Le ore inutili: novelle

Part 5

Chapter 53,909 wordsPublic domain

— Morto, morto dopo quindici giorni di vita di campo. Scomparso così con un sorriso ed un frizzo dietro lo sportello di un treno per non più ritornare. Morto, lasciando tutti a piangere e a desiderarlo vivo, a ricordarlo così bello, ad amarlo così forte. Ah! che fortuna andarsene a quel modo con un addio pieno di baldanza e sparire nell'ombra con un ultimo baleno degli occhi neri, con un ultimo riso dei denti bianchi! Perchè povero Gianni? Chi più avventurato di lui? Perchè compiangerlo? Chi sa?

S'era avviato in questi pensieri sotto una fila di portici dove la gente si pigiava per ripararsi dalla pioggia e d'un tratto s'accorse d'essere giunto davanti alla casa di sua cugina Lauretta. Allora si fermò e pensò che poteva salire da lei con la speranza di trovarla, per dirle il suo doloroso stupore ed alcune parole di sincero compianto.

Nel salotto semibuio per l'oscurità del cielo e dei cortinaggi egli trovò sua zia tutta in lagrime intenta a narrare con molti sospiri ad un'amica matura la tragica fine del suo futuro genero. Ella salutò appena Ferdinando e non lo presentò alla signora ma egli sedette sull'orlo d'una poltrona, nell'ombra, e stette ad ascoltare i particolari di quella morte con una avidità vibrante di commozione.

Quindi la visitatrice si alzò e fu chiamata Lauretta perchè venisse a salutarla. Ella si presentò sulla soglia tutta vestita a lutto come una vedova, più bella e più superba nel suo pallore senza lacrime e si lasciò baciare silenziosamente dalla matura signora che s'accomiatava. Soltanto quando questa fu uscita ella s'accorse della presenza di Ferdinando e lo guardò con due occhi foschi, senza rivolgergli la parola.

— Lauretta, — egli balbettò timido e impacciato dinanzi a quel dolore così rigidamente chiuso in se stesso, — ho letto poco fa la crudele notizia e non so dirti, non so esprimerti davvero quale profonda angoscia ne abbia provato.

Ella lo ascoltava senza guardarlo, col gomito sul bracciuolo della poltrona e la guancia sulla palma, corrugando di tanto in tanto la fronte come se quella voce la infastidisse.

— Tu non puoi immaginare, Lauretta, — continuava il gobbo — come mi abbia commosso la fine eroica del povero Gianni, e quanto lo ricordi come lo vidi l'ultima volta mentre partiva, così gioviale, così pieno di salute e di vivacità. Rammento persino, vedi, che le sue ultime parole furono per me. Addio, Nando, tanti saluti al “soprappiù„ mi gridò, mentre il treno si metteva in moto e tutti gli altri risero di cuore perchè aveva tanto spirito e non era cattivo neppure con me, povero Gianni!

Egli ebbe un piccolo sorriso accorato sul viso pallido e ossuto e guardò sua cugina aspettando ch'ella gli rispondesse con una parola, con un cenno, con uno sguardo, con un sospiro. Ma ella rimaneva immobile col viso rivolto verso la finestra da cui scendeva fra i cortinaggi una luce grigia di giornata piovosa.

— Eppure — riprese il gobbetto incoraggiato da quel silenzio che gli permetteva di aprire tutto il suo cuore — eppure, vedi, Lauretta, la sua morte è stata così bella che io non posso trattenermi dall'invidiarlo. Perdonami questa confessione che ti parrà quasi un sacrilegio, ma io sento che quando si lascia la vita in quel modo, giovani, belli, forti, amati, non c'è compianto che per il dolore di chi resta. Quello che se ne va, così di colpo, senza sapere forse di morire, è un fortunato degno d'invidia e non di pietà.

A queste parole seguì una brevissima pausa durante la quale Lauretta si alzò e gli venne vicino mostrandogli all'improvviso tutta la durezza orgogliosa e beffarda del suo viso.

— Che puoi sapere tu di queste cose? — gli disse con una voce aspra che lo colpì in pieno petto. — Puoi cantare e sospirare le belle frasi, tu che te ne rimani beatamente a casa mentre gli altri si battono e cadono. È facile parlare d'invidia per uno che muore quando si ha la fortuna di possedere una gobba che salva da tutti i rischi e da tutti i pericoli. Va là, che sei ben felice di avere, come diceva Gianni, il tuo bel “soprappiù„ che ti impedisce di esporre la pelle con gli altri. Di' la verità almeno, e non raccontare la patetica storia della tua invidia per chi se ne va. Tanto, nessuno ti crederebbe.

