Part 9
Nella moltitudine il mormorìo era interrotto da silenzii di aspettazione. Il nome di Pallura circolava per le bocche; impazienze irose scoppiavano qua e là. Lungo la strada del fiume non si vedeva ancora apparire il traino; le candele mancavano; Don Cònsolo indugiava per questo ad esporre le reliquie, a fare gli esorcismi; e il pericolo soprastava. Il pànico invadeva tutta quella gente ammassata come una mandra di bestie, non osante più di sollevare gli occhi al cielo. Dai petti delle femmine cominciarono a rompere i singhiozzi; e una costernazione suprema oppresse e istupidì le coscienze al suono di quel pianto.
Allora le campane finalmente squillarono Come i bronzi stavano a poca altezza, il fremito cupo del rintocco sfiorò tutte le teste; e una specie di ululato continuo si propagava nell'aria tra un colpo e l'altro.
— San Pantaleone! San Pantaleone!
Fu un immenso grido unanime di disperati che chiedevano aiuto. Tutti in ginocchio, con le mani tese, con la faccia bianca, imploravano.
— San Pantaleone!
Apparve su la porta della chiesa, in mezzo al fumo di due turiboli, Don Cònsolo scintillante in una pianeta violetta a ricami d'oro. Egli teneva in alto il sacro braccio d'argento, e scongiurava l'aria gridando le parole latine:
— _Ut fidelibus tuis aeris serenitatem concedere digneris, Te rogamus, audi nos._
L'apparizione della reliquia eccitò un delirio di tenerezza nella moltitudine. Scorrevano lagrime da tutti gli occhi; e a traverso il velo lucido delle lagrime gli occhi vedevano un miracoloso fulgore celeste emanare dalle tre dita in alto atteggiate a benedire. La figura del braccio pareva ora più grande nell'aria accesa; i raggi crepuscolari suscitavano barbagli variissimi nelle pietre preziose; il balsamo dell'incenso si spargeva rapidamente per le nari devote.
— _Te rogamus, audi nos!_
Ma, quando il braccio rientrò e le campane si arrestarono, nel momentaneo silenzio un tintinnìo prossimo di sonagli si udì, che veniva dalla strada del fiume. E avvenne allora un repentino movimento di concorso verso quella parte e molti dicevano:
— È Pallura con le candele! È Pallura che arriva! Ecco Pallura!
Il traino si avanzava scricchiolando su la ghiaia, al passo di una pesante cavalla grigia a cui il gran corno d'ottone brillava, simile a una bella mezzaluna, su la groppa. Come Giacobbe e gli altri si fecero in contro, la pacifica bestia si fermò soffiando forte dalle narici. E Giacobbe, che s'accostò primo, subito vide disteso in fondo al traino il corpo di Pallura tutto sanguinante, e si mise a urlare agitando le braccia verso la folla:
— È morto! E morto!
III.
La triste novella si propagò in un baleno. La gente si accalcava in torno al traino, tendeva il collo per vedere qualche cosa, non pensava più alle minacce dell'alto, colpita dal nuovo caso inaspettato, invasa da quella natural curiosità feroce che gli uomini hanno in cospetto del sangue.
— È morto? Come è morto?
Pallura giaceva supino su le tavole, con una larga ferita in mezzo alla fronte, con un orecchio lacerato, con strappi per le braccia, nei fianchi, in una coscia. Un rivo tiepido gli colava per il cavo degli occhi giù giù sino al mento ed al collo, gli chiazzava la camicia, gli formava grumi nerastri e lucenti sul petto, su la cintola di cuoio, fin su le brache. Giacobbe stava chino sopra quel corpo; tutti gli altri a torno attendevano; una luce d'aurora illuminava i volti perplessi; e, in quel momento di silenzio, dalla riva del fiume si levava il cantico delle rane, e i pipistrelli passavano e ripassavano rasente le teste.
D'improvviso Giacobbe drizzandosi, con una gota macchiata di sangue, gridò:
— Non è morto. Respira ancora.
Un mormorìo sordo corse per la folla, e i più vicini si protesero per guardare; e l'inquietudine dei lontani cominciò a rompere in clamori. Due donne portarono un boccale d'acqua, un'altra portò qualche brandello di tela; un giovinetto offerse una zucca piena di vino. Fu lavata la faccia al ferito, fu fermato il flusso del sangue alla fronte, fu rialzato il capo. Sorsero quindi alte le voci, chiedendo le cause del fatto. — Le cento libbre di cera mancavano; appena pochi frantumi di candela rimanevano tra gli interstizi delle tavole nel fondo del traino.
