Le ore inutili: novelle

Part 2

Chapter 23,843 wordsPublic domain

— Sì, ai primi di marzo io ricevetti un bellissimo cestello di mughetti di serra, assolutamente anonimo e subito immaginai che il donatore così discreto di quei fiori non poteva essere che il giovine pittore dell'ultimo piano.

— Ed era lui?

— Era lui. Rimasi tutto un giorno tormentata dall'incertezza, ma il domani lo attesi sulle scale e, fingendo di averlo incontrato a caso, gli chiesi la cortesia di farmi visitare il suo studio, soggiungendo di non essere mai penetrata nello studio di un pittore. Egli rispose schermendosi con timidezza, osservandomi che la sua casa era povera d'opere e poverissima d'arte, ma invitandomi tuttavia ad entrarvi quando mi piacesse. Allora, senz'altre divagazioni, io lo ringraziai del suo omaggio silenzioso, lodando la gentilezza e il profumo del suo cestello di mughetti e soggiungendo ch'esso era stato per me un dono squisito, degno di uno squisito artista come lui.

— E che cosa rispose lo squisito artista?

— Tornò a schermirsi timidamente, negando con aria di mistero d'essere lui stesso il colpevole di simile arditezza, ma alle mie insistenze finì col tacere, lasciandomi comprendere che non aveva osato manifestarmi in altro modo la sua ammirazione appassionata e che quei fiori mi portavano tacitamente le parole oscure che occupavano il suo pensiero, ma ch'egli non avrebbe mai ardito rivolgermi. Ed ecco come cominciò il mio fidanzamento, caro professore, ecco per quale via io sono giunta alla felicità.

Valenzi non rispose subito. Si pulì con cura gli occhiali che gli parevano annebbiati di un vapore grigio ed aperse e richiuse due o tre volte un libro deposto accanto a sè sulla scrivania.

— Che cosa debbo fare? — si chiedeva frattanto. — Rivelare la sottile ipocrisia e lo scaltro opportunismo di quel giovine pittore che s'era valso d'un gesto di grazia altrui per arrivare a quella deliziosa creatura e per concludere con abilità un eccellente matrimonio? Egli se ne sentiva sdegnato come d'una beffa e umiliato come d'una profanazione, ma comprendeva ch'era ormai troppo tardi per scoprire alla fanciulla la verità. A che cosa avrebbe essa ormai servito? Diana era innamorata di quel giovine e dinanzi all'amore non c'è nulla di più dolce che l'inganno, nulla di più odioso che il vero.

— Professore, ella che è poeta scriverà un sonetto per le mie nozze?

Diana gli stringeva le mani sorridendo di quel suo bel sorriso luminoso che lo abbagliava, mentre egli in piedi dinanzi a lei prendeva commiato con un volto atteggiato a grave serietà.

— No, signorina. La mia musa non ha sufficiente dimestichezza con le caste gioie d'Imene, — rispose alquanto ironico il professore Biagio Valenzi. E subito soggiunse più sereno: — Le faccio però un augurio da poeta.

— Ossia?

— Ossia che la sua felicità non abbia mai a trovarsi faccia a faccia con la verità.

— Non comprendo.

— È meglio che non comprenda.

Giunsero insieme al cancello del giardino, in silenzio, un poco oppressi entrambi dalla oscurità grave di quelle parole, poi il professore si chinò a baciare per la prima volta la mano della sua allieva, quella piccola mano ch'egli stesso, senza saperlo, aveva offerto ad un altro.

Quindi varcò la soglia e se ne andò a capo chino, senza voltarsi.

DATEMI SOCCORSO.

— Lo sapevi pure ch'ero venuta per salutarti. Tutti ormai lasciano la città e mio marito doman l'altro mi accompagnerà egli stesso col bimbo, lassù, nella nostra villa sul lago.

— Dove tu ti diverti a lasciarti corteggiare da tutti gli sfaccendati eleganti che egli ti porta in casa.

— Ma che dici, Gustavo? Io compio il mio dovere di padrona e di ospite, ma, in realtà, nel segreto del mio cuore non amo che te, te solo. E tu lo sai.