Ella scomparve dietro una portiera e il gobbetto rimase solo, così instupidito da quelle parole che non riuscì per un poco a trovare la porta e ad andarsene.

Ma quando fu nella strada, sotto la pioggia che cadeva sempre, se le ripetè ad una ad una e gli parve a un tratto che nessun destino al mondo fosse più triste del suo. Non poteva nemmeno compiangere chi rimaneva, non poteva nemmeno invidiare chi se ne andava. “Tanto, nessuno ti crederebbe„.

Camminò un paio d'ore sotto la pioggia ruminando fino all'esasperazione questi pensieri e quando fu notte si fermò su un ponte di strada ferrata sotto il quale passavano continuamente treni in partenza e in arrivo. Veniva dalla stazione vicina un urlìo allegro di soldati che partivano per la zona di guerra, salutati dagli amici e dai parenti e di quando in quando lo scoppio d'una fanfara militare echeggiava più forte coprendo le grida.

Ferdinando ascoltava quella musica e quelle voci con un palpito sordo nel cuore e non osava neppure più formulare un pensiero di invidia per quei giovani pieni di baldanza che potevano andare a combattere e a morire fra urli di gioia. Egli possedeva per unico scopo, per unica meta, per unica gioia della vita il suo bel “soprappiù„ che lo sottraeva a tutti i pericoli: alla coscienza di sentirsi un uomo come gli altri, alla speranza di amare e d'essere amato come gli altri, alla possibilità di morire di una bella morte come gli altri.

Che cosa gli rimaneva?

Il treno militare si mosse fra un tumulto di grida irrefrenabili e s'avanzò fumando verso di lui, sotto l'arco del ponte sul quale egli sostava. Era salito sul parapetto a muro perchè la sua piccola statura gli impediva di vedere e si sentiva pigiato intorno dalla folla curiosa che si sporgeva per guardare in basso.

Un omone sgarbato lo spinse con tale violenza ch'egli si sentì scivolare verso il vuoto ed allora pensò ch'era cosa facile lasciarsi cadere laggiù proprio nel momento in cui il treno militare passasse.

I due occhi di fuoco s'avanzavano lentamente fra le grida frenetiche dei soldati affacciati agli sportelli e quando la colonna di fumo nero e denso sollevandosi fu quasi per investirlo, il gobbetto si diede un piccolo slancio e cadde sui binari un momento prima che il treno vi giungesse.

La gente che si pigiava intorno al parapetto urlò atterrita:

— Un ragazzo è caduto. Ferma! Una disgrazia! Per carità, ferma!

Ma il macchinista non udì nulla, perchè la musica e le grida facevano un rumore assordante. E le ruote passarono sul piccolo corpo già svenuto, sul povero “soprappiù„ che aveva impedito ad un uomo di vivere e di morire come tutti gli altri.

LA VIA RITROVATA.

— Aprite le finestre, — ordinò il medico con voce sommessa ma imperiosa alla cameriera in cuffietta bianca che pregava piangendo, inutile e desolata presso il letto della sua signora.

Entrò dal giardino antico un'ondata di luce verde, una ventata di profumi agresti, uno stridìo acuto di rondini e il viso spento dell'inferma vi si volse avido, le labbra cianotiche si aprirono a respirare un alito più puro di vita, quasi a rinfrescarne le membra dolenti. Quindi sorrisero stancamente al dottore accennando a parlare. Il medico si curvò, raccolse nell'orecchio le parole affaticate:

— Grazie, dottore, sto meglio ora. Ma che crisi terribile, Dio mio! Un'altra come questa e me ne vado.

Ella agitò sui cuscini la testa grigia, il volto esangue grasso e floscio dove le sopracciglia ancora nere nella gran fronte scoperta segnavano due vasti archi pieni d'alterigia e di volontà.

— Si calmi, marchesa, — l'esortò il medico prendendole il polso inerte sulla coperta di broccato azzurro e ne contò con volto assorto i battiti scuotendo il capo dall'alto al basso in segno di sodisfatta approvazione.