I giudizii, in mezzo al sommovimento, di più in più si accendevano e s'inasprivano e cozzavano. E, come un antico odio ereditario ferveva contro il paese di Mascálico, posto di contro su l'altra riva del fiume, Giacobbe disse con la voce rauca, velenosamente:
— Che i ceri sieno serviti a S. Gonselvo?
Allora fu come una scintilla d'incendio. Lo spirito di chiesa si risvegliò d'un tratto in quella gente abbrutita per tanti anni nel culto cieco e feroce del suo unico idolo. Le parole del fanatico di bocca in bocca si propagarono. E, sotto il rossore tragico del crepuscolo, la moltitudine tumultuante aveva apparenza d'una tribù di negri ammutinati.
Il nome del santo rompeva da tutte le gole, come un grido di guerra. I più ardenti gittavano imprecazioni contro la parte del fiume, agitando le braccia, tendendo i pugni. Poi, tutti quei volti accesi dalla collera e dalla luce, larghi e possenti, a cui i cerchi d'oro degli orecchi e il gran ciuffo della fronte davano uno strano aspetto di barbarie, tutti quei volti si tesero verso il giacente, si addolcirono di misericordia. Fu in torno al traino una sollecitudine pietosa di femmine che volevano rianimare l'agonizzante: tante mani amorevoli gli cambiarono le strisce di tela su le ferite, gli spruzzarono d'acqua la faccia, gli accostarono alle labbra bianche la zucca del vino, gli composero una specie di guanciale più molle sotto la testa.
— Pallura, povero Pallura, non rispondi?
Egli stava supino, con gli occhi chiusi, con la bocca semiaperta, con una lanugine bruna su le gote e sul mento, con una mite beltà di giovinezza ancora trasparente dai tratti tesi nella convulsione del dolore. Di sotto alla fasciatura della fronte gli colava un fil di sangue giù per la tempia; agli angoli della bocca apparivano piccole bolle di schiuma rossigna; e dalla gola gli usciva una specie di sibilo fioco, interrotto. Intorno a lui le cure, le domande, gli sguardi febbrili crescevano. La cavalla ogni tanto scoteva la testa e nitriva verso le case. Un'ansietà come d'uragano imminente pesava su tutto il paese.
S'intesero allora grida feminili verso la piazza, grida di madre, che parvero più alte in mezzo al subitaneo ammutolimento di tutte le altre voci. E una donna enorme, soffocata dall'adipe, attraversò la folla, giunse gridando presso al traino. Come ella era grave e non poteva salirvi, s'abbattè su i piedi del figlio, con parole d'amore tra i singhiozzi, con laceramenti così acuti di voce rotta e con una espressione di dolore così terribilmente bestiale che per tutti gli astanti corse un brivido e tutti rivolsero altrove la faccia.
— Zaccheo! Zaccheo! cuore mio! gioia mia! — gridava la vedova, senza finire, baciando i piedi del ferito, attraendolo a sè verso terra.
Il ferito si rimosse, torse la bocca per lo spasimo, aprì gli occhi in alto; ma certo non potè vedere, perchè una specie di pellicola umida gli copriva lo sguardo. Grosse lagrime incominciarono a sgorgargli dagli angoli delle palpebre e a scorrere giù per le guance e pel collo; la bocca gli rimase torta; nel sibilo fioco della gola si sentì un vano sforzo di favella. E in torno incalzavano:
— Parla, Pallura! Chi t'ha ferito? Chi t'ha ferito? Parla! Parla!
E sotto la domanda fremevano le ire, si addensavano i furori, un sordo tumulto di vendicazione si riscoteva, e l'odio ereditario ribolliva nell'animo di tutti.
— Parla! Chi t'ha ferito? Dillo a noi! Dillo a noi!
Il moribondo aprì gli occhi un'altra volta; e come gli tenevano serrate ambo le mani, forse per quel vivo contatto di calore gli spiriti un istante gli si ridestarono, lo sguardo si illuminò. Egli ebbe su le labbra un balbettamento vago, tra la schiuma che sopravveniva più copiosa e più sanguigna. Non si capivano ancora le parole. Si udì nel silenzio la respirazione della moltitudine anelante, e gli occhi ebbero in fondo una sola fiamma, poichè tutti gli animi attendevano una parola sola.
