Part 18
L'Africana, per l'immensa paura, divenne audace; spinse la mano d'un tratto, afferrò la tabacchiera, e, con un moto di fuga, si rivolse verso le scale; discese seguita da Passacantando.
— O Die! O Die! Vide che so fatte pe' te!... — balbettava, abbandonandosi addosso all'uomo.
Ed ambedue si misero insieme, con le mani malferme, ad aprire la tabacchiera, a cercare fra il tabacco le monete d'oro. L'acuto aroma saliva loro per le narici; ed ambedue, come sentivano l'eccitazione a starnutire, furono invasi d'improvviso da un impeto d'ilarità. E, soffocando il rumore degli starnuti, barcollavano e si sospingevano. Al gioco, la lussuria nella pinguedine dell'Africana insorgeva. Ella amava d'essere amorosamente morsicata e bezzicata e sballottata e qua e là percossa da Passacantando; fremeva tutta e tutta si ribrezzava nella sua bestiale orridezza. Ma, a un punto, prima si udì un brontolio indistinto e poi gridi rauchi proruppero su nella stanza. E il vecchio comparve in cima alla scala, livido alla luce rossastra della lanterna, magro, scheletrito, con le gambe nude, con una camicia a brandelli. Guardava in giù la coppia ladra; ed agitando le braccia gridava come un'anima dannata:
— Li marenghe! Li marenghe! Li marenghe!
LA MADIA.
A pena Luca udì il rumore delle grucce, spalancò gli occhi e li volse ardenti e torbidi verso la porta, aspettando che il fratello comparisse sul limitare. Tutta la faccia, estenuata dalla sofferenza, divorata dalla febbre, sparsa di bolle rossastre, gli prese d'improvviso un aspetto di durezza e quasi d'ira. Egli afferrò le mani della madre, convulsamente, gridando, con la voce rauca e rotta:
— Caccialo! Caccialo! Non lo voglio vedere. Capisci? Non lo voglio vedere; mai più. Capisci?
Le parole lo soffocarono. Egli stringeva forte le mani della madre, tossendo con grande affanno, mentre la camicia sul petto gli palpitava e gli s'apriva un poco ad ogni sforzo. Aveva la bocca gonfia; e pel mento le bolle riseccate gli formavano come una crosta che si screpolava e sanguinava ad ogni sforzo.
La madre cercava di placarlo.
— Sì, sì, figlio mio. Non lo vedrai più. Farò come tu vuoi. Lo caccerò, lo caccerò. Questa è la casa tua, figlio, tutta tua. Mi senti?
Luca le tossiva sul volto.
— Ora, ora, sùbito — egli diceva, con una persistenza feroce, sollevandosi di sul letto, spingendo la madre verso la porta.
— Sì, figlio mio. Ora, sùbito.
Ciro comparve al limitare, reggendosi su le grucce. Egli era mingherlino, con una grossa testa pesante. I capelli erano così biondi che quasi parevan bianchi. Gli occhi eran dolci come quelli d'un agnello, azzurri fra le lunghe ciglia chiare.
Entrando, non disse nulla; poichè era muto per una paralisia. Ma vide gli occhi dell'infermo, che lo guardavano intenti e crudeli; e si fermò nel mezzo della stanza, appoggiato alle grucce, irresoluto, non osando avanzare. La gamba destra, torta e raccorciata, aveva un piccolo tremito visibile.
Luca disse alla madre:
— Che viene a fare, questo stroppiato? Caccialo via! Voglio che tu lo cacci via. Capisci? Sùbito.
Ciro intese, e guardò la matrigna che già era per levarsi. La guardò con occhi tanto supplichevoli, ch'ella non ebbe cuore di fargli violenza. Poi, tenendo sotto l'ascella una gruccia, con la mano libera fece un gesto disperato. E gittò uno sguardo vorace alla madia ch'era in un canto. Voleva dire:
— Ho fame.
— No, no; non gli dar niente — si mise a gridare Luca, agitandosi tutto sul letto, imponendo alla donna il suo capriccio malvagio. — Niente! Mandalo via.
Ciro aveva chinato sul petto la grossa testa, tremando, con gli occhi pieni di lacrime. Quando la matrigna gli mise una mano su la spalla e lo spinse verso l'uscio, egli ruppe in singhiozzi; ma si lasciò condurre. Poi sentì chiuder l'uscio; e rimase sul pianerottolo, a singhiozzare. Singhiozzava forte e costante.
