Part 3
Costui aveva un nome melodrammatico, si chiamava Lindoro: dal quartiere dell'Ospedale al bastione di Sant'Agostino una popolarità grande s'era fatta in torno a questo nome. Nasceva costui dall'accoppiamento d'un sonatore ambulante di clarinetto con una piazzaiuola rivenditrice di fruttaglia, ereditando l'istinto nomade del padre e la naturale avarizia della madre. S'era prima strascicato per gli immondezzai di tutte le case, con la scopa o il canestro; aveva poi fatto il guattero in una bettola, dove soldati e marinai gli gettavano sul viso gli sgoccioli del bicchiere e le spine del pesce mal fritto. Dalla bettola era caduto in un forno, dove spingeva i pani con la lunga pala dentro le fiamme, tutta la notte, in sudore, accecandosi. Dal forno era passato all'uffizio di accenditore pubblico de' fanali, logorandosi una spalla sotto il peso della scala portatile. Scacciato da quell'uffizio perchè sottraeva il petrolio dalle grandi casse di zinco bianco, si mise alla ventura della strada, comprando e rivendendo abiti vecchi, facendo in tutte le case popolane i servigi più vili, offrendo ai soldati e ai forestieri i suoi ruffianesimi, lottando così per il tozzo.
Nel suo corpo e nella sua anima ogni mestiere aveva impresso una traccia, aveva lasciato un gesto abituale, uno sviluppo di singoli muscoli, l'indebolimento di un organo, una callosità, una cadenza di voce, una frase del gergo. Egli era di piccola statura, magro, con una testa enorme e quasi calva, con chiazze di peli radi su le guance, con pustole tra i peli. Il suo vestito era ibrido e mutevole; tutte le fogge passavano su la sua persona, si sovrapponevano a contrasto: nobili zimarrine verdognole e calzoni carichi di toppe, cappelli di feltro arrossenti e ciabatte servili, bottoni di metallo lucido, formelle d'osso bianco, galloni militari, trine, quel miscuglio di ricchezza sfatta e di miseria ignobile, che ingombra la bottega di un rigattiere ebreo.
XIII.
Ora costui fu il galeotto. Portava le epistole di Marcello con le conche piene d'acqua della Pescara su alla casa di Orsola e tornava giù con le conche vuote e con epistole di risposta. Orsola, quando lo sentiva salir le scale, si faceva pallida; cercava pretesti per allontanare Camilla, per essere sola con l'uomo portatore d'acqua e di gioia. Avvenivano allora contatti rapidi, nel sotterfugio; passavano allora tra lei e il galeotto quegli sguardi obliqui d'intesa, quei fuggevoli accenni dei muscoli faciali, quei monosillabi sommessi, che son gli aiuti dell'astuzia umana e che a lungo andare stringono legami tra gli ingannatori. A poco a poco nell'amore di Orsola penetrava qualche cosa della viltà di Lindoro; una specie di domestichezza a poco a poco si stabiliva tra l'amatrice e l'ambasciatore. Ella, se costui giungeva nell'assenza di Camilla, lo incalzava di domande, gli parlava da presso facendogli sentire l'alito, qualche volta inavvedutamente gli posava su la spalla una mano. Lindoro scioglieva i freni della sua loquacità, intramezzando parole di gergo, reticenze impudiche, furbi sorrisi rivelatori, gesti ambigui, piccoli schiocchi di lingua e di labbra.
Egli ruffianeggiava con arte, sapeva insinuare sottilmente la corruzione nell'animo di Orsola, sapeva trascinare lentamente all'insidia di Marcello quella preda. E la vergine stava ad ascoltarlo intenta, con in fondo agli occhi una fiamma che cresceva, con in bocca l'aridezza prodotta dall'orgasmo lascivo, senza più interrompere. Lindoro s'accorgeva subito di aver suscitato nella femmina la brama; e dinanzi a quella figura tutta protesa e tutta sconvolta si risvegliava in lui il maschio d'un tratto e l'assaliva la tentazione di cogliere quel fiore ch'egli apprestava al piacere di un altro. Ma la paura sorgente dal fondo della sua viltà lo tratteneva e gli ghiacciava l'ardore.
