Le Novelle della Pescara

Part 2

Chapter 23,786 wordsPublic domain

Erano prima vissute in una comunione di abitudini e di sentimenti continua, perchè in loro ogni diversità d'indole e ogni insorgimento si agguagliava e placava nell'unica fede, nel culto infrangibile della deità di Cristo, in quel contemplamento ch'era divenuto lo scopo della vita loro. Ma come il culto le assorbiva intere, in loro i legami della consanguineità a poco a poco erano stati coperti e sopraffatti da quelli della comune religione; quindi non mai una espansione di tenerezza le aveva ricongiunte, non mai un abbandono di confidenza e di ricordi o di speranze, come sorelle. Erano correligionarie, erano membri della grande famiglia di Gesù spersi su la terra e agognanti il Cielo.

Così che a pena, per la rinnovazione operata prima dalla malattia e dopo dal regime, in Orsola si manifestarono inaspettati atteggiamenti d'indole e modi inconsueti, la repulsa avvenne inevitabile e la voce del comun sangue sopita non si potè levare a contrasto.

V.

I discepoli tornarono: fu la prima volta una mattina del marzo nascente. Orsola s'era levata dal letto; stava seduta su la sponda, col calore del sole alla nuca ed agli omeri. Nella stanza si sentiva l'odore agro dell'aceto che Camilla aveva versato nei calamai muffiti; e dalle finestre raramente il vento recava gli effluvii delle viole già fiorite su l'arco.

L'infanzia alitò nella stanza come un fiato di quel vento marzolino. Fu prima su l'uscio un sospingersi tumultuoso di piccole teste che volevano sollevarsi le une su le altre per vedere; poi l'esitazione, la timidità, una specie di meraviglia ingenua dinanzi alla maestra pallida pallida e scarna che i discepoli riconoscevano a pena.

Ma la vergine sorrideva, sotto un turbamento improvviso di tutto il suo sangue; li chiamava a sè, confondeva i loro nomi che le si affollavano alle labbra, tendeva loro le mani. A uno, a due, a tre, i bimbi si avanzavano, volevano prenderle le mani per metterci la bocca sopra, ridicevano le parole di augurio imparate a casa, ingoiando per la furia le sillabe.

— No, no, non più! — esclamava Orsola, sopraffatta, ma abbandonando le mani a quelle bocche tiepide e molli. Si sentiva quasi mancare.

— Camilla, tienili, tienili.

Ogni bimbo recava un dono: erano fiori, erano frutta. Le violette avevano subito sparso il profumo nell'aria, e in quel profumo, in quella luce tutte quelle facce infantili invermigliate dal buon sangue plebeo sorridevano.

Poi la lezione, nell'altra stanza, cominciò. La prima classe diceva a voce alta le vocali e i dittonghi, la seconda sillabava; e su quel coro chiarissimo a tratti si levava l'ammonimento di Camilla.

— _La, le, li, lo, lu..._

Negli intervalli di silenzio, si udiva Matteo Puriello picchiare su le suola o il telaio della Jece sbattere.

— _Va, ve, vi, vo, vu..._

Allora Orsola s'infastidì. La monotonia de' rumori e delle voci le dava al capo una pesantezza ingrata, le conciliava il sonno, mentre ella voleva essere desta, mentre ella sentiva ancora intorno a sè la respirazione dei fanciulli, il soffio giocondo di quelle vite.

— _Bal, bel, bil, bol, bul..._

Prese i fiori, li mise in un bicchiere pieno d'acqua per conservarli. Li fiutò poi lungamente, stette con le narici tra quel fresco, chiudendo gli occhi, raccogliendosi tutta in quel peccato d'olfatto.

— _Gra, gre, gri, gro, gru..._

Una gran nuvola bianca velò il sole. Orsola si accostò alla finestra, si porse al davanzale per guardar giù nella piazza. Di fronte, Donna Fermina Memma in una roba rosata stava sul balcone, tra i vasi dei garofani; e un gruppo di ufficiali passava sotto a lei ridendo e facendo un tintinnìo di sciabole sul lastrico. Più in là, nel giardino pubblico le piante di lilla erano sul fiorire, la punta del gigantesco pino si piegava al vento. Dalla cantina di Lucitino usciva Verdura, l'eterno ubriaco, barcollando e vociferando.

