Le Novelle della Pescara

Part 17

Chapter 173,886 wordsPublic domain

Spinto da questo pensiero, egli si levò; e con sollecitudine uscì su 'l pianerottolo, stropicciandosi gli occhi per meglio guardare. Su la tavola non rimaneva se non qualche macchia sanguigna, e sopra vi rideva il sole virginalmente.

— Lu porche? Addó sta lu porche? — gridò, con una voce rauca, il derubato.

Una furibonda agitazione l'invase. Egli discese le scale, vide l'uscio aperto, si percosse la fronte, irruppe fuori urlando, chiamando in torno a sè i lavoratori, chiedendo a tutti se avessero visto il porco, se l'avessero preso. Egli moltiplicava le querele, sollevava ognora più le voci; e il doloroso schiamazzo, risonando per tutta la riviera, giunse fino agli orecchi di Ciávola e del Ristabilito.

Se ne vennero dunque costoro placidamente, in accordo, per godersi lo spettacolo e per continuare la beffa. E come furono giunti in vista, Mastro Peppe, rivolgendosi a loro, tutto dolente e lacrimante, esclamò:

— Uh, pover'a me! Me l'hann'arrubbate lu porche! Uh, pover'a me! E coma facce mo? E coma facce?

Biagio Quaglia stette un poco a considerare l'aspetto dell'infelicissimo, con socchiusi gli occhi tra la canzonatura e l'ammirazione, con china la testa verso una spalla, quasi in atto di giudicare un effetto d'arte mimetica. Poi, accostatosi, fece:

— Eh, sì, sì.... nen ze po' di' de no.... Tu le fi' bbone la parte.

Peppe, non comprendendo, levò la faccia tutta solcata di gocciole.

— E, sì, sì.... sta vote li si fatte proprie da furbe — seguitò il Ristabilito, con una cert'aria di confidenza amichevole.

Peppe, non comprendendo ancora, levò di nuovo la faccia; e le lacrime negli occhi pieni di stupore gli si arrestarono.

— Ma, pe' di' la verità, accuscì maleziose nen te credeve — riprese a dire il Ristabilito. — Brave! brave! Me rallegre!

— Ma tu che dice? — dimandò tra i singhiozzi La Bravetta. — Ma tu che dice? Uh, pover'a me! E coma facce mo a rijì a la case?

— Brave! brave! Bena! — incalzava il Ristabilito. — Dajie mo! Strilla forte! Piagne forte! Tirete li capille! Fatte sentì! Accuscì! Falle créde'.

E Peppe, piangendo:

— Ma i' diche addavére ca me se l'hann'arrubbate. Uh die! Pover'a me!

— Dajie! Dajie! Nen te fermà. Quante chiù tu strilla, chiù te nome créde. Dajie! Angóre! Angóre!

Peppe, fuor di sè pe 'l dispetto e pe 'l dolore, sacramentava ripetendo:

— I' diche addavére. Che me pozza murì, mo, sùbbite, se lu porche nen me se l'hann'arrubbate!

— Uh, povere 'nnucende! — squittì per ischerno Ciávola. — Mettéteje lu ditucce 'mmocche. Coma putéme fa' a crédete, se jere avéme viste lu porche a là? Sant'Andonie j'ha date li 'scelle pe' vula?

— Sant'Andonie bbenedette! È coma diche i'.

— Ma po' esse?

— Accuscì è.

— Ma nen è cuscì.

— È cuscì.

— No.

— Uh, uh, uh! È cuscì! È cuscì! I' so' mmorte. I' nen sacce coma pozze fa' a rijì a la case. Pelagge nen me crede; e se ppure me crede, nen me dà chiù pace... I' so' mmorte!

— 'Mbè, ce vuléme créde — concluse il Ristabilito. — Ma bbade, Pe', ca Ciávule a jere t'ha 'nzegnate lu juchette. E i' nen vulesse ca tu gabbísse a Pelagge e a nu, tutte 'na vote. Tu fusse capace...