— Io non so nulla. So soltanto che tu te ne vai e mi lasci qui a spremermi il cervello arido sulle pagine di questo romanzo che non mi riesce di condurre a termine, sebbene il mio editore lo reclami per la fine del mese. Tutto mi mancherà con la tua partenza. Anche il conforto del tuo sorriso, del tuo sguardo e dei tuoi baci che mi aiutavano a ritrovare me stesso nelle soste di questo faticoso lavoro. Ma non mi sorprendo. Voialtre donne non sapete amare, non sapete abbandonarvi all'onda travolgente di una passione, nel divino oblìo di tutto e di tutti. Per una metà vi concedete, e per l'altra metà rimanete attaccate tenacemente ai piccoli doveri della famiglia, della casa, della mondanità, alle stupide esigenze della vostra vita ristretta.

— Gustavo, te ne prego, non parlare così aspramente. Mi fai troppo, troppo male. Ricordati almeno che ti offersi un giorno di lasciare tutto quanto mi legava e di fuggire con te. Non hai voluto. Sono pronta a farlo domani, oggi stesso, se me lo chiedi.

— Io non ti chiedo nulla. Vattene pure in villeggiatura, e divertiti e godi. Io rimango a soffrire in silenzio e in solitudine. Il mio dolore ti parlerà forse un giorno per mezzo di queste creature fittizie che escono con pena dal mio cervello tormentato. Addio.

Lo scrittore s'alzò dalla poltrona in cui giaceva sdraiato con gli occhi al soffitto e tese le due mani alla giovine signora sgomenta che s'appoggiava col dorso incontro al piano del largo tavolo da lavoro sparso di carte in disordine.

Ella gli premette invece sulla spalla le sue piccole palme inguantate e lo fissò negli occhi lungamente.

— Mi mandi via a questo modo, con un saluto così amaro e così gelido?

Egli si strinse nelle spalle e non rispose.

— Verrai domani a dirmi ancora una parola buona prima ch'io parta?

— Non so....

— Verrai a passare alcuni giorni od alcune settimane lassù in villa, presso quel lago che ti piaceva tanto, un tempo?

— Dovrò consegnare il mio romanzo innanzi tutto e forse non giungerò mai a finirlo. Conta su altri ospiti, non contare su di me.

— Quando ci rivedremo?

— Chi sa? Forse mai più.

Erano giunti passo passo nella grande anticamera deserta, dove alcune statue greche e un basso sarcofago di porfido si specchiavano nella lucentezza del pavimento veneziano, e Gustavo Ardenzi accarezzava il piede calzato di coturno d'una baccante, senza guardare l'amica che impallidiva alle sue parole crudeli.

— Ti aspetterò domani tutto il giorno, — ella sospirò a guisa di commiato.

— Forse inutilmente, — le rispose l'amico con un ultimo freddo sguardo, e richiuse adagio il battente, ritornò nel suo studio, s'abbattè sulla poltrona, trasse un lungo sospiro iroso, quindi si raccolse a meditare.

Era stato duro, era stato malvagio, ma non se ne rammaricava nè se ne pentiva. Quella donna lo amava: glie ne aveva dato prove sicure, eppure egli provava un acre, egoistico piacere nel ferirla così, senza ragione, nel pungerla di sospetti infondati e di accuse ingiuste, sfogando su di lei, docile e innamorata, i suoi nervi troppo vibranti di intellettuale raffinato e insodisfatto.

Ora lo irritava quella sua partenza per la villeggiatura mentre egli se ne rimaneva solo a lottare col suo assillante lavoro letterario che lo deludeva e lo inaspriva. E s'era compiaciuto, forse soverchiamente, di quella sua voce così tremante e supplichevole nell'ultimo saluto.

Tanto se n'era compiaciuto che gli pareva quasi di non amarla più, di sentirla già estranea al suo cuore e indifferente al suo desiderio d'amante.

Che cosa contava finalmente quella donna nella sua vita? E se anche l'avesse lasciata? Non ne esistevano al mondo tante altre più belle, più intelligenti, più appassionate?

Gustavo Ardenzi crollò sdegnosamente le spalle e andò a fumare una sigaretta presso la finestra aperta, la quale s'affacciava sopra un immenso parco folto d'ombre e sonante di gorgheggi.

— Ora mi pongo serenamente al lavoro, col pensiero libero da qualunque ossessione femminile, — rifletteva. — In fondo le donne sono i peggiori impacci allo svolgersi delle nostre facoltà superiori. Occorre eliminarle, per quanto è possibile, dalla vita del nostro spirito.