Così Orsola al fine aveva concesso a Marcello un ritrovo. Si sarebbero ritrovati in una casa remota del sobborgo, in fondo a un vico deserto, dove nessuno li avrebbe spiati, una domenica di giugno, stando Camilla nella chiesa più lungo tempo, facendo buona guardia Lindoro.
Nei giorni precedenti quel gran fatto, Orsola era tenuta da una eccitazione amara, da una specie di febbre che a volte le dava il battito dei denti e le vampe alla faccia e i brividi alla radice dei capelli, alla nuca. Ella non poteva più star ferma, non poteva più star seduta; poichè una furia di mobilità le sollecitava tutte le membra. Nella scuola, in mezzo al coro eguale dei discepoli, in mezzo a quello stillicidio continuo di sillabe, uno spirito di ribellione le abbagliava la vista all'improvviso, ed ella avrebbe voluto balzare tra i fanciulli, sconvolgere con le mani tutte quelle capigliature, rovesciare la lavagna, le tabelle, le panche, rompere in grida, spezzare qualche cosa, stordirsi. Sotto lo sguardo freddo e scrutatore di Camilla, poco mancava che ella non svenisse per lo spasimo, per la bile, per l'immenso sforzo interiore di dissimulazione.
Poi, quando Camilla usciva, ella si agitava per tutte le stanze, moveva le sedie, morsicchiava un fiore, beveva d'un fiato un gran bicchier d'acqua, si guardava nello specchio, si affacciava alla finestra, si abbatteva a traverso il letto, sfogava in mille modi l'irrequietudine, l'esuberanza della vitalità sensuale. Tutto il suo corpo, nel tardivo fermento della verginità, si era arricchito ed espanto. La sua testa non era bella, non aveva la quadratura vigorosa, lo splendore olivastro di certe razze d'Abruzzo, quelle pure linee del naso e del mento svolgentisi grecamente nella latina ampiezza della faccia. Ma ella, inconsapevole, sotto la goffaggine delle vesti grige, sotto la cascaggine delle pieghe incomposte, celava un bel corpo delicato.
Erano i giorni primi di giugno: sorgeva l'estate dalla primavera, come da un campo d'erbe un àloe. Tra il mare e il fiume tutto il paese di Pescara godeva nella ventilazione salina e nel refrigerio fluviale, come distendendo le braccia verso quei naturali confini d'acqua amara e d'acqua dolce. Salivano alla stanza di Orsola allora le blandizie della temperie; insetti lucidi urtavano ai vetri e rimbalzavano, come una grandine d'oro.
La vergine, se era sola, provava un bisogno di distendersi, di gettare lungi le vesti, di giacere, e di raccogliere su la pelle quella blandizia ignota che fluttuava nell'aria.
Cominciava lentamente a spogliarsi, con gesti pigri, indugiando con le dita in torno alle allacciature e ai fermagli, facendo piccoli sforzi svogliati nel cacciar fuori le braccia dalle maniche, fermandosi a mezzo e abbandonando in dietro la testa dai capelli crespi e corti, quella sua testa di giovincello. Lentamente, sotto l'amorosa fatica, dalla informità delle vesti, come dalla scoria del tempo una statua diseppellita, il corpo ignudo si rivelava. Un mucchio di lana e di tela vile era ai piedi della pulzella così purificata, e da quel mucchio ella come da un piedestallo sorgeva nella luce coronandosi con le braccia, mentre al contatto dell'aria una vibrazione a pena visibile le correva a fior della pelle. In quell'attitudine momentanea tutte le linee del torso si distendevano e salivano verso il capo ricinto: si appianava la leggera onda del ventre non anche deturpato dalla concezione; gli archi delle coste si disegnavano in rilievo. Poi, se un insetto entrava nella stanza, il ronzìo aliante in torno ed accennante ad attingere la nudità, il ronzìo sbigottiva Orsola; ed era allora un difendersi dalla puntura mal temuta, erano movimenti serpentini, scatti di muscoli sotto la cute, paurosi raggruppamenti di membra, falli dei malleoli non bene forti al gioco.