Allora La Bravetta ricominciò a piangere, a gridare, a disperarsi con una così pazza irruzion di dolore, che il Ristabilito per pietà soggiunse:

— 'Mbé, statte zitte. Te credéme. Ma, se è vere su fatte, s'ha da truvà 'na maniere pe' armedià.

— Quala maniere? — dimandò subito, rasserenandosi tra le lacrime, La Bravetta, nel cui animo la speranza risorgeva.

— Ecc'a qua — propose Biagio Quaglia. — Certe, une di quille che stanne pe' qua attorne ha avute da esse; pecchè certe n'hanne vinute dall'India bbasse a pijarse lu porche a te. No, Pe'?

— Va bbone, va bbone, — assentì l'uomo, che stava trepido a udire, col naso in alto tutto ancor pieno d'umor lacrimale.

— Mo dunque (statte attende), — continuò il Ristabilito che a quella credula attenzione prendeva diletto, — mo dunque se nisciume ha vinute dall'India bbasse pe' venirte a rubbà, cert'è che quaccune di quille che stanne pe' qua attorne ha avute da esse lu latre. No, Pe'?

— Va bbone, va bbone.

— Mo che s'ha da fa'? S'ha da raunà tutte sti cafune e s'ha da sprementà cacche fatture pe' scuprì lu latre. Scuperte lu latre, scuperte lu porche.

Gli occhi di mastro Peppe brillarono di desiderio; ed egli si fece più da presso, poichè l'accenno alla fattura aveva risvegliate in lui le native superstizioni.

— Tu le sié; ce stanne tre specie de maggie: la bianche, la rosce e la nere, e ce stanne, tu le sié, a lu paese tre femmene dell'arte: Rosa Schiavona, Rusaria Pajara e la Ciniscia. Sta a te a scejie.

Peppe stette un momento in forse. Poi elesse Rosaria Pajara che aveva gran fama d'incantatrice e aveva operato in altri tempi cose mirabili.

— 'Mbé, su, — concluse il Ristabilito, — nen ce sta tembe da pérde. I' pe' te, propie pe' farte nu piacere, vajie sine a lu paese a pijà quelle che ce serve. Parle 'nghe Rusarie, me facce dà tutte cose, e me n'arvenghe, dentr'a sta matine. Damme li quatrine.

Peppe si tolse dalla tasca del panciotto tre carlini ed esitando li porse.

— Tre carline? — gridò l'altro, rifiutandoli. Tre carline? Ma ce ne vo' pe' lu mene diece.

A sentir questo il marito di Pelagia ebbe quasi uno sbigottimento.

— Come? Pe' na fatture, diece carline? — balbettò egli cercandosi con le dita tremule nella tasca. — Ècchetene otte. Nen ne tenghe chiù.

Disse il Ristabilito, secco:

— Va bbone. Quelle che posse fa' facce. Viene pure tu, Cià?

I due compagni s'incamminarono verso Pescara, di buon passo, pe 'l sentiero degli alberi, l'uno innanzi, l'altro dietro. E Ciávola picchiava gran colpi di pugno su la schiena del Ristabilito, per dimostrare la sua allegrezza. Come essi giunsero al paese, si recarono nella bottega di un tal Don Daniele Pacentro speziale con cui erano in familiarità; ed ivi comperarono certi aròmati e droghe, facendone quindi comporre pallottole a guisa di pillole grosse, come noci, ben coperte di zucchero, sciloppate e cotte. Subito che lo speziale ebbe compiuta l'operazione, Biagio Quaglia (il quale nel frattempo era stato assente) tornò con una carta piena d'escrementi secchi di cane; e di quelli escrementi volle che lo speziale componesse due belle pillole, in tutto simili alle altre per la forma, se non che confettate prima in aloe e poi coperte leggermente di zucchero. Così lo speziale fece; e, perchè queste dalle altre si riconoscessero, vi mise, per consiglio del Ristabilito, un piccolo segno.