Orsola si ritrasse: era la prima volta, dopo tanto, che si affacciava su la piazza. Le parve di essere in alto in alto, guardando in giù; la prese una leggera vertigine.

— _Nar, ner, nir, nor, nur..._

Il coro dentro seguitava, ancora, ancora, ancora.

— _Pla, ple, pli, plo, plu..._

Orsola si sentiva soffocare, venir meno, a quella tortura: i suoi poveri nervi indeboliti cedevano. Il coro seguitava, al ritmo della bacchetta di Camilla battuta sul tavolino, implacabile.

— _Ram, rem, rim, rom, rum..._

— _Sat, set, sit, sot, sut..._

Allora un impeto subitaneo di singhiozzi squassò la convalescente, l'abbattè sul letto. Ella singhiozzava, così, bocconi, a braccia aperte, premendo la faccia su i guanciali, scossa dai sussulti, senza potersi frenare.

— _Tal, tel, til, tol, tul..._

VI.

Le erano ricresciuti tutti i capelli, crespi e castanei, come prima. Ella aveva ora una curiosità grande di guardarsi nello specchio; perchè Rosa Catena, con uno di quei lezii che sempre svelavano in lei l'antica femmina impudica, passandole la mano sul corpo le aveva detto: — Bellezza!

Aspettò dunque che Camilla uscisse; poi scese dal letto, staccò dalla parete uno di quelli specchi _rococò_ a cornice d'oro appannati di macchie verdi; con un lembo della coperta tolse la polvere e si guardò dentro, sorridendo. Ella aveva tutto il collo nudo e pe 'l collo certe vene azzurrognole quasi in rilievo, e nella testa piccola e lunga qualche cosa di caprino, la bocca fine, il mento acuto, gli occhi castanei come i capelli, ma più tendenti al giallo. Il pallore trasparente e il sorriso davano una grazia nuova, una nuova giovinezza ai suoi ventisette anni.

Ella restò a guardarsi a lungo; e si piaceva di allontanare lentamente lo specchio e di veder sparire l'imagine in quella luce un po' glauca come in un velo d'acqua marina e quindi riemergere. La vanità la conquistava, la occupava. Ella si accorse di tante piccole cose a cui prima non aveva badato mai; per esempio, di un neo simile a una lenticchia, che le macchiava la pelle su la tempia sinistra, e di una cicatrice leggera che le attraversava l'arco di un sopracciglio. Restò così, a lungo. Poi, assalita da una gioia repentina cercò in torno un qualche diletto.

Quella capsula vegetale, ch'ella aveva trovato in fondo a un repostiglio, s'era aperta come in due valve scoprendo un grappolo denso di semi nerastri. Ogni seme pareva legato a filamenti sottilissimi d'una lucidità argentea; e il grappolo si manteneva compatto. Ma a pena la Vergine vi mise un soffio, un nuvolo di piumoline bianche si levò nell'aria e si sparpagliò qua e là brillando: erano le _spie_. I semi parevano alati, parevano insetti ésili ed evanescenti che si dissolvessero incontrando i raggi del sole o parevano lanugini di cigno a pena visibili; ondeggiavano, ricadevano, si mescolavano ai capelli di Orsola, le sfioravano la faccia, la coprivano tutta. Ella rideva, difendendosi da quell'invasione, cercando di scacciare quella pelurie che le vellicava la pelle e le si attaccava alle mani, ma le risa le impedivano i soffii.

Alla fine si distese lunga sul letto, lasciò che tutta quella molle nevicata le scendesse sopra lentamente. Teneva gli occhi semichiusi per prolungare la dolcezza; e a mano a mano che il sopore la invadeva, si sentiva come sommergere in un giaciglio alto di piume. La luce che entrava nella stanza era una di quelle pallide chiarità pomeridiane del mese di marzo, ove il sole ride modestamente estinguendosi come un indizio di aurora in un gran cielo albeggiante.

Camilla trovò la sorella ancora addormentata con accanto lo specchio, con ne' capelli le _spie_.

— Oh, Signore Gesù! oh Signore Gesù! — mormorò tra i denti, congiungendo le mani, in atto di compassione amara.