Buttò dalla finestra il residuo della sigaretta e si volse per sedere allo scrittoio riordinando i fogli sparsi e riprendendo la penna.

Ma in quel momento il campanello del telefono squillò acutamente e lo scrittore afferrò con mal garbo l'apparecchio ricevitore e se lo portò all'orecchio. Rimase un attimo in ascolto pensando:

— È lei, ancora lei — e sospirò con gli occhi al cielo, infastidito e insieme lusingato.

Invece una voce dal timbro maschile suonò nell'incavo.

— Parlo con Gustavo Ardenzi?

— Sì.

— Permette a un suo ammiratore sconosciuto di rivolgerle la parola?

— Dica rapidamente. Ho poco tempo a disposizione.

— Mi perdoni, la prego. Mi trovo in un momento così sconvolgente della mia vita che ho bisogno di comunicare la mia pena a qualcuno che mi comprenda, a un conoscitore d'anime, a un forte, a un consolatore come lei, per non restarne vinto e sopraffatto.

La voce lontana e ignota s'abbassò e tremò nell'apparecchio trasmettendo a colui che ascoltava la sensazione di un dolore intensamente sentito, di un affanno trepido, in attesa.

Ma colui che ascoltava attraversava l'ora dello scetticismo arido e freddo e non se ne commosse.

— Voi soffrite per una donna? — domandò con un lieve accento di ironica commiserazione.

— Sì, per una donna che mi ha lasciato, che ho supplicato con tutte le umiliazioni di tornare a me, e che attendo ormai da tre giorni invano. Sono all'estremo della mia resistenza, mi trovo ridotto a un miserabile brandello d'umanità. Ditemi voi, ve ne scongiuro, una parola che mi consoli e che mi sollevi; datemi la forza di attenderla ancora e di credere ancora in lei, datemi conforto, datemi soccorso, prima che....

Gustavo Ardenzi sbuffò d'impazienza e battè il piede in terra. Quella lamentela diventava troppo prolissa e la ragione di tutti quei gemiti, quei sospiri, quegli spasimi gli pareva così futile e così sciocca! E perchè confidare proprio a lui quelle troppo vane e troppo solite pene d'amore? Che importava a Gustavo Ardenzi se una donna si faceva aspettare dal proprio innamorato, e se costui smaniava nell'attenderla inutilmente? Che gli importavano i casi di quello sconosciuto?

Lo sconosciuto dovette sentire, attraverso al filo sottile che portava la sua voce, l'impazienza sdegnosa di colui che l'ascoltava, perchè s'interruppe d'improvviso quasi intimidito e timoroso.

— Voi siete un povero ingenuo od un povero illuso. Non ho altro a dirvi, — dichiarò Gustavo Ardenzi duramente, e troncò la comunicazione.

Quindi sedette allo scrittoio, afferrò la penna e si pose a scrivere.

Lavorò fino a sera e parte della notte a quel suo romanzo di violenta passione, egualmente lontano e staccato col pensiero dalla donna dolente ch'egli aveva angustiato con le sue amare parole e dal triste sconosciuto che invano aveva implorato da lui una consolante espressione di fede nella vita. Lavorò fino ad ora tardissima, chiuso in quell'egoistico cerchio di ardente cerebralità in cui lo scrittore s'isola con le creature del suo spirito sereno e s'apparta con esse in un suo mondo irreale, così vero tuttavia per la propria esaltazione che il mondo reale gli diviene invece fittizio e inesistente.

Quando si coricò era quasi l'alba e quando, dopo un sonno pesante e senza sogni, egli si destò suonavano a tutte le torri le campane del mezzogiorno.

Il cameriere gli portò il caffè e i giornali ch'egli aperse distrattamente e che percorse con lo sguardo svagato, qua e là, senza soffermarsi.

Ma nella cronaca della città un titolo più vistoso lo attrasse: — _Un noto artista suicida per amore._

I fatti passionali interessavano sempre in lui lo studioso dell'umanità d'eccezione, ed egli lesse con attenta curiosità la narrazione minuta di quel dramma, avvenuto il giorno innanzi al tramonto.

Il suicida era un pittore trentenne già molto apprezzato nel mondo dell'arte e ch'egli rammentava per aver acquistato in una esposizione, pur senza conoscerlo, un suo piccolo studio di testa femminile.