I due ciurmadori ripresero la via della campagna, e furono alla casa di Mastro Peppe in su l'ora di mezzodì. Mastro Peppe stava con molto affanno aspettando. A pena vide sbucare di tra le alberelle il corpo lungo e sottile di Ciávola, gridò:

— Mbé?

— Tutte è all'ordene — rispose in suon di trionfo il Ristabilito, mostrando il cofano delle confetture incantate. — Mo tu, già che ogge è la viggilie de Sant'Andonie e li cafune fanne feste, arhunisce tutte quante all'are per dajie a beve. Tu hi da tené na certe butticelle de Montepulciane. Mitte mane a quelle pe' ogge! E quande tutte stanne bene arhunite, penze i' a fa' e a dice tutte quelle che s'ha da fa' e s'ha da di'.

IV.

Dopo due ore, come il pomeriggio era tiepido e chiarissimamente sereno, avendo La Bravetta fatto correre la voce, se ne vennero all'invito i coltivatori e i massai dei dintorni. Nell'aia si levavano alti mucchi di paglia, che percossi dal sole ornavansi d'un glorioso colore d'oro; quivi una torma di oche andava schiamazzando, bianca, lenta, con larghi becchi aranciati, chiedendo di nuotare; gli odori dello stabbio giungevano ad intervalli. E tutti quelli uomini rusticani, aspettando di bere, motteggiavano, tranquilli, su le loro gambe in arco difformate dalle rudi fatiche: alcuni con volti rugosi e rossastri come vecchi pomi, con occhi resi miti dalla lunga pazienza o resi vivi dalla lunga malizia; altri con barbe nascenti, con attitudini di gioventù, con nelle vesti rinnovate una manifesta cura d'amore.

Ciávola e il Ristabilito non si fecero molto attendere. Tenendo in una mano la scatola delle confetture, il Ristabilito ordinò che tutti si mettessero in cerchio; e, stando egli nel mezzo, fece una breve concione, non senza una certa gravità di voce e di gesti.

— Bon'uómmene! — disse — nisciune de vu, certe, sa pecche propie Mastre Peppe De Siere v'ha chiamate a qua...

Un moto di stupore, a questo strano preambolo, si propagò in tutte le bocche degli ascoltanti; e la letizia pe 'l promesso vino si mutò in una inquietudine di diversa espettazione. Continuava l'oratore:

— Ma, seccome po' succéde caccosa bbrutte e vu ve putassáte lagnà de me, ve vojie dice de che se tratte, prima de fa' la spirienze.

Gli ascoltanti si guardavano l'un l'altro negli occhi, con un'aria smarrita; e quindi rivolgevano lo sguardo curioso e incerto al cofanetto che l'oratore teneva in una mano. Un d'essi, poichè il Ristabilito faceva pausa per considerare l'effetto delle parole, esclamò impaziente:

— Ebbè?

— Mo, mo, bell'uómmene mi'. La notta passate s'hann'arrubbate a Mastre Peppe nu bbone porche che s'ave' da salà. Chi ha state lu latre, nen ze sa; ma cert'è ca s'ha da truvà miezze a vu' áutre, pecchè nisciune venéve dall'India bbasse p' arrubbarse lu porche a Mastre Peppe!

Fosse un giocondo effetto di questo peregrino argomento dell'India o fosse l'azione del tiepido sole, La Bravetta cominciò a starnutire. I villici si fecero in dietro; la tribù delle oche si disperse, sbigottita; e sette starnutazioni consecutive risonarono liberamente nell'aria, turbando la pace rurale. L'ilarità risorse negli animi, a quel fragore. L'adunanza, dopo un poco, si ricompose. Il Ristabilito continuò, sempre grave:

— Pe' scuprì lu latre Mastre Peppe ha pensate de darve a magnà certe bbone cunfette e de darve a bere nu certe Montepulciane viecchie che j'ha messe mane ogge apposte. Ma pirò v'ajie da dice na cose. Lu latre, appena se mette mmocche lu cunfette, se sente la vocche accuscì amare, accuscì amare c'ha da sputà pe' fforze. Vulete sprementà? O pure lu latre, pe' nen esse sbruvegnate, se vo' cunfessà a lu prévete? Bell'uó, arspunnéte!

