Le Novelle della Pescara

Part 15

Chapter 153,774 wordsPublic domain

Allora, come seppe il caso, Luca spinse la barca verso il luogo che gli indicavano, e chiamò La Martina che se ne veniva placidamente con il suo legno in balía della corrente.

Disse Luca:

— C'è un'annegata laggiù.

Non si curò di raccontare il fatto e di parlare della persona, poichè non amava le molte parole.

I due fiumátici misero i legni a paro e remigarono con calma.

Disse La Martina:

— Hai tu provato il vino nuovo di Chiachiù? Ti dico!...

E fece un gesto che rappresentava l'eccellenza della bevanda.

Luca rispose:

— Non ancora.

Disse La Martina:

— Ne prenderesti una goccia?

Luca rispose:

— Io sì.

La Martina:

— Dopo. Ci aspetta Iannangelo.

Luca:

— Va bene.

Giunsero al luogo. L'idiota, che poteva meglio indicare il punto, era fuggito, e in mezzo alle vigne era stato preso da un accesso di epilessia. All'altra riva i curiosi cominciavano a radunarsi.

Disse Luca al compagno:

— Tu ferma la tua barca e salta nella mia. Uno rema e l'altro cerca.

La Martina così fece. Egli remava su e giù per una ventina di metri, e Luca tentava il fondo del fiume con una lunga pertica. Ogni tanto Luca, sentendo qualche resistenza, mormorava:

— Ecco.

Ma s'ingannava sempre. Finalmente, dopo molte ricerche, Luca disse:

— Questa volta c'è.

E chinandosi e inarcando le gambe per far forza, sollevò piano piano il peso all'estremità della pertica. I bicipiti gli tremavano.

La Martina chiese, lasciando il remo:

— Vuoi che t'aiuti?

Luca rispose:

— Non importa.

AGONIA.

I.

Quando entrò Donna Letizia tenendo l'infermo su le belle braccia carnose con un'attitudine di misericordia lacrimevole, tutte le figlie accorsero a torno intenerite ed esalarono la gentil pietà dell'animo in querele gemebonde. Le voci femminili risonavano così nella stanza confusamente tra i rumori che dal traffico della strada salivano per le vetrate aperte; e al compianto delle fanciulle si mescevano in quel punto le interiezioni d'un cerretano magnificatore d'acque angelicali e di polveri mirifiche.

Il cane, su le braccia della signora, ebbe allora un lieve tremito che gli corse per tutto il dorso fino alla estremità della coda; tentò di sollevare le palpebre, di volgere alle carezze quei suoi enormi occhi pieni di gratitudine. Moveva la testa in certi sforzi penosi, come se le corde del collo gli si fossero irrigidite; aveva la bocca semiaperta, da cui il lembo della lingua tenuta tra i due denti sporgenti usciva come una foglia vermiglia solcata di venature violacee. E una bava molle gl'inumidiva il mento, quella piccola parte della mandibola inferiore dove la rarezza dei peli lasciava apparire la pelle rosea. E la fatica del respiro a volte gli s'inaspriva in una specie di raucedine sibilante, mentre le narici d'ora in ora si disseccavano e prendevano l'aspetto duro e scabro di un tartufo.

— Oh, Sancio, povero Sancio, che t'hanno fatto? Povero bibì, eh? Povero vecchio mio!..

Le commiserazioni delle fanciulle sensibili si facevano via via più tenere, finivano in un balbettío pargoleggiante di parole senza significato, di suoni lamentevoli, di lezii carezzevoli. Tutte volevano passar la mano su la testa dell'animale, prendere una delle zampe, toccare le narici. Donna Letizia sorreggeva il dolce peso maternamente; e le sue dita grasse e bianche, le cui falangi parevano gonfie quasi per un morbo, le sue dita vellicavano pianamente il ventre di Sancio, s'insinuavano tra il pelo.

Nella stanza entrava la luce del pomeriggio e il fresco della marina, a traverso le tende verdognole. Otto stampe colorite, chiuse in cornici nere, adornavano le pareti coperte di una carta a fiorami gialli. Sopra un vecchio canterale del Settecento, con la lastra di marmo roseo e le borchie di ottone, posava tra due piccoli specchi retti da sostegni d'argento un trionfo di fiori di cera in una campana di cristallo. Sopra il caminetto scintillava una coppia di candelabri dorati, con le candele intatte. Un automa di cartapesta, raffigurante un macacco in abito moresco, meditava immobile dall'alto d'uno di quei tavolini intarsiati che vengono di Sorrento. Molte seggiole con su la spalliera vignette di favole pastorali, un canapè dell'Impero, due poltrone moderne, concorrevano alla discordia delle forme e dei colori.