La cristiana veniva dalla chiesa, dove aveva cantate le litanie per l'Annunciazione e aveva ascoltata la predica sul messaggio dell'Arcangelo all'ancella di Dio. _Ecce ancilla Domini_. L'eloquenza sonora del frate predicante l'aveva inebriata; le restavano ancora negli orecchi certe parole ammonitrici.

Orsola si destava in quel momento con un lungo sbadiglio voluttuoso, e stirava le membra.

— Ah! sei tu, Camilla? — disse ella un po' confusa da quella presenza.

— Sono io, sono io! Tu ti perderai, sciagurata, tu ti perderai — irruppe la devota, additando lo specchio sul letto. — Tu hai tra le mani lo strumento del demonio...

Ed eccitata dalla prima invettiva, ella seguitava, sollevava la voce, gittava le frasi ardenti della predica con grandi gesti nell'aria, incalzava nelle minacce dei castighi eterni, non si rivolgeva soltanto alla pericolante, assorgeva ad ammonire l'universo dei peccatori.

— _Memento! Memento!_

Orsola non intendeva più nulla, poichè tutta quella vociferazione l'aveva stordita.

D'un tratto dall'angolo della piazza scoppiò la fanfara militare con uno squillo di venti trombe.

VII.

L'ultima stanza della casa era stretta e bassa, con le travi del soffitto annerite dal fumo, piena d'un lezzo di cipolle, di rigovernatura e di carbone spento. I vasi di rame pendevano alla parete in ordine, senza luccichìo; i piatti di Castelli stavano in ordine su la mensola con le loro gioconde pitture di fiori, di uccelli e di teste ridenti; le antiche lucerne di ottone, le bottiglie vuote, le foglie di erbaggio non più fresche erano sparpagliate per le tavole; e su tutto dominava proteggitore San Vincenzo effigiato con il gran libro in una mano e la fiamma rossa in mezzo al cranio.

Là, un tempo, Orsola stando in mezzo ai vapori dell'acqua bollente e alle esalazioni dei cibi vegetali, spesso aveva sentito giungersi sul capo dalla piccola finestra alta i ritornelli d'una canzone libertina e certi larghi schiamazzi di risa che s'inseguivano. I canti e le risa crescevano nelle sere di estate, tra i passagalli delle chitarre, fra gli urti della danza sul terreno. Tutti i romori della vita d'una suburra infima salivano, in certe ore, a quella altezza e facevano tremare d'orrore le povere spose di Gesù chine in umiltà su i tegami d'argilla pieni dell'eremitica innocenza dei legumi e delle verdure. Ma ora, al novel tempo e gaio, come un giorno udì Orsola le voci, una voglia nell'animo le corse di spinger la vista fuori.

Camilla non stava nella casa; era la domenica quinta di Lazzaro. Urgeva nell'aria, dopo le brevi piogge, con un più dolce alito di calore l'imminenza dell'aprile; e in quell'aria la pulzella più aveva pieno e chiaro il senso del suo rinascimento. E, in ozio, girando per le stanze, ebbe ella naturalmente la curiosità di guardare, presa al fascino malsano che gli spettacoli di lascivia esercitano anche sugli animi verecondi.

Ella salì su una sedia all'altezza dell'apertura; ma prima di spingere lo sguardo innanzi, fu invasa da un turbamento di tremiti, e ritta su la sedia si volse intorno temente se non qualcuno la sorprendesse nell'atto.

Intorno tutto era quieto; ogni tanto una gocciola d'acqua cadeva dall'alto in un bacile, sonando. Di fuori salivano le voci ed allettavano.

La vergine rassicurata, guardò. Nel vicolo, sotto la pioggia il fradiciume aveva fermentato come un lievito; una melma nera copriva il lastrico, ove spoglie di frutta, residui di erbe, stracci, ciabatte marce, falde di cappello, tutto il ciarpame sfatto che la miseria gitta nella strada, si mescolavano. Su quella cloaca, in cui il sole suscitava insetti e miasmi, una fila di case nane pareva ansare addossata alla Caserma. Da tutte le finestre però, da tutti gli spiragli si riversavano le piante dei garofani non più contenute nei vasi; e i grandi fiori rosei e rossi penzolavano al sole aperti magnificamente. E tra quei fiori apparivano le facce flosce e dipinte delle meretrici, passavano le oscenità delle canzonette, le risa gutturali; e giù sul lastrico, sotto le inferriate della caserma, altre femmine si tendevano verso i soldati parlando a voce alta, provocandoli. E i soldati, che sentivano nel sangue alla primavera rifiorire i mali di Venere, allungavano le mani di tra le sbarre pur di brancicare qualcosa, divoravano con gli occhi in fiamme quelle femmine disfatte già per anni dalla lascivia di tante ciurme briache e di tanti facchini fradici.