— Nu vuléme magna e beve — risposero quasi in coro gli adunati. E un movimento incerto corse fra quella gente semplice. Ognuno, guardando il compagno, aveva negli occhi una punta d'investigazione. Ognuno, naturalmente, poneva nel ridere una tal quale ostentazione di spontaneitá.

Disse Ciávola:

— V'avete da mette tutt'a ffile, pe' la sprïenze. Nisciune s'ha da puté nnascónne.

Ed egli, quando tutti furono disposti, prese il fiasco e i bicchieri, apprestandosi a mescere. Il Ristabilito si fece dall'un de' capi, e cominciò a distribuire pianamente i confetti che sotto le gagliarde dentature dei villani scricchiolavano e sparivano in un attimo. Come egli giunse a Mastro Peppe, prese uno dei confetti canini e glielo porse; e seguitò oltre, senza nulla dare a divedere.

Mastro Peppe, che fin allora era stato con i grandissimi occhi intenti a cogliere in fallo qualcuno, si gittò in bocca il confetto prestamente, quasi con cupidigia di goloso, e prese a masticare. D'un tratto i pomelli delle gote gli salirono vivamente verso gli occhi, gli angoli della bocca e le tempie gli si empirono di crespe, la pelle del naso gli si arricciò, il mento gli si torse un poco, tutti i lineamenti della sua faccia ebbero una comune mimica involontaria di orrore; e una specie di brivido visibile gli corse dalla nuca per le spalle. E subito, poichè la lingua non poteva sostenere l'amaro dell'áloe e una resistenza invincibile saliva dallo stomaco per la gola ad impedire l'inghiottimento, il malcapitato fu costretto a sputare.

— Ohe, Mastre Pè, tu che ccazze fiè? — garrì Tulespre dei Passeri, un vecchio capraro verdastro e peloso come una tartaruga di palude.

Si rivolse, a quella voce agra, il Ristabilito che non anche aveva terminato di distribuire. Però, vedendo La Bravetta tutto contorcersi, disse con suon di benevolenza:

— Mbé, quelle forse ere troppe cotte. To'! Ecchene n'áutre. 'Nglutte, Peppe!

E con due dita gli cacciò in bocca la seconda pillola canina.

Il pover'uomo la prese; e, sentendo sopra di sè fissi gli occhi maligni e acuti del capraro, fece un supremo sforzo per sostener l'amarezza; non masticò, non inghiottì; stette con la lingua immobile contro i denti. Ma, come al calore dell'alito e all'umidore della saliva l'áloe si discioglieva, egli non poteva più reggere: le labbra gli si torsero come dianzi; il naso gli si empì di lacrime; e certe gocciole grosse gli cominciarono a sgorgare dal cavo degli occhi e a rimbalzar, come perle scaramazze, giù per le gote. Alfine, sputò.

— Ohe, Mastre Pé, e mo che ccazze fiè? — garrì di nuovo il capraro, mostrando in un suo ghigno le gencive bianchicce e vacue. — Ohe, e queste mo che signifeche?

Tutti i villici ruppero l'ordine, e attorniarono La Bravetta; alcuni con risa di beffa, altri con parole irose. Le ribellioni di orgoglio subitanee e brutali che ha l'onore della gente campestre, le severità implacabili della superstizione scoppiarono d'improvviso in una tempesta di contumelie.

— Pecché ci si' fatte venì a qua? Pe' jettè la cólepe a une de nu 'nghe 'na fatture fáuze? Pe' cujunà a nu? Pecché? Si' fatte male li cunde! Latre, bbuciarde, nasó, fijie de cane, fijie de puttane! A nu vu cujunà? Pezze de fesse! Latre! Nasó! Te vuleme rompe tutte li pignate 'n cocce. Fijie de puttane! Sangue de Criste, tu!

E si dispersero, dopo aver rotto il fiasco e i bicchieri, gridando le ultime ingiurie di tra i pioppi.

Allora rimasero nell'aia Ciávola, il Ristabilito, le oche e La Bravetta. Questi, pieno di vergogna, di rabbia, di confusione, con il palato ancora morso dalla perversità dell'áloe, non poteva profferire parola. Il Ristabilito stette a considerarlo crudelmente, percotendo il terreno con la punta del piede poggiato in su' l tacco, scotendo per ironia il capo. Ciávola squittì, con un indescrivibile suon di dileggio:

— Ah, ah, ah, ah! Brave! Brave La Bbravette! Dicce nu poche; quante ci si' fatte? Diece ducate?

I MARENGHI.

Passacantando entrò, sbattendo forte le vetrate malferme. Scosse rudemente dalle spalle le gocce di pioggia; poi si guardò in torno, togliendosi dalla bocca la pipa e lasciando andare contro il banco padronale un lungo getto di saliva, con un atto di noncuranza sprezzante.

Nella taverna il fumo del tabacco faceva come una gran nebbia turchiniccia, di mezzo a cui si intravedevano le facce varie dei bevitori e delle male femmine. C'era Pachiò, il marinaro invalido, a cui una untuosa benda verde copriva l'occhio destro infermo d'una infermità ributtante. C'era Binchi-Banche, il servitore dei finanzieri, un omiciattolo dal viso giallognolo e rugoso come un limone senza succo, curvo nella schiena, con le magre gambe sprofondate negli stivali fino ai ginocchi. C'era Magnasangue, il mezzano dei soldati, l'amico degli attori comici, dei giocolieri, dei saltimbanchi, delle sonnambule, dei domatori d'orsi, di tutta la gentaglia famelica e girovaga che si ferma nel paese per carpire agli oziosi un quattrino. E c'erano le belle del Fiorentino: tre o quattro femmine affloscite nel vizio, con le guance tinte d'un color di mattone, gli occhi bestiali, la bocca flaccida e quasi paonazza come un fico troppo maturo.

Passacantando attraversò la taverna e andò a sedersi su una panca, tra la Pica e Peppuccia, contro il muro segnato di figure e di scritture invereconde. Egli era un giovinastro lungo e smilzo, tutto dinoccolato, con una faccia pallidissima da cui sporgeva il naso grosso, rapace, piegato molto da una parte. Le orecchie gli si spandevano ai due lati come cartocci sinuosi, l'uno più grande dell'altro; le labbra, sporgenti, vermiglie, e d'una certa mollezza di forma, avevano sempre agli angoli alcune piccole bolle di saliva bianchicce. Un berretto che l'untuosità rendeva consistente e malleabile come la cera, gli copriva i capelli bene curati, di cui una ciocca foggiata ad uncino scendeva fin su la radice del naso ed un'altra arrotondavasi su la tempia. Una specie di oscenità e di lascivia naturale emanava da ogni attitudine, da ogni gesto, da ogni modulazion di voce, da ogni sguardo di costui.

— Ohe, — gridò egli — l'Africana, una fujetta! — percotendo il tavolo con la pipa d'argilla che al colpo s'infranse.

L'Africana, la padrona della taverna, si mosse dal banco verso il tavolo, barcollando per la sua corpulenza grave; e posò dinanzi a Passacantando il vaso di vetro colmo di vino. Ella guardava l'uomo con uno sguardo pieno di supplicazione amorosa.

Passacantando d'un tratto, dinanzi a lei, cinse co 'l braccio il collo di Peppuccia costringendola a bere, e quindi attaccò la bocca a quella bocca che ancora teneva il sorso del vino e fece atto di suggere. Peppuccia rideva, schermendosi; e per le risa il vino mal tracannato spruzzava la faccia del provocatore.

L'Africana divenne livida. Si ritrasse dietro il banco. Di mezzo al fumo denso del tabacco le giungevano gli schiamazzi e le mozze parole di Peppuccia e della Pica.

