Le ore inutili: novelle

Part 3

Chapter 33,756 wordsPublic domain

— A mio marito — ella finì in un soffio di voce.

Irruppi in una gioconda risata, protestando con energia:

— Ma tu sogni, mia cara. Io non pensavo affatto a tuo marito e sono ben lontana dal supporre che un uomo il quale ha la fortuna di possedere una piccola moglie come te, abbia potuto distrarsi con una ragazza stipendiata, con quella walchiria da strapazzo che ti è, sotto tutti gli aspetti, infinitamente inferiore.

— Ne sei certa? — dubitò Rosalba, non per anche persuasa dalla mia impetuosa eloquenza.

— Metterei la mia destra sul fuoco, come Muzio Scevola, — insistetti porgendo la mano con gesto drammatico. — D'altra parte, esiste un semplice mezzo per assicurarsi della verità.

— Quale?

— Se tu hai ricevuta la lettera destinata all'innamorato di Frida Wok, l'innamorato di Frida Wok ha ricevuta evidentemente la lettera destinata a te. È chiaro?

— Chiarissimo. Ma non vedo come....

— Ecco. I due brani di prosa furono scritti nello stesso giorno, quindi se sono giunte a tuo marito le espressioni di riconoscente affetto uscite per te dalla penna della signorina Frida, come sono giunte a te le espressioni teneramente infiammate della signorina Frida per l'ignoto amatore, ciò significa....

— Continua, te ne prego, ma un po' più concisamente. Tu mi stordisci con questi giri di frase.

— In poche parole: se tuo marito ha ricevuta la lettera, l'amante di Frida è lui, se non l'ha ricevuta è un altro.

Vidi l'amica mia correre all'apparecchio telefonico posato sul piano della scrivania e afferrare il ricevitore scattando: — Ora glie lo chiedo.

Le tolsi di mano dolcemente l'ordigno e le parlai con soavità.

— Calmati, cara. Si tratta di cose troppo delicate per affidarle ai fili aerei e alle molte orecchie di questo strumento loquace. È tardi. Fra poco tuo marito rientrerà e si potrà allora interrogarlo con abilità e con discrezione, costringendolo a rivelare, senza nemmeno avvedersene, la verità qualunque essa sia.

— Non dubitare, che se mente me ne accorgo al primo sguardo — dichiarò Rosalba con severità corrucciata. — Mio marito non ha mai detto una bugia senza ch'io l'abbia letta sulla sua fronte, e se scopro che mi ha tradita con quella _tedesca lurca_ prendo con me i miei figli e ritorno a vivere in casa di mia madre, com'è vero che sono una donna onesta.

S'aggirava per la stanza in preda ad un'agitazione iraconda e gelosa assolutamente inconsueta per il suo calmo temperamento, preparandosi ad assalire il povero Tranesi con le unghie e coi denti come una belvetta inferocita. Cercai di placarla con le parole suadenti.

— Ascolta, amica mia. Se tu aggredisci tuo marito appena entrato e gli scaraventi addosso le tue domande accusatrici, è naturale che egli, colpevole o no, si dimostri offeso e si rifiuti di parlare, oppure avvertito dal pericolo corra ai ripari e neghi, come sanno negare in questi casi non solo le donne, ma anche, ed assai meglio, gli uomini, per modo che tu te ne rimanga dopo con la tua incertezza ancora più oscura, col tuo tormentoso sospetto insoluto ed insolubile.

— E allora? — chiese Rosalba, già alquanto mansuefatta.

— E allora lascia che lo interroghi io.

— Tu?

— Ma sì, cara. Io sono in questa vicenda un'estranea, ed a parte il mio affetto per te e il dolore che proverei per un affronto fatto a te, non ho lo spirito intorbidato da alcuna passione e posso ragionare con lucidità, indagare con scaltrezza, giudicare serenamente, far subire insomma a tuo marito un piccolo esame di coscienza, durante il quale egli sarà costretto a confessare i suoi torti se ne ha, oppure a manifestarsi, quando lo fosse, innocente.

— Ma, — mormorò Rosalba incerta — tra moglie e marito, tu lo sai....

— Per carità, non citarmi la sapienza dei proverbi che sono stupidi vecchiumi, molesti e volgari come la polvere della strada che si attacca ai piedi di tutti i passanti. Ah, finalmente! Ecco l'automobile di tuo marito che giunge.

