Part 7
La processione non passò sotto le finestre dell'abate. Di tratto in tratto una specie di movimento irregolare correva lungo le file, come se la schiera antesignana incontrasse un ostacolo. E n'era causa il contrasto tra il crocifero della Confraternita e il luogotenente delle milizie, i quali ambedue avevano ricevuto il comando di seguire un itinerario diverso. Poichè il luogotenente non poteva usar violenza senza commetter sacrilegio, vinse il crocifero. I congregati esultavano; il comandante generale ardeva d'ira; il popolo s'empiva di curiosità.
Quando la pompa, in vicinanza dell'arsenale, si rivolse per rientrare nella chiesa di San Giacomo, Anna prese un vicolo obliquo e in pochi passi fu su la porta madre. S'inginocchiò. Giungeva primo verso di lei l'uomo portante il crocifisso gigantesco; seguivano gli stendardieri che tenevano l'altissima asta in equilibrio su la fronte o sul mento, atteggiandosi con dotto giuoco di muscoli. Poi, quasi in mezzo a una nuvola d'incenso, venivano le altre schiere, i cori angelici, gli incappati, le vergini, i signori, il clero, le milizie. Lo spettacolo era grande. Una specie di terrore mistico teneva l'animo della donna.
Si avanzò sul vestibolo, secondo la consuetudine, un accolito munito d'un largo piatto d'argento per ricevere i ceri. Anna guardava. Allora fu che il comandante, spezzando tra i denti aspre parole contro la Confraternita, gittò violentemente il suo cero nel piatto e voltò le spalle con piglio minaccioso. Tutti rimasero allibiti. E nel momentaneo silenzio si udì tintinnare la spada di colui che si allontanava. Solo Don Fiore Ussorio ebbe la temerità di sorridere.
X.
I fatti per moltissimo tempo incitarono l'attività vocale dei cittadini e furono causa di turbolenze. Come Anna era stata testimone dell'ultima scena, alcuni vennero a lei per ragguagli. Ella raccontava sempre con le stesse parole, pazientemente. La sua vita da allora fu tutta spesa tra le pratiche religiose, gli uffici domestici e l'amore della testuggine. Ai primi tepori d'aprile la testuggine uscì dal letargo. Un giorno, d'improvviso, sbucò di sotto allo scudo la testa serpentina e tentennò debolmente mentre i piedi erano ancora immersi nel torpore. I piccoli occhi rimasero coperti a mezzo dalla palpebra. E l'animale, forse non più consapevole d'essere captivo, si mosse finalmente con un moto pigro e incerto, tastando co' piedi il suolo, spinto dal bisogno di trovarsi il cibo come nella sabbia del suo bosco natale.
Anna, innanzi a quel risveglio, fu invasa da una tenerezza ineffabile e stette a guardare con occhi umidi di lacrime. Poi prese la testuggine, la mise sul letto, le offerì alcune foglie verdi. La testuggine esitava a toccare le foglie, e nell'aprire le mandibole mostrava la lingua carnosa come quella dei pappagalli. Gli indumenti del collo e delle zampe parevano membrane flosce e giallognole di un corpo estinto. La donna a quella vista si sentiva stringere da una gran misericordia; ed eccitava al ristoro il bene amato, con le blandizie di una madre pel figliuolo convalescente. Unse d'olio dolce lo scudo osseo; e, come il sole vi percoteva sopra, le piastre pulite risplendevano più belle.
In queste cure passarono i mesi della primavera. Ma Zacchiele, consigliato dalla stagione novella a maggiori impeti di amore, incalzò la donna con così tenere supplicazioni che n'ebbe alfine una promessa solenne. Le nozze si sarebbero celebrate il giorno precedente la Natività di Gesù Cristo.
Allora l'idillio rifiorì. Mentre Anna attendeva alle opere dell'ago pel corredo nuziale, Zacchiele leggeva ad alta voce la storia del Nuovo Testamento. Le nozze di Cana, i prodigi del Redentore in Cafarnao, il morto di Naim, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la liberazione della figliuola della Cananea, i dieci lebbrosi, il cieco nato, la risurrezione di Lazzaro, tutte quelle narrazioni miracolose rapirono l'animo della donna. Ed ella pensò lungamente a Gesù che entrava in Gerusalemme cavalcando un'asina, mentre i popoli stendevano su la sua via le vesti e spargevano fronde.