II.

Come l'infermo venne adagiato in grembo a una delle poltrone, ci fu nella stanza un intervallo di silenzio. Sancio si levò un momento in piedi tremando, si rigirò più volte cercando una positura meno dolorosa, nella irrequietudine della sofferenza, tentò di poggiare la testa su uno dei bracciuoli, si piegò su le gambe di dietro; stette così alfine con le palpebre socchiuse, respirando a fatica, come preso da una sonnolenza improvvisa. Sul petto largo la pelle abbondante gli faceva, con tre o quattro crespe, quasi una piccola giogaia; sopra la collottola le crespe erano più grandi e più tonde; i lembi delle labbra ai lati della mandibola superiore pendevano flosciamente; e il povero animale aveva ora nella malattia quel non so che di ridevole insieme e di miserevole che hanno gli uomini nani oppressi dall'adipe e dall'asma.

Le fanciulle dinanzi a quell'abbattimento restavano mute, invase da un rammarico immenso, colpite dal presentimento della sventura; poichè Sancio era stato per molti anni la loro cura amorosa, l'oggetto delle loro blandizie e dei loro vezzi, lo sfogo innocuo delle loro mollezze e delle loro tenerezze di adolescenti clorotiche. Sancio era nato e cresciuto nella casa, con quelle forme tozze e pesanti di razza imbastardita, con quelle rotondità di bestia eunuca oziosa e golosa; e a poco a poco eragli apparso negli occhi tondi uno sguardo pieno di umanità e di devozione. Soleva agitar vivamente il tronco della coda nelle ore di gioia, reggendosi su tre gambe sole e tutto raggomitolandosi con un singolar tremolío del pelame e trotterellando con la grazia d'un porcellino d'India in mezzo all'erbe primaverili.

I bei ricordi ora travagliavano le animule delle fanciulle.

— E il medico quando viene? — chiese, con la voce impaziente, Teodolinda, la figlia minore; che aveva una faccia di giovine bertuccia, tutta bianca di cipria, e su la fronte una larga frangia di capelli rossi.

L'infermo a tratti metteva una specie di gemito fioco aprendo gli occhi e volgendo in torno lo sguardo supplichevole, uno sguardo lento e dolce, fatto più umano dall'increspamento nervoso degli angoli delle palpebre e da due linee brune che gli umori sgorganti avevano segnato sotto le orbite. E come Donna Letizia tentava di fargli prendere un cucchiaio di zuppa ristoratrice, egli agitava fuor della bocca la lingua flessibile in tutti i sensi per lo sforzo dell'inghiottire e non poteva chiudere le mascelle irrigidite.

Allora si udì nell'anticamera la voce del dottore Zenzuino che era finalmente salito. Ed entrò nella stanza un signore dalla bella faccia lucida di giovialità e di sanità.

— Oh Don Giovanni, guarite Sancio! Sta per morire — esclamò una voce flebile.

Il medico guardò in torno tutta quella dolente famiglia che egli aveva nutrita d'arsenico, di ferro e d'olio ferruginoso e d'acqua di Levico per tanti anni in vano ed ebbe un lieve lampo di sorriso negli occhiali d'oro. Poi, osservando l'infermo con una curiosità d'uomo ricercatore, disse molto lentamente:

— Credo sia un caso di paralisi della mandibola e delle glandole salivari sotto-mascellari. La malattia che ha sede in un'alterazione nervosa centrale probabilmente delle meningi e che per la sua eziologia può dipendere da una causa ereditaria o parassitaria, è d'indole progressiva. Il processo che tende a diffondersi, andrà parzialmente e progressivamente privando il corpo, organo per organo, della sua funzionalità; finchè giunto in breve ad agire sul centro di una delle funzioni vitali, sia della circolazione che della respirazione, produrrà la morte...

Le terribili parole barbare misero un'ambascia suprema nelle animule blandule; e le guance floride di Donna Letizia in un momento impallidirono.

— Io credo che abbia influito su lo sviluppo del morbo l'alimentazione — soggiunse Don Giovanni, senza pietà.