Osservammo dietro le cortine della finestra abbassate l'agile vettura grigia scivolare silenziosa nel giardino, percorrere la curva del viale, fermarsi davanti alla gradinata. Tranesi, con la fascia tricolore al braccio perchè fabbricava proiettili in un suo grande stabilimento metallurgico, lasciò il volante e balzò a terra.

— Non gli trovi una faccia da uomo infedele? — mi chiese Rosalba sottovoce.

— No. Piuttosto una faccia d'uomo enormemente affaccendato, — risposi atteggiandomi a una rigida gravità.

— Ora verrà qui nello studio a scrivere note nei suoi registri, come ogni giorno, — mi avvertì l'amica. E docilmente soggiunse: — Debbo lasciarti sola con lui?

— Sì, ma prima dammi la lettera incriminata.

Ella me la consegnò con atto rassegnato e si allontanò, ma dalla soglia si volse e con un ultimo sguardo implorante depose nelle mie mani i suoi destini.

*

Tranesi entrò dopo alcuni minuti cantarellando un'aria della _Tosca_, coi due pugni nelle tasche della sua giubba da casa, dal largo colletto scozzese, e mi s'inchinò profondamente alquanto sorpreso della mia presenza nel suo studio, senza la compagnia di sua moglie.

— Voi, amica mia?

— Io, amico mio.

— E Rosalba? Perchè vi ha lasciata sola?

— Era qui or ora. Si è assentata vedendovi giungere.

— Per quale ragione?

— Per non assistere ad una scoperta, o meglio, ad una conferma che poteva tornarle molto sgradevole.

— Mi duole di confessare la mia scarsa intuizione, ma non intendo, — egli confessò tutto sorpreso.

— Eccovi la spiegazione, — risposi porgendogli la carta denunziatrice. — Ella mi ha incaricata di consegnarvi queste pagine e di chiedervi una lettera che la signorina Frida Wok le ha scritto dalla Svizzera e che dev'essere giunta a voi per errore.

Tranesi non ritirò i fogli ch'io gli tendevo, ma si frugò in tutte le tasche sollevando con stupore le sopracciglia nella fronte già un po' calva.

— Ma sì, la cosa è abbastanza curiosa ed altrettanto oscura. Mi giunsero stamane allo stabilimento, naturalmente col visto della censura, tre o quattro pagine affettuose che quella buona ragazza, ora nostra nemica, scrisse evidentemente per mia moglie. Eppure l'indirizzo è tracciato con chiarezza e quella donnina dai capelli rossi sembrava tutt'altro che sbadata. Lo sbadato sono piuttosto io che non riesco nemmeno a ricordarmi il suo nome. Forse perchè io la chiamavo quasi sempre per ischerzo _l'ussero della morte_. Rammentate ancora?

— Rammento.

— Non so davvero spiegarmi la causa di questo sbaglio e sarei lietissimo se voi m'illuminaste.

Aveva finalmente rinvenuto in fondo ad una tasca della sottoveste i foglietti gualciti e me li porgeva ridendo e rievocando:

— Era forse un nome un po' funebre, ma stava bene a quel bel pezzo di tedesca sempre tutta in nero col teschio d'oro come ornamento. E inoltre sembrava quasi una profezia. Chi l'avrebbe mai detto in quei tempi d'alleanza che ci saremmo così presto voltati incontro reciprocamente i cannoni? Ma veramente non riesco a comprendere che cosa significhi questo scambio di lettere.

— Se permettete ve lo spiegherò io, — insinuai con un sorriso leggermente schernitore.

Il marito della mia amica mi considerò un momento non senza qualche trepidazione, poi mi s'inchinò con cerimoniosa disinvoltura:

— Davvero? Ve ne sarò molto riconoscente.

— Orbene, — incominciai con una ostentata gravità, — ciò significa che la censura con un abile gesto da giocoliere ha cambiato le buste e quindi i destinatari, ed ora la mia amica Rosalba, ossia vostra moglie è in possesso d'una ardente lettera d'amore che quella donnina dai capelli rossi vi ha scritto, ricordando le gite in automobile, i baci furtivi e i deliziosi convegni “laggiù„.

