste parole: “Se venir chiamato “il bell'Arturo„ ed essere considerato un uomo pericoloso per le donne può parere titolo di gloria a un giovine elegante nella società elegante, non è a parer mio, sufficiente garanzia per assicurare la felicità di una moglie. Il passo ch'ella vorrebbe tentare è abbastanza grave per esigere qualche esperienza di più, se pure qualche seduzione di meno.„
Arturo Derni sollevò gli occhi. Lo specchio di fronte gli rimandò uno di quei volti bellissimi sconvolti di passione, quali ne balzano allo sguardo in qualche antica galleria d'arte.
E gli parve di detestarsi.
LA SALVATRICE.
Il giovane, disteso bocconi sulla spiaggia con le gambe affondate e nascoste nella sabbia calda, teneva il volto chino su le braccia ripiegate e pareva dormire o meditare al canto lungo ed eguale delle onde.
Bianca Selmi lo vide per la prima volta in quell'atteggiamento di solitario scontroso e stanco mentre tornava dalla sua consueta passeggiata pomeridiana lungo il mare e rallentò il passo per osservarlo, ma poco più tardi, giunta alla piccola pensione ormai quasi deserta ch'ella abitava, stentò a riconoscere in lui il nuovo ospite giunto il giorno innanzi.
Non più modellato dalla maglia nera che ne disegnava la linea agile e vigorosa, egli pareva più basso e più tarchiato e nella sua faccia pallidissima già solcata di rughe s'aprivano due occhi velati, assenti, quasi sperduti in una visione confusa e paurosa, due occhi che parevano guardare più in sè che attorno a sè, privi d'ogni desiderio e d'ogni curiosità.
Quando s'alzò dalla tavola d'angolo ch'egli occupava presso la finestra, Bianca vide che trascinava penosamente la gamba destra e mentre i pochi altri commensali sollevavano il viso a osservarlo attentamente, ella abbassò gli occhi sopra un giornale, quasi per non ferirlo con quell'avido sguardo d'indagine che scruta un'infermità e che offende una tristezza.
Egli se ne andò solo verso il mare che palpitava sotto le prime ombre del crepuscolo settembrino e sedette sulla rotonda deserta con le braccia appoggiate alla balaustrata e il capo sopra le mani, intento a guardare la luna che sorgeva a fatica da un cumulo di nuvolette.
Bianca ne osservò passando il profilo schietto, leggermente aquilino, i capelli neri un po' buttati all'indietro e scompigliati dal vento marino che scoprivano la fronte diritta e gli facevano una testa romantica alla Jacopo Ortis. Ella ne sorrise fra sè passando e andò oltre; ma il mattino seguente, mentre si dirigeva alla rotonda col viso chino, intenta a girare con l'uncinetto intorno a un passamontagna di lana grigia che pareva un antico camaglio in maglia d'acciaio, lo ritrovò d'improvviso al medesimo posto e nella uguale posizione della sera innanzi, come s'egli vi avesse passata l'intera notte.
Il giovane la vide e chinò il capo scoperto a un cenno di saluto al quale ella rispose con grazia sorridente, sedendo presso di lui in una sedia a sdraio.
— Forse io disturbo la sua meditazione, — disse dopo un momento con un leggero rossore. E come egli scuoteva la testa un po' confuso, cercando senza trovarla qualche parola di protesta cortese, ella soggiunse: — Io vengo qui ogni mattina a lavorare per i miei soldati. Ho quindi su di lei un piccolo diritto di precedenza. Me lo concede?
— Senza dubbio, signora. Mi perdoni anzi questa involontaria usurpazione. Io non sono che un ozioso e posso anche andarmene a oziare altrove.
Egli tacque dopo aver pronunziato a stento queste parole, ansando come se avesse compiuto uno sforzo enorme e non potè neppure rispondere con un sorriso alla gaia risata con cui la giovane donna si dichiarò offesa e spaventata di tale minaccia. Sembrava comprenderla a mala pena e non rendersi pienamente conto del tono leggiero di quella conversazione, come se una lunga assenza dal mondo o una malattia grave avessero appesantito o depresso l'agilità del suo spirito.
Bianca ne fu a un certo punto così incuriosita che tentò una vaga ricerca:
— I suoi occhi sembrano quelli d'un convalescente, ma d'un convalescente che non abbia voglia di guarire.