A quella specie di accusa, il rimorso cominciò a tormentare le fanciulle che sempre per la golosità di Sancio erano state piene d'indulgenza colpevole. E Teodolinda, con un atto di sconforto ineffabile, chiese:

— Non c'è dunque rimedio?

— Tentiamo. Io consiglio l'applicazione di un cerotto vescicatorio alla nuca — rispose il dottore licenziandosi in ultimo amabilmente.

Sancio voleva discendere dalla poltrona. Esitava su l'orlo, non avendo la forza di spiccare il salto, implorava l'aiuto con gli occhi fievoli che già si velavano come due acini d'uva nera suffusi dalla pruina argentea della maturità. Nella sua pinguedine il dolore a poco a poco scavava ombre senili; le tinte rosee del muso, dove i peli erano lunghi e radi, pareva si corrompessero divenendo quasi giallastre; le orecchie mozze avevano di tratto in tratto un tremolìo leggerissimo; e nello stesso tempo un brivido passava a traverso il pelame bianco visibilmente.

Allora Isabella, la più eterea delle cinque fanciulle, che per crudeltà della sorte ereditava dal padre il pio naso borbonico e la fronte leprina, si accostò tutta commossa e prese l'infermo fra le mani delicate per posarlo a terra.

Sancio prima rimase fermo un istante, senza poter muovere i passi, con il dorso arcuato, e la testa in alto, oppresso dall'affanno del respiro; poi cominciò a trascinarsi, barcollando, con lo stento doloroso di un animale ferito alle due cosce. Forse aveva sete, perchè quando gli fu accostata la scodella tentò di lambire con la lingua il liquido. Ma, come la paralisi crescente già gli impediva anche quell'atto, dopo sforzi inutili ed irosi egli si volse piegando su le gambe posteriori e con una delle zampe davanti cominciò a battersi la mascella, quasi per rimuovere alfine di là quell'ostacolo che gli faceva tanto dolore.

E l'attitudine era così vivamente umana e le pupille erano così piene di supplicazione e di disperazione umana, che d'un tratto Donna Letizia scoppiò in pianto:

— Oh, povero bibì! Chi te l'avesse mai detto, povero bibì mio!..

In tutte le fanciulle la commozione raggiunse il supremo grado. Teodolinda raccolse il morituro, lo portò sul canapè, chiese le forbici. Era necessario un eroismo; bisognava infine esperimentare il rimedio, ad ogni costo.

— Isabella, Maria, le forbici! Venite!

Tutte trepide e pallide, si chinarono intorno a Sancio, che aveva di nuovo socchiuse le palpebre e alitava il fiato ardente nelle mani della soccorritrice. E questa, vinta la prima ripugnanza, cominciò a tagliare il pelo su la nuca dell'animale, pianamente, arrestandosi di tratto in tratto, mettendo via via un soffio su la parte rasa. Una specie di chierica irregolare si veniva allargando nella grassezza della collottola; e il tonsurato assumeva così un nuovo aspetto miserevolmente buffonesco.

Le tende del balcone, investite dalla brezza, s'inarcavano come due vele. I clamori della strada salivano in confuso, vivi e giulivi; una prospettiva di case plebee s'intravedeva al fondo nella doratura pallida del tramonto; e un merlo fischiava.

Allora discese dalle camere superiori Natalia, la bella nuora di Donna Letizia, con un bimbo su le braccia; ed entrò nella stanza. Ella aveva la faccia ovale, la pelle fine e rosea, solcata di vene, gli occhi chiarissimi, le narici diafane, tutta in somma la dolcezza di sangue della donna bionda, tra una nera ribellione di capelli; e aveva nella persona, nelle vesti, nell'incedere, quella negligenza semplice, quella felice placidità quasi direi bovina, quella specie di freschezza lattea delle giovani madri che nutrono con la propria mammella il figliuolo.

Appena ella vide il cane tonsurato, un impeto così spontaneo d'ilarità la invase, che non potè ritenere le risa entro la chiostra dei denti.

— Ah, ah, ah, ah, ah!..