— ... Ma... Ma... Ma... scálico...
— Mascálico! Mascálico! urlò Giacobbe che stava chino, con l'orecchio teso, ad afferrare le sillabe fievoli da quella bocca morente.
Un fragore immenso accolse il grido. Nella moltitudine fu dapprima un mareggiamento confuso di tempesta. Poi, quando una voce soverchiante il tumulto gittò l'allarme, la moltitudine a furia si sbandò. Un pensiero solo incalzava quelli uomini, un pensiero che pareva balenato a tutte le menti in un attimo: armarsi di qualche cosa per colpire. Su tutte le coscienze instava una specie di fatalità sanguinaria, sotto il gran chiaror torvo del crepuscolo, in mezzo all'odore elettrico emanante dalla campagna ansiosa.
IV.
E la falange, armata di falci, di ronche, di scuri, di zappe, di schioppi, si riunì su la piazza, dinanzi alla chiesa. E gli idolatri gridavano:
— San Pantaleone!
Don Cònsolo, atterrito dallo schiamazzo, s'era rifugiato in fondo a uno stallo, dietro l'altare. Un manipolo di fanatici, condotto da Giacobbe, penetrò nella cappella maggiore, forzò le grate di bronzo, giunse nel sotterraneo, dove il busto del santo si custodiva. Tre lampade, alimentate d'olio d'oliva, ardevano dolcemente nell'aria umida del sacrario; dietro un cristallo, l'idolo cristiano scintillava con la testa bianca in mezzo a un gran disco solare; e le pareti sparivano sotto la ricchezza dei doni.
Quando l'idolo, portato su le spalle da quattro ercoli, si mostrò alfine tra i pilastri del vestibolo, e s'irraggiò alla luce aurorale, un lungo anelito di passione corse il popolo aspettante, un fremito come d'un vento di gioia volò sopra tutte le fronti. E la colonna si mosse. E la testa enorme del santo oscillava in alto, guardando innanzi a sè dalle due orbite vuote.
Nel cielo ora, in mezzo all'accensione eguale e cupa, a tratti passavano solchi di meteore più vive; gruppi di nuvole sottili si distaccavano dall'orlo della zona, e galleggiavano lentamente dissolvendosi. Tutto il paese di Radusa appariva in dietro come un monte di cenere che covasse il fuoco; e, dinanzi, le masse della campagna si perdevano con un luccichìo indistinto. Un gran cantico di rane empiva la sonorità della solitudine.
Su la strada del fiume il traino di Pallura fece ostacolo all'incedere. Era vuoto, ma conservava tracce di sangue in più parti. Imprecazioni irose scoppiarono d'improvviso nel silenzio. Giacobbe gridò:
— Mettiamoci il santo!
E il busto fu posato su le tavole e tirato a forza di braccia nel guado. La processione di battaglia così attraversava il confine. Lungo le file correvano lampi metallici; le acque invase rompevano in sprazzi luminosi, e tutta una corrente rossa fiammeggiava fra i pioppetti, nel lontano, verso le torri quadrangolari. Mascálico si scorgeva su una piccola altura, in mezzo agli olivi, dormente. I cani abbaiavano qua e là, con una furiosa persistenza di risposte. La colonna, uscita dal guado, abbandonando la via comune, avanzava a passi rapidi per una linea diretta che tagliava i campi. Il busto d'argento era portato di nuovo a spalle, dominava le teste degli uomini tra il grano altissimo, odorante e tutto stellante di lucciole vive.
D'improvviso, un pastore, che stava dentro un covile di paglia a guardare il grano, invaso da un pazzo sbigottimento in cospetto di tanta gente armata, si diede a fuggire su per la costa, strillando a squarciagola:
— Aiuto! aiuto!
E gli strilli echeggiavano nell'oliveto.
Allora fu che i Radusani fecero impeto. Fra i tronchi degli alberi, fra le canne secche, il santo di argento traballava, dava tintinni sonori agli urti dei rami, s'illuminava di lampi vivissimi ad ogni accenno di precipizio. Dieci, dodici, venti schioppettate grandinarono in un balenìo vibrante, una dopo l'altra su la massa delle case. Si udirono crepiti, poi grida; poi si udì un gran sommovimento clamoroso: alcune porte si aprirono, altre si chiusero; caddero vetri in frantumi, caddero vasi di basilico, spezzati su la via. Un fumo bianco si levava nell'aria placidamente, dietro la corsa degli assalitori, su per l'incandescenza celeste. Tutti, accecati, in una furia belluina, gridavano:
— A morte! a morte!