Tranesi spalancò gli occhi esterrefatti e picchiò il piede in terra con iracondia.

— E che c'entra la censura? Perchè s'immischia in questi affari privati?

— Perchè sieno puniti non soltanto i traditori della patria, ma anche i traditori della fedeltà coniugale, — sentenziai con una solennità alquanto beffarda, consegnandogli la busta che conteneva gli sfoghi erotici-sentimentali di Frida Wok. — Leggete, marito indegno, e tremate. Leggete, amante indimenticabile, e inteneritevi.

Egli afferrò le pagine nervosamente e le scorse con rapido sguardo, poi lasciò cadere la palma aperta sul piano della scrivania in atto crucciato ed iroso.

— Ma quella donna è pazza. Non si scrivono simili cose, specialmente quando devono passare sotto gli occhi di un terzo il quale poi si diverte a far pascere imbrogli pericolosi. Mia moglie ha dunque lette queste compromettenti sciocchezze?

— Le ha lette. Da capo a fondo.

— Ed è certa che furono scritte per me?

— Lo suppone. Le indicazioni non sono abbastanza precise per darle l'assoluta certezza.

— Ah! — esclamò con un sospiro di sollievo l'infedele, — lo suppone soltanto. Allora il male non è irrimediabile. Bisogna convincerla che....

— Che l'amante era un altro.

— Precisamente.

— Mentre eravate voi.

— Precisamente. Ossia, amica mia, ve ne prego, non compiacetevi di cogliermi in fallo. Aiutatemi piuttosto e consigliatemi. Come posso persuaderla che s'inganna sospettando la mia infedeltà?

Crollai il capo ridendo, divertita del suo turbamento, agitando nell'aria i foglietti gualciti tratti dianzi dal fondo della sua tasca e glieli riconsegnai, suggerendogli a bassa voce, con un'aria di complicità allegra:

— Strappate o bruciate questa lettera e non confessatele mai ch'essa è giunta stamane al vostro indirizzo.

M'ero avvicinata alla finestra e scorgevo di sotto alle tendine abbassate la mia amica Rosalba appoggiata a un albero del giardino, con un viso pieno di trepida ansietà e gli occhi fissi sulla vetrata chiusa dello studio, come se attendesse di là il responso estremo sulla propria sorte.

— Mi crederà? — chiedeva intanto suo marito, riducendo in minutissimi brandelli le espansioni epistolari di Frida Wok.

— Sì, perchè il suo desiderio di prestar fede alle vostre menzogne è almeno tanto grande quanto il vostro desiderio di essere creduto. Le verità sono quasi sempre le nostre peggiori nemiche, le intriganti litigiose che si intromettono nelle cose nostre più intime e più care per suscitar gelosie, diffidenze e rancori.

Egli mi porse le due mani, pienamente convinto della scettica forza di quel ragionamento e strinse con forza le mie, mormorando con una sorridente emozione:

— Grazie. Vi debbo la salvezza della mia pace familiare. Avete la mia eterna gratitudine. Grazie.

Io mi sottrassi a quelle effusioni di riconoscenza, anche perchè non ignoro che la riconoscenza dura soltanto finchè sussiste il terrore del pericolo e cessa a pericolo superato e fuggii verso il giardino, corsi a raggiungere la mia amica e le sussurrai prendendola a braccetto:

— Non è lui.

— Ne sei sicura?

— Sicurissima. Figurati che non ricorda nemmeno più il nome di quella ragazza. Ho investigato con una accortezza e una abilità da giudice istruttore, ma debbo riconoscere che lo abbiamo indegnamente calunniato.

Rosalba rimase un momento assorta, con gli occhi di nuovo fissi alla finestra dello studio, poi si riscosse e mi abbracciò con un improvviso impeto giocondo, esclamando:

— Ah, come sono felice, come sono felice!

E nel rapimento di quella felicità giunse persino a compiangere il calunniato.

— Povero caro! Quanto mi duole d'averlo incolpato a torto! Chi sa in quali mani sarà andata a finire la lettera destinata a me! E chi può essere l'uomo dei convegni “laggiù„?

— Chi sa! — sospirai crollando il capo trasognatamente, con gli occhi al cielo.

— Ma la colpa è della censura, — protestò Rosalba con vivacità.