Come? Natalia osava ridere, mentre quel povero Sancio moriva? — Le innupte sensibili volsero un acre sguardo d'indignazione alla cognata irriverente e crudele. Ma questa, con una lieta incuranza, si appressò per tendere il bimbo verso l'animale. E il bimbo seminudo agitava le piccole mani irrequiete, cercando toccare, tutto vibrando di naturale gioia e barbugliando suoni incomprensibili nella bocca rorida ancora della bevanda materna. E l'animale, uso già a sottomettere la testa mansueta a quei cercamenti, aveva ancora nelle membra inferme una esitazione di festevolezza e negli occhi un supremo barlume di bontà conoscente.

— Povero Sancio Panza! — mormorò alfine Natalia ritraendo il figliuolo che stava per bagnarsi di bava le dita. E, come il bimbo rincrespava le labbra per piangere, ella fece due o tre giri nella stanza cullandolo e palleggiandolo; poi, fermatasi dinanzi all'automa, volse la chiave del meccanismo.

Il macacco aprì la bocca, battè le palpebre, attorcigliò la coda, tutto animandosi internamente al suono d'una gavotta ben nota. Quel voluttuoso ondeggiamento di danza moveva l'aria e la testa di Natalia per ritmo. La luce nella stanza era dolce; il profumo dei garofoli entrava dai vasi del balcone aperto.

Sancio non udiva forse più. Al bruciore caustico del vescicante su la nuca, egli scoteva di tratto in tratto il dorso, e piegava la testa in basso, con un lamentìo fievole. La lingua ritirata fra i denti, violacea, quasi anzi nerastra, aveva già perduta ogni facoltà di moto. Gli occhi, ora, coperti da una specie di membrana turchiniccia e umidiccia, non conservavano altra espressione di spasimo che quella dell'apparir rapido d'un lembo bianco agli angoli delle orbite. La bava si produceva più copiosa e più densa. L'asfissia pareva imminente.

— Oh Natalia, cessa! Ma non vedi che Sancio muore? — proruppe, con la voce piena d'acredine e di lagrime, Isabella.

La gavotta non si poteva interrompere prima che la forza data dalla chiave alla macchina fosse esaurita. Le note continuavano, lente e molli, a spandersi su l'agonia del cane. Le ombre del crepuscolo, intanto, cominciavano a penetrare nell'interno e le tende sbattevano nella frescura.

Allora, Donna Letizia, soffocata dai singhiozzi, non reggendo più allo strazio, uscì. Tutte le figlie la seguirono, a una a una, piangendo, con i teneri petti oppressi dal dolore. Soltanto Natalia per curiosità si fece da presso al moribondo.

E, mentre la gavotta era su la ripresa, il buon Sancio spirò in musica, come l'eroe di un melodramma italiano.

LA FINE DI CANDIA.

I.

Donna Cristina Lamonica, tre giorni dopo il convito pasquale che in casa Lamonica soleva essere grande per tradizione e magnifico e frequente di convitati, numerava la biancheria e l'argenteria delle mense e con perfetto ordine riponeva ogni cosa nei canterani e nei forzieri pei conviti futuri.

Erano presenti, per solito, alla bisogna, e porgevano aiuto, la cameriera Maria Bisaccia e la lavandaia Candida Marcanda detta popolarmente Candia. Le vaste canestre ricolme di tele fini giacevano in fila sul pavimento. I vasellami di argento e gli altri strumenti da tavola rilucevano sopra una spasa; ed erano massicci, lavorati un po' rudemente da argentarii rustici, di forme quasi liturgiche, come sono tutti i vasellami che si trasmettono di generazione in generazione nelle ricche famiglie provinciali. Una fresca fragranza d bucato spandevasi nella stanza.

Candia prendeva dalle canestre i mantili, le tovaglie, le salviette; faceva esaminare alla signora la tela intatta; e porgeva via via ciascun capo a Maria che riempiva i tiratoi, mentre la signora spargeva negli interstizi un aroma e segnava nel libro la cifra. Candia era una femmina alta, ossuta, segaligna, di cinquant'anni; aveva la schiena un po' curvata dall'attitudine abituale del suo mestiere, le braccia molto lunghe, una testa d'uccello rapace sopra un collo di testuggine. Maria Bisaccia era un'ortonese, un po' pingue di carnagione lattea, d'occhi chiarissimi; aveva la parlatura molle, e i gesti lenti e delicati come colei ch'era usa a esercitar le mani quasi sempre tra la pasta dolce, tra gli sciroppi, tra le conserve e tra le confetture. Donna Cristina, anche nativa di Ortona, educata nel monastero benedettino, era piccola di statura, con il busto un po' abbandonato sul davanti; aveva i capelli tendenti al rosso, la faccia sparsa di lentiggini, il naso lungo e grosso, i denti cattivi, gli occhi bellissimi e pudichi, somigliando un cherico vestito d'abiti muliebri.

