Le Novelle della Pescara

Part 16

Chapter 163,799 wordsPublic domain

E la sua indignazione non aveva fine. Ella più era ferita dall'ingiusta accusa perchè si sentiva capace dell'azione che le addebitavano.

— Dunque voi non l'avete presa? — interruppe Don Silla, ritirandosi in fondo alla sua grande sedia curule, prudentemente.

— Mi faccio meraviglia! — garrì di nuovo la donna, agitando le lunghe braccia come due bastoni.

— Be', andate. Si vedrà.

Candia uscì, senza salutare, urtando contro lo stipite della porta. Ella era diventata verde: era fuori di sè. Mettendo il piede nella via, vedendo tutta la gente assembrata, comprese che oramai l'opinione popolare era contro di lei; che nessuno avrebbe creduto alla sua innocenza. Nondimeno si mise a gridare le sue discolpe. La gente rideva, dileguandosi. Ella, furibonda, tornò a casa; si disperò; si mise a singhiozzare su la soglia.

Don Donato Brandimarte, che abitava a canto, le disse per beffa:

— Piangi forte, piangi forte, che mo' passa la gente.

Come i panni ammucchiati aspettavano il ranno, ella finalmente si acquetò; si nudò le braccia, e si rimise all'opera. Lavorando, pensava alla discolpa, architettava un metodo di difesa, cercava nel suo cervello di femmina astuta un mezzo artifizioso per provare l'innocenza; arzigogolando sottilissimamente, si giovava di tutti gli spedienti della dialettica plebea per mettere insieme un ragionamento che persuadesse gli increduli.

Poi, quando ebbe terminata la bisogna, uscì; volle andare prima da Donna Cristina.

Donna Cristina non si fece vedere. Maria Bisaccia ascoltò le molte parole di Candia scotendo il capo, senza risponder niente; e si ritrasse con dignità.

Allora Candia fece il giro di tutte le sue clienti. Ad ognuna raccontò il fatto, ad ognuna espose la discolpa, aggiungendo sempre un nuovo argomento, aumentando le parole, accalorandosi, disperandosi dinanzi alla incredulità e alla diffidenza; e inutilmente. Ella sentiva che oramai non era più possibile la difesa. Una specie di abbattimento cupo le prese l'animo. — Che più fare! Che più dire!

III.

Donna Cristina Lamonica intanto mandò a chiamare la Cinigia, una femmina del volgo, che faceva professione di magia e di medicina empirica con molta fortuna. La Cinigia già qualche volta aveva scoperta la roba rubata; e si diceva ch'ella avesse diverse pratiche con i ladroncelli.

Donna Cristina le disse:

— Ritrovami la cucchiara, e ti darò 'na regalía forte.

La Cinigia rispose:

— Va bene. Mi bastano ventiquattr'ore.

E, dopo ventiquattr'ore, ella portò la risposta. — Il cucchiaio si trova in una buca, nel cortile, vicino al pozzo.

Donna Cristina e Maria discesero nel cortile, cercarono e trovarono, con grande meraviglia.

Rapidamente, la novella si sparse per Pescara.

Allora, trionfante, Candia Marcanda si diede a percorrere le vie. Ella pareva più alta; teneva la testa eretta, sorrideva, guardando tutti negli occhi come per dire:

— Avete visto? Avete visto?

La gente su le botteghe, vedendola passare, mormorava qualche parola e poi rompeva in uno sghignazzìo significativo. Filippo La Selvi, che stava bevendo un bicchiere d'acquavite fine nel caffè d'Angeladea, chiamò Candia.

— 'Nu bicchiere pe' Candia, di questo qua!

La donna, che amava i liquori ardenti, fece con le labbra un atto di cupidigia.

Filippo La Selvi soggiunse:

— Te lo meriti, non c'è che di'.

Una torma di oziosi erasi ragunata innanzi al caffè. Tutti avevano su la faccia un'aria burlevole.

Filippo La Selvi, rivoltosi all'uditorio, mentre la donna beveva:

— L'ha saputa fa'; è vero? Volpe vecchia...

E battè familiarmente la spalla ossuta della lavandaia.

Tutti risero.

Magnafave, un piccolo gobbo, scemo e bleso, unendo insieme l'indice della mano destra con quello della sinistra, e impuntandosi su le sillabe, disse:

— Ca... ca... ca... Candia... la... la... Cinigia...

E seguitò a gesticolare e a balbettare con un'aria furbesca, per indicare che Candia e la Cinigia erano comari. Tutti, a quella vista, si contorcevano nell'ilarità.