Con la brutale profanazione d'ogni segreto che la tragicità d'un suicidio permette, il giornale raccontava come il giovane fosse stato abbandonato un mese innanzi dalla propria amante, una bellissima mondana, la quale gli serviva spesso da modello e che il dolore d'averla perduta e l'inutile, spasmodica attesa del suo ritorno lo avevano spinto alla volontaria morte. La madre del pittore visitandolo verso sera allo studio lo aveva trovato al telefono intento a comunicare con qualcuno, e sembrandole abbastanza calmo se n'era andata senza sostare.

Venti minuti dopo il giovane si sparava al cuore un colpo di rivoltella e cadeva riverso ed esanime ai piedi dell'apparecchio telefonico.

Gustavo Ardenzi, giunto a questa parte della narrazione, si fermò a meditare con la fronte segnata da due profonde rughe e lo sguardo veemente fisso al suolo. Il vago dubbio che gli era balenato al principio della lettura si faceva a questo punto rodente certezza.

Lo scioglimento sanguinoso di quel dramma era dovuto a lui. La voce lontana che lo aveva implorato la sera innanzi al tramonto, il grido angoscioso che chiedeva soccorso ed al quale egli aveva freddamente, beffardamente negato aiuto era quello del giovine morituro che invocava da lui, esperto conoscitore d'anime, indulgente rivelatore delle umane miserie, una piccola luce di speranza o d'illusione per resistere al desiderio di morire.

La luce non era apparsa a rischiarare l'ombra della sua disperazione, il conoscitore d'anime, il rivelatore indulgente aveva risposto con uno sdegnoso motteggio; colei ch'egli attendeva attaccato tenacemente a un inganno estremo non sarebbe più tornata alle sue braccia protese, e la forza di vivere gli era mancata d'un tratto, la volontà della fine di tutto era sopravvenuta all'improvviso, come il bisogno d'una liberazione e d'un riposo, e il gesto tragicamente definitivo, che tronca ogni male ed ogni bene, era stato compiuto.

Lo scrittore, col capo fra le palme, rifletteva su quel triste caso umano del quale egli era stato involontariamente partecipe, e un'angoscia irosa verso se stesso lo mordeva, quasi col tormento sottile d'un rimorso.

Perchè non s'era piegato più fraternamente verso quell'afflitto, il quale gli dimostrava tanto abbandono di confidenza da aprirgli interamente il suo cuore, e tale illimitata fede da renderlo arbitro della sua vita e della sua morte?

Forse perchè la sua voce gli era giunta in un momento di arido scetticismo, nel quale il soffrire a cagione di una donna gli pareva una ridicola ingenuità d'illuso. Questo egli gli aveva seccamente dichiarato e, per quella ridicola ingenuità d'illuso, l'altro, ai piedi di quello stesso apparecchio che gli trasmetteva la beffarda risposta, s'era ucciso.

Un momento prima egli aveva ferito con parole ingiuste e crudeli la dolce amica che gli rimaneva da anni fedele, e mentre ella se ne andava sgomenta, con gli occhi e l'anima pieni di pianto sotto la minaccia di un abbandono, un altro uomo, più sensibile, più giovine, più puro, per lo stesso abbandono moriva.

Si poteva dunque sentire l'amore in modo e in misura così diversi? Quale strano essere era dunque una donna, perchè si potesse apprezzarla fino all'offerta della vita, o sdegnarla fino a volgerle duramente le spalle? E quale dei due sentimenti era più vicino alla verità?

Gustavo Ardenzi s'agitò per alcune ore in questo intimo dibattito, così appassionante per il suo spirito di scrittore e per il suo cuore d'uomo. Non scrisse nemmeno una cartella del suo romanzo, ma verso sera uscì di casa, passò da una fioraia ed ordinò una grande corona di rose, senza nome, per il giovane artista suicida.

Poi, passo passo, giunse fino alla casa della sua dolce amica fedele, e quando ella con ansia sbigottita gli apparve e gli sorrise timidamente, in silenzio, senza osare di manifestargli la sua meraviglia e la sua gioia ancora dubbiosa, egli le afferrò tutte e due le mani, ed incominciò a baciarle nelle piccole palme, avido, ad occhi chiusi, come un assetato che si ristori finalmente a una fresca fonte.

SCHERZI DI GUERRA.