Poi, così eccitata dal moto e calda, ella aveva voglie nuove. Apriva l'uscio, cauta in sospetto; e metteva fuori il capo guardando nell'altra stanza. C'era un odore di chiuso, quello squallore inanimato che hanno le scuole senza fanciulli. Nelle tabelle quadrate l'alfabeto cubitale e i gruppi dei dittonghi e delle sillabe stavano muti dominatori del luogo. Orsola si avanzava evitando co' piedi nudi gli interstizii del pavimento smosso, provando la titubanza di chi cammina scalzo per la prima volta su un piano aspro e la confusione di una donna che non sente più in torno al suo passo l'impedimento abituale della veste. Andava così fino alla terza stanza, dov'era l'acqua. Intingeva le mani, si spruzzava tutta, coraggiosamente, sussultando se una gocciola più grossa le rigava l'epidermide. Usciva di là, tutta sparsa di rugiada: andava verso lo specchio di un antico canterano.
Restavano in quel canterano ancora frammenti d'intarsio qua e là. Lo specchio, che celava un armario sovrastante, aveva in torno fregi misti d'oro e di colori e in alto due puttini decapitati. Orsola saliva fin là, attratta da una irresistibile curiosità di vedersi nuda. La sua persona tutta ancora fresca di gocciole sorgeva nell'offuscamento dello specchio come in un verdazzurro fondo marino. Ella si guardava sorridendo. Il sorriso, ogni movimento dei muscoli pareva far tremolare tutte le linee della nudità nello specchio come quelle di una imagine dentro le acque. Allora ella cominciava una specie di mimica vanitosa, guardando riprodursi tutti i suoi gesti nella lastra, aprendo le labbra per mostrare i denti, alzando le braccia per mostrare le ascelle, presentando la schiena arcata e forzando il capo a volgersi in dietro; fin che un pazzo impeto di ilarità, dinanzi a quello spettacolo di sè, le scuoteva tutta la persona. In fondo in fondo, dietro la donna, si rifletteva dalla parete avversa la tabella dell'alfabeto.
XIV.
Ora avvenne che in uno di quei momenti battesse alla porta della scala Lindoro venuto su con le conche. Orsola gridò:
— Aspetta!
E raccolse da terra le vesti, in furia; se le mise addosso, in furia; andò ad aprire.
Erano le sei di sera: il riverbero bianco del palazzo di Brina entrava nella stanza; tutto il paese di Pescara, grande ospizio di rondini, cantava.
I due, in mezzo, ritti, parlarono del ritrovo imminente. Lindoro con la sua loquacità cercava di vincere le estreme esitazioni della pulzella; poichè egli già teneva una parte della mercede, e l'adescava il resto. L'artifizio persuasore gli avvivava le parole, gli occhi, i gesti. Egli aveva nel fiato l'odore del vino, e nella faccia, su le tempie, pe 'l passaggio recente del rasoio, piccole macchie rosee e violacee. Mentre parlava gli si scopriva la fila dei denti eguale e schietta, una di quelle forti chiostre che spesso armano le bocche plebee; e la singolarità emergeva vivacemente dalla generale turpitudine dell'uomo.
Orsola opponeva dubbii, paure, ad interrompere; ma già, poi che l'impudicizia a mano a mano sorgendo più calda dal fòmite del vino bevuto si insinuò nelle persuasioni del galeotto, ella cominciava a turbarsi. S'era ritirata a poco a poco verso il muro, appoggiandovisi. Dalle aperture, lasciate qua e là nell'abito per la furia del rivestirsi, si intravedevano i lembi del lino. La gola era tutta scoperta, i piedi senza calze nascondevano nelle pianelle soltanto le dita.
Ma ella, a un punto, involontariamente, per quel cieco istinto da cui una donna è avvertita d'essere innanzi a un uomo bramoso, corse con la mano a chiudere sotto la gola, sul petto gli uncinelli. Quell'atto, col quale Orsola così riconosceva nel mezzano l'uomo, quell'improvviso atto fece scattare dall'abbiezione di Lindoro un impeto di orgoglio maschile. — Ah, egli dunque aveva potuto per sè stesso turbare una donna! — E si fece più da presso; e, come il coraggio del vino lo animava, quella volta nessun ritegno di viltà trattenne il bruto.
XV.
Orsola rimase inerte, lunga su i mattoni, con nelle vesti, con in tutta la figura lo scompiglio della donna violata.
Ma, quando udì i passi di Camilla nella scala, dal fondo della sua languidezza si levò su un gomito; rapidamente passò le mani su le vesti sconvolte; ritrovò le parole per dire alla sorella che una sùbita mancanza di forze l'aveva fatta cadere nel mezzo della stanza.
Fuori, annottava. Sul paese si spandeva la grande frescura glauca della sera di giugno, originante dall'Adriatico. Voci e risa empivano la piazza; giù pe 'l casamento cantava la gioia sabatina degli abitanti sollevati. Dal secondo pianerottolo Teodora La Jece gridò:
— Comare Camilla, comare Orsola, venite?
Orsola seguì la sorella, senza parlare, senza pensare. Durava fatica a ricordarsi: una specie di ebetudine le teneva ancora la memoria. Teodora le empiva gli orecchi del suo chiacchierio di femmina maldicente e petulante.
— Sapete, comare, la figlia di Rachela Catena si marita.
— Ah.
— Sapete, piglia Giovannino Speranza, quel rosso che tiene locanda alla Pesceria e ha il mal di San Donato, liberanosdòmine.
— Ah.
— Sapete, comare; Checchina Madrigale se n'è scappata un'altra volta a Francavilla. Voi la conoscete: quella grassa che sta di casa a Gloria, nera, col naso a becco.... quella.
Teodora seguitando aveva preso il passo di Orsola. Camilla veniva un poco in dietro, a capo chino, senza badare ai peccati di mormorazione che la lingua della tessitrice commetteva contro il prossimo. Per le vie tutta la gente godeva l'aria; gruppi di donne passavano, in vesti di tela, con braccia nude sino al gómito.
— Comare, guardate Graziella Potavigna che falbalà s'è messo! Guardate Rosa Zazzetta, con un sergente avanti e uno dietro.... Ah, voi non sapete?
E qui una storia d'amorazzi piena d'indiscrezioni salaci, susurrata quasi all'orecchio. Per obliare, Orsola si immerse nel pettegolezzo intieramente, con una specie di furia convulsa, non dando a sè stessa il tempo di ripensare, interrogando, eccitando Teodora alla chiacchiera, temendo gli intervalli di silenzio, riempiendoli con sussulti di riso. Ella aveva quasi un godimento amaro a sentire i vituperii degli altri.
— Oh! ecco Don Paolo!
Veniva in contro con la sua bella placidezza Don Paolo Seccia, un ottuagenario ancora aspro e verde come un ginepro.
— Venite con noi, Don Paolo: usciamo fuori.
Tutti i macelli per la via di qua, di là, avevano i loro manzi freschi penzolanti in mezzo alla porta: l'odore della carne bovina si spandeva dalle ventraie aperte e assaliva le nari. Più in su, lunghe file di maccheroni stavano attelate al lume della luna che le guardava dalla cima di un'antenna soperchiante la caserma. Gruppi di soldati si affollavano in torno alle rivenditrici di frutta, vociferando.
— Andiamo alla Bandiera — disse Teodora, dando la precedenza a Don Paolo ed a Camilla.
Orsola passò in mezzo a tutti quei romori e quegli odori forti, stordita. Cominciava alfine uno sbigottimento vago a sommuoversi dal fondo, a torcerle la bocca nel riso, nelle parole, a impedirle la lingua. Anche certi piccoli tormenti fisici la molestavano e la richiamavano alla realità delle cose. Ella non sapeva più sfuggire a sè stessa: le moriva la voce fra i denti, l'angoscia le serrava la gola, il fantasma del peccato enorme e irrimediabile le si drizzava dinanzi. Ella ora si sentiva morire dalla fatica di reggersi in piedi, di mettere i passi: si sentiva percossa dalla spietata animazione della vita nella strada che è di tutti.
— Dunque, comare mia, quel guercio del marito senza saper nulla di nulla... — diceva Teodora riannodando la maldicenza interrotta.
Andavano per la Bandiera. Il ponte a battelli, su la sinistra, cavalcava il fiume. Dall'altro lato, la mole cupa e grave del bastione si disegnava nel chiarore. I vecchi cannoni di ferro, piantati con la bocca nel terreno, si dilungavano in fila trattenendo le gómene; grandi áncore di ferro ingombravano lo scalo. Nelle tolde, a riva, i marinari sotto le tende mangiavano e fumavano: le tende illuminate contrastavano con un rossore sanguigno l'albore della luna. Intorno alle proe, su l'acqua larghe chiazze come di materia liquefatta fluttuavano lentamente.
— ... mandò a chiamare Don Nereo Memma, figuratevi! — seguitava Teodora, implacabile.
— Chi parla del dottor Dulcamara? — fece Don Paolo, a cui era giunto quel nome, ridendo dalla franca bocca ancora armata di avorii.
Orsola non sentiva più: ella era pallida come la faccia della luna. Da prima, tutta quella gran pace luminosa piovente dal cielo sul fiume e tutte quelle lunghe vene di odore marino correnti pe 'l fresco le avevano dato sollievo; poichè dinanzi a quello spettacolo di dolcezza i fantasmi vagheggiati dell'amore in fondo a lei si risollevavano e le sommità del sentimento al raggio lunare riscintillavano. Fu, súbito dopo, un tumulto confuso in cui ella udiva battere le arterie con un susurrìo assordante che parve dilatarsi e riempire tutta l'aria d'un tratto. Le mancava sotto i piedi il suolo fermo. Il limite delle acque si confuse, per la vertigine; il fiume invase la strada; acque acque acque si spársero in torno. Poi, d'un tratto, uno scintillìo di bagliori si accese dentro gli occhi di lei, un tremolìo crescente di fiammelle fatue che rompevano, si intrecciavano, si allontanavano, e si fondevano e perdevano serpentinamente nell'ombra. In quella illuminazione la figura di Marcello compariva e spariva, con una rapidità e una mutabilità di sogno. La vertigine cessò. Orsola riconobbe i riflessi della luna nel fiume placido; continuò a camminare, stupefatta, indebolita, quasi in punto di venir meno.
— Stanca, eh? comare; voi non siete abituata, si sa. Appoggiatevi a me, appoggiatevi — diceva Teodora. — La figlia di Donna Mentina Ussoria, quella più piccola, butterata, stava proprio innanzi alla bottega, sapete, su la piazzetta...
Erano alla caserma dei finanzieri. Grandi mucchi di carrùbe mandavano un odore forte come di pelli conciate; e la strada seminata di scaglie d'ostriche scricchiolava sotto i passi. Due sciàbiche, presso la riva, facevano pesca d'anguille, in silenzio, con la luna propizia. Ma la sonorità del mare empiva di grandezza il silenzio. Annunziavano la foce gli ondeggiamenti del sale superanti il lieve fiore dell'acqua dolce.
— Torniamo in dietro, belle figliuole — disse Don Paolo, prendendo una carruba dal mucchio vicino.
Orsola si lasciava condurre. Ella durava fatica a rattenere l'ansia del respiro; poichè ora il suo stato, con una terribilità incalzante, le si ripresentava dinanzi e schiacciava tutti gli aneliti e i tumulti del sentimento suscitati dalla voluttà della notte lunare. Ella vedeva, nella fissazione del suo pensiero, la figura di Lindoro levarsi e vivere; si sentiva un'altra volta afferrare e palpare da quelle mani aspre, soffocare da quel fiato caldo di vino e di libidine, violare su i mattoni della stanza. Ma in quel momento, pensava, ella non aveva resistito, non aveva gridato, non aveva fatto nessun moto per opporsi; ella aveva soggiaciuto, senza forze, non distinguendo più nulla, non sentendo se non una gran gioia mista di dolore inondarle le fibre. Allora il ribrezzo e il languore si avvicendarono nella sua carne, agghiacciandola, affocandola. Inconsapevole, guardava innanzi a sè, pallida e con gli occhi ingranditi e più neri.
— Sentite come il vino canta! — disse Don Paolo, soffermandosi.
Nelle barche i marinai stavano distesi tra i cordami, in mezzo al fumo del tabacco di Dalmazia, e cantavano di femmine belle, in gran coro.
XVI.