Disse Luca alla madre, con un atto iroso:
— Lo senti? Fa apposta, per farmi venir male.
Il singhiozzo del fratello seguitava, interrotto qualche volta da un mugolìo singolare, accorante come il rantolo d'un giumento che sia per morire.
— Ma lo senti? Va. Gettalo per le scale!
La donna sorse con impeto; corse all'uscio, e levò sul muto le mani dure, avvezze a percuotere e ad incrudelire.
Luca, sollevato in su' gomiti, ascoltava i colpi, dicendo:
— Ancóra! ancóra!
Sotto le percosse, Ciro tacque. Trattenendo il pianto, discese nella strada. Egli era famelico; non mangiava da quasi due giorni. A pena aveva la forza di trascinar le grucce.
Passò in corsa una schiera di monelli, dietro il volo d'un aquilone che prendeva vento beccheggiando. Taluni gli diedero un urto, gridandogli:
— Ehi, lo stroppiatino!
Altri lo beffarono, gridandogli:
— Vieni, bàrbero, alla carriera!
Altri, alludendo alla sua gran testa, gli chiesero per dileggio:
— Quanto la libbra il cervello, stroppiatino?
Uno tra questi, più disumano, gli fece cadere una gruccia; e si mise a fuggire. Il muto barcollò; poi la raccolse a fatica, e si mosse. Gli strilli e le risa dei monelli si dileguavano verso il fiume. L'aquilone s'inalzava, come un uccello di paesi strani, in un cielo tutto rosato e soave.
Compagnie di soldati cantavano in coro, lungo il Bagno. Era la bella stagione, sotto la festa di Pasqua.
Ciro, sentendosi mordere le viscere dalla fame, pensò:
— Ora chiedo l'elemosina.
Dal forno veniva col vento primaverile la fragranza del pane recente. Passò un uomo vestito di bianco, portando in testa una lunga tavola su cui giacevano in ordine molti pani color d'oro, che ancora fumavano. Due cani lo seguivano, con il muso all'aria, dimenando la coda.
Ciro si sentì quasi venir meno, di languore. Pensava:
— Ora chiedo l'elemosina; se no, muoio.
Il giorno cadeva lentamente. Il cielo diafano era tutto sparso d'aquiloni che si ritraevano verso terra ondeggiando. Le campane propagavano nell'aria sonora un rombo continuo e profondo.
Ciro pensò:
— Ora mi metto alla porta della chiesa.
E si trascinò verso quel luogo.
La chiesa in fatti era aperta. Si vedeva in fondo l'altare illuminato di fiammelle tremolanti, come una costellazione. Usciva fuori l'aroma dell'incenso e del belzuino, svanito. Di tanto in tanto, l'organo gittava un gran fascio di suoni.
Ciro, d'improvviso, sentì velarsi gli occhi da nuove lacrime. Egli pregò nel suo cuor religioso:
— O Signore, Dio mio, aiutami tu!
L'organo mise un tuono che fece vibrare i pilastri come stromenti; poi si rallegrò di note chiare. Sorsero le voci dei cantori. E i devoti e le devote entravano, a due, a tre, per la porta unica. Ciro non osava ancora tendere la mano. Un mendicante, poco discosto, chiese lamentevole:
— La carità, per l'amore di Dio!
Allora il muto ebbe onta. Vide entrare nella chiesa la matrigna, tutta raccolta sotto la mantatura nera. Pensò:
— Se andassi a casa, mentre la matrigna è fuori?
La bramosia del cibo lo punse così forte, che egli non indugiò più oltre. Volava su le grucce, dietro la speranza del pane. Una femminetta, al passaggio, gli gridò ridendo: — Corri il palio, stroppiatino?
Egli giunse alla casa, in un baleno, ansando e palpitando. Salì le scale con cautela infinita, senza rumore. Cercò la chiave a tentoni, in una cavità del muro, dove soleva metterla la matrigna uscendo. La trovò; e prima d'aprire guardò pel buco della serratura. Luca, sul letto, pareva sopito.
Ciro pensò:
— Se potessi prendere il pane senza svegliarlo!