Ma la vetrata si aprì. E comparve su la soglia il Fiorentino, tutto avvolto in un pastrano, come uno sbirro.

— Ehi, ragazze! — fece con la voce rauca. — È ora.

Peppuccia, la Pica, le altre si levarono di tra gli uomini che le perseguitavano con le mani e con le parole; se ne uscirono, dietro il loro padrone, mentre pioveva e tutto il Bagno era un lago melmoso. Pachiò, Magnasangue, gli altri anche se ne uscirono, a uno a uno. Binchi-Banche rimase disteso sotto una tavola, immerso nel torpore dell'ebrietà. Il fumo nella taverna a poco a poco vaniva verso l'alto. Una tortora spennacchiata andava qua e là beccando le briciole del pane.

Allora, come Passacantando fece per alzarsi, l'Africana gli mosse in contro, lentamente, con la persona deforme atteggiata a una lusinghevole mollezza d'amore. Il gran seno le ondeggiava da una parte all'altra; ed una smorfia grottesca le rincrespava la faccia plenilunare. Su la faccia ella aveva due o tre piccoli ciuffi di peli crescenti dai nei; una lanugine densa le copriva il labbro superiore e le guance; i capelli corti, crespi e duri le formavano su 'l capo una specie di casco; le sopracciglia le si riunivano alla radice del naso camuso folte; cosicchè ella pareva non so qual mostruoso ermafrodito affetto di elefanzia o di idrope.

Quando fu presso all'uomo, ella gli afferrò la mano per trattenerlo.

— Oh, Giuvà!

— Che volete?

— I' che t'hajie fatte?

— Voi? Niende.

— E allora pecchè me dai pene e turmende?

— Io? Me facce meravijia... Bona sere! Nen tenghe tembe da perde, mo.

E l'uomo, con un moto brutale, fece per andarsene. Ma l'Africana gli si gettò alla persona, stringendogli le braccia, e mettendogli il volto contro il volto, ed opprimendolo con tutta la mole delle carni, per un impeto di passione e di gelosia così terribilmente incomposto che Passacantando ne rimase atterrito.

— Che vuo'? Che vuo'? Dimmele! Che vuo'? Che te serve? Tutte te denghe; ma statte'nghe me, statte'nghe me. Nen me fa murì di passijone... nen me fa ì 'n pazzía... Che te serve? Viene! Píjiate tutte quelle che truove... — Ed ella lo trasse verso il banco; aprì il cassetto; gli offerse tutto, con un gesto solo.

Nel cassetto, lucido di untume, erano sparse alcune monete di rame tra cui luccicavano tre o quattro piccole monete d'argento. Potevano essere, insieme, cinque lire.

Passacantando, senza dir nulla, raccolse le monete e si mise a contarle su 'l banco, lentamente, tenendo la bocca atteggiata al dispregio. L'africana guardava ora le monete, ora la faccia dell'uomo, ansando come una bestia stracca. Si udiva il tintinno del rame, il russare aspro di Binchi-Banche, il saltellare della tortora, in mezzo al continuo rumore della pioggia e del fiume giù per il Bagno e per la Bandiera.

— Nen m'abbaste — disse finalmente Passacantando. — Ce vo' l'autre. Cacce l'autre, se no i' me ne vajie.

Egli s'era schiacciato il berretto su la nuca. Il ciuffo rotondo gli copriva la fronte, e sotto il ciuffo gli occhi bianchicci, pieni d'impudenza e d'avarizia, guardavano l'Africana intentamente, involgendo quella femmina in una specie di fascinazione malefica.

— I' nen tenghe chiù niende. Tu mi siè spujate. Quelle che truove, píjiatele... — balbettava l'Africana, supplichevole, carezzevole, mentre la pappagorgia e le labbra le tremavano, e le lagrime le sgorgavano dagli occhietti porcini.

— Mbé, — fece Passacantando, a voce bassa, chinandosi verso di lei — mbé, e t'acride che i' nen sacce che maritete tene li marenghe d'ore?

— Oh, Giuvanne... E coma facce pover'ammè?

— Tu, mo, súbbito, vall'a pijà. I' t'aspett'a qua. Maritete dorme. Quest'è lu momende. Va; se no nen m'arvide chiù, pe' Sant'Andonie.

— Oh, Giuvanne... I' tenghe pahure.

— Che pahure e nen pahure! — strillò Passacantando. — Mo ce venghe pure i'. 'Jame!

L'Africana si mise a tremare. Indicò Binchi-Banche che stava ancora disteso sotto la tavola, nel sonno pesante.

— Chiudème prime la porte — ella consigliò, con sommessione. Passacantando destò con un calcio Binchi-Banche, che per lo spavento improvviso cominciò a urlare e a dimenarsi entro i suoi stivali finchè non fu quasi trascinato fuori, nella mota e nelle pozzanghere. La porta si chiuse. La lanterna rossa, che stava appiccata ad una delle imposte, illuminò la taverna d'un rossore sudicio; gli archi massicci si disegnarono in ombra profonda; la scala nell'angolo divenne misteriosa; tutta l'architettura prese un'apparenza tetra.

— 'Jame! — ripetè Passacantando all'Africana che ancora tremava.

Ambedue salirono adagio per la scala di mattoni che sorgeva nell'angolo più oscuro, la femmina innanzi, l'uomo indietro. In cima alla scala era una stanza bassa, impalcata di travature. Sopra una parete era incrostata una madonna di maiolica azzurrognola; e davanti le ardeva in un bicchiere pieno d'acqua e d'olio un lume, per voto. Le altre pareti copriva, come una lebbra multicolore, una quantità d'imagini di carta in brandelli. L'odore della miseria, l'odore del calore umano nei cenci, empiva la stanza.

I due ladri si avanzavano verso il letto cautamente.

Stava su 'l letto maritale il vecchio, immerso nel sonno, respirante con una specie di sibilo fioco a traverso le gengive senza denti, a traverso il naso umido e dilatato dal tabacco. La testa calva posava di sbieco sopra un guanciale di cotone rigato; su la bocca cava, simile a un taglio fatto su una zucca infracidita, si rizzavano i baffi ispidi e ingialliti dal tabacco; e uno degli orecchi visibile rassomigliava all'orecchio rovesciato di un cane, essendo pieno di peli, coperto di bolle, lucido di cerume. Un braccio usciva fuori delle coperte, nudo, scarno, con grossi rilievi di vene simili alle gonfiezze delle varici. La mano adunca teneva un lembo del lenzuolo, per abitudine di prendere.

Ora, questo vecchio ebete possedeva da tempo due marenghi avuti in lascito non si sa da qual parente usuraio; e li conservava con gelosa cura dentro una tabacchiera di corno in mezzo al tabacco, come alcuni fanno di certi insetti muschiati. Erano due marenghi gialli e lucenti; ed il vecchio vedendoli ad ogni momento e ad ogni momento palpandoli nel prendere tra l'indice e il pollice l'aroma, sentiva in sè crescere la passione dell'avarizia e la voluttà del possesso.

L'Africana si accostò pianamente, trattenendo il respiro, mentre Passacantando la incitava con i gesti al furto. Si udì per le scale un rumore Ambedue ristettero. La tortora spennacchiata e zoppa entrò saltellando nella stanza; trovò il nido in una ciabatta, a piè del letto maritale. Ma come ancora, nell'accomodarsi, faceva strepito, l'uomo con un moto rapido la serrò nel pugno, con una stretta la soffocò.

— Ci sta? — chiese all'Africana.

— Sì, ci sta, sott'a lu cuscine... — rispose quella mentre insinuava sotto il guanciale la mano.

Il vecchio, nel sonno, si mosse, mettendo un gemito involontario, ed apparve tra le sue palpebre un po' del bianco degli occhi. Poi ricadde nell'ottusità del sopore senile.