Un gruppo di idolatri si manteneva in torno a san Pantaleone. Vituperii atroci contro san Gonselvo irrompevano tra l'agitazione delle falci e delle ronche brandite.
— Ladro! Ladro! Pezzente! Le candele! Le candele!
Altri gruppi prendevano d'assalto le porte delle case, a colpi d'accetta. E, come le porte sgangherate e scheggiate cadevano, i Pantaleonidi saltavano nell'interno urlando, per uccidere. Femmine seminude si rifugiavano negli angoli, implorando pietà; si difendevano dai colpi, afferrando le armi e tagliandosi le dita; rotolavano distese sul pavimento, in mezzo a mucchi di coperte e di lenzuoli da cui uscivano le loro flosce carni nutrite di rape.
Giacobbe alto smilzo rossastro, fascio di aride ossa reso formidabile dalla passione, condottiero della strage, si arrestava ad ogni tratto per fare un largo gesto imperatorio sopra tutte le teste con una gran falce fienaia. Andava innanzi, impavido, senza cappello, nel nome di san Pantaleone. Più di trenta uomini lo seguivano. E tutti avevano la sensazione confusa e ottusa di camminare in mezzo a un incendio, sopra un terreno oscillante, sotto una vôlta ardente che fosse per crollare.
Ma da ogni parte cominciarono ad accorrere i difensori, i Mascalicesi forti e neri come mulatti, sanguinarii, che si battevano con lunghi coltelli a scatto, e tiravano al ventre e alla gola, accompagnando di voci gutturali il colpo. La mischia si ritraeva a poco a poco verso la chiesa; dai tetti di due o tre case già scoppiavano le fiamme; un'orda di femmine e di fanciulli fuggiva a precipizio tra gli olivi, presa dal pánico, senza più lume negli occhi.
Allora tra i maschi, senza impedimento di lagrime e di lamenti, la lotta a corpo a corpo si strinse più feroce. Sotto il cielo color di ruggine, il terreno si copriva di cadaveri. Stridevano vituperii mozzi tra i denti dei colpiti; e continuo tra i clamori persisteva il grido dei Radusani:
— Le candele! Le candele!
Ma la porta della chiesa restava sbarrata, enorme, tutta di quercia, stellante di chiodi. I Mascalicesi la difendevano contro gli urti e contro le scuri. Il santo d'argento, impassibile e bianco, oscillava nel folto della mischia, ancora sostenuto su le spalle dei quattro ercoli che sanguinavano tutti dalla testa ai piedi, non volendo cadere. Ed era nel supremo voto degli assalitori mettere l'idolo su l'altare del nemico.
Ora mentre i Mascalicesi si battevano da leoni, prodigiosamente, sul gradino di pietra, Giacobbe disparve all'improvviso, girò il fianco dell'edifizio, cercando un varco non difeso per penetrare nel sacrario. E come vide un'apertura a poca altezza da terra, vi si arrampicò, vi rimase tenuto ai fianchi dall'angustia, vi si contorse, fin che non giunse a far passare il suo lungo corpo giù per lo spiraglio. Il cordiale aroma dell'incenso vaniva nel gelo notturno della casa di Dio. A tentoni nel buio, guidato dal fragore della pugna esterna, quell'uomo camminò verso la porta, inciampando nelle sedie, ferendosi alla faccia, alle mani. Rimbombava già il lavorio furioso delle accette radusane su la durezza della quercia, quando egli cominciò con un ferro a forzare le serrature, anelante, soffocato da una violenta palpitazione di ambascia che gli diminuiva la forza, con la vista attraversata da bagliori fatui, con le ferite che gli dolevano e gli mettevano un'onda tiepida giù per la cute.
— San Pantaleone! San Pantaleone! — gridarono di fuori le voci rauche de' suoi che sentivano cedere lentamente la porta, raddoppiando gli urti e i colpi di scure. A traverso il legno giungeva lo schianto grave dei corpi che stramazzavano, il colpo secco del coltello che inchiodava là qualcuno per le reni. E pareva a Giacobbe che tutta la navata rimbombasse al battito del suo selvaggio cuore.
V.