Ieri l'altro la mia amica Rosalba Tranesi mi chiamò al telefono e mi pregò con la sua voce più ansiosa:

— Vieni un momento a casa mia. Debbo parlarti.

— Non potresti attendere fino a domani? Oggi non sono in vena di chiacchiere.

— No, cara, oggi, subito. Non si tratta di chiacchiere. Ho bisogno di chiederti un consiglio. Mi dibatto da alcune ore in un terribile dubbio.

— Nientemeno! Mi commuovi fino alle lacrime. Sarò da te fra un'ora.

Nella mia amica Rosalba vive la creatura assolutamente opposta a quella che vive in me. Ella è tanto bionda quanto io sono bruna, tanto dolce quanto io sono aspra, tanto fiduciosa quanto io sono diffidente. Ella riconosce la superiorità del mio buon gusto, com'io riconosco quella del suo buon cuore; ella tenta di mettere un po' di miele nel mio pessimistico amaro, com'io tento di insinuare un po' di fiele nella sua candida dolcezza. Cose perfettamente vane, ma che servono a mantenere fra di noi quel leggero e pur vivace disaccordo, necessario ad alimentare il nostro leale affetto, senza dover ricorrere a quelle vicendevoli perfidie che sono quasi sempre il sale delle femminili amicizie.

— Quali consigli mi vorrà chiedere? — meditavo lungo il cammino. — Forse è incerta nella scelta dei suoi abiti primaverili fra un modello di Drécoln ed uno di Paquin; oppure è perplessa sul miglior modo di trascorrere i prossimi mesi estivi e non sa decidersi fra una spiaggia marina graziosamente infiorata di mine subacquee, o una vetta di monte ridotta alla più spirituale rarità di viveri; oppure....

Interruppi le mie riflessioni perchè ero giunta frattanto ai cancelli del suo villino, ed a Rosalba la quale mi venne incontro silenziosa e mi ricevette nello studio di suo marito ch'era la stanza più appartata della casa, come quando voleva comunicarmi qualche cosa di importante e di segreto, domandai con qualche ansietà:

— Ma, dimmi, che cos'è accaduto?

— In questo momento nulla, ma ho il dubbio che mi sia accaduto nel passato qualche cosa di molto spiacevole.

— Un passato lontano?

— Di un paio d'anni.

— E te ne preoccupi ancora?

— Potrebbe ripetersi nell'avvenire.

— Questo è più grave. Ma, spiegati: di che si tratta?

— Ecco, — incominciò Rosalba, e andò ad assicurarsi che la porta fosse chiusa. — Ti ricordi di Frida Wok, quell'istitutrice di Monaco che tenni in casa mia per un anno e che partì alla nostra dichiarazione di guerra alla Germania? Mio marito la chiamava “_l'ussero della morte_„ perchè vestiva sempre di nero e portava come spilla di cravatta un piccolo teschio d'oro.

Rammentavo perfettamente quella ragazza alta e fulva, abbastanza seducente pur nelle linee dure del volto e nei chiari occhi di gatto. La incontravo quasi sempre in casa Tranesi e spesso in giro per la città, a piedi o in automobile coi due bimbi della mia amica e m'ero talvolta sorpresa di certe sue espressioni di serafica mansuetudine così in contrasto con la mascolinità del suo volto e con la voracità del suo sguardo.

Io la chiamavo dantescamente _la tedesca lurca_.

— Me ne ricordo. Ebbene? — la incitai con curiosità.

— Ebbene, dalla Svizzera dove andò a rifugiarsi, costei continuò a scrivermi di quando in quando, raccontandomi in un cattivo italiano, imparato in pochi mesi, le sue varie vicende, parlandomi di certi suoi piccoli allievi russi ai quali non può voler bene come ai miei figli, e sospirando in ogni lettera, regolarmente aperta dalla censura, la fine della guerra e la gioia di poter ritornare in casa mia.

— Non mi pareva tanto tenera quand'era qui — osservai, ricordando qualche suo scatto nervoso subito represso dalla consueta soavità.

— Faceva il suo dovere. Null'altro. Però da alcune ore mi tormenta il sospetto che qualche volta abbia esorbitato dalle sue semplici funzioni d'istitutrice.

— Ossia?

— Mi è giunta stamane una lettera che non riesco a comprendere. Eccola. — E Rosalba trasse dalla tasca del suo _golf_ di seta azzurra una busta aperta, invasa per metà dal bollo della censura e la battè più volte con un gesto impaziente sull'orlo della scrivania come per disperdere l'ombra misteriosa che pareva avvolgerla.

— Perchè non riesci a comprenderla? — domandai, meravigliata di quegli irrequieti preamboli, così poco in armonia col carattere della mia amica.

Questa sollevò il seno in un lungo sospiro, crollò il capo, chiuse gli occhi per un momento e rispose con voce grave:

— Perchè è una lettera d'amore.

— Che dici?

— Una lettera d'amore, indirizzata a me, ma scritta evidentemente per un'altra persona, per un uomo che forse non conosco, o che forse conosco troppo bene.

— Scusami, cara. Ma tu sei ancora più incomprensibile della tua lettera.

E glie la strappai dalle dita, l'apersi e percorsi con lo sguardo attento le due pagine e mezza che la componevano, mentre Rosalba seduta di fronte a me, col gomito sul ginocchio e il mento sulla palma, seguiva ogni espressione del mio viso, quasi per cogliervi il silenzioso commento del mio pensiero.

Lo scritto incominciava con le parole: “Mio dolce amor„, che certo alla alemanna pesantezza della signorina Frida erano sembrata la apostrofe più poetica e più patetica per rivolgersi ad un amante lontano, quindi rievocava con alcuni errori di grammatica e molti d'ortografia, una certa gita in automobile, un primo bacio furtivo durante un ritorno al chiaro di luna e parecchi deliziosi convegni “laggiù„, in un luogo non definito da più precise indicazioni, terminando con abbracci e carezze, proteste e raccomandazioni, espressi nella effusione del commiato parte nel suo linguaggio e parte nel linguaggio dell'amante, per modo che ne risultava una conclusione alquanto babelica, ma forse perciò ancora più esasperante per i memori nervi ai quali era destinata.

Restituii la lettera a Rosalba in un perplesso silenzio, sorridendo entro me stessa ad una mia maligna supposizione, ma sollevando con lentezza stupefatta le spalle come chi si sente sperduto fra gli oscuri meandri di un enigma indecifrabile.

— Che ne pensi? — domandò ansiosa la mia amica.

— Non penso nulla e capisco soltanto che questo sfogo erotico-sentimentale è giunto a te per errore. Tuttavia, non mi posso persuadere che quella donna sia stata così imprudentemente distratta da chiudere in una busta indirizzata a te la lettera scritta per un amante.

— È ciò che anch'io mi ripeto da alcune ore senza giungere ad una conclusione, — confermò Rosalba alzandosi e passeggiando inquieta pel vasto studio di suo marito, con gli occhi fissi ai fiori mostruosi del tappeto e una ruga sulla fronte, come se riflettesse profondamente.

Meditammo entrambe con una taciturna intensità d'alcuni minuti, finchè io scattai in piedi esclamando:

— Ho capito: è la censura.

— La censura?

— Certo. Quella busta fu aperta da una mano profana e letta da una persona alla quale tornava del tutto indifferente che la signorina Frida Wok scrivesse una lettera di gratitudine a te ed una lettera d'amore a.... ad un altro. L'importante per il censore era che non contenesse notizie di carattere politico e guerresco. La signorina Frida dev'essere una cattiva tedesca perchè desidera la fine della guerra per tornare nella casa dei suoi nemici, o meglio dei nemici della sua nazione, coi quali ella si trova in perfetto accordo. Sono questioni d'ordine affettivo di cui la censura non si interessa o se ne interessa così poco e così male che con la più noncurante sbadataggine confonde i destinatari e dirige alle amiche le parole d'amore ed agli innamorati le parole di amicizia. A meno che il censore non sia uno psicologo malvagio, o un autore di commedie fallito, o un marito geloso, il quale si diletti di queste confusioni per far nascere complicati drammi familiari.

Non appena ebbi pronunciato questi apprezzamenti me ne pentii, perchè Rosalba mi spalancò in faccia le sue iridi azzurrine e mormorò sgomenta:

— Ma allora, credi veramente anche tu che quella lettera fosse destinata a....

S'interruppe ansando, quasi intimorita dalle parole stesse che stava per pronunciare, interrogandomi con lo sguardo.

— A chi? — la incoraggiai, sorridendo con un simulato candore.