E girò la chiave, piano piano, trattenendo il respiro, temendo di svegliare il fratello con palpiti del cuore. Pareva che quei palpiti empissero tutta la casa, come d'un fragore altissimo.
— E se si sveglia? — pensò Ciro con un brivido nelle midolle, quando sentì che la porta era aperta.
Ma la fame lo rendeva audace. Egli entrò, puntando le grucce delicatamente, non togliendo mai gli occhi di sul fratello.
— E se si sveglia?
Il fratello, supino, respirava con affanno in quel sopore. Di tratto in tratto gli usciva dalle labbra quasi un fischio lieve. Una sola candela ardeva su la tavola, gittando alla parete larghe ombre variabili.
Ciro, come fu presso alla madia, s'arrestò per vincere il tremore; guardò il dormiente; poi, reggendo ambo le grucce con l'ascelle, si mise a sollevare il coperchio. La madia scricchiolava forte.
D'improvviso Luca diede un balzo, svegliandosi. Vide il fratello in quell'atto, e cominciò a gridargli contro, agitando le braccia, come un ossesso:
— Ah, ladro! Ah, ladro! Aiuto!
Ma il furore lo soffocava. Mentre il fratello, accecato dalla fame, chino su la madia, cercava con le mani tremanti un pezzo di pane, egli si gettò giù dal letto e gli corse sopra a impedirgli di prendere.
— Ladro! Ladro! — gridava, fuori di sè.
Fuori di sè, trasse il coperchio pesante sul collo di Ciro; che s'agitò come una vittima alla tagliuola, disperatamente. Resisteva Luca contro quelli sforzi, avendo perduto ogni coscienza della cosa, premendo con tutta la sua persona, quasi per decapitare il fratello. Il coperchio scricchiolava, penetrando nella viva carne della nuca, schiacciando le canne della gola, pestando le vene e i nervi. Penzolò dalla madia un corpo inerte, che più non dava alcun tratto. Allora, in conspetto dello storpio trucidato, uno sbigottimento pazzo invase l'animo del fratello.
Due o tre volte, barcollando, egli attraversò la stanza che i guizzi della candela empivano di paure; mise le mani su le coperte, le tirò a sè, ci si avvoltolò tutto, coprendosi anche la testa; poi si accovacciò sotto il letto. E nel silenzio i suoi denti stridevano, come fa una lima sul ferro.
MUNGIÀ.
In tutto il contado pescarese, e a San Silvestro, a Fontanella, a San Rocco, perfino a Spoltore e nelle fattorie di Vallelonga oltre l'Alento e più specialmente nei piccoli borghi dei marinai presso la foce del fiume e in tutte quelle case di creta e di canne, dove si accende il fuoco con i rifiuti del mare, fiorisce da gran tempo la fama di un rapsodo cattolico che ha un nome di corsale barbaresco ed è cieco a simiglianza dell'antico Omero.
Mungià comincia le sue peregrinazioni su i principii della primavera e le termina nel mese di ottobre, ai primi rigori. Va per le campagne, guidato da una femmina o da un fanciullo. Tra la grandezza e la forte serenità della coltivazione, reca ora i lamentevoli canti cristiani le antifone, gli invitatorii, i responsorii, i salmi dell'officio per i defunti. Come la sua figura a tutti è familiare, i cani dell'aia non latrano contro di lui. Egli dà l'annunzio con un trillo del clarinetto; ed al segnale ben noto le vecchie madri escono in su la soglia, accolgono onestamente il cantore, gli pongono una sedia all'ombra di qualche albero, gli chiedono le nuove della salute. Tutti i coloni cessano dal lavoro e si dispongono in cerchia, ancora alenanti, tergendosi il sudore con un gesto semplice della mano. Rimangono fermi, in attitudini di reverenza, tenendo gli strumenti dell'agricoltura. Nelle braccia, nelle gambe, nei piedi ignudi essi hanno la deformità che le fatiche lente e pazienti danno alle membra esercitate. I loro corpi nodosi, la cui pelle assume il color delle glebe, sorgendo dal suolo nella luce del giorno paiono quasi avere comuni con gli alberi le radici.