Ma quando fu per andarsene dopo aver dato alla cameriera gli ultimi ordini, l'inferma gli afferrò la mano, lo trattenne presso di sè, gli disse con voce supplichevole:

— Rimanga ancora un poco, dottore. Vorrei parlarle.

Per un caso singolare ma non infrequente agli esseri già votati ad una vicina morte, la marchesa Saveria Vallarsi, la superba gentildonna che si vantava di non aver mai pregato nessuno, tranne Dio, si piegava ora a implorare consiglio ed aiuto da quel giovine medico quasi ignoto che il caso le aveva mandato a soccorrerla durante una crisi del suo male incurabile in uno dei primi giorni di villeggiatura.

Egli sedette grave a piè del letto mentre la cameriera usciva, congedata da un cenno della signora.

— Io ho bisogno di conoscere la verità sul conto mio, dottore. Sono vecchia ormai e la morte non mi fa più paura.

Donna Saveria pronunciò queste parole quasi duramente fissando il giovine scienziato coi suoi occhi acuti sotto il vasto arco nero dei sopraccigli corrugati. Pareva voler infondere nell'altro la convinzione che di nessuna menzogna e di nessuna pietà occorreva mascherare la risposta, qualunque essa fosse stata.

— Marchesa, — rispose il medico con la medesima fermezza di volto e di espressione — la scienza non può dare quasi mai un esatto responso, solo può con una certa sicurezza prevedere l'avvenire.

— L'avvenire? — ripetè donna Saveria con un sorriso d'ironica amarezza. — Esiste ancora per me un avvenire?

— Tutto è relativo, — osservò il giovine stringendosi nelle spalle. — Le forze da opporre al male sono ormai molto depresse e poichè ella vuole assolutamente sapere....

Egli sostò, colpito dalla gravità della sua stessa voce che aveva la cruda freddezza d'una sentenza. Ma l'inferma lo incitò con lo sguardo, con l'ansia interrogativa di tutto il volto, con le parole impazienti: — Dica, dica, dottore.

— Ebbene, — egli proseguì, — per qualche settimana, per un mese al più si potrà lottare contro il morbo e illudersi forse di averlo vinto o almeno domato. Ma sarà una speranza fittizia.

— E bisognerà cedere, — soggiunse donna Saveria scrutando il volto del medico.

Egli sollevò le spalle con gli occhi all'alto nell'atteggiamento della rassegnazione mentre ella proseguiva:

— È questo che m'occorreva conoscere. Un mese di vita, il tempo per salutare i figli di mio figlio che sono lontani, dispersi pel mondo. Per uno di essi, per il più giovane, mi sarà necessario il suo aiuto, dottore.

Ella incrociò sulla coperta le dita pallide e grasse e sollevò verso di lui le mani congiunte, supplichevoli:

— Bisognerà che lei scriva annunziando la mia non lontana fine e chiedendo nel nome di una moribonda la grazia di lasciarmelo rivedere prima di chiudere gli occhi per sempre. Senza di questo non potrò andarmene in pace, nè ottenere forse il riposo nell'al di là.

La sua voce prima implorante s'era fatta fioca e quasi incomprensibile come s'ella parlasse ormai per sè stessa, per il bisogno di esprimere un pensiero lungamente chiuso nell'anima tormentata. Ma il medico, chino su di lei, la ricondusse al presente con un'altra domanda:

— E dove si trova questo suo nipote?

— È frate, dottore; è frate della più rigida clausura, — rispose la marchesa coprendosi il volto con le palme, con un lungo sospiro doloroso.

Ella trasse a fatica di sotto il guanciale un libriccino di pelle nera, ne tolse un foglietto ripiegato e lo porse al giovine:

— Ecco l'indirizzo al quale deve scrivere. Questo è il nome del padre superiore, questo è il convento. Mio nipote si chiama padre Jacopo Vallarsi. E Dio voglia ch'io lo riveda prima di morire e ch'io ottenga il suo perdono.

Il medico le volse un lungo sguardo indagatore, ma non manifestò alcuna curiosità e racchiuse il biglietto nel suo portafogli. Quindi tese all'inferma la sua mano ch'ella afferrò con gli occhi pieni di lagrime e strinse convulsamente.