Orsola stette lì stupidita allo spettacolo di tutta quella corruzione fermentante pe'l buon sole di quaresima e saliente fino a lei. Non si ritraeva ancora; ma come alzò gli occhi, vide in un abbaino sul tetto della caserma un uomo biondo che la guardava e sorrideva. Ella scese dalla sedia a precipizio, più pallida di prima, credendo di sentire la voce di Camilla. Corse nella sua stanza, e si gettò sul letto, sbigottita, senza respiro, come se l'avesse perseguitata qualcuno minacciandola.

VIII.

Da quel giorno, tutte l'ore, tutti i momenti in cui Camilla non era nella casa, la tentazione diabolica la trascinava a quello spettacolo. Ella prima pugnava, vanamente, senza forze, lasciandosi vincere. Andava là con l'ansia sospettosa di chi va a un ritrovo di amore; ci restava lungo tempo, dietro la persiana quasi cadente, mentre i miasmi del lupanare la turbavano e la corrompevano.

Ella spiava tutto, acuendo lo sguardo, cercando di penetrare negli interni, cercando di scoprire qualche cosa tra i garofani che chiudevano le finestre. Il sole era caldo e pesante: sciami d'insetti turbinavano nell'aria. Ad intervalli, quando entrava nel vicolo qualche uomo, venivano dalle finestre i richiami delle aspettanti: femmine discinte, con il seno scoperto, uscivano fuori ad offerirsi. L'uomo spariva in una delle porte oscure con l'eletta. Le deluse gittavano scherni e risa dietro la coppia, e si rimettevano all'agguato tra i garofani.

Così nella vergine si accendeva la brama. Il bisogno dell'amore, prima latente, si levava ora da tutto il suo essere, diventava una tortura, un supplizio incessante e feroce da cui ella non sapeva difendersi.

Un fiotto di sanità caldo la riempiva; certe sùbite allegrezze le muovevano il sangue, le suscitavan nel petto quasi battimenti d'ale, le inspiravano canti nella bocca. A volte un soffio, uno di quei piccoli fremiti dell'aria che si dilata sotto il sole, una canzone di mendicante, un odore, un nulla bastava a darle smarrimenti vaghi, abbandoni in cui le pareva di sentire su tutte le membra come il passaggio carezzevole del velluto d'un frutto maturo. Ella era così librata e perduta in abissi ignoti di dolcezza. L'irritazione della continenza, la sovrabbondanza insolita de' succhi, quel distendersi continuo dei nervi sotto gli stimoli la tenevano in una specie di stordimento simile al primo stadio dell'ebrezza. Il passato si dileguava, si assopiva in fondo alla memoria, non risorgeva più. E in ogni ora, in ogni luogo il desiderio le tendeva insidie: i santi delle mura, le madonne, i cristi crocefissi ignudi, le piccole figure di cera deformi, tutte le cose in torno, prendevano per lei apparenze impure. Da tutte le cose l'impurità emanava e le alitava su la persona, affocantemente.

— Ecco, ora scendo nella strada — diceva ella a sè stessa, non reggendo più.

Poi le mani le tremavano su la porta, nell'aprire. Lo stridore del chiavistello scorrente negli anelli la sbigottiva. Ella tornava in dietro, si gettava sul letto quasi svenendosi, livida, sotto una larva d'uomo.

IX.

La domenica delle Palme ella uscì dopo tanti mesi, per la prima volta; poichè Camilla voleva condurla a render grazie della guarigione al Signore. Quando le campane si misero a squillare, Orsola s'affacciò. Tutto il paese era ridente nel grande riso pasquale del sole d'aprile. Tutto il contado invadeva le vie con il segno pacifico dei rami di olivo.