Spandesi allora dall'uomo cieco su quella gente e su le cose in torno una solennità cristiana. Non il sole, non i presenti frutti della terra, non la letizia dell'opera alimentaria, non le canzoni dei cori lontani bastano a difendere gli animi dal raccoglimento e dalla tristezza della religione. Una delle madri indica il nome del parente morto a cui ella offre i cantici in suffragio. Mungià si scopre il capo.
Appare il suo cranio largo e splendente, cinto di canizie; e tutta la faccia, simigliante nella quiete a una maschera corrosa, si raggrinza e vive nel movimento del prendere a bocca il clarinetto. Su le tempie, sotto la cavità degli occhi, lungo gli orecchi, e poi d'in torno alle narici e agli angoli delle labbra mille grinze sottili e fitte si compongono e si scompongono a seconda dell'inspirazione ritmica del fiato nello stromento. Rimangono tesi e lucidi e salienti gli zigomi, solcati da venature sanguigne simili a quelle che traspariscono in autunno nelle foglie della vite. E degli occhi, in fondo alle orbite, non si vede se non il segno rossiccio della palpebra inferiore rivolta. E su tutte le scabrosità della pelle, su tutta quella meravigliosa opera d'incisione e di rilievo fatta dalla magrezza e dalla vecchiezza, e di tra i peli duri e corti d'una barba mal rasa, e nei cavi e nelle corde del collo lungo e rigido la luce si frange, sfugge, si divide quasi direi per stille, come una rugiada su una zucca piena di porri e di muffe, gioca in mille maniere, vibra, si spenge, esita, dà talvolta a quella umile testa inaspettate arie di nobiltà e di mistero.
Dal clarino di bossolo, a seconda dei movimenti delle dita su le chiavette malferme, escono suoni. Lo stromento ha in sè quasi direi una vita e quella inesprimibile apparenza di umanità che acquistano le cose per l'assiduo uso in servigio dell'uomo. Il bossolo ha una lucentezza untuosa; i buchi, che nei mesi d'inverno divengono nidi di piccoli ragni, sono ancora occupati dalle tele o dalla polvere; le chiavette, lente, sono macchiate di verderame; e qua e là la cera vergine e la pece chiudono i guasti; e la carta e il filo stringono le commessure; e ancora si veggono in torno all'orlo gli ornamenti della gioventù. Ma la voce è debole e incerta. Le dita del cieco si muovono macchinalmente, poichè non fanno se non ricercare quel preludio e quell'interludio da gran tempo.
Le mani lunghe, deformate, con grossi nodi alla prima falange dell'anulare e del medio, con l'unghia del pollice depressa e violetta, somigliano le mani d'una scimmia decrepita; hanno su 'l dorso le tinte di certi frutti malsani, un misto di roseo, di giallognolo e di turchiniccio; su la palma hanno una laboriosa rete di solchi, e tra dito e dito la pelle escoriata.
Come il preludio finisce, Mungià prende a cantare il _Libera me Domine_, e il _Ne recorderis_, lentamente, su una modulazione di cinque sole note. Nel canto, le terminazioni latine si congiungono alle forme dell'idioma natale; di tratto in tratto, quasi con un ritorno metrico, passa un avverbio in _ente_ seguito da molte gravi rime; e la voce ha una momentanea elevazion di tono; poi l'onda si riabbassa e segue a battere le linee men faticose. Il nome di Gesù ricorre spesso nella rapsodia; e la passione di Gesù è tutta narrata in strofe irregolari di settenarii e di quinarii, non senza un certo movimento dramatico.
I coloni in torno ascoltano con animo devoto, guardando il cantore nella bocca. Viene talvolta dai campi su 'l vento un coro di vendemmiatrici o di mietitori, secondo la stagione, a contendere con la pia laude; e l'albero al vento si fa tutto musicale. Mungià, che ha fioco l'udito, continua a cantare i misteri della morte. Le labbra gli stanno aderenti alle gencive deserte, e gli comincia a colar giù pe 'l mento la saliva. Egli imbocca il clarinetto, suona l'intermezzo; poi riprende le strofe. Così va sino alla fine. Sua ricompensa è una piccola misura di frumento, o una caraffa di mosto, o una resta di cipolle, o anche una gallina.
Egli s'alza dalla sedia. Ha una figura alta e macilenta, la schiena curva, i ginocchi volti un poco in dentro. Porta in capo una grande berretta verde e, in ogni stagione, su le spalle un mantello chiuso alla gola da due fermagli di ottone e cadente a mezza coscia. Cammina a fatica, talvolta soffermandosi per tossire.