Camilla, su l'inginocchiatoio, pregò a voce bassa, co 'l capo prostrato, con giunte le mani, lungamente; poi accese la lampada votiva a Maria Vergine, per la notte; piegò poi nel sonno tenendo il dolce cuore di Gesù tra i fiori vizzi del seno. Il suo respiro di dormiente era religioso come se sfiorasse l'ostia sacra su la paténa d'argento. Nella volta le ombre seguivano le oscillazioni della fiammella alimentata dall'olio. I rumori del legno che si dilata e dei tarli che ródono, le voci misteriose dei vecchi mobili nella calma notturna, rompevano il silenzio.
Orsola stava nello stesso letto, a fianco di Camilla, distesa, senza muoversi, senza chiudere gli occhi, poichè una grande stanchezza insonne le occupava le membra e la vigilanza assidua dell'angoscia le martoriava l'anima tapina. Ella ascoltava il silenzio; spiava sè stessa con una curiosità ansiosa, come per sentire qual mutamento si fosse compiuto nell'essere suo.
A un tratto, Camilla nel sonno cominciò a mormorare parole confuse, frammenti di parole incomprensibili, movendo appena le labbra, mettendo lunghi respiri. La testa di lei, scarna, affilata, scolpita rigidamente dalla penitenza e dal digiuno, ingiallita dal lume della lampada, posava su la bianchezza del guanciale come una effigie mal dorata di santa sopra una raggiera. Piccole ombre violacee segnavano l'interno delle narici, i solchi del collo teso e pieno di corde, le fosse delle gote, le occhiaie d'onde sporgeva grande il globo coperto dalla pelle molle della pálpebra. Ella pareva così il cadavere di una martire, dentro cui scendesse lo spirito di Dio.
Benchè quello dei soliloquii notturni non fosse il primo, Orsola sentì freddo in mezzo ai capelli: un terrore improvviso l'assalì e la oppresse. Ella istintivamente si rannicchiò, cercò di allontanarsi dal corpo della sorella ritraendosi su l'orlo della sponda; stette immobile, sospesa negli intervalli di silenzio, con gli occhi fissi su la bocca della dormiente, provando un sordo sussulto in mezzo al petto se quelle labbra si movevano a profferire nuove parole. Ella non comprendeva; ma qualche cosa di lontanamente profondo e di solenne era in quel mormorìo interrotto, un mistero soprannaturale si levava da quel corpo inerte e inconsapevole che parlava senza udire la propria voce. Nella stanza passava l'alito del sepolcro; per la fantasia sconvolta dell'insonne le ombre oscillanti prendevano forme spaventose e minacciose di spettri; l'aria pareva solcata da romori ignoti. Tutte le cose su cui l'allucinata si rifugiava con lo sguardo, tutte le cose si trasformavano e si animavano ed andavano verso di lei. Allora l'idea del castigo e della pena eterna ancora una volta le risorse nella conscienza e la incalzò. Ella si abbattè sotto l'incubo del suo peccato, mettendo in croce le braccia sul petto per difendersi dalle minacce dei demoni, tentando pregare con la lingua impedita dal terrore, aggrappandosi con un supremo slancio all'áncora del pentimento, all'ultima salvezza. Ella si sentiva perduta, chiedeva misericordia dall'intimo del suo cuore al divino Sposo tradito, a Gesù buono e grande, a Colui che perdona.
La voce di Camilla si esalava in sospiri, si confondeva in un borboglìo tremulo, si spegneva nella respirazione lenta ed eguale, a mano a mano che l'entusiasmo del sogno mistico si andava placando. Le ombre seguitavano ad oscillare. Non ancora il Crocefisso discendeva dalla parete a raccogliere con le dolcissime braccia la pecorella tornante all'ovile.
XVII.
— Ha detto il Signore per bocca del profeta Gioele, figlio di Petuel: «Avverrà che io spanderò il mio Spirito sopra ogni carne, e i vostri figliuoli e le vostre figliuole profetizzeranno; i vostri vecchi sogneranno sogni, i vostri giovani vedranno visioni.»
Questo Spirito di cui gli Apostoli ebbero le primizie e la beatitudine, fu per essi e per noi uno Spirito di verità, uno Spirito di santità e uno Spirito di forza... O divino amore, o sacro legame che unisci il Padre e il Figlio, Spirito onnipotente, fedele consolatore degli afflitti, pénetra negli abissi profondi del nostro cuore e infondici la tua gran luce! —