Candia rimase un momento smarrita, co 'l bicchiere in mano. Poi, d'un tratto, comprese. — Non credevano alla sua innocenza. L'accusavano di aver riportato il cucchiaio d'argento segretamente, d'accordo con la strega, per non aver guai.

Un impeto cieco di collera allora la invase. Ella non trovava parole. Si gittò su 'l più debole, su 'l piccolo gobbo, a tempestarlo di pugni e di graffi. La gente, con una gioia crudele, in cospetto di quella lotta, schiamazzava a torno in cerchio, come dinanzi a un combattimento d'animali; ed aizzava le due parti con le voci e con le gesticolazioni.

Magnafave, sbigottito da quella furia improvvisa, cercava di fuggire, sgambettando come uno scimmiotto; e, tenuto dalle mani terribili della lavandaia, girava con rapidità crescente, come un sasso nella fionda, sinchè cadde con gran veemenza bocconi.

Alcuni corsero a rialzarlo. Candia si allontanò tra i sibili; andò a chiudersi in casa; si gittò a traverso il letto, singhiozzando e mordendosi le dita, pe 'l gran dolore. La nuova accusa le coceva più della prima, tanto più ch'ella si sentiva capace di quel sotterfugio. — Come discolparsi ora? Come chiarire la verità? — Ella si disperava, pensando di non poter addurre in discolpa difficoltà materiali che avessero potuto impedire l'esecuzione dell'inganno. L'accesso al cortile era facilissimo: una porta, non chiusa, corrispondeva al primo pianerottolo della scalinata grande; per togliere l'immondizie o per altre bisogne una quantità di gente entrava ed usciva liberamente da quella porta. Dunque ella non poteva chiudere la bocca agli accusatori dicendo: — Come avrei fatto ad entrare? — I mezzi per condurre a termine l'impresa erano molti ed agevoli; e su questa agevolezza si fondava la credenza popolare.

Candia allora cercò differenti argomenti di persuasione; aguzzò l'astuzia; imaginò tre, quattro, cinque casi diversi per spiegare come mai si trovasse il cucchiaio nella buca del cortile; ricorse ad artifizi e a cavilli d'ogni genere; sottilizzò con una ingegnosità singolare. Poi si mise a girare per le botteghe, per le case, cercando in tutti i modi di vincere l'incredulità delle persone. Le persone ascoltavano quei ragionamenti capziosi, dilettandosi. In ultimo dicevano:

— Va bene! Va bene!

Ma con tal suono di voce che Candia rimaneva annichilita. — Tutte le sue fatiche dunque erano inutili! Nessuno credeva! Nessuno credeva! — Ella, con una pertinacia mirabile, tornava all'assalto. Passava le notti intere pensando sempre a trovar nuove ragioni, a costruire nuovi edifizi, a superare nuovi ostacoli. E a poco a poco, in questo continuo sforzo, la sua mente s'indeboliva, non sosteneva più altro pensiero che non fosse quello del cucchiaio, non avea quasi più consapevolezza della vita comune. Più tardi, per la crudeltà della gente, una vera manìa prese il cervello della povera donna.

Ella, trascurando le sue bisogne, s'era ridotta quasi alla miseria. Lavava male i panni, li perdeva, li faceva strappare. Quando scendeva alla riva del fiume, sotto il ponte di ferro, dove erano raccolte le altre lavandaie, a volte si lasciava fuggir di mano le tele che rapiva per sempre la corrente. Parlava continuamente, senza stancarsi mai, della medesima cosa. Per non udirla, le lavandaie giovani si mettevano a cantare e la beffavano nei canti con rime improvvise. Ella gridava e gesticolava, come una pazza.

Nessuno più le dava lavoro. Per compassione le antiche clienti le mandavano qualche cosa da mangiare. A poco a poco ella si abituò a mendicare. Andava per le strade, tutta cenciosa, curva e disfatta. I monelli le gridavano dietro:

— Mo' dicci la storia de la cucchiara, che nun la sapemo, zi' Ca'!

Ella fermava i passanti sconosciuti, talvolta, per raccontare la storia e per arzigogolare su la discolpa. I giovinastri la chiamavano e per un soldo le facevano fare tre, quattro volte la narrazione; sollevavano difficoltà contro gli argomenti; ascoltavano sino alla fine, per poi ferirla con una sola parola. Ella scoteva il capo; passava oltre; si univa alle altre femmine mendicanti e ragionava con loro, sempre, sempre, infaticabile, invincibile. Prediligeva una femmina sorda, che aveva su la pelle una sorta di lebbra rossastra e zoppicava da un piede.