— Scherzi di guerra, — io conclusi con mitezza, e mi chinai a raccogliere due pervinche da poco sbocciate che da un'aiuola vicina ci fissavano con uno sguardo azzurrissimo, pieno di meravigliata innocenza.

LA VERITÀ.

Ella volle conoscere finalmente la verità.

Rimasta sola discese a gran fatica dal letto, indossò una vestaglia e a piccoli passi, reggendosi ai mobili, andò a spalancare le imposte, quindi si pose dinanzi allo specchio.

Dapprima, abbagliata dalla soverchia luce non distinse nulla, poi a poco a poco un volto a contorni indecisi incominciò ad emergere dalla lucentezza del cristallo, vi si illuminò, prese forma e colore, le apparve in tutta la sua nuda realtà. Ma quel volto ch'ella fissava e che la fissava con occhi foschi, smarriti, atterriti non era più il suo. Ella non lo riconosceva e continuava a interrogarlo con lo sguardo, con uno sguardo di stupore folle, torcendosi come una forsennata e trattenendosi a mala pena dall'urlare: — Ma sono io quella donna? È mia quella faccia contorta, solcata di cicatrici, deformata, grottesca, spaventevole?

Eppure non c'era dubbio: quello era il volto di Flora Conti, era la nuova maschera umana che il beffardo destino, valendosi d'un fatto qualsiasi, dell'urto di due automobili nella notte, aveva impresso recentemente su quella forma di donna, la quale brillava fino a poche settimane innanzi di chiara grazia e di mirabile freschezza.

Sposa ad Attilio Conti da appena un anno, poco più che ventenne, adorata amante del giovine marito, lo aveva visto partire per la guerra chiamato fra i primi e da allora seguendolo giorno per giorno di lontano con l'ansia vigilante della sua passione, le era sembrato di proteggerlo contro il pericolo, si era illusa di salvarlo dal dolore e dalla morte mettendo il suo amore, la sua tenerezza, tutta se stessa fra lui ed il nemico.

Una sera, mentre Flora si trovava in villeggiatura con sua madre ricevette la lettera di un'amica la quale la informava storditamente che suo marito doveva passare il domani con alcuni compagni d'armi qualche ora in città, in seguito ad un improvviso ordine del Comando.

La notizia non era che una vaga diceria raccolta nei discorsi di un comune conoscente giunto allora in licenza, ma la giovine donna vi credette e meravigliata di non averne ricevuto dal marito stesso l'annunzio, piena di impazienza e di inquietudine, si procurò immediatamente un'automobile e non ostante i consigli della madre volle tornare la sera medesima in città per ricevere il domani fra le braccia il suo Attilio.

Nella notte buia, tempestosa, percorsa da raffiche di vento e da ondate di pioggia, ella ad occhi chiusi rannicchiata in fondo alla vettura, impaurita e felice, correva velocemente incontro al suo amore e in mezzo a quell'agitazione della natura fra la luce dei lampi e il rombo dei tuoni le sembrava quasi di vivere un poco la vita ormai consueta di lui fra i balenii e gli scoppi formidabili degli assalti.

A un tratto ella sentì che la vettura convergeva per uno svolto improvviso e subito dopo le parve di udire alcune voci di allarme seguite da un urlo altissimo. La sua mente non potè formulare alcun pensiero che già ella si sentiva sbalzata con violenza terribile incontro al vetro della parete di fronte e per lo strazio perdeva i sensi.

Li ricuperò molte ore dopo distesa nel suo letto con la madre al fianco, e s'accorse d'avere tutta la faccia bendata, con un solo breve spiraglio per gli occhi dal quale il suo sguardo annebbiato, stupefatto, ancora assente, s'aggirava interrogando.

Giorni e giorni, settimane e settimane erano passati così nella completa immobilità di quel letto, nella quasi completa oscurità di quella stanza. Un medico sconosciuto veniva di quando in quando a sbendarle il volto, a medicarlo, a ribendarlo ancora e se ne andava quasi senza parola accompagnato dalla madre che gli parlava supplicando ansiosamente a bassa voce.

L'inferma distesa nel suo letto in un'inerzia più tetra che rassegnata non chiedeva nulla, quasi non pensava a nulla. Era riuscita mediante uno sforzo di volontà aiutato dallo stato di prostrazione in cui si trovava a fare nel suo cervello il vuoto, l'ombra o quella nebulosità appena trasparente del pensiero che permette di sorvolare sulle cose senza approfondirle, senza considerarle, senza lasciarle penetrare nell'anima con tutta la crudezza della loro realtà presente e futura.

Soltanto le lettere di Attilio riuscivano a trarla dal suo cupo torpore. Attraverso allo spiraglio delle sue bende ella s'impadroniva con lo sguardo, con la carne, con l'anima di ciascuna delle sue parole e vi si indugiava per assaporarla di più, per imprimerle in sè maggiormente, per rivivere con lui l'attimo felice in cui erano state pensate e scritte pel suo conforto.

Ella aveva permesso a malincuore a sua madre di informarlo dell'avvenuto disastro, poichè anche i giornali ne portavano qualche cenno, ma la gravità della disgrazia gli era stata nascosta ed egli credeva già sua moglie guarita o convalescente con appena qualche piccola traccia del male sofferto, sul suo fresco volto di bambina, qualche piccolo segno roseo come l'impronta di un bacio troppo forte.

Così egli si esprimeva nelle sue calde pagine, piene di nostalgia e di desiderio, fra la monca descrizione di un assalto notturno e la notizia della morte di un compagno caduto al suo fianco.

Qualche volta al termine della sua lettura che durava intere ore ella s'accorgeva d'aver bagnato di pianto le bende intorno agli occhi, ma non si ricordava quasi più d'aver sofferto o d'essersi commossa o intenerita leggendo.

Solo le rimaneva nel cuore un senso di oppressione e di sgomento ch'ella non voleva definire, quasi l'intuizione oscura d'essere circondata di un abisso nel quale ella si rifiutava di gettare lo sguardo per paura di misurarne la spaventosa profondità.

E venne il giorno in cui le sue ferite furono cicatrizzate e la sua faccia potè finalmente essere sbendata. Ella non osò guardare negli occhi sua madre. Ma ad un tratto, rimasta sola nella sua camera, una smania terribile di sapere, di vedersi, di giudicarsi la prese, la costrinse ad alzarsi, a spalancare le imposte, a guardarsi in uno specchio.

Allora soltanto ella conobbe fino a qual segno il destino l'avesse colpita, allora seppe in quale miserevole orrore la sua bellezza, la sua freschezza, la grazia del suo sorriso si fossero brutalmente mutate, e le mancarono le forze per sostenere tutto il suo strazio. La trovarono poco dopo svenuta ai piedi dello specchio e rimessa a letto, febbricitante, delirò tutta la notte, ora chiamando in aiuto il suo Attilio, ora supplicando che l'uccidessero prima ch'egli tornasse.

Da quel giorno la sua idea fissa fu quella di morire innanzi ch'egli la rivedesse. Il pensiero che il marito, per il quale ella continuava a vivere nell'immaginazione e nel ricordo creatura di dolce bellezza e di deliziosa giovinezza, la potesse ritrovare ridotta a una maschera deforme e pietosa di donna, la sconvolgeva a segno che le pareva d'impazzire, e tutto, anche la morte, le sembrava preferibile a questo terrore.

Furono costretti a vigilarla di continuo, a costringerla con preghiere e con astuzie a nutrirsi quel tanto che occorreva per tenerla in vita e a nasconderle tutti gli specchi nei quali si guardava ogni momento smaniando come una demente.

Da due settimane anche le lettere di Attilio mancavano e ciò la rendeva ancora più agitata e smarrita.

Sebbene avessero nascosta a tutti la gravità della sua sventura, ella giungeva a supporre che qualcuno, segretamente informato, gli avesse rivelato la verità e che il marito disgustato di lei e offeso del suo silenzio, pensasse ormai di abbandonarla sola alla sua miserabile sorte.

Ella ne parlava a sua madre come d'una possibilità quasi certa ed imminente, sogghignando con la sua bocca contorta, stirata verso sinistra da una cicatrice che le solcava la guancia, e il suo sogghigno aveva qualcosa di così fosco, di così macabro pur nel suo ironico scherno, che sua madre ne fremeva e chiudeva gli occhi per non vederlo.

Ma dopo un'altra settimana giunse invece un breve biglietto di Attilio in cui egli si diceva convalescente di una grave ferita e pregava la moglie di venire a visitarlo nell'ospedale in cui lo avevano trasportato.

Flora lesse parecchie volte le poche linee prima di comprenderle, poi si accasciò su se stessa come un cencio, combattuta fra un dolore e una gioia così strazianti da fermarle i battiti del cuore. Ma subito si sollevò risolutamente, pensò ch'egli soffriva, che la voleva presso di sè, e decise di andare.

Per tutto il giorno, durante i preparativi del viaggio ella evitò di fermare la sua mente su altra cosa che non fosse Attilio, la ferita di Attilio, il male di Attilio, e sulla felicità affannosa di rivederlo. Ma al momento di uscire di casa, ponendosi istintivamente dinanzi allo specchio per mettersi il cappello, la terribile realtà riapparve d'un tratto dinanzi ai suoi occhi. Una crisi di disperazione la prese, la scosse, le strappò lacrime, gemiti e grida, la lasciò quasi inebetita, in uno stato di accasciamento cupo ed inerte.

Sua madre che doveva accompagnarla approfittò di quella specie di atonia per completare il suo abbigliamento da viaggio, per avvolgerle il volto in un velo fittissimo, per trascinarla alla stazione e collocarsi con lei nel treno appena in tempo per partire.

Viaggiarono parte della notte quasi sempre sole in quello scompartimento semibuio, in un fosco silenzio rotto soltanto da quel rombo ritmico delle ruote che sembra il pulsare d'un possente cuore in movimento. E su quel ritmo continuo la giovine donna stesa sul divano, nell'ombra, premeva nel petto il suo piccolo cuore traboccante di dolore e ripeteva all'infinito a se medesima una tragica promessa che sola riusciva a consolarla: — Lo vedrò e morrò.

Giunsero all'alba nella cittadina di provincia fredda, muta, quasi spopolata che ospitava nel suo ospedale i feriti. Scesero in un vecchio albergo vuoto e pretenzioso sulla piazzetta della stazione e attesero l'ora di visitare il malato.

— Andrò io sola, — disse con risolutezza Flora a sua madre mentre aspettava, seduta in una poltrona, col cappello, il mantello, i guanti, immobile e tetra sotto l'ombra del suo denso velo nero.

L'altra non osò opporsi, ma quando ella uscì e si diresse verso l'ospedale, la seguì furtivamente di lontano e l'attese all'angolo della strada deserta.

— Lo vedrò e morrò, — si ripeteva Flora ad ogni passo che la portava verso la sua ultima tortura, e crudamente cercava di immaginare l'espressione di terrore e di orrore che avrebbe sconvolto la faccia di Attilio quand'ella avesse sollevato dinanzi a lui il velo che copriva la deformità del suo volto.

— Forse la mia figura gli sembrerà così grottesca ch'egli si metterà a ridere, — pensava con una brutalità feroce verso se stessa. E le pareva di udire quella risata, lunga e stridente, di sentirla già nell'orecchio un po' falsa ma quasi gaia, come ne aveva talvolta Attilio dinanzi a qualche nemico odiato e ridicolo che lo metteva in un cinico buon umore.

Quando Flora Conti entrò nell'ospedale e chiese di vedere suo marito mostrando la lettera che la chiamava e le carte personali che s'era procurate, la pregarono di aspettare in una saletta imbiancata a calce, piena di sole, con un crocifisso nero nel centro della parete.

Il suo cervello s'era fatto di nuovo vuoto ed assente come nei giorni della malattia quando ella ignorava ancora l'atroce verità della sua sventura. Solo un martellare sordo, doloroso, profondo in mezzo al petto l'avvertiva che un attimo orrendamente decisivo della sua vita s'avvicinava.

Entrò una monaca attempata, dal viso magro e intelligente sotto la cornetta candida, che le sorrise con commossa tenerezza e le strinse le mani sedendole accanto.

— Lei è la moglie del tenente Conti? Suo marito fu ferito gravissimamente ma non permise mai durante i giorni nei quali fu in pericolo di vita che la signora fosse avvertita. Soltanto ora poichè sta meglio e il pericolo è scomparso ha chiesto di vederla e le ha scritto. Soltanto ora.