Quando, nell'ottobre, le vigne sono vendemmiate e le strade sono piene di fango o di ghiaia, egli si ritira in una soffitta; e là vive insieme con un sartore che ha la moglie paralitica e con uno spazzino che ha nove figliuoli afflitti dalla scrofola o dalla rachitide. Nei giorni sereni, egli si fa condurre sotto l'arco di Portanova; siede al sole, sopra un macigno, e si mette a cantare il _De profundis_, sommessamente, per esercizio della gola. Quasi sempre i mendicanti allora gli fanno cerchia. Uomini con le membra slogate, gobbi, storpi, epilettici, lebbrosi; vecchie piene di piaghe, o di croste, o di cicatrici, senza denti, senza cigli, senza capelli; fanciulli verdognoli come locuste, scarni, con gli occhi selvaggi degli uccelli di rapina, con la bocca già appassita, taciturni, che covano nel sangue un morbo ereditato; tutti quei mostri della povertà, tutti quei miserevoli avanzi d'una razza disfatta, quelle cenciose creature di Gesù, vengono a fermarsi in torno al cantore e gli parlano come a un eguale.
Allora Mungià solleva la voce per benignità verso gli ascoltanti. Giunge, trascinandosi a fatica per terra con l'aiuto delle palme munite d'un disco di cuoio, Chiachiù, il nativo di Silvi; e si ferma, tenendosi tra le mani il piede destro ritorto come una radice. Giunge la Strigia, una figura ambigua, repugnante, di ermafrodito senile, che ha il collo pieno di foruncoli vermigli, su le tempie alcuni riccioli grigi di cui ella par vana, e tutto l'occipite coperto di peluria come quello degli avvoltoi. Giungono i Mammalucchi, i tre fratelli idioti che paiono essere nati dall'accoppiamento di un uomo con una pecora, così manifeste ne' loro volti sono le fattezze ovine. Il maggiore ha i bulbi visivi sgorganti fuor delle orbite, degenerati, molli, d'un colore azzurrognolo, simili al sacco ovale di un polpo che sia prossimo a putrefarsi. Il minore ha il lobo di un'orecchia smisuratamente gonfio, e paonazzo, simile a un fico. Tutti e tre vanno in comune, con le bisacce di corda dietro la schiena.
Giunge l'Ossesso, un uomo scarno e serpentino, dalle palpebre arrovesciate come quelle dei piloti che navigano per mari ventosi, olivastro nella faccia, camuso, con un singolare aspetto di malizia e di fraudolenza palesante in lui l'origine zingaresca. Giunge la Catalana di Gissi, una femmina d'età incognita, con lunghi cernecchi rossicci, con su la pelle della fronte alcune macchie simili quasi a monete di rame, sfiancata come una cagna dopo il parto: la Venere dei mendicanti, l'amorosa fonte a cui va a dissetarsi chi patisce la sete. E giunge Jacobbe di Campli, il grande vecchio dal pelame verdastro come quello di certi artefici che lavorano l'ottone. Giunge l'industre Gargalà su 'l veicolo costrutto con rottami di barche ancora incatramati. Giunge Costantino di Corrópoli, il cinico, che, per una crescenza del labbro inferiore, pare tenga sempre fra i denti uno straccio di carne cruda. Altri giungono. Tutti gli iloti che hanno emigrato lungo il corso del fiume, dagli altipiani al mare, si raccolgono in torno al rapsodo, sotto il comun sole.
Mungià canta allora con una varia ricerca di modi, tentando altitudini insolite. Una specie di orgoglio, un'aura di gloria gli invade l'animo, poichè egli allora esercita l'arte liberalmente, senza prender mercede. Sale dalla turba dei mendicanti, a tratti, un clamore di plauso ch'egli a pena ode.
Al termine del canto, come il dolcissimo sole abbandonando quel luogo ascende su per le colonne corintie dell'Arco, i mendicanti salutano il cieco e si sbandano per le terre vicine. Rimangono, per consuetudine, Chiachiù di Silvi, con il piede ritorto fra le mani, e i fratelli Mammalucchi. Costoro chiedono ad alta voce l'elemosina a chi passa; mentre Mungià taciturno forse ripensa i trionfi della giovinezza, quando Lucicappelle, il Golpo di Càsoli e Quattòrece erano vivi.