Dopo un ultimo sforzo, la porta si aprì. I Radusani si precipitarono con un immenso urlo di vittoria, passando su i corpi degli uccisi, traendo il santo d'argento all'altare. E una viva oscillazione di riverberi invase d'un tratto l'oscurità della navata, fece brillare l'oro dei candelabri, le canne dell'organo, in alto. E in quel chiaror fulvo, che or sì or no dall'incendio delle prossime case vibrava dentro, una seconda lotta si strinse. I corpi avviluppati rotolavano su i mattoni, non si distaccavano più, balzavano insieme qua e là nei divincolamenti della rabbia, urtavano e finivano sotto le panche, su i gradini delle cappelle, contro gli spigoli dei confessionali. Nella concavità raccolta della casa di Dio, il suono agghiacciante del ferro che penetra nelle carni o che scivola su le ossa, quell'unico gemito rotto dell'uomo che è colpito in una parte vitale, quello scricchiolìo che dà la cassa del cranio nell'infrangersi al colpo, il ruggito di chi non vuol morire, l'ilarità atroce di chi è giunto ad uccidere, tutto distintamente si ripercoteva. E il mite odore dell'incenso vagava sul conflitto.
L'idolo d'argento non anche aveva attinto la gloria dell'altare, poichè un cerchio ostile ne precludeva l'accesso. Giacobbe si batteva con la falce, ferito in più parti, senza cedere un palmo del gradino che primo aveva conquistato. Non rimanevano se non due a sorreggere il santo. L'enorme testa bianca barcollava come ebra sul bulicame del sangue iroso. I Mascalicesi imperversavano.
Allora san Pantaleone cadde sul pavimento, dando un tintinno acuto che penetrò nel cuore di Giacobbe più a dentro che punta di coltello. Come il rosso falciatore si slanciò per rialzarlo, un gran diavolo d'uomo con un colpo di ronca stese il nemico su la schiena. Due volte questi si risollevò, e altri due colpi lo rigettarono. Il sangue gli inondava tutta la faccia e il petto e le mani; per le spalle e per le braccia le ossa gli biancicavano scoperte nei tagli profondi; ma pure egli si ostinava a riavventarsi. Inviperiti da quella feroce tenacità di vita, tre, quattro, cinque bifolchi insieme gli diedero a furia nel ventre d'onde le viscere sgorgarono. Il fanatico cadde riverso, battè la nuca sul busto d'argento, si rivoltò d'un tratto bocconi con la faccia contro il metallo, con le branche stese innanzi, con le gambe contratte. E san Pantaleone fu perduto.
L'EROE.
Già i grandi stendardi di San Gonselvo erano usciti su la piazza ed oscillavano nell'aria pesantemente. Li reggevano in pugno uomini di statura erculea, rossi in volto e con il collo gonfio di forza, che facevano giuochi.
Dopo la vittoria su i Radusani, la gente di Mascalico celebrava la festa di settembre con magnificenza nuova. Un meraviglioso ardore di religione teneva gli animi. Tutto il paese sacrificava la recente ricchezza del fromento a gloria del Patrono. Su le vie, da una finestra all'altra, le donne avevano tese le coperte nuziali. Gli uomini avevano inghirlandato di verzura le porte e infiorato le soglie. Come soffiava il vento, per le vie era un ondeggiamento immenso e abbarbagliante di cui la turba si inebriava.
Dalla chiesa la processione seguitava a svolgersi e ad allungarsi su la piazza. Dinanzi all'altare, dove san Pantaleone era caduto, otto uomini, i privilegiati, aspettavano il momento di sollevare la statua di san Gonselvo; e si chiamavano: Giovanni Curo, l'Ummálido, Mattalà, Vincenzio Guanno, Rocco di Céuzo, Benedetto Galante, Biagio di Clisci, Giovanni Senzapaura. Essi stavano in silenzio, compresi della dignità del loro ufficio, con la testa un po' confusa. Parevano assai forti; avevano l'occhio ardente dei fanatici; portavano agli orecchi, come le femmine, due cerchi d'oro. Di tanto in tanto si toccavano i bicipiti e i polsi, come per misurarne la vigoria; o tra loro si sorridevano fuggevolmente.
La statua del Patrono era enorme, di bronzo vuoto, nerastra, con la testa e con le mani di argento, pesantissima.
Disse Mattalà:
— Avande!
In torno, il popolo tumultuava per vedere. Le vetrate della chiesa romoreggiavano ad ogni colpo di vento. La navata fumigava di incenso e di belzuino. I suoni degli stromenti giungevano ora sì ora no. Una specie di febbre religiosa prendeva gli otto uomini, in mezzo a quella turbolenza. Essi tesero le braccia, pronti. Disse Mattalà:
— Una!... Dua!... Trea!...
Concordemente, gli uomini fecero Io sforzo per sollevare la statua di su l'altare. Ma il peso era soverchiante: la statua barcollò a sinistra. Gli uomini non avevano potuto ancora bene accomodare le mani intorno alla base per prendere. Si curvavano tentando di resistere. Biagio di Clisci e Giovanni Curo, meno abili, lasciarono andare. La statua piegò tutta da una parte, con violenza. L'Ummálido gittò un grido.
— Abbada! Abbada! — vociferavano intorno, vedendo pericolare il Patrono. Dalla piazza veniva un frastuono grandissimo che copriva le voci.
L'Ummálido era caduto in ginocchio; e la sua mano destra era rimasta sotto il bronzo. Così, in ginocchio, egli teneva gli occhi fissi alla mano che non poteva liberare, due occhi larghi, pieni di terrore e di dolore; ma la sua bocca torta non gridava più. Alcune gocce di sangue rigavano l'altare.
I compagni, tutt'insieme, fecero forza un'altra volta per sollevare il peso. L'operazione era difficile. L'Ummálido, nello spasimo, torceva la bocca. Le femmine spettatrici rabbrividivano.
Finalmente la statua fu sollevata; e l'Ummálido ritrasse la mano schiacciata e sanguinolenta che non aveva più forma.
— Va a la casa, mo! Va a la casa! — gli gridava la gente, sospingendolo verso la porta della chiesa.
Una femmina si tolse il grembiule e gliel'offerse per fasciatura. L'Ummálido rifiutò. Egli non parlava; guardava un gruppo d'uomini che gesticolavano in torno alla statua e contendevano.
— Tocca a me!
— No, no! Tocca a me!
— No! a me!
Cicco Ponno, Mattia Scafarola e Tommaso di Clisci gareggiavano per sostituire nell'ottavo posto di portatore l'Ummálido.
Costui si avvicinò ai contendenti. Teneva la mano rotta lungo il fianco, e con l'altra mano si apriva il passo.
Disse semplicemente:
— Lu poste è lu mi'.
E porse la spalla sinistra a sorreggere il Patrono. Egli soffocava il dolore stringendo i denti, con una volontà feroce.
Mattalà gli chiese:
— Tu che vuo' fa'?
Egli rispose:
— Quelle che vo' sante Gunzelve.
E, insieme con gli altri, si mise a camminare.
La gente lo guardava passare, stupefatta.
Di tanto in tanto, qualcuno, vedendo la ferita che dava sangue e diventava nericcia, gli chiedeva al passaggio:
— L'Ummá, che tieni?
Egli non rispondeva. Andava innanzi gravemente, misurando il passo al ritmo delle musiche, con la mente un po' alterata, sotto le vaste coperte che sbattevano al vento, tra la calca che cresceva.
All'angolo d'una via cadde, tutt'a un tratto. Il santo si fermò un istante e barcollò, in mezzo a uno scompiglio momentaneo: poi si rimise in cammino. Mattia Scafarola subentrò nel posto vuoto. Due parenti raccolsero il tramortito e lo portarono nella casa più vicina.
Anna di Céuzo, ch'era una vecchia femmina esperta nel medicare le ferite, guardò il membro informe e sanguinante; e poi scosse la testa.
— Che ce pozze fa'?
Ella non poteva far niente con l'arte sua.
L'Ummálido, che aveva ripreso gli spiriti, non aprì bocca. Seduto, contemplava la sua ferita, tranquillamente. La mano pendeva, con le ossa stritolate, oramai perduta.
Due o tre vecchi agricoltori vennero a vederla. Ciascuno, con un gesto o con una parola, espresse lo stesso pensiero.
L'Ummálido chiese:
— Chi ha purtate lu Sante?
Gli risposero:
— Mattia Scafarola.
Di nuovo, chiese:
— Mo che si fa?
Risposero:
— Lu vespre 'n múseche.
Gli agricoltori salutarono. Andarono al vespro. Un grande scampanìo veniva dalla chiesa madre.
Uno dei parenti mise accanto al ferito un secchio d'acqua fredda, dicendo:
— Ogne tante mitte la mana a qua. Nu mo veniamo. Jame a sentì lu vespre.