Nella stanza l'erbe di timo odoravano in un vaso di terra. La testuggine veniva talvolta alla cucitrice e le tentava con la bocca il lembo delle tele o le morsicchiava il cuoio sporgente delle scarpe. Un giorno Zacchiele, nel leggere la parabola del Figliuol Prodigo, sentendosi d'improvviso qualche cosa di mobile tra i piedi, per un involontario moto di ribrezzo diede co' piedi un urto; e la testuggine urtata andò a battere contro la parete e rimase capovolta. Il guscio dorsale si scheggiò in più parti; un po' di sangue apparve da una delle zampe che l'animale agitava inutilmente per riprendere la posizione primitiva.
Se bene l'infelice amante si mostrò atterrito del fatto e inconsolabile, Anna dopo quel giorno si chiuse in una specie di severità diffidente, non parlò più, non volle più ascoltare la lettura. E così il figliuol prodigo rimase per sempre sotto gli alberi delle ghiande a guardare i porci del suo signore.
XI.
Nella grande alluvione dell'ottobre (1857) Zacchiele morì. La cascina dov'egli abitava, nei dintorni dei Cappuccini, fuori di Porta-Giulia, fu invasa dalle acque. Le acque inondarono tutta la campagna, dal colle d'Orlando fino al Colle di Castellammare; e, poichè avevano attraversato vastissimi sedimenti d'argilla, erano sanguigne come nella favola antica. Le cime degli alberi emergevano qua e là su quel sangue melmoso ed estuoso. Per intervalli, dinanzi al forte passavano in precipizio tronchi enormi con tutte le radici, masserizie, materie di forme irriconoscibili, gruppi di bestiami non ancora morti che urlavano e sparivano e riapparivano e si perdevano in lontananza. I branchi dei bovi, in ispecie, davano uno spettacolo mirabile: i grossi corpi biancastri s'incalzavano l'un l'altro, le teste si ergevano disperatamente fuori dell'acqua, furiosi intrecciamenti di corna avvenivano nell'impeto del terrore. Come il mare era di levante, le onde alla foce rigurgitavano. Il lago salso della Palata e gli estuarii si riunirono col fiume. Il forte divenne un'isola perduta.
Nell'interno le vie si sommersero; la casa di Donna Cristina ebbe la linea delle acque sino a metà della scala. Il fragore cresceva di continuo, mentre le campane sonavano a distesa. I forzati, dentro le carceri, urlavano.
Anna, credendo a qualche supremo castigo dell'Altissimo, ricorse alla salvezza delle preghiere. Il secondo giorno, come salì su la sommità della colombaia, non vide che acque e acque in torno sotto le nuvole, e scorse poi cavalli sbigottiti che galoppavano in furia su le troniere di San Vitale. Discese, stupida, con la mente sconvolta; e la persistenza del fragore e l'oscurità dell'aria le fecero smarrire ogni nozione del luogo e del tempo.
Quando l'alluvione cominciò a decrescere, la gente del contado entrò nella città per mezzo di palischermi. Uomini, donne e fanciulli, avevano su la faccia e negli occhi la stupefazione dolorosa. Tutti narravano fatti tristi. E un bifolco dei Cappuccini venne alla casa Basile per annunziare che Don Zacchiele se n'era andato _a marina_. Il bifolco parlava semplicemente, narrando la morte. Disse che in vicinanza dei Cappuccini certe femmine avevano legato i figliuoli lattanti su la cima di un grande albero per salvarli dall'acqua e che i vortici avevano sradicato l'albero trascinandosi le cinque creature. Don Zacchiele stava sul tetto con altri cristiani in un mucchio compatto, urlando; e il tetto stava già per sommergersi; e cadaveri d'animali e rami rotti venivano già a urtare contro i disperati. Quando finalmente l'albero dei lattanti passò di là sopra, la violenza fu così terribile che dopo il suo passaggio non si vide più traccia di tetto nè di cristiani.