— Lei è giovane e serio come il mio Jacopo e forse per questo mi ispira tanta fiducia. Forse anche un poco somiglia a lui prima che vestisse l'abito, quell'abito ch'io stessa l'ho costretto a indossare e che fu il castigo di questi ultimi anni della mia vita.

Ella sentiva il suo cuore traboccare nel bisogno di una espansione, di una confidenza, forse di una confessione che la sollevasse da un lungo rimpianto e da un cocente rimorso, ora fatti più acuti e più intollerabili della certezza della morte non lontana. E le pareva che accusandosi a quel giovine taciturno che l'ascoltava con una impassibile fermezza di giudice già incominciasse la sua espiazione e già l'addolcisse la speranza del perdono.

— M'erano rimasti due giovinetti orfani da allevare e da educare alla morte del mio unico figlio ed io m'ero proposta di seguire le tradizioni della mia famiglia e di destinare il maggiore alla diplomazia, il minore al sacerdozio.

Il dottore risedutosi a piè del letto ascoltava senza guardare l'inferma, col gomito appoggiato alla sponda e la fronte nella palma in un'attitudine raccolta di confessore.

— Il primo, quieto e docile, s'avviò tranquillamente ai suoi studi, conseguì i suoi diplomi, superò i suoi concorsi ed ora è un ottimo diplomatico e un padre esemplare, lieto della sua bella carriera e della sua florida famiglia. Ma Jacopo, il minore, di parecchi anni più giovane del fratello, non seguì così docilmente la via ch'io gli avevo tracciata. D'intelligenza vivacissima e di modi pronti, si sentì subito inceppato e chiuso nelle severe costrizioni ecclesiastiche e morse lungamente il freno prima di sottomettersi alla mia volontà. Fra i miei ricordi più amari mi torna sovente al pensiero quello d'una sua crisi terribile di lacrime e di disperazione prima di pronunciare i voti che lo legavano alla Chiesa. Rammento ch'egli si attaccò alle mie ginocchia implorando almeno una dilazione di qualche anno o di qualche mese, affinchè la sua vocazione si chiarisse e s'affermasse. Ma io sapevo che questa attesa lo avrebbe distolto da ciò che reputavo ormai il suo preciso dovere dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini e fui inflessibile. Jacopo obbedì, entrò nei sacri ordini, ma non volle essere un prete secolare, un predicatore alla moda, un vescovo decorativo. Si chiuse in un convento e fu un oscuro frate tutto dedito a Dio e alla pietà. Egli ha ora quasi ventisette anni; da cinque anni non lo rivedo, non ho notizia di lui, non conosco che il luogo della sua residenza. Ignoro la vita del suo spirito, ignoro se le sue ribellioni si siano placate nella rinunzia e nella preghiera, ma so di essere stata in grave colpa dinanzi a lui e temo di averne fatto un infelice, forse un disperato.

La marchesa Saveria si terse le lagrime che durante il racconto erano sgorgate senza posa dai suoi occhi e pronunciò con la voce rotta e quasi gemente la sua accusa. Quando tacque il medico s'alzò, disse risoluto:

— Scriverò stasera stessa. Se le regole del convento lo permettono, ella rivedrà certo suo nipote.

— Nessuna grazia si rifiuta a un morente — mormorò l'inferma con un mesto sorriso, e porse la mano al dottore con uno sguardo di gratitudine.

*

Scese la notte sull'antica villa e vi stese il suo velo d'ombra e di silenzio. L'ammalata volle che la finestra affacciata sul giardino rimanesse aperta, per poter contemplare dal suo letto un lembo di cielo tutto fiorito di stelle e mandare lassù all'invisibile Dio raggiante negli astri muti le sue orazioni di rammarico e di speranza.

Sembrava pure pregare con un lungo trillo d'umiltà serena il coro ampio dei grilli nascosti nel buio della campagna dormente, e pareva alla vecchia anima afflitta che i piccoli coristi implorassero, col loro canto monotono, pace per il lontano e pietà per lei.

A un tratto il cane di guardia, vagante per il giardino, incominciò a mugolare sordamente. Si sentì l'ansare affrettato della sua corsa verso il cancello e la cadenza del suo galoppo sulla ghiaia scricchiolante dei viali.

La marchesa Saveria, che teneva chiusi gli occhi in un leggero assopimento, sobbalzò destandosi, all'abbaiare furioso del cane; chiamò la cameriera, che dormiva tutta vestita su un piccolo divano dietro la porta e le ordinò con voce agitata:

— Va' a vedere; c'è qualcuno. Qualcuno è entrato nel giardino. Scendi subito.

— Ma no, signora, — mormorò la donna, ancora assonnata, reprimendo uno sbadiglio. — Il cane abbaia a tutti i passanti. Ecco. Ha già cessato.

Ma le rispose un ululato più forte e l'inferma si agitò più affannata nel suo letto, mentre l'indolente cameriera si sporgeva dalla finestra.

— Ecco, vedo luce nel casino del giardiniere. Devono aver picchiato alla sua porta e chiamato qualcuno. Adesso sapremo di che si tratta.

— Scimunita! — le gridò la marchesa, tremante d'ira. — Torna ad accucciarti là dietro e dormi, poichè non sai far altro.

Ma essa discese ad aprire la porticina al giardiniere, che la chiamava sommessamente dal basso e attutiva la voce e i passi per non impressionare la padrona. Tuttavia questa, con l'udito finissimo dei malati, l'intese e gli impose di salire, di portare egli stesso l'ambasciata.

— Ho un biglietto per lei, signora marchesa. Mi è stato consegnato ora attraverso il cancello da un giovine che non conosco, alto, pallido, avvolto in un mantello.

Ella si sollevò sui guanciali, afferrò il suo occhialino cerchiato d'oro e decifrò a fatica le poche parole a lapis, le quali dicevano laconicamente: “Non spaventarti, cara nonna. Sono Jacopo, e approfitto del solo momento che ho per darti un saluto„.

Donna Saveria incominciò a tremare per tutte le membra ed a battere i denti nel volto atterrito come se le si fosse annunziato un fantasma. Non poteva parlare, ma abbassò ripetutamente il capo rivolta al giardiniere per significargli d'introdurre il notturno visitatore, quindi attese immobile sui guanciali volgendo alla porta il volto più pallido e più floscio dove gli archi neri dei sopraccigli s'appuntivano verso la fronte in un'ansietà paurosa e interrogativa al tempo stesso.

E suo nipote, il padre Jacopo Vallarsi, apparve. Aveva sulle spalle un largo mantello grigio e non portava cappello. Sorrideva con la testa eretta avanzando verso l'inferma e il suo passo non più ostacolato dalla tonaca sembrava ancora un poco esitante, quasi sorpreso della propria libertà.

Come fu presso il letto, s'inginocchiò e baciò la mano di sua nonna con la stessa riverenza di quando era fanciullo. In quell'atto il mantello scivolò dalle sue spalle e dinanzi agli occhi sbalorditi della marchesa Saveria quell'uomo inginocchiato che le baciava la mano, Jacopo, il monaco della più rigida clausura, apparve vestito d'una divisa d'ufficiale segnato al braccio di una rossa croce.

— Benedicimi, nonna, affinchè possa compiere il mio dovere sui campi di battaglia meglio di quanto non l'abbia fatto negli orti del Signore.

La mano grassa ed esangue della marchesa si posò sul capo del giovine mentre il suo spirito rivolgeva a Dio una fervorosa invocazione.

— Mi hanno chiamato ed eccomi qui, pronto a tutto. Soccorrerò i feriti, benedirò i morenti, affronterò io stesso la morte, — diceva Jacopo con un sorriso luminoso che sua nonna non gli conosceva, ritto accanto al letto con le mani incrociate sull'elsa della sciabola. — E forse, nonna, — soggiunse fissandola in volto con uno sguardo eloquente e con un lungo sospiro represso, — forse, nonna, troverò finalmente la mia via.

Allora la marchesa Saveria ebbe per la prima volta nella sua lunga vita che stava per tramontare un gesto spontaneo d'umiltà, di rimorso e d'amore.

Tese a suo nipote le braccia e stringendolo a sè, con la sua vecchia testa contro la giovine spalla di Jacopo, lo supplicò piangendo di perdonarla.

IL BELL'ARTURO.

La prima volta che l'ingegnere Arturo Derni si sentì chiamare il “bell'Arturo„ fu ai bagni di mare, una sera di plenilunio.

Egli aveva compiuto allora in Inghilterra certi lunghi studi tanto aridi quanto tediosi, ai quali era stato avviato da suo padre, un ambizioso industriale, e vi aveva perseverato per inerzia anche quando questi improvvisamente era morto, rendendogli vana quell'astrusa scienza di formule e di cifre assorbita dal suo cervello quasi per virtù d'automatismo.

Arturo Derni attendeva sua madre in una cittadina a specchio del Tirreno dove non conosceva nessuno e da otto giorni ella protraeva il suo arrivo scrivendogli lettere affrettate e nervose che lo lasciavano pieno d'ansiosa incertezza. Ma quella sera di plenilunio gli aveva portato con l'ultima posta la lettera definitiva con la quale ella lo pregava di lasciare in libertà la camera attigua alla sua, già fissata per lei all'albergo, poichè troppe preoccupazioni la trattenevano in città. Soggiungeva che Giorgio, il suo figliuolo primogenito, s'era acquistata una _Limousine_ da viaggio con la quale compiva lunghe gite in compagnia dei suoi molti amici. La lettera si chiudeva con un saluto abbastanza espansivo e con la preghiera di scriverle spesso.

Arturo tormentava con le dita inquiete la lettera di sua madre, una lettera di donna elegante, di un color eliotropio pallido, foderata di violetto cupo e passeggiava su la sabbia fine e umida della spiaggia, ancora vestito di flanella bianca e calzato di sandali silenziosi. Non s'era rivestito per il pranzo, non era sceso alla _table d'hôte_, non voleva vedere nè sentire nessuno, tranne se stesso e la sua malinconia. Egli comprendeva bene quale preoccupazione tratteneva sua madre in città. Giorgio, la passione e la tristezza di tutta la sua vita, la legava come sempre alla sfrenata bizzarria del suo capriccio. Ella non voleva ora lasciarlo solo nella città insidiosa, fra le avventurose compagnie, e s'illudeva di esercitare ancora su quel figliuolo prodigo e malaticcio un poco del suo tenero dominio materno.

Invece Arturo, così ordinato e tranquillo e saggio, non aveva bisogno di lei. Arturo sapeva vivere solo con la sua bella salute, con la sua vigorosa prestanza e con la sua educazione inglese che lo aveva fortificato di spirito e di muscoli. E Arturo passeggiava su la fine sabbia della spiaggia coi suoi sandali silenziosi, gualcendo con le dita irose la lettera color eliotropio, mentre la luna piena sorgeva dal mare.

*

— Stasera il bell'Arturo non è apparso a pranzo, — disse la voce un po' roca della marchesina Oltano che aveva trent'anni e tutti i desideri nei begli occhi dalle palpebre così brune che parevano bruciate dalla fiamma dello sguardo.

Ella scendeva la gradinata del giardino al braccio delle due sorelle Fusari, e tutte e tre s'avviavano verso l'argento tremulo dell'acqua. Egli ebbe appena il tempo di appiattarsi nell'ombra, vergognoso del suo abbigliamento così poco notturno e insieme più urtato che lusingato da quell'accenno amabilmente ironico alla sua persona.

— Già, — insistette la maggiore delle Fusari, — il bell'Arturo ha ricevuto stasera la sua solita lettera color _mauve_.

— E s'è pasciuto di quella, — finì la minore in un trio di risatine.

— Sapete che ha fissata da otto giorni una camera accanto alla sua?

— Per la signora color _mauve_?

— La quale non si decide ad arrivare.

— Che sciocca!

Le voci si confusero con lo sciacquìo dell'onde e Arturo uscì dall'ombra protettrice e si diresse quasi di corsa alla sua stanza. Non aprì la chiavetta della luce per non attrarre le zanzare e si appoggiò alla finestra fumando e meditando su quella conversazione, senza sapere se ne fosse divertito od offeso. — Il bell'Arturo, la camera attigua, la signora color _mauve_.... Tutto ciò era abbastanza buffo ed egli a poco a poco incominciò a sorriderne, come d'una piccola farsa di cui egli fosse l'involontario protagonista. Poi, richiuse la finestra, accese la luce e scrisse a sua madre una lunga lettera piena di affettuoso rammarico, che finiva col racconto esilarante della signora color mauve....

Il domani la camera accanto fu occupata da un maturo signore reumatizzato; e non appena Arturo scese s'imbattè nel vestibolo con la marchesina Oltano, la quale gli presentò sorridendo un ventaglio di cartoline illustrate a cui faceva da pernio il suo pollice dall'unghia acutissima.