Oh gloriosa _paranzella_ di Mungià!
La piccola orchestra aveva conquistata, in quasi tutta la valle inferiore della Pescara, una inclita fama.
Sonava la viola ad arco il Golpo di Càsoli, un omuncolo tutto grigiastro come le lucertole dei tetti, con la pelle del volto e del collo tutta rugosa e membranosa come i tegumenti d'una testuggine cotta nell'acqua. Egli portava una specie di berretto frigio che per due ali aderiva agli orecchi; giocava d'arco con gesti rapidi, premendo su 'l piè della viola il mento aguzzo, martellando le corde con le dita contratte, ostentando un visibile sforzo nell'azione del sonare, come fanno i macacchi dei saltimbanchi nòmadi.
Dopo di lui, Quattòrece veniva co 'l violone appeso in su 'l ventre per mezzo d'una correggia di pelle d'asino. Lungo e smilzo come una candela di cera, Quattòrece aveva in tutta la persona un singolar predominio dei colori aranciati. Pareva una di quelle figure monocromatiche dipinte, su certi rustici vasi castellesi, in attitudini rigide. Ne' suoi occhi, come in quelli dei cani da pastore, brillava una trasparenza tra castanea ed aurea; la cartilagine delle sue grandi orecchie, aperte come quelle dei pipistrelli, contro la luce tingevasi d'un giallo roseo; le sue vesti erano di quel panno color tabacco chiaro, che per solito adoperano i cacciatori; e il vecchio violone, ornato di penne, di fili d'argento, di fiocchi, d'imaginette, di medaglie, di conterie, aveva l'aspetto di non so quale artifizioso stromento barbarico d'onde dovessero escire novissimi suoni.
Ma Lucicappelle, tenendo a traverso il petto la sua immane chitarra a due corde accordate in diapente, veniva ultimo con un passo di danza e di baldanza, come un Figaro rusticale. Egli era il giocondo spirito della _paranzella_, il più verde d'anni e di forze, il più mobile, il più arguto. Un gran ciuffo di capelli crespi gli sporgeva su la fronte, di sotto a una specie di tòcco scarlatto; gli brillavano agli orecchi feminilmente due cerchi d'argento: le linee della sua faccia formavano un natural componimento di riso. Egli amava il vino, i brindisi in musica, le serenate in onor della bellezza, le danze all'aperto, i conviti larghi e clamorosi.
Ovunque si celebrasse uno sposalizio, un battesimo, una festa votiva, un funerale, un triduo, correva la _paranzella_ di Mungià, desiderata, acclamata. Precedeva i cortei nuziali, per le vie tutte sparse di fiori di giunco e d'erbe odorifere, tra le salve di gioia e le salutazioni. Cinque mule inghirlandate recavano i doni. Un carro, tratto da due paia di bovi con le corna avvolte di nastri e con i dorsi coperti di gualdrappe, recava _la soma_. Le caldaie, le conche, i vasellami di rame tintinnivano agli scotimenti dell'incedere; gli scanni, le tavole, le arche, tutte quelle rudi forme antiche delle suppellettili casalinghe, oscillavano scricchiolando; le coperte di damasco, le gonne ricche di fiorami, i busti trapunti, i grembiali di seta, tutte quelle fogge di vestimenta muliebri risplendevano al sole in un miscuglio di gaiezza; e una conocchia, simbolo delle virtù familiari, eretta su 'l culmine, carica di lino, pareva contra il cielo azzurro una mazza d'oro.
Le donne della parentela, con su 'l capo un canestro di grano e su 'l grano un pane e su 'l pane un fiore, si avanzavano per ordine, tutte in una stessa attitudine semplice e quasi jeratica, simili alle canèfore dei bassirilievi ateniesi, cantando. Come giungevano alla casa, presso il talamo, si toglievano il canestro dal capo, prendevano un pugno di grano e, a una a una, lo spargevano su la sposa, pronunziando una formola d'augurio rituale in cui la fecondità e l'abbondanza erano invocate. Anche la madre compiva la cerimonia frumentaria, fra molte lacrime; e con un panello toccava alla figlia il petto, la fronte, le spalle, dicendole parole di dolente amore.