Anna ascoltò senza piangere; e nella sua mente percossa il racconto di quella morte, con quell'albero dei cinque pargoli e con quelli uomini ammucchiati tutti sopra un tetto e con quei cadaveri di bestie che andavano a urtar contro, suscitò una specie di meraviglia superstiziosa simile a quella suscitatale da certe narrazioni del Vecchio Testamento. Ella salì con lentezza alla sua stanza, e cercò di raccogliersi. Il sole modesto splendeva sul davanzale; la testuggine in un angolo dormiva ricoverata sotto il suo scudo; un cinguettío di passeri veniva dagli émbrici. Tutte queste cose naturali, questa usuale tranquillità della vita circonstante, a poco a poco la rasserenarono. Dal fondo di quella momentanea calma alfine sorse chiaro il dolore; ed ella chinò la testa sul petto, in un grande sconforto.
Allora le punse l'animo il rimorso d'aver serbato contro Zacchiele quella specie di muto rancore per tanto tempo; e i ricordi a uno a uno vennero ad assalirla; e le virtù del defunto le rifulgevano ora alla memoria più religiosamente. Poichè l'onda del dolore cresceva, ella si alzò, andò verso il letto, vi si distese bocconi. E i suoi singhiozzi risonavano tra il cinguettío degli uccelli.
Dopo, quando le lacrime si arrestarono, la quiete della rassegnazione cominciò a discenderle nell'animo; ed ella pensò che tutte le cose della terra sono caduche, e che noi dobbiamo conformarci alla volontà del Signore. L'unzione di questo semplice atto d'abbandono le sparse sul cuore un'abbondanza di dolcezza. Ella si sentì libera da ogni inquietudine, e trovò il riposo in quell'umile e ferma confidenza. Da allora nella sua regola non fu che questa clausola: — La soprana volontà di Dio, sempre giusta, sempre adorabile, sia fatta in tutte le cose, sia lodata ed esaltata per tutta l'eternità.
XII.
Così alla figlia di Luca fu aperta la vera strada del paradiso. E il giro del tempo per lei non fu determinato se non dalle ricorrenze ecclesiastiche. Quando il fiume rientrò nell'alveo, uscirono per ordine consecutivo di giorni molte processioni nella città e nelle campagne. Ella le seguì tutte, insieme con il popolo, cantando il _Te Deum_. Le vigne in torno erano devastate; il terreno era molle e l'aria pregna di vapori biondi, singolarmente luminosa, come nelle primavere palustri.
Poi venne la festa d'Ognissanti; poi, la solennità dei Morti. Grandi messe furono celebrate in suffragio delle vittime dell'alluvione. Nel Natale Anna volle fare il presepe; comprò un bambino di cera, Maria, san Giuseppe, il bove, l'asino, i re Magi e i pastori. Accompagnata dalla figlia del sagrestano, ella andò per i fossati della via Salaria a cercare il musco. Sotto la vitrea serenità iemale i latifondi riposavano pingui di limo; la fattoria d'Albarosa si scorgeva sul colle tra gli olivi; nessuna voce turbava il silenzio. Anna, come scopriva il musco, si chinava e con un coltello tagliava la zolla. Al contatto delle fredde erbe le sue mani divenivano lievemente violacee. Di tratto in tratto, alla vista di una zolla più verde, le sfuggiva una esclamazione di contentezza. Quando il canestro fu pieno, ella sedette sul ciglio del fossato, con la fanciulla. I suoi occhi salirono pel sentiero dell'oliveto, lentamente, e si fermarono alle mura bianche della fattoria che pareva un edifizio claustrale. Allora ella chinò la fronte, assalita da un pensiero. Poi d'un tratto si volse alla compagna. — Non aveva mai veduto macinare le olive? — E cominciò a figurar l'opera delle macine con molta prolissità di parole; e, come parlava, a poco a poco le salivano dall'animo altri ricordi, le venivano su la bocca spontaneamente a uno a uno, e le passavano nella voce con un piccolo tremito.