Ella ora doveva vestirsi in festa: la gente nelle vie l'avrebbe guardata passare. Una furia di vanità sùbito la prese: si chiuse nella stanza, cercò in fondo alla cassa le vesti più chiare. Un odore acuto di canfora saliva da quei vecchi tessuti conservati là dentro per anni: erano grandi gonne di seta a fiorami, verdi e violette e cangianti, che un tempo la crinolina avea forse gonfiate in torno alle anche di una sposa novella; erano lunghi busti con màniche ampie, mantelline color di tortora orlate di merletti bianchi, veli intrecciati di fili d'argento, collari di tela fina ricamati a giorno; tutte cose morte per l'uso, goffe, macchiate dall'umido.

Orsola sceglieva, come guidata da un nuovo istinto, profumandosi di canfora le mani nel cercare. Tutta quella seta inutile e quei veli la irritavano. Non trovava alfine nulla che le andasse alla persona! Chiuse la cassa irosamente, la respinse sotto il letto con un urto del piede. Le campane sonavano per la terza volta. Ella si mise in furia il consueto abito triste color di cenere, in conspetto di Camilla, mordendosi le labbra per ricacciare in giù le lacrime.

Le campane chiamavano. Per le vie i fasci delle palme mettevano un mobile luccicore argenteo; da ogni gruppo di villici sorgeva una selva di ramoscelli; e la candida clemenza della benedizione cristiana si diffondeva per tutta l'aria da quelle selve, come se si appressasse il Galileo, il re povero e dolce sedente su l'asina fra la turba dei discepoli, in contro agli osanna del popolo redento. _Benedictus qui venit in nomine Domini. Hosanna in excelsis!_

Nella chiesa la folla era immensa, sotto la selva delle palme. Per una di quelle correnti che si formano irresistibili nelle masse di popolo, Orsola fu divisa da Camilla; restò sola in quel rigurgito, in mezzo a tutti quei contatti, in mezzo a tutti quegli urti e quegli aliti. Ella tentava d'aprirsi un varco: le sue mani incontravano la schiena d'un uomo, altre mani tiepide il cui tocco la turbava. Ella si sentiva sfiorare il volto da una foglia d'olivo, contrastare il passo da un ginocchio, spingere il fianco da un gomito, offendere il petto, offendere le spalle da pressioni incognite. Sotto l'odore dell'incenso, sotto le palme benedette, nella penombra mistica, in tutto quell'ammasso di cristiani e di cristiane, piccole scintille erotiche scoccavano per attrito e si propagavano; amori segreti si ritrovavano e si congiungevano. Passavano accanto a Orsola fanciulle della campagna con palme sul petto, con un riso fuggente nel bianco degli occhi vòlto ad amatori che dietro le insidiavano; ed ella sentiva in torno a sè così passare l'amore, poneva il suo corpo tra quei corpi che si cercavano, era un ostacolo a quei gesti che tentavano toccarsi, separava le strette di quelle mani, i legami di quelle braccia. Ma qualche cosa di quelle carezze interrotte le penetrava nel sangue. In un punto ella s'incontrò a faccia a faccia con un soldato biondo; quasi gli posò il capo su la tunica, perchè una colonna di gente dietro la spingeva. Ella levò gli occhi; e il giovine sorrise come aveva sorriso un giorno dall'abbaino della caserma. Dietro, l'urto seguitava: il vapore dell'incenso si spandeva più denso, e il Diacono dal fondo cantò:

— _Procedamus in pace._

E il coro rispose:

— _In nomine Christi. Amen._

Era l'annunzio della processione, che mise un sommovimento enorme in tutto il popolo. Per istinto, senza pensare, Orsola si attaccò all'uomo, come se già gli appartenesse; si lasciò quasi sollevare da quelle braccia che la prendevano ai fianchi, si sentì ne' capelli quel fiato virile che sapeva lievemente di tabacco. Ella andava così, indebolita, sfinita, oppressa da quella voluttà che l'aveva colta d'improvviso, non vedendo se non un barbaglio dinanzi a sè.

Allora dall'altare maggiore si mosse il turiferario spargendo nuvoli di fumo cerulo e dolce sul popolo; e una processione candida si svolse nel mezzo della chiesa. I celebranti portavano in mano rami d'olivo e cantavano.

X.

Tutta la settimana santa protesse delle sue complici ombre l'amore della vergine Orsola. Le chiese erano immerse nel crepuscolo della Passione, i crocifissi sugli altari erano coperti di drappi violacei; i sepolcri del Nazareno erano circondati di grandi erbe bianche cresciute nei sotterranei; un profumo di fiori e di belzuino pesava nell'aria.

Là Orsola, inginocchiata, attendeva, fin che un passo leggero dietro di lei la faceva trasalire. Ella non poteva volgersi, perchè Camilla la vigilava; ma si sentiva tutta abbracciare dallo sguardo di quell'uomo, come da un fuoco sottile, e una tenerezza torbida le scendeva nella carne. Allora fissava i ceri digradanti su un triangolo di legno presso l'altare. I preti cantavano dinanzi a un gran libro; e ad uno ad uno i ceri venivano spenti. Non ne rimanevano che cinque, non ne rimanevano che due; l'oscurità si avanzava dal fondo delle cappelle su la gente in preghiera. L'ultima fiammella finalmente spariva; tutte le panche risonavano sotto le battiture delle verghe. Orsola nel buio, a pena si sentiva toccare da due mani cercanti, scattava dal pavimento, con un sussulto, smarrita. Poi, quando usciva dalla chiesa, il pensiero d'aver violato un luogo sacro la empiva di rimorso: subitamente, la paura del castigo risorgeva. Ella s'inabissava poi come in un sogno dove la figura livida di Gesù morto e lo scroscio delle battiture e i brividi della carne sollecitata e l'odor grave dei fiori e gli aliti di quell'uomo biondo si mescolavano in un senso dubbio di dolore e di piacere.

XI.

Ma come Gesù trionfante risalì alla gloria dei cieli, gli aromi pasquali non più confortarono l'amore della vergine Orsola. Scena dell'amore fu allora il dominio dei gatti randagi e dei colombi torraioli. Dall'abbaino alla finestra i dolci segni correvano: tra mezzo, il lupanare si sprofondava come un fossato d'acque limacciose a' cui cigli crescessero fiori alimentati dalla putredine. I colombi sorvolavano con il luccichio verde e grigio delle loro piume.

L'amadore aveva un bel nome antico, si chiamava Marcello, e aveva un bel fregio rosso e d'argento su le maniche della tunica. Scriveva epistole piene di fuoco eterno, con frasi impetuose che davano all'amatrice deliquii di tenerezza e fremiti di voluttà mal contenuta. Orsola leggeva quei fogli in segreto, li teneva notte e giorno nel seno: pe 'l calore la scrittura violetta le s'imprimeva su la pelle, ed era come un gentile tatuaggio d'amore, di cui ella gioiva. Le risposte di lei non finivano mai: tutta la sapienza grammaticale di una maestra, tutto il tesoro delle apostrofi psalmistiche di una devota, tutta la fluente sentimentalità di una pulzella tardiva si riversava su la carta de' quaderni scolastici rigati di turchino. Ella scrivendo si obliava, si sentiva trascinare in un'onda di verbosità sonore. Pareva quasi che una facoltà novella si esplicasse in lei e prendesse forme maniache, d'improvviso. Quel gran sedimento di lirismo mistico accumulato per la lettura de' libri di preghiera in tanti anni di fedeltà allo Sposo Celeste, ora, scosso dal tumulto dell'amore terreno, si levava su confusamente per assumere sapori di profanità nuovi. Così le lacrimose implorazioni a Gesù si mutavano in sospiri di speranza verso letizie d'amplessi non eterei, le offerte del fior dell'anima al Sommo Bene si mutavano in tenere dedizioni della carne al disio del biondo amante, e il lume afrodisiaco della luna si cingeva di tutti gli epiteti per cui va radioso lo Spirito Santo, nè gli zefiri della primavera mancavan di rapire gli aromi alle mense del Paradiso.

XII.

Era messaggero uno di quegli uomini che paion cresciuti su, come funghi, dall'umidità della strada immonda ed hanno in tutta la figura quasi una nativa tinta di fango; di quelli uomini bigi, che s'insinuano per tutto, che si trovano per tutto ov'è un centesimo da guadagnare, un po' di untume da leccare, uno straccio da sottrarre, oggi rigattieri e domani procaccianti in atto di serve o di male femmine, oggi falsi sensali di mercatanzia e domani accalappiatori di cani erratici.