Nell'inverno del 1874 la colse una febbre maligna. Fu assistita dalla femmina lebbrosa. Donna Cristina Lamonica le mandò un cordiale e un cassetto di brace.

L'inferma, distesa su 'l giaciglio, farneticava del cucchiaio; si levava su i gomiti, tentava di agitar le mani, per secondare la perorazione. La lebbrosa le prendeva le mani e la riadagiava pietosamente.

Nell'agonia, quando già gli occhi ingranditi sì velavano come per un'acqua torbida che vi salisse dall'interno, Candia balbettava:

— No so' stata io, signó... vedete... perchè... la cucchiara...

LA FATTURA.

Quando nella piazza comunale strepitavano consecutivamente i sette starnuti di Mastro Peppe De Sieri, detto La Bravetta, tutti gli abitanti di Pescara sedevano alle mense e incominciavano il pasto. Sùbito dopo, la campana vibrava i tocchi del mezzodì. Un'ilarità unanime propagavasi nelle case.

Per molti anni La Bravetta diede al popolo pescarese questo giocondo segnale cotidiano; e la fama delle sue meravigliose starnutazioni si sparse per il contado in torno e per le terre finitime. Ancora tra il buon volgo la memoria n'è viva e, fermata in un proverbio, durerà lungamente nei tempi a venire.

I.

Mastro Peppe La Bravetta era un plebeo di alquanta corpulenza, tozzo, con la faccia piena di una prospera stupidezza, con gli occhi simili a quelli d'un vitello poppante, con mani e piedi di straordinaria espansione. E come aveva un naso molto lungo e carnoso e singolarmente mobile, e come aveva le mascelle forti, egli nel ridere e nello starnutire pareva una di quelle foche a proboscide, che in conseguenza della pinguedine tremano tutte come una gelatina, secondo narrano i marinai. Anche di quelle foche egli aveva la pigrizia, la lentezza dei movimenti, la ridicolezza delle attitudini, l'amore del sonno. Non poteva passare dall'ombra al sole o dal sole all'ombra, senza che un irresistibile impeto d'aria gli rompesse per la bocca e per le narici. Lo strepito, in ispecie nelle ore tranquille, udivasi a gran distanza; e poichè si produceva in periodi determinati, serviva d'orario a quasi tutti i cittadini. Mastro Peppe nella sua gioventù aveva tenuto negozio di maccheroni; ed era cresciuto in una dolce balordaggine, tra le belle frange di pasta, tra il rumore eguale dei buratti e delle ruote, fra il tepore dell'aria invasa dal polverìo delle farine. Nella maturità egli s'era legato in nozze con una tal Donna Pelagia, del comune dei Castelli, e da allora, abbandonato il mestiere alimentario, aveva preso a rivendere stoviglie di maiolica e di terracotta, orci, piatti, boccali, tutto lo schietto vasellame fiorito di cui gli artefici castellesi allietano le mense della terra d'Abruzzi. Tra la rusticità e quasi direi la religiosità di quelle forme immutate da secoli e immutabili, egli viveva molto semplicemente, starnutando. E come la moglie era avara, a poco a poco l'avarizia conquistava e avviluppava anche l'animo di lui.

Ora, possedeva egli su la destra riva del fiume un podere con una casa rurale, proprio in quel punto ove la corrente rivolgesi formando quasi un verde anfiteatro lacustre. Ivi il terreno irriguo rendeva, più che uve e cereali, gran copia d'erbaggi; il frutteto si moltiplicava; e un porco si impinguava annualmente, sotto una quercia ricca di ghiande. In ogni gennaio La Bravetta andava insieme con la moglie al podere, trattenendovisi co 'l favore di sant'Antonio, per assistere all'occisione e alla salatura del porco.

Avvenne una volta che, essendo la moglie alquanto inferma, La Bravetta andò solo ad invigilare il supplicio.

Sopra una tavola ampia l'animale, tenuto da due o tre coloni, fu scannato con un coltello forbitissimo. Risonarono i grugniti per tutta la solitudine fluviatile; poi subitamente divennero fiochi, si persero nel gorgogliare caldo e vermiglio del sangue che sgorgava dalla ferita slabbrante, mentre il gran corpo dava gli ultimi tratti. Il sole del novello anno beveva dalla riviera e dalle terre umide la nebbia. La Bravetta guardava, con una sorta di dilettosa ferocia, l'occisor Lepruccio bruciare con un ferro rovente gli occhi del porco profondati nel grasso; e gioiva, udendo stridere i bulbi, al pensiero del molto lardo e del molto prosciutto futuro.