Le tre donne attendevano all'opera con molta cura; e spendevano così gran parte del pomeriggio.

Ora, una volta, come Candia usciva con le canestre vuote, Donna Cristina numerando le posate trovò che mancava un cucchiaio.

— Maria! Maria! — ella gridò, con una specie di spavento. — Conta! Manca _'na cucchiara_.... Conta tu!

— Ma come? Non può essere, signó, — rispose Maria. — Mo' vediamo.

E si mise a riscontrare le posate, dicendo il numero ad alta voce. Donna Cristina guardava, scotendo il capo. L'argento tintinniva chiaramente.

— E vero! — esclamò alla fine Maria, con un atto di disperazione. — E mo' che facciamo?

Ella era sicura da ogni sospetto. Aveva dato prove di fedeltà e di onestà per quindici anni, in quella famiglia. Era venuta da Ortona insieme con Donna Cristina, all'epoca delle nozze, quasi facendo parte dell'appannaggio matrimoniale; ed oramai nella casa aveva acquistata una certa autorità, sotto la protezione della signora. Ella era piena di superstizioni religiose, devota al suo santo e al suo campanile, astutissima. Con la signora aveva stretto una specie di alleanza ostile contro tutte le cose di Pescara, e specialmente contro il santo dei Pescaresi. Ad ogni occasione nominava il paese natale, le bellezze e le ricchezze del paese natale, gli splendori della sua basilica, i tesori di San Tommaso, la magnificenza delle cerimonie ecclesiastiche, in confronto alle miserie di San Cetteo che possedeva un solo piccolo braccio d'argento.

Donna Cristina disse:

— Guarda bene di là.

Maria uscì dalla stanza per andare a cercare. Rovistò tutti gli angoli della cucina e della loggia inutilmente. Tornò a mani vuote.

— Non c'è! Non c'è!

Allora ambedue si misero a pensare, a cumular congetture, a investigar nella loro memoria. Uscirono su la loggia che dava nel cortile, su la loggia del lavatoio, per fare l'ultima ricerca. Come parlavano a voce alta, alle finestre delle case in torno si affacciarono le comari.

— Che v'è successo, Donna Cristí? Dite! Dite! Donna Cristina e Maria raccontarono il fatto, con molte parole, con molti gesti.

— Gesù! Gesù! Dunque ci stanno i ladri?

In un momento il rumore del furto si sparse pel vicinato, per tutta Pescara. Uomini e donne si misero a discutere, a imaginare chi potesse essere il ladro. La novella, giungendo alle ultime case di Sant'Agostino, s'ingrandì: non si trattava più di un semplice cucchiaio, ma di tutta l'argenteria di casa Lamonica.

Ora, come il tempo era bello e su la loggia le rose cominciavano a fiorire e due lucherini in gabbia cantavano, le comari si trattennero alle finestre per il piacere di ciarlare al bel tempo, con quel dolce calore. Le teste feminili apparivano tra i vasi di basilico e il ciaramellio pareva dilettare i gatti in su le gronde.

Donna Cristina disse, congiungendo le mani:

— Chi sarà stato?

Donna Isabella Sertale, detta la Faina, che aveva i movimenti lesti e furtivi di un animaletto predatore, chiese con la voce stridula:

— Chi ci stava con voi. Donna Cristí? Mi pare che ho visto ripassare Candia....

— Aaaah! — esclamò donna Felicetta Margasanta, detta la Pica per la sua continua garrulità.

— Ah! — ripeterono le altre comari.

— E non ci pensavate?

— E non ve n'accorgevate?

— E non sapete chi è Candia?

— Ve lo diciamo noi chi è Candia!

— Sicuro!

— Ve lo diciamo noi!

— I panni li lava bene, non c'è che dire. È la meglio lavandaia che sta a Pescara, non c'è che dire. Ma tiene lu difetto delle cinque dita... Non lo sapevate, commà?

— A me 'na volta mi mancò due mantili.

— A me 'na tovaglia.

— A me 'na camicia.

— A me tre paia di calzette.

— A me due fédere.

— A me 'na sottana nuova.

— Io non ho potuto riavere niente.

— Io manco.

— Io manco.

— Io non l'ho cacciata; perchè chi prendo? Silvestra?

— Ah! Ah!

— Angelantonia? Babascetta?

— Una peggio dell'altra!

— Bisogna ave' pazienza.

— Ma 'na cucchiara, mo'!

— È troppo, mo'!

— Non vi state zitta, Donna Cristí; non vi state zitta!

— Che zitta e non zitta! — proruppe Maria Bisaccia che, quantunque avesse l'aspetto placido e benigno, non si lasciava sfuggire nessuna occasione per opprimere o per mettere in mala vista gli altri serventi della casa. — Ci penseremo noi, Donn'Isabbé, ci penseremo!

E le ciarle dalla loggia alle finestre seguitavano. E l'accusa di bocca in bocca si propalò per tutto il paese.

II.

La mattina vegnente, mentre Candia Marcanda teneva le braccia nella lisciva, comparve su la soglia la guardia comunale Biagio Pesce soprannominato _il Caporaletto_.

Egli disse alla lavatrice:

— Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune, sùbito.

— Che dici? — domandò Candia aggrottando le sopracciglia, ma senza tralasciare la sua bisogna.

— Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune, sùbito.

— Mi vuole? E perchè? — seguitò a domandare Candia, con un modo un po' brusco, non sapendo a che attribuire quella chiamata improvvisa, inalberandosi come fanno le bestie caparbie dinanzi a un'ombra.

— Io non posso sapere perchè — rispose il Caporaletto. — Ho ricevuto l'ordine.

— Che ordine?

La donna, per una ostinazione naturale in lei, non cessava dalle domande. Ella non sapeva persuadersi della cosa.

— Mi vuole il Sindaco? E perchè? E che ho fatto io? Non ci voglio venire. Io non ho fatto nulla.

Il Caporaletto, impazientito, disse:

— Ah, non ci vuoi venire? Bada a te!

E se ne andò, con la mano su l'elsa della vecchia daga, mormorando.

Intanto per il vico alcuni che avevano udito il dialogo uscirono su gli usci e si misero a guardare Candia che agitava la lisciva con le braccia. E, poichè sapevano del cucchiaio d'argento, ridevano tra loro e dicevano motti ambigui che Candia non comprendeva. A quelle risa e a quei motti, l'inquietudine prese l'animo della donna; e crebbe quando ricomparve il Caporaletto accompagnato dall'altra guardia.

— Cammina! — disse il Caporaletto, risolutamente.

Candia si asciugò le braccia, in silenzio; e andò. Per la piazza la gente si fermava. Rosa Panara, una nemica, dalla soglia della bottega gridò con una risata feroce:

— Posa l'osso!

La lavandaia, smarrita, non imaginando la causa di quella persecuzione, non seppe che rispondere.

Dinanzi al Comune stava un gruppo di persone curiose che la volevano veder passare. Candia, presa dall'ira, salì le scale rapidamente; giunse in conspetto del Sindaco, affannata; chiese:

— Ma che volete da me?

Don Silla, uomo pacifico, rimase un momento turbato dalla voce aspra della lavandaia, e volse uno sguardo ai due fedeli custodi della dignità sindacale. Quindi disse, prendendo il tabacco nella scatola di corno:

— Figlia mia, sedetevi.

Candia rimase in piedi. Il suo naso ricurvo era gonfio di collera, e le sue guance rugose tremolavano alle contratture delle mascelle mordaci.

— Dite, Don Sì.

— Voi siete stata ieri a riporta' la biancheria a Donna Cristina Lamonica?

— Be', che c'è? che c'è? Manca qualche cosa? Tutto contato, capo per capo... Non manca nulla. Che c'è, mo'?

— Un momento, figlia mia! C'era nella stanza l'argenteria...

Candia, indovinando, si voltò come un falchetto inviperito che stia per ghermire. E le labbra sottili le tremavano.

— C'era nella stanza l'argenteria, e Donna Cristina trova mancante 'na cucchiara... Capite, figlia mia? L'avete presa voi... pe' sbaglio?

Candia saltò come una locusta, a quell'accusa immeritata. Ella non aveva preso nulla, in verità.

— Ah, io? Ah, io? Chi lo dice? Chi mi ha vista? Mi faccio meraviglia di voi, Don Sì! Mi faccio meraviglia di voi! Io ladra? io? io?...