Quella fu l'ultima debolezza. Nell'aprile del 1858, poco dopo la Pasqua maggiore, ella infermò. Stette nel letto quasi durante un mese, tormentata dall'infiammazione pulmonare. Donna Cristina veniva la mattina e la sera nella stanza a visitarla. Una vecchia fantesca, che faceva pubblica professione d'assistere i malati, le somministrava i medicamenti. Poi la testuggine le rallegrò i giorni della convalescenza. E come l'animale era estenuato dal digiuno, ed era tutto aridamente pelloso, Anna vedendosi macilente, e sentendosi anch'essa affievolita, provava quella specie di appagamento interiore che noi proviamo quando una stessa sofferenza ci accomuna alla persona diletta. Un tepore molle saliva dagli émbrici coperti di licheni, verso i convalescenti; nel cortile i galli cantavano: e una mattina due rondini entrarono d'improvviso, batterono l'ali in torno alla stanza e fuggirono.
Quando Anna tornò la prima volta nella chiesa, dopo la guarigione, era la Pasqua delle rose. Ella, nell'entrare, aspirò il profumo dell'incenso cupidamente. Camminò piano, lungo la navata, per ritrovare il posto dove soleva prima inginocchiarsi; e si sentì prendere da una sùbita gioia, quando scorse finalmente tra le lapidi mortuarie quella che portava nel mezzo un bassorilievo tutto consunto. Vi piegò i ginocchi sopra, e si mise a pregare. La gente aumentava. A un certo punto della cerimonia due accoliti scesero dal coro con due bacini d'argento colmi di rose, e cominciarono a spargere i fiori su le teste dei prostrati, mentre l'organo sonava un inno giocondo. Anna era rimasta china, in una specie di estasi che le davano la beatitudine del misterio celebrato e il senso vagamente voluttuoso della guarigione. Come alcune rose vennero a caderle su la persona, ella n'ebbe un fremito lungo. E la povera donna nulla aveva provato nella sua vita di più dolce che quel fremito di delizia mistica e il susseguito languore.
La Pasqua rosata rimase perciò la festività prediletta di Anna, e ritornò periodicamente senza alcun episodio notevole. Nel 1860 la città fu turbata da gravi agitazioni. Si udivano spesso nella notte i rulli dei tamburi, gli allarmi delle sentinelle, i colpi della moschetteria. Nella casa di Donna Cristina si manifestò un più vivo fervore di azione tra i cinque proci. Anna non si sbigottì; ma visse in un raccoglimento profondo, non prendendo conoscenza degli avvenimenti pubblici nè di quelli domestici, adempiendo ai suoi uffici con un'esattezza macchinale.
Nel mese di settembre la fortezza di Pescara fu evacuata; le milizie borboniche si sbandarono, gittando armi e bagagli nelle acque del fiume; stuoli di cittadini corsero le vie con liberali acclamazioni di gioia. Anna, come seppe che l'abate Cennamele era fuggito precipitosamente, pensò che i nemici della Chiesa di Dio avessero ottenuto il trionfo; e n'ebbe molto dolore.
Dopo, la sua vita si svolse in pace, lungo tempo. Lo scudo della testuggine crebbe in latitudine e divenne più opaco; la pianta del tabacco annualmente sorse, fiorì e cadde; le sagge rondini in ogni autunno partirono per la terra dei Faraoni. Nel 1865 alfine la gran contesa dei proci terminò con la vittoria di Don Fileno d'Amelio. Le nozze si celebrarono nel mese di marzo, con solenne giocondità di conviti. E vennero allora ad ammannire vivande preziose due padri cappuccini, Fra Vittorio e Fra Mansueto.
Erano costoro i due che di tutta la compagnia rimanevano, dopo la soppressione, a custodire il cenobio. Fra Vittorio era un sessagenario invermigliato fortificato e letificato dal succo dell'uva. Una piccola benda verde gli copriva l'infermità dell'occhio destro, e il sinistro gli scintillava pieno di vivezza penetrante. Egli esercitava fin dalla gioventù l'arte farmaceutica; e, come aveva pratica molta di cucina, i signori solevano chiamarlo in occasione di festeggiamenti. Nell'opere aveva gesti rudi che gli scoprivano fuor delle ampie maniche le braccia villose; la sua barba si moveva tutta ad ogni moto della bocca; la sua voce si frangeva in stridori. Fra Mansueto in vece era un vecchio macilente, con una testa caprina da cui pendeva una barbicola candida, con due occhi giallognoli pieni di sommissione. Egli coltivava l'orto, e questuando portava l'erbe mangerecce per le case. Nell'aiutare il compagno prendeva attitudini modeste, zoppicava da un piede; parlava nel molle idioma patrio di Ortona, e, forse in memoria della leggenda di san Tommaso, esclamava: — _Pe' li Turchi!_ — ad ogni momento, lisciandosi con una mano il cranio polito.
Anna attendeva a porgere i piatti, gli arnesi, i vasellami di rame. Le pareva ora che la cucina assumesse una sorta di solennità sacra per la presenza dei frati. Ella restava intenta a guardare tutti gli atti di Fra Vittorio, presa da quella trepidazione che le persone semplici provano in cospetto degli uomini dotati di qualche virtù superiore. Ammirava ella in ispecie il gesto infallibile con cui il gran cappuccino spargeva su gli intingoli certe sue droghe segrete, certi suoi aromi particolari. Ma l'umiltà, la mitezza, la modesta arguzia di Fra Mansueto a poco a poco la conquistarono. E i legami della comune patria e quelli più sensibili del comune idioma strinsero l'una e l'altro d'amicizia.
Come essi conversavano, i ricordi del passato pullulavano nelle loro parole. Fra Mansueto aveva conosciuto Luca Minella e si trovava nella basilica quando accadde la morte di Francesca Nobile tra i pellegrini. — _Pe' li Turchi!_ — Egli aveva anzi dato aiuto a trasportare il cadavere fino alle case di Porta Caldara; e si ricordava che la morta aveva addosso una veste di seta gialla e tante collane d'oro...
Anna divenne triste. Nella sua memoria il fatto fino a quel momento era rimasto confuso, vago, quasi incerto, attenuato dal lunghissimo stupore inerte che aveva seguito i primi accessi del mal caduco. Ma quando Fra Mansueto disse che la morta stava in paradiso, perchè chi muore per causa di religione va fra i santi, Anna provò una dolcezza indicibile e si sentì d'un tratto crescere nell'animo una immensa adorazione per la santità della madre.
Allora, per rammentare i luoghi del paese nativo, ella si mise a discorrere su la basilica dell'Apostolo, minutamente, determinando le forme degli altari, la positura delle cappelle, il numero degli arredi, le figurazioni della cupola, le attitudini delle immagini, le divisioni del pavimento, i colori delle vetrate. Fra Mansueto la secondava con benignità; e, poichè egli era stato ad Ortona alcuni mesi innanzi, raccontò le nuove cose vedute. — L'Arcivescovo di Orsogna aveva donato alla basilica un ciborio d'oro con incrostature di pietre preziose. La Confraternita del SS. Sacramento aveva rinnovato tutti i legnami e i corami degli stalli. Donna Blandina Onofrii aveva fornita una intera muta di parati consistente in pianete dalmatiche stole piviali cotte.
Anna ascoltava avidamente; e il desiderio di vedere le nuove cose e di riveder le antiche cominciò a tormentarla. Ella, quando il cappuccino tacque, si rivolse a lui con un'aria tra di letizia e di timidezza. — La festa di maggio si avvicinava. Se andassero?
XIII.
Alle calende di maggio la donna, avuta licenza da Donna Cristina, fece gli apparecchi. Inquietudine le nacque nell'animo per la testuggine. — Doveva lasciarla? o portarla seco? — Stette lungamente in forse; e infine deliberò di portarla, per sicurezza. La pose dentro un canestro, tra i panni suoi e le scatole di confetture che Donna Cristina inviava a Donna Veronica Monteferrante, abadessa del monastero di Santa Caterina.
Su l'alba Anna e Fra Mansueto si misero in cammino. Anna aveva in principio il passo spedito, l'aspetto gaio: i capelli, già quasi tutti canuti, le si piegavano lucidi sotto il fazzoletto. Il frate zoppicava reggendosi a una mazza, e le bisacce vuote gli penzolavano dalle spalle. Come essi giunsero al bosco dei pini, fecero la prima sosta.
Il bosco, al mattino di maggio, ondeggiava immerso nel suo profumo natale, voluttuosamente, tra il sereno del cielo e il sereno del mare. I tronchi gemevano la ragia. I merli fischiavano. Tutte le fonti della vita parevano aperte su la trasfigurazione della terra.