L'occiso fu sollevato, a forza di braccia, sino all'uncino d'una sorta di forca rusticale, e rimase péndulo con la testa in basso. Ivi con fasci di canne accese i coloni arsero tutte le setole; le fiamme crepitavano quasi invisibili alla maggior luce del giorno. Lepruccio in ultimo con una lama lucida si diede a raschiar quel corpo nerastro che un altr'uomo intanto aspergeva d'acqua bollente. La pelle, a mano a mano divenendo netta e tutta di un dubbio pallor roseo, fumigava nel sole. E Lepruccio, che aveva una faccia rugosa e untuosa di vecchia femmina con le campanelle d'oro agli orecchi, stringeva le labbra nella bisogna, allungandosi ed accorciandosi, giocando su i ginocchi.

Quando l'opera fu fornita, Mastro Peppe ordinò che i coloni deponessero il porco in un luogo coperto. Mai, negli altri anni, più meravigliosa mole di carni egli aveva veduto; e si rammaricava in cuor suo che la moglie non ivi fosse a rallegrarsene.

Allora (cadeva il pomeriggio) sopraggiunsero Matteo Puriello e Biagio Quaglia, amici, i quali venivano dalla prossima casa di Don Bergamino Campione, prete dato alla mercatura. Erano costoro gente di gaia vita, ricchi di consiglio, dediti alla crapula, vaghi d'ogni sollazzo; e, poichè avean saputo l'occisione del porco e l'assenza di Donna Pelagia, sperando in una qualche bella avventura venivano a tentar La Bravetta.

Matteo Puriello, detto Ciávola, era un uomo in su i quarant'anni; cacciatore clandestino; alto e segaligno, con i capelli biondastri, la pelle del viso giallognola, i baffi duri e tagliati come una spazzola, tutta la testa avente l'aspetto di una effige di legno su cui fosse rimasta una traccia lievissima dell'antica doratura. I suoi occhi, tondi, vivi e mobili quasi per inquietudine come quelli delle bestie corritrici, lucevano simili a due monete nuove. In tutta la persona, vestita quasi sempre di un certo panno di color terrigno, egli aveva le attitudini, i movimenti, il passo dondolante di quei lunghi cani barbareschi che pigliano le lepri a corsa per le pianure.

Biagio Quaglia, detto il Ristabilito, era in vece di statura mediocre, d'alcuni anni più giovane, rubicondo nella faccia e tutto gemmante come un mandorlo a primavera. Egli aveva una singolar virtù scimiatica di muovere indipendentemente gli orecchi e la pelle della fronte e la pelle del cranio, per non so che vivacità di muscoli: e aveva una tale versatilità di aspetti e una tal felice potenza vocale di contraffazioni e così prontamente sapeva cogliere il lato ridevole degli uomini e delle cose e in un sol gesto o in un sol motto rappresentarlo che tutte le brigate pescaresi per amor di allegria lo chiamavano e convitavano. Egli, in questa dolce vita parassitica, prosperava, sonando la chitarra alle mense nuziali e alle pompe dei battesimi. I suoi occhi brillavano come quelli d'un furetto. Il suo cranio era coperto d'una sorta di lanugine simile a quella del corpo spiumato di un'oca grassa che ancora sia da abbrustolire.

Or dunque La Bravetta, come vide i due amici, li accolse con cera festevole, dicendo loro:

— Qualu vente ve porte?

E quindi, poi che le accoglienze oneste e liete furono iterate, egli traendoli nella stanza dove su una tavola giaceva il mirabile porco, soggiunse:

— Che dicete de 'sta bellezze? Eh? Mo che ve pare?

I due amici contemplavano il porco con una silenziosa meraviglia; e il Ristabilito faceva un cotal suo rumore con la lingua contro il palato. Ciávola chiese:

— E che ce ne vuo' fa'?

— Le vuojie salà — rispose La Bravetta con una voce in cui sentivasi fremere tutta la ghiotta gioia per le future delizie della gola.

— Le vuo' salà? — gridò d'improvviso il Ristabilito, — le vuo' salà? — Ma, o Cià, si viste ma' 'n'ommene chiù stupide di custù? A farse scappa l'uccasïone!