Il giovane sospirò e chiuse gli occhi ma dopo un momento li riaperse tutti grandi verso il mare e senza guardarla disse:
— Sono uscito ieri l'altro dall'ospedale militare, ma non sono ancora guarito. Non potrò mai guarire.
Ella lasciò cadere a terra il suo lavoro, tanto fu rapido il balzo col quale s'eresse.
— Ferito in guerra? — domandò.
— Sì, — egli mormorò. — Una scheggia di granata qui, nella gamba destra, e nel cervello uno smarrimento, un orrore, una visione così terribile che mi ha istupidito per sempre.
Balbettando, interrompendosi, soffrendo, egli aveva confessato per la prima volta il suo male a una creatura viva e questa creatura era una sconosciuta non mai incontrata prima di ieri, una donna di cui non sapeva nulla, nemmeno il nome.
Lontana e nemica egli possedeva un'agiata famiglia, padre e zii, fratelli e congiunti dei quali non aveva notizie da cinque anni e che ignoravano completamente la sua sorte.
Prodigo discolo ozioso, era stato cacciato dalla casa paterna a diciott'anni e aveva errato il mondo alla ventura, senza recar danno ad altri che a se stesso, ora spinto dalle necessità della vita al più accanito lavoro, ora dissipatore spensierato di una improvvisa fortuna, abbastanza intelligente, tenace e orgoglioso per ricominciare da capo e abbastanza indifferente alla ricchezza per disperdere ancora al vento le sue fatiche.
Al primo squillo di guerra era accorso sotto le armi e durante uno dei primi combattimenti era rimasto ferito. Nessuno aveva avvertito la sua famiglia, nessuno dei suoi era venuto a chinarsi sul suo guanciale per spiarvi in ansia le vicende dolorose del male. Egli stesso s'era rifiutato di dare il nome e il recapito di suo padre, assicurando d'essere orfano e solo. Ora, a convalescenza inoltrata, era venuto a cercare l'ultimo tepore dell'estate e la prima pace dell'autunno in quel paesello fra mare e colle già noto alla sua fanciullezza, dove la morbida spiaggia sabbiosa offriva alla sua stanchezza lunghi riposi e lunghi silenzi alla sua malinconia.
Vagamente, a frasi disordinate e monche, egli raccontò qualche cosa della propria vita alla nuova amica ancora sconosciuta, ed ella gli disse il suo nome, gli narrò d'essere vedova e d'aver varcato di parecchi anni la trentina, gli confessò d'annoiarsi rassegnata, in quel villaggio di pescatori che un caso qualunque le aveva fatto scegliere per sua dimora.
Ella parlava con una voce bassa di tono ma armoniosa e dolce, interrompendo a mezzo le frasi più gravi con una delle sue risate piene di gaiezza che invitavano al sorriso il suo ascoltatore, lasciandogli intravedere una di quelle rare anime rimaste giovani fresche e sane, nonostante le avversità e gli urti della vita.
Anche il suo volto rispecchiava l'alacre giocondità dello spirito, tanto era chiaro, mobile, luminoso negli occhi e nei denti, quantunque non bello, di linee imperfette e quasi ancora infantili.
Dario Restani, il ferito, non ne poteva staccare lo sguardo e gli pareva che un poco di quella vitalità gioconda penetrasse in lui attraverso ai limpidi occhi azzurri della donna, come una calda ventata di profumi agresti penetra in un sottosuolo pieno d'ombre e d'acque stagnanti.
Insieme si diressero alla piccola pensione quasi deserta, ella moderando il suo passo agile e svelto, egli appoggiandosi meno penosamente al suo bastone. E tornarono nel pomeriggio presso il mare, l'una per fare il consueto bagno, l'altro per affondare nella sabbia calda la sua gamba non ancora risanata e chiedere alla salsedine e al sole la guarigione della sua carne inferma.
Ma Bianca Selmi aveva intrapreso, senza quasi ch'egli se ne avvedesse, la guarigione del suo spirito assai più gravemente malato del suo corpo e gli parlava, lo interrogava, gli sorrideva, scuoteva quell'anima dalla sua fosca inerzia, gli metteva nella mente baleni e battiti nel cuore.
A grado a grado il doloroso intontimento del suo cervello che un terribile spettacolo di carneficina e di morte aveva riempito di confusione, di smarrimento, d'orrore e forse annebbiato per sempre, si risollevava, sospinto da quell'incitamento, in una luce nuova e diversa, riacquistava vigore e disciplina, viveva di una propria vita, guariva.
Dario Restani potè dopo una settimana raccontare alla sua amica, con una certa lucidità di memoria e d'impressioni, le fasi dell'assalto al quale aveva partecipato e alcuni episodi di trincea del tempo che l'aveva preceduto.
Bianca se ne rallegrò come di un proprio trionfo. La prima volta ch'ella aveva arrischiato su quell'argomento qualche domanda, egli s'era oscurato in volto rivolgendo altrove lo sguardo pieno di terrore e balbettando a stento: — Non so, non so, non ricordo. La prego, non parliamo di questo.
Dopo qualche tempo egli incominciò a osservarla e a commentare gli abiti che Bianca indossava, dimostrandosi abbastanza esperto in fatto d'acconciature femminili. La giovane donna rideva del suo fresco riso comunicativo e lo canzonava amabilmente, incitando la sua vanità di bel ragazzo, certo un tempo fortunato conquistatore. Ed egli si prestò tutto lieto a quel gioco elegante, si pose a farle una piccola corte fra galante e tenera, dimenticò d'essere un convalescente, quasi ancora un malato.
Non zoppicava più quand'ella lo guardava, discorreva con leggerezza e con spirito delle molte cose che la sua avventurosa esistenza gli aveva insegnato e si compiaceva di stupire Bianca ripetendole una frase amorosa in tutte le quattro o cinque lingue ch'egli correntemente parlava.
Ridevano insieme come due ragazzi guazzando nell'acqua o rincorrendosi sulla spiaggia nelle giornate di sole, e a Dario pareva di ritornare fanciullo e di giuocare con qualche amica della sorella nel gran giardino della casa paterna, sotto la vigilanza della vecchia istitutrice inglese, la quale sollevava di quando in quando lo sguardo dalla Bibbia e lo chiamava a sè per ammonirlo con la sua voce gutturale.
Un giorno essi finivano di prendere il tè sulla spiaggia, nella mitezza del primo sole d'ottobre, quando la cameriera della pensione li raggiunse correndo e annunziò a Dario che un vecchio signore, arrivato in automobile, chiedeva di parlargli.
Egli pensò trattarsi di qualche ufficiale superiore venuto a informarsi della sua convalescenza o a richiamarlo in servizio e accorse prontamente scusandosi e pregando l'amica di attenderlo.
Bianca lo attese un'ora e già si risolveva ad andarsene quando Dario le venne incontro con una faccia sconvolta.
— È giunto mio padre, — egli disse a bassa voce. — Desidera ch'io riparta con lui questa sera, ch'io ritorni a casa. Me ne scongiura piangendo. È venuto a prendermi.
Ella ascoltava e taceva, col cuore improvvisamente stretto da una oscura pena.
— Mi dica, mi dica, amica mia, che debbo fare? Mi supplica fra le lagrime di andare a vivere con lui. È solo, è vecchio, è malato. I miei fratelli sono tutti sposati e vivono lontano. Ha saputo, non so come, ch'ero ferito, è riuscito a trovarmi e vuole trascinarmi via con sè. Che debbo fare?
Ella tentò di sorridere come prima, come sempre, ma le sue labbra ebbero solo una contrazione dolorosa. Anche la sua voce tremò e suonò alle sue stesse orecchie mutata mentre ella diceva con uno sforzo:
— Non può rifiutare. Vada, vada con suo padre. A un vecchio padre che prega non si può dire di no.
V'era nelle sue parole un sapore un poco amaro, che Dario confusamente sentì. Egli soggiunse:
— Si stava tanto bene qui insieme noi due. La sua amicizia mi ha guarito. Debbo restare, mi dica, debbo restare? Mio padre ha sempre contato così poco nella mia vita! Un'amica è talvolta più d'un consanguineo. Non dipende che da un suo consiglio. Che debbo fare?
Ella inghiottì il nodo di pianto che le serrava la gola e con un sorriso quasi eroico mormorò quel consiglio:
— Vada. È bene che vada.
Dario le baciò le mani e s'allontanò in silenzio. Ella si distese sulla spiaggia, nascose il volto sulle braccia ripiegate e guardò atterrita nel proprio cuore. Ella aveva dato all'amico la guarigione e ne aveva ottenuto in cambio un altro male, un male più triste di qualsiasi infermità della carne: una inutile passione. La salvatrice s'era ella stessa perduta.
Rimase così fino a sera ad assaporare uno spasimo lacerante e quando rientrò nella sua camera sfinita d'angoscia, seppe che Dario Restani era partito.
L'INTRUSA.
Nello scompartimento “signore sole„ le due donne viaggiavano d'oltre un'ora senza dirsi una parola, quasi senza guardarsi, immersa ognuna nei propri oscuri pensieri. Non si conoscevano: gli occhi, l'anima, la vita dell'una erano completamente ignoti agli occhi, all'anima, alla vita dell'altra, eppure un'intima, segreta preoccupazione, quasi un indefinibile disagio non le lasciava completamente indifferenti ed estranee come due viaggiatrici che l'indicazione di un orario ferroviario avvicini per alcune ore e poi separi per sempre.
Ognuna confusamente avrebbe desiderato che l'altra non fosse là, seduta in faccia a lei, con l'ombra di un occulto dolore diffusa sul volto stanco, con la traccia di un pianto recente sulle palpebre enfiate, con la piega dell'amarezza sulla bocca pallida.
Si riconoscevano entrambe rattristate da una comune e pure ignota angoscia, la quale era costretta a contenersi e a raffrenarsi per la presenza di quell'altra spettatrice e si irrigidiva ognuna nel proprio chiuso affanno, gettando tuttavia di quando in quando uno sguardo fra adirato ed ostile alla muta compagna che le sedeva di fronte.
Una delle viaggiatrici era giovane e bionda, ma alquanto pingue e vestita con una ingenua eleganza provinciale. Portava un mantello chiaro che ne disegnava senza grazia la persona esuberante e un cappello adorno di piume ad ala tesa il quale le impediva di appoggiarsi allo schienale, costringendola a rimanere rigida e impettita nella più incomoda delle posizioni.
Il viso che doveva aver brillato di singolare freschezza, era uno di quei volti a tratti piccoli ed irregolari i quali appassiscono rapidamente e sembrano chiudersi su se stessi come i fiori avvizziti, non appena la primissima giovinezza è passata.
Ella teneva quasi sempre il capo abbandonato sulla mano, nascondendo la faccia sotto l'ala del cappello e le dita che stringevano un piccolo fazzoletto orlato di trina si portavano di tanto in tanto furtivamente agli occhi quasi per tergervi un irrefrenabile pianto.
L'altra viaggiatrice poteva contare cinquant'anni ed era grigia di capelli, magra di volto e di persona, ma improntata nelle vesti, negli atti, nel portamento del capo e delle spalle a una grande distinzione, a una severa dignità.
Tutta in nero, pur senza crespi di lutto, con uno stretto cappello di velluto che le concedeva di adagiarsi senza impaccio nel suo angolo, ella aveva appoggiato il capo allo schienale e con gli occhi chiusi, il viso pallido e fine sotto il velo fitto, rimaneva immobile in un atteggiamento di inerte abbandono e insieme di rassegnata tristezza.
Le sue mani, nascoste in un grande manicotto di volpe nera, uscivan tratto tratto or l'una or l'altra con un movimento incosciente ad accarezzare la copertina d'un volumetto ch'ella teneva sulle ginocchia e le sue dita nervose lo aprivano e lo richiudevano ripetutamente, mentre una ruga si incideva sulla sua fronte fra l'ali grige dei capelli ondulati, e il petto esile tra i risvolti dell'abito nero si sollevava, quasi a trattenere un'onda di angoscia irrompente.
Andavano così da più ore in quel treno semideserto attraverso alla campagna solitaria, fermandosi in brevi soste a qualche piccola stazione sperduta e cadeva intanto a poco a poco la sera violacea sui campi.
Presso ad ogni fermata ciascuna delle viaggiatrici gettava sull'altra un rapido sguardo d'indagine e pensava:
— Ora essa scenderà. Ora io rimarrò sola col mio dolore senza che codesta importuna compagna mi osservi e mi commenti. Ora io potrò finalmente piangere, gettarmi sul divano e singhiozzare e gemere e non più comprimere dentro di me questo male che mi torce il cuore.