Anna sedette sopra l'erba; offerse al cappuccino pane e frutta; e si mise a discorrere della festività, ad intervalli, mangiando. La testuggine tentava con le zampe anteriori l'orlo del canestro, e la sua timida testa serpigna sporgeva e si ritraeva negli sforzi. Poi che Anna l'aiutò a discendere, la bestia prese ad avanzare sul musco verso un cespuglio di mirto, con minor lentezza, forse sentendo in sè levarsi confusamente la gioia della primitiva libertà. E il suo scudo tra il verde pareva più bello.
Allora Fra Mansueto fece alcune riflessioni morali e lodò la Provvidenza che dà alla testuggine una casa e le dà il sonno durante la stagione dell'inverno. Anna raccontò alcuni fatti che dimostravano nella testuggine un gran candore e una gran rettitudine. Poi soggiunse; «Che penserà?» E dopo un poco: «Gli animali che penseranno?»
Il frate non rispose. Ambedue rimasero perplessi. Scendeva giù per la corteccia di un pino una fila di formiche e si dilungava pel terreno: ciascuna formica trascinava un frammento di cibo e tutta l'innumerevole famiglia compiva il lavoro con ordine diligente. Anna guardava, e le si svegliavano nella mente le credenze ingenue dell'infanzia. Ella parlò di abitazioni meravigliose che le formiche scavano sotto la terra. Il frate disse, con accento di fede intensa: «Dio sia lodato!» E ambedue rimasero cogitabondi, sotto i verdi alberi, adorando nel loro cuore Iddio.
Nella prima ora del pomeriggio arrivarono al paese di Ortona. Anna battè alla porta del monastero e chiese di vedere l'abadessa. All'entrare si presentava un piccolo cortile con nel mezzo una cisterna di pietra bianca e nera. Il parlatorio era una stanza bassa, con poche sedie intorno: due pareti erano occupate dalle grate, le altre due da un crocefisso e da imagini. Anna fu subito presa da un senso di venerazione per la pace solenne che regnava in quel luogo. Quando la madre Veronica apparve d'improvviso dietro le grate, alta e severa nell'abito monastico, ella provò un turbamento indicibile come dinanzi all'apparizione di una forma soprannaturale. Poi, rianimata dal buon sorriso dell'abadessa, ella compì il messaggio in brevi parole; depose nel cavo della ruota le scatole, ed attese. La madre Veronica le si rivolse con benignità, guardandola da que' suoi belli occhi lionati; le donò un'effigie della Vergine; nel licenziarla le tese la mano signorile pel bacio, a traverso la grata, e disparve.
Anna uscì trepidante. Mentre passava il vestibolo, le giunse un coro di litanie, un canto che veniva forse da una cappella sotterranea, ugualissimo e dolce. Mentre passava il cortile, vide a sinistra in cima al muro sporgere un ramo carico di melarance. E, come pose il piede su la via, le parve di aver lasciato dietro di sè un giardino di beatitudine.
Allora si diresse verso la strada Orientale per cercare i parenti. Su la porta della vecchia casa una donna sconosciuta stava appoggiata allo stipite. Anna le si avvicinò timidamente e le chiese novelle della famiglia di Francesca Nobile. La donna l'interruppe: — Perchè? Perchè? Che voleva? — con una voce dura e uno sguardo investigante. Poi, quando Anna si palesò, ella le permise di entrare.
I parenti erano quasi tutti o morti o emigrati. Restava nella casa un vecchio infermo, zi' Mingo, che aveva sposato in seconde nozze _la figlia di Sblendore_ e viveva con lei quasi in miseria. Il vecchio da prima non riconobbe Anna. Egli stava seduto su un'alta sedia ecclesiastica di cui la stoffa rossastra pendeva a brandelli: le sue mani posavano su i braccioli, contorte ed enormi per la mostruosità della chiragra; i suoi piedi con un moto ritmico percotevano il terreno; un continuo tremore paralitico gli agitava i muscoli del collo, i gomiti, le ginocchia. Ed egli guardò Anna, tenendo a fatica dischiuse le palpebre infiammate. Finalmente si risovvenne.