La Bravetta, stupito, guardava con i suoi occhi vitulini ora l'uno ora l'altro degli interlocutori.

— Donna Pelagge t'ha sempre tenute assuggette — continuò il Ristabilito. — Sta vote che esse nen te guarde, vínnete lu porche; e magnémece li quatrine.

— Ma Pelagge? Ma Pelagge? — balbettava La Bravetta, a cui il fantasma della moglie irata dava già uno sbigottimento immenso.

— E tu dijie ca lu porche te se l'hanne arrubbate — fece il biondo Ciávola, con un vivo gesto d'impazienza.

La Bravetta inorridì.

— E coma facce a riì a la case nghe sa nutizie? Pelagge nen me crede; me cacce, me mene... Vu nen le sapete chi è Pelagge?

— Uh, Pelagge! Uh, uh, Donna Pelagge! — squittirono in coro motteggiando i due insidiatori. E il Ristabilito, subito, imitando la voce piagnucolosa di Peppe e la voce acuta e stridula della donna, rappresentò una scena di comedia in cui Peppe era garrito e sculacciato come un bamboletto.

Ciávola rideva sgambettando in torno al porco, senza potersi reggere. Il beffato, preso da un violento impeto di starnuti, agitava le braccia verso l'atto, volendo forse interrompere. Al frastuono i vetri della finestra tremavano. I fuochi dell'occaso percotevano i tre diversi volti umani.

Come il Ristabilito tacque, Ciávola disse:

— Mbé, jamocénne!

— Se vulete cenà nghe me... — offerse, a bocca stretta, Mastro Peppe.

— No, no, bello mio — interruppe Ciávola volgendosi verso l'uscio. — Tu súghete Pelagge e sálate lu porche.

II.

Camminarono gli amici lungo la riva del fiume.

In lontananza le barche di Barletta cariche di sale scintillavano come edifizi di preziosi cristalli; e da Montecorno un serenissimo albore spandevasi nella rigidità delle aure, ripercotevasi dalla limpidità delle acque.

Disse il Ristabilito al Ciávola, soffermandosi:

— Cumbà, ce vuléme arrubbà sstanotte lu porche?

Disse il Ciávola:

— Eccome?

Disse il Ristabilito:

— Le sacce i' come, si lu porche arremane addó l'avéme viste.

Disse Ciávola:

— Embé, facémele! Ma, dapù?

Il Ristabilito si soffermò di nuovo. I suoi piccoli occhi brillavano come due carbuncoli schietti; la sua faccia florida e rubiconda tra le orecchie faunesche vibrava tutta in una smorfia di gioia. Egli fece, laconico:

— Le sacce i'.

Veniva da lungi in contro ai due Don Bergamino Camplone, nero in tra la pioppaia ignuda e argentea. Subito che i due lo scorsero, sollecitarono il passo verso di lui. E il prete, veduta la lor cera giuliva, dimandò sorridendo:

— Che me dicéte de bbelle?

Comunicarono gli amici in brevi parole il lor proposito a Don Bergamino, il quale assentì con molto rallegramento. E il Ristabilito soggiunse, a bassa voce:

— Aqquà avéme da fa' li cose a la furbesca maniere. Vu sapete ca Peppe, da quande s'ha pijiate chella brutta vijecchie de Donna Pelagge, s'ha fatte avare; e lu vine je piace assa'. 'Mbè, jémele a pijà e purtémele a la taverne d'Assaù. Vu, Don Bergamine, détece a beve a tutte e paghéte sempre vu. Peppe bevarrà quante chiù putarrà, senza caccià quatrine; e se pijarà 'na bona parrucche. Accuscì nu, dapù, putéme fa' mejie l'affare nuostre.

Lodò Ciávola il consiglio del Ristabilito, e il prete s'accordò. Andarono insieme verso la casa dell'uomo, distante due tiri di fucile; e quando furono da presso, Ciávola diede la voce:

— Ohe, La Bravettaa! Vuo' venì a la taverne d'Assaù? Ce sta lu prévete aqquà che ce paghe na carráfe. Oheee!

La Bravetta non pose indugio a discendere su 'l sentiero, e tutti e quattro camminarono in fila, motteggiando, sotto il chiarore della nuova luna. Nella serenità il miagolío de' gatti presi d'amore saliva ad intervalli. E il Ristabilito fece:

— O Pe', nen siente Pelagge che t'archiame?

In su la sinistra riva splendevano i lumi della taverna d'Assaù ripercossi dall'acqua. Ora, come il corso del fiume era ivi per solito assai dolce, Assaù teneva un paliscalmo per traghettare gli avventori. Alle voci, si mosse infatti il paliscalmo e venne per l'acqua luminosa a prendere i sopraggiunti. Quando tutti i quattro salirono, tra amichevoli clamori, Ciávola con le sue lunghe gambe prese a far traballare e scricchiolare il legno per atterrire La Bravetta che in mezzo all'umidità fluviale fu assalito da un nuovo impeto di starnutazioni.

Ma nella taverna, in torno a un desco di quercia, gli amici moltiplicarono le risa e i clamori. Ognuno mesceva da bere all'insidiato, a cui quel buon vermiglio succo delle vigne spoltoresi, brusco, quasi frizzante, ricco di sapore e di colore, scendeva agevolmente nel gorgozzúle.

— 'N'atra carráfe! — ordinava Don Bergamino, battendo il pugno in su 'l desco.

Assaù, un uomo tutto bestialmente villoso fin sotto gli occhi e di gambe storto, recava le caraffe arrubinate. Ciávola canticchiava una canzone di molta libertà bacchica, percotendo in ritmo il vetro dei bicchieri. La Bravetta, con la lingua già impedita, con gli occhi già natanti nella favolosa gioia del vino, balbettava non so che laudi del suo bel porco e teneva il prete per la manica affinchè ascoltasse. Sopra di loro pendevano dalla vôlta lunghe corone di poponelle d'acqua verdegialle; le lucerne mal nutrite d'olio fumigavano.

Era buona ora di notte quando gli amici ripassarono il fiume, alla luna occidua. Nel discendere su la riva Mastro Peppe fu lì lì per cadere tra la melma, tanto egli aveva le gambe malferme e la vista torbida.

Disse il Ristabilito:

— Facéme 'n' ópera bbone. Arpurtéme a la case custù.

E il ricondussero, sorreggendolo alle ascelle, su per la pioppaia. Balbettava l'ebro, travedendo i tronchi biancicanti nella notte:

— Uh, quanta frate duminicane!...

E Ciávola:

— Vann' a la cerche pe' sant'Antuone.

E l'ebro, dopo un poco:

— O Leprucce, Leprucce, sette rótole de sale n'abbaste. Coma facéme?

Giunti all'uscio di casa, i tre congiurati se ne andarono. Mastro Peppe salì a grande stento la scaletta, sempre farneticando di Lepruccio e del sale. Poi, senza rammentarsi d'aver lasciato aperto l'uscio, si gittò in su 'l letto pesantemente tra le braccia del sonno, e inerte vi rimase.

Ciávola e il Ristabilito, come ebbero avuto ristoro alla cena di Don Bergamino, muniti di certi ordigni ritorti, se ne vennero cautamente all'impresa. Era il cielo, dopo l'occaso della luna, tutto smagliante di stelle; e un maestraletto gelido andava soffiando per la solitudine. I due avanzarono in silenzio, tendendo l'orecchio, soffermandosi ad ora ad ora; e tutte le virtù venatorie e le agilità di Matteo Puriello in quell'occorrenza si esercitavano.

Quando essi giunsero alla mèta, il Ristabilito a pena potè trattenere una esclamazione di gioia accorgendosi dell'uscio aperto. Una perfetta quiete regnava nella casa, se non che si udiva il profondo russare del dormiente. Ciávola salì primo le scale, seguito dall'altro. Ambedue, al fievolissimo lume che entrava pe' vetri, scorsero subito la forma vaga del porco in su la tavola. Con infinita cautela sollevarono il peso e pianamente lo trassero fuori a gran forza di braccia. Stettero quindi in ascolto. Un gallo d'improvviso cantò e altri galli risposero dalle aie, consecutivamente.

Allora i due gai ladroni si misero pe 'l sentiero, con il porco in su le spalle, ridendo d'un riso lungo e silenzioso; e a Ciávola pareva d'essere giù per una bandita recando un grosso capo di selvaggina predata. Come il porco era assai greve, essi giunsero alla casa del prete alenanti.

III.

La mattina Mastro Peppe, avendo digerito il vino, si risvegliò; e stette su 'l letto un poco ad allungar le membra e ad ascoltare le campane che salutavan la vigilia di Sant'Antonio. Egli già, in mezzo alla confusione del primo risvegliarsi, sentiva nell'animo espandersi la contentezza del possesso, e pregustava il diletto di veder Lepruccio mettere in pezzi e coprir con sale le pingui carni suine.