Le Novelle della Pescara

Part 13

Chapter 133,790 wordsPublic domain

Tutto il palazzo era pieno dell'acuto tintinnio de' vetri all'urto del vento. Di tratto in tratto si udiva il rimbombo d'un uscio sbattuto, o suono di passi precipitati e di voci brevi.

— Luigi!

II.

Il duca accorse. Egli era un poco pallido e concitato, se bene cercasse di dominarsi. Alto di statura e robusto, aveva la barba ancor tutta nera su le mascelle assai grosse; la bocca tumida e imperiosa, piena d'un soffio veemente; gli occhi torbidi e voraci; il naso grande, palpitante, sparso di rossore.

— Ebbene? — chiese Don Filippo, ansando con tal rantolo che pareva dovesse soffocarlo.

— Non temete, padre; ci sono io — rispose il duca, appressandosi al letto, cercando di sorridere.

Il Mazzagrogna stava in piedi, dinanzi a uno de' balconi, guardando di fuori, intento. Non giungevano più grida; non si vedeva più alcuno. Il sole declinava dal cielo puro, simile a un cerchio roseo di fiamma, che più s'ingrandiva e più s'accendeva nel raggiungere le cime dei colli. Tutta la campagna pareva ardere; e pareva che il garbino fosse l'alito dell'incendio. Il primo quarto della luna saliva di tra le macchie di Lisci. Poggio Rivelli, Ricciano, Rocca di Forca, in lontananza, mandavano lampi dai vetri delle finestre e a tratti suono di campane. Qualche fuoco incominciava a brillare qua e là. Il calore toglieva il respiro.

— Questo — disse il duca d'Ofena con quella sua voce rauca e dura — ci viene dagli Scioli. Ma...

E fece un gran gesto di minaccia. Poi s'accostò al Mazzagrogna.

Egli era inquieto per Carletto Grua che non si vedeva ancora. Passeggiò in lungo e in largo nella stanza, con un passo pesante. Staccò da una panoplia due lunghe pistole d'arcione e le esaminò attentamente. Il padre seguiva ogni atto di lui con occhi dilatati; ansava come un giumento in agonia; di tratto in tratto scoteva con le mani deformi il lenzuolo, per aver refrigerio. Domandò due o tre volte al Mazzagrogna:

— Che si vede?

D'improvviso il Mazzagrogna esclamò:

— Ecco Carletto che vien su correndo, con Gennaro.

Si udirono, in fatti, colpi furiosi alla porta grande. Poco dopo, Carletto e il servo entrarono nella stanza, pallidi, sbigottiti, macchiati di sangue, coperti di polvere.

Il duca, vedendo Carletto, gettò un grido. Lo prese fra le braccia, si mise a tastarlo in tutto il corpo per trovare la ferita.

— Che t'hanno fatto? Di', che t'hanno fatto?

Il giovine piangeva, come una donna.

— Qui — disse fra i singhiozzi. Abbassò la testa e mostrò su la nuca alcune ciocche di capelli attaccate insieme dal sangue rappreso.

Il duca mise le dita fra i capelli delicatamente, per iscoprir la ferita. Egli amava d'un tristo amore Carletto Grua; ed aveva per lui le cure d'un amante.

— Ti fa dolore? — gli chiese.

Il giovine singhiozzò più forte. Egli era esile come una fanciulla; aveva un volto femineo, a pena a pena ombrato d'una lanugine bionda; i capelli alquanto lunghi, bellissima la bocca, e la voce acuta come quella degli evirati. Era un orfano, figliuolo d'un confettiere di Benevento. Faceva da valletto al duca.

— Ora verranno! — disse, con un tremito per tutta la persona, volgendo gli occhi pieni di lacrime al balcone d'onde ora di nuovo giungevano i clamori, più alti e più terribili.

Il servo, che aveva una ferita profonda su la spalla destra e tutto il braccio intriso di sangue fino al gomito, raccontava balbettando come ambedue fossero stati rincorsi dalla folla inferocita; quando il Mazzagrogna, ch'era rimasto sempre a spiare, gridò:

— Eccoli! Vengono al palazzo. Sono armati.

Don Luigi, lasciando Carletto, corse a vedere.

III.

La moltitudine, in fatti, irrompeva su per l'ampia salita, urlando e scotendo nell'aria armi ed arnesi, con una tal furia concorde che non pareva un adunamento di singoli uomini ma la coerente massa d'una qualche cieca materia sospinta da una irresistibile forza. In pochi minuti fu sotto al palazzo, si allungò intorno come un gran serpente di molte spire, e chiuse in un denso cerchio tutto l'edifizio. Taluni dei ribelli portavano alti fasci di canne accesi, come fiaccole, che gittavano sui volti una luce mobile e rossastra, schizzavano faville e schegge ardenti, mettevano un crepitìo sonoro. Altri, in un gruppo compatto, sostenevano un'antenna alla cui cima penzolava un cadavere umano. Minacciavano la morte coi gesti e con le voci. Tra le contumelie ripetevano un nome:

— Cassàura! Cassàura!

Il duca d'Ofena si morse le mani, quando riconobbe in cima all'antenna il corpo mutilato di Vincenzio Murro, del messo ch'egli aveva spedito nella notte a chieder soccorso di gente d'arme. Additò l'impiccato al Mazzagrogna, il quale disse a bassa voce:

— È finita!

Ma l'udì don Filippo, e cominciò a fare un lagno così accorante che tutti si sentirono stringere il cuore e mancare gli spiriti.

I servi si accalcavano su le soglie, smorti in faccia, tenuti dalla viltà. Alcuni lacrimavano, altri invocavano un santo, altri pensavano al tradimento. — Se, consegnando il padrone al popolo, avessero potuto aver salva la vita? — Cinque o sei, meno pusillanimi, tenevano perciò consiglio e si eccitavano a vicenda.

— Al balcone! Al balcone! — gridava il popolo, tempestando. — Al balcone!

Ora il duca d'Ofena parlava sommesso col Mazzagrogna, in disparte.

Volgendosi a don Filippo, disse:

— Mettetevi nella sedia, padre. Sarà meglio. Ci fu tra i servi un leggero mormorìo. Due si fecero innanzi per aiutare il paralitico a discendere dal letto. Altri due accostarono la sedia che scorreva su piccole ruote. L'operazione fu penosa.

Il vecchio corpulento ansava e si lamentava forte, premendo con le braccia il collo dei servi che lo sostenevano. Egli era tutto grondante; e la stanza, essendo chiuse le imposte, era omai piena dell'insoffribile odore. Com'egli fu nella sedia, i suoi piedi con un moto ritmico presero a percuotere il pavimento. Il gran ventre tremolava floscio su le ginocchia, simile a un otre mezzo vuoto.

Allora il duca disse al Mazzagrogna:

— Giovanni, a te!

E quegli, con un gesto risoluto, aprì le imposte ed uscì sul balcone.

IV.

Un urlo immenso l'accolse. Cinque, dieci, venti fasci di canne ardenti vennero lì sotto a radunarsi. Il chiarore illuminava i volti animati dalla bramosia della strage, l'acciaro degli schioppi, i ferri delle scuri. I portatori di fiaccole avevano tutta la faccia cospersa di farina, per difendersi dalle faville; e tra quel bianco i loro occhi sanguigni brillavano singolarmente. Il fumo nero saliva nell'aria, disperdendosi rapido. Tutte le fiamme si allungavano da una banda, spinte dal vento, sibilanti, come capellature infernali. Le canne più sottili e più secche si accendevano, si torcevano, rosseggiavano, si spezzavano, scoppiettavano come razzi, in un attimo. Ed era una vista allegra.

— Mazzagrogna! Mazzagrogna! A morte il ruffiano! A morte il guercio! — gridavano tutti, accalcandosi per iscagliar più da vicino l'insulto.

Il Mazzagrogna stese una mano, come per sedare i clamori; raccolse tutta la potenza vocale; e incominciò col nome del re, quasi promulgasse una legge, per incutere al popolo il rispetto.

— In nome di S. M. Ferdinando II, per la grazia di Dio, re delle Due Sicilie, di Gerusalemme...

— A morte il ladro!

Due, tre schioppettate risonarono fra le grida; e l'arringatore, colpito al petto e alla fronte, vacillò, agitò in alto le mani e cadde in avanti. Nel cadere, la testa entrò fra l'un ferro e l'altro della ringhiera e penzolò di fuori come una zucca. Il sangue gocciolava sul terreno sottostante.

Il caso rallegrò il popolo. Lo schiamazzo saliva alle stelle.

Allora i portatori dell'antenna con l'impiccato vennero sotto il balcone e accostarono Vincenzio Murro al maggiordomo. Mentre l'antenna oscillava nell'aria, il popolo stava intento al congiungimento dei due morti, quasi ammutolito. Un poeta improvviso, alludendo all'occhio albino del Mazzagrogna e a quello cisposo del messo, gittò a squarciagola un sospetto:

— _Affàccet' a 'ssa fenêstre, ùocchie fritte, Ca t' è mmenut' a ccandà 'lu scacazzate!_

Un vasto scroscio di risa accolse lo scherno del poeta; e le risa si propagarono di bocca in bocca, come un tuono d'acque cadenti giù pe' sassi d'una china.

Un poeta rivale gridò:

— _Vide che ssòrt' ha da 'vé 'ssu cecàte! S' affranghe de chiude 'l'ùocchie quande se mòre._

Le risa si rinnovellarono.

Un terzo gridò:

— _O faccia de cecòria mmàle còtte! Tenète lu chelòre de la mòrte!_

Altri distici volarono al Mazzagrogna. Una gioia feroce aveva invaso gli animi. La vista e l'odore del sangue inebriavano i più vicini. Tommaso di Beffi e Rocco Furci vennero a contesa di destrezza nel colpire con una sassata il cranio penzoloni dell'ucciso ancor caldo. Ad ogni colpo il cranio si moveva e dava sangue. La pietra di Rocco Furci alla fine colpì nel mezzo, levando un suono secco. Gli spettatori applaudirono. Ma erano sazii ormai del Mazzagrogna.

Di nuovo sorse il grido:

— Cassàura! Cassàura! Il duca! A morte! Fabrizio e Ferdinandino Scioli s'insinuavano tra la folla ed istigavano i facinorosi. Una terribile sassaiuola si levò contro le finestre del palazzo, fitta come una grandine, mista di schioppettate. I vetri cadevano addosso agli assalitori. Le pietre rimbalzavano. Rimasero feriti non pochi dei circostanti.

Terminati i sassi, consumato il piombo, Ferdinandino Scioli gridò:

— A terra le porte!

E il grido, ripetuto da tante bocche, tolse al duca d'Ofena ogni speranza di salvezza.

V.

Nessuno aveva osato di richiudere il balcone dov'era caduto il Mazzagrogna. Il cadavere giaceva in un'attitudine scomposta. Poichè i ribelli, per essere liberi, avevan lasciata l'antenna contro la ringhiera, anche il corpo sanguinoso del messo, a cui qualche membro era stato reciso con la scure, scorgevasi a traverso le cortine gonfiate dal vento. La sera era profonda. Le stelle riscintillavano senza fine. Qualche stoppia bruciava in lontananza.

Udendo i colpi contro le porte, il duca d'Ofena volle ancora tentare una prova. Don Filippo, istupidito dal terrore, teneva gli occhi chiusi; non parlava più. Carletto Grua, con la testa fasciata, si rannicchiava tutto in un angolo, battendo i denti nella febbre e nella paura, seguendo con i poveri occhi fuori dell'orbita ogni passo, ogni gesto, ogni moto del suo signore. I servi erano rifugiati quasi tutti nelle soffitte. Pochi rimanevano nelle stanze contigue.

Don Luigi li radunò, li rianimò; li armò di pistole o di fucile; quindi a ciascuno assegnò un posto dietro il davanzale d'una finestra o tra le persiane d'un balcone. Ciascuno doveva tirare su la folla, con la maggior possibile celerità di colpi, in silenzio, senza esporsi.

— Avanti!

Il fuoco incominciò. Don Luigi sperava nel pànico. Egli stesso caricava e scaricava le sue lunghe pistole con un meraviglioso vigore, senza stancarsi. Come la moltitudine era densa, nessun colpo falliva. Le grida, che si levavano ad ogni scarica, eccitavano i servi e n'aumentavano l'ardore. Già lo scompiglio invadeva gli ammutinati. Molti fuggivano, lasciando a terra i feriti.

Allora dal servidorame partì un urlo di vittoria:

— Viva il duca d'Ofena!

Quelli uomini vili ora s'imbaldanzivano, vedendo le spalle del nemico. Non rimanevano più nascosti, nè più tiravano alla cieca, ma si erano alzati in piedi, fieramente, e cercavano di colpire nel segno. Ed ogni volta che vedevan cadere uno, gittavano l'urlo:

— Viva il duca!

In poco, il palazzo fu libero d'assedio. D'intorno i feriti si lamentavano. I residui delle canne, che ancora ardevano al suolo, gittavan su' corpi bagliori incerti, suscitavan riflessi da qualche pozza di sangue, o stridevano spegnendosi. Il vento era cresciuto; ed investiva gli elci con alto stormire. I latrati dei cani si rispondevano per tutta la valle.

Inebriati dalla vittoria, grondanti per la fatica, i servi discesero a rifocillarsi. Tutti erano incolumi. Bevevano senza misura, e facevano gazzarra. Alcuni proclamavano i nomi di quelli che essi avevan colpito, e ne descrivevano il modo della caduta, buffonescamente. I bracchieri desumevano le similitudini dalla selvaggina. Un cuciniere si vantò d'aver ucciso il terribile Rocco Furci. Alimentate dal vino, le millanterie si moltiplicavano.

VI.

Ora, mentre il duca d'Ofena, sicuro d'aver per quella notte almeno scongiurato ogni pericolo, era solo intento a custodire il piagnucolante Carletto, improvvisi bagliori si ripercossero in uno specchio e nuovi clamori si levarono tra il fischiar del libeccio, sotto il palazzo. Al tempo medesimo apparvero quattro o cinque servi, che il fumo aveva quasi soffocati mentre dormivano ubriachi nelle stanze basse. Essi non avevano ancora riacquistati gli spiriti; barcollavano senza poter parlare poichè si sentivan la lingua torpida. Altri sopraggiunsero.

— Il fuoco! Il fuoco!

Tremavano gli uni addossati agli altri, come una greggia. La viltà nativa li occupava novamente. Avevano tutti i sensi ottusi, come in un sogno. Non sapevano quel che dovevano fare. Nè ancora la perfetta consapevolezza del pericolo li stimolava a cercare uno scampo.

Sorpreso, il duca dapprima restò perplesso. Ma Carletto Grua, vedendo entrare il fumo e udendo quel singolare ruggito che fanno le fiamme nel nutrirsi, si mise a strillare così acutamente e a far gesti così forsennati che Don Filippo si destò dal grave sopore in cui era caduto e vide la morte.

La morte era inevitabile. Il fuoco, sotto il costante soffio del vento, propagavasi con una stupenda celerità per tutta la vecchia ossatura dell'edifizio, divorando ogni cosa, suscitando da ogni cosa vampe mobili, fluide, canore. Le vampe correvano lievi su le pareti, lambivano le tappezzerie, esitavano un istante a fior del tessuto, si colorivano di tinte mutevoli e vaghe, penetravano nella trama con mille lingue sottilissime e vibranti, parevano infondere per un attimo nelle figure murali uno spirito, accendere per un attimo su la bocca delle ninfe e delle iddie un riso non mai veduto, muovere per un attimo le loro attitudini e i loro gesti immobili. Passavan oltre, in fuga sempre più luminosa; si avvolgevano alle suppellettili di legno, conservando fino all'ultimo la loro forma, così da farle apparire tutte materiate di piropi che d'un tratto si disgregavano e s'incenerivano come per incanti. Le voci delle vampe erano innumerevoli; formavano un vasto coro, una profonda armonia, come d'una selva dai milioni di foglie, come d'un organo dai milioni di canne. Già appariva ad intervalli, nelle aperture fragorose, il cielo puro con le sue corone di stelle. Omai tutto il palazzo era in potere del fuoco.

— Salvami! Salvami! — gridò il vecchio, tentando invano di sorgere, sentendo già sotto di sè sprofondare il pavimento, sentendosi accecare dall'implacabile rossore. — Salvami!

Con uno sforzo supremo giunse a levarsi. E si mise a correre, col tronco inclinato innanzi, saltellando a piccoli passi incalzanti, come spinto da un irresistibile impulso progressivo, agitando le mani informi, finchè cadde fulminato, già preda del fuoco, sgonfiandosi e rappigliandosi come una vescica.

Ora di tratto in tratto le grida del popolo aumentavano, e salivan più alto dell'incendio. I servi, pazzi di terrore e di dolore, mezzo riarsi, si precipitavano dalle finestre e venivano a cadere morti sul suolo; o mal vivi, ed eran finiti. Ad ogni caduta rispondeva un maggior clamore.

— Il duca! Il duca! — gridavano i barbari, malcontenti, perchè volevano veder precipitare il tirannello col suo bagascione.

— Eccolo! Eccolo! È lui!

— Giù! Giù! Ti vogliamo!

— Muori, cane! Muori! Muori! Muori!

Su la porta grande, proprio in cospetto del popolo, apparve Don Luigi con le vesti in fiamme portando su le spalle il corpo inerte di Carletto Grua. Egli aveva tutto il volto bruciato, irriconoscibile; non aveva quasi più capelli, nè barba. Ma camminava a traverso l'incendio, impavido, non anche morto, poichè valeva a sostener gli spiriti quello stesso atroce dolore.

Da prima il popolo ammutolì. Poi di nuovo proruppe in urli e in gesti, aspettando con ferocia che la gran vittima venisse a spirargli dinanzi.

— Qui, qui, cane! Ti vogliamo veder morire!

Don Luigi udì, a traverso le fiamme, l'ultime ingiurie. Raccolse tutta l'anima in un atto di scherno indescrivibile. Quindi voltò le spalle; e disparve per sempre dove più ruggiva il fuoco.

IL TRAGHETTATORE.

I.

Donna Laura Albònico stava nel giardino, sotto la pergola, prendendo il fresco all'ora meridiana.

La villa taceva, tutta bianca, con le persiane chiuse tra le piante degli agrumi. Il sole raggiava un calore e un fulgore immensi. Era la metà di giugno; e i profumi degli aranci e dei limoni fioriti si mescolavano all'odor delle rose, nell'aria tranquilla. Le rose crescevano da per tutto, nel giardino, con una forza indomabile. Le masse magnifiche si movevano, lungo i viali, ad ogni soffio di vento, coprendo il terreno con l'abbondanza della loro neve odorante. In certi momenti l'aria, pregna dell'aroma, aveva un sapore dolce e possente come quello di un vino prelibato. Le fontane, invisibili tra la verzura, mormoravano. A tratti, la cima mobile scintillante degli zampilli appariva fuor del fogliame, scompariva, riappariva, con vari giochi; e alcuni zampilli bassi producevano nei fiori e nelle erbe un fruscìo e uno scompiglio singolari, sembrando bestie vive che vi corressero a traverso o vi pascolassero o vi scavassero tane. Gli uccelli, invisibili, cantavano.

Donna Laura, seduta sotto la pergola, meditava.

Ella era una donna già vecchia. Aveva il profilo fine e signorile; il naso lungo, lievemente aquilino, la fronte un po' troppo ampia, la bocca perfetta, ancora fresca, piena di benignità. I capelli canuti le si piegavano su le tempie e le facevano intorno al capo una specie di corona. Doveva essere stata molto bella, nella gioventù, ed amabile.

Era venuta da due soli giorni in quella casa solitaria, col marito e con pochi servi. Aveva rinunziato alla villa magnatizia che sorgeva sopra un colle del Piemonte, abituale soggiorno estivo; aveva rinunziato al mare, per quella campagna deserta e quasi arida.

— Ti prego, andiamo a Penti, — aveva detto al marito.

Il barone settuagenario era rimasto da prima un po' stupefatto, a quello strano desiderio della moglie.

— Perchè a Penti? Che s'andava a fare a Penti?

— Ti prego, andiamo. Per mutare — aveva insistito Donna Laura.

Il barone, come sempre, s'era lasciato persuadere.

— Andiamo.

Ora, Donna Laura custodiva un segreto.

Nella giovinezza, la sua vita era stata attraversata dalla passione. A diciotto anni aveva sposato il barone Albònico, per ragioni di convenienza familiare. Il barone militava sotto il primo Napoleone, con molta prodezza; egli stava quasi sempre assente dalla sua casa, poichè seguiva ovunque il volo delle aquile imperiali. In una di quelle lunghe assenze, il marchese di Fontanella, un giovine signore che aveva moglie e figliuoli, fu preso d'amore per Donna Laura; e, come egli era bellissimo ed ardente, vinse alfine ogni resistenza dell'amata.

Allora pei due amanti una stagione passò nella felicità più dolce. Essi vivevano nell'oblio di tutte le cose.

Ma un giorno Donna Laura s'accorse d'essere incinta; pianse, si disperò, rimase in una terribile angoscia, non sapendo che risolvere, come salvarsi. Per consiglio del suo amico, partì alla volta della Francia; si nascose in un piccolo paese della Provenza, in una di quelle terre solatíe piene di verzieri, dove le donne parlano l'idioma dei trovatori.

Abitava una casa di campagna, circondata da un grande orto. Gli alberi fiorivano: era la primavera. Fra i terrori e le nere malinconie, ella aveva intervalli d'una infinita dolcezza. Passava lunghe ore seduta all'ombra, in una specie d'inconsapevolezza, mentre il sentimento vago della maternità le dava a tratti a tratti un brivido profondo. I fiori in torno a lei emanavano un profumo acuto: leggiere nausee le salivano alla gola e le propagavano per tutte le membra una lassitudine immensa. Che giorni indimenticabili!

E, quando il momento solenne si avvicinava, giunse, desiderato, il suo amico. La povera donna soffriva. Egli le stava accanto, pallido in viso, parlando poco, baciandole spesso le mani. Ella partorì di notte. Gridava, fra gli spasimi; si afferrava convulsamente alla lettiera; credeva di morire. I primi vagiti dell'infante le scossero l'anima dalle radici. Ella, supina, con la testa un po' arrovesciata oltre i guanciali, bianca bianca, senza più voce, senza più forza per tenere aperte le palpebre, agitava dinanzi a sè le mani esangui, debolmente, in certi piccoli movimenti vaghi, come fanno talvolta i moribondi verso la luce.

Il giorno dopo, tutto il giorno, ella tenne seco, nel medesimo letto, sotto la medesima coperta, il bambino. Era un essere fragile, molle, un po' rossiccio, che vibrava d'una palpitazione incessante, di una vita palese, e in cui le forme umane non avevano certezza. Gli occhi stavano ancora chiusi, un po' gonfi; e dalla bocca usciva un lamento fioco, quasi un miagolío indistinto.

La madre, rapita, non si saziava di riguardare, di toccare, di sentirsi su la guancia l'alito filiale. Dalla finestra entrava una luce bionda e si vedevano le terre provenzane tutte coperte di mèssi. Il giorno aveva una specie di santità. I canti dal fromento si avvicendavano, nell'aria quieta.

Dopo, il bambino le fu tolto, fu nascosto, fu portato chi sa dove. Ella non lo rivide più. Ella tornò alla sua casa; e visse col marito la vita di tutte le donne, senza che nessun altro avvenimento sopraggiungesse a turbarla. Non ebbe altri figliuoli.

Ma il ricordo, ma l'adorazione ideale di quella creatura ch'ella non vedeva più, ch'ella non sapeva più dove fosse, le occuparono l'anima per sempre. Ella non aveva se non quel pensiero; rammentava tutte le minime particolarità di quei giorni; rivedeva chiaramente il paese, la forma di certi alberi che stavano dinanzi alla casa, la linea d'una collina che chiudeva l'orizzonte, il colore e i disegni del tessuto che copriva il letto, una macchia nella vòlta della stanza, un piccolo piatto figurato su cui le portavano il bicchiere, tutto, tutto, chiaramente, minutamente. Ad ogni momento il fantasma di quelle cose lontane le sorgeva nella memoria, così, senza ordine, senza legame, come nei sogni. A volte ella ne rimaneva quasi stupita. Le tornavano dinanzi, precisi e viventi, i volti di certe persone vedute laggiù, i loro moti, un loro gesto insignificante, una loro attitudine, un loro sguardo. Le pareva di avere negli orecchi il vagito della creatura, di toccare le mani esilissime, rosee, molli, quelle manine che forse erano la sola parte già tutta formata perfettamente, simile alla miniatura d'una mano d'uomo, con le vene quasi impercettibili, con le falangi segnate di pieghe sottili, con le unghie trasparenti, tenere, appena appena suffuse di viola. Oh, quelle mani! Con che strano brivido la madre pensava alla loro carezza inconsapevole! Come ne sentiva l'odore, l'odore singolare che ricorda quello dei colombi nella prima piuma!

Così Donna Laura, chiusa in questa specie di mondo interiore che ogni giorno più assumeva le apparenze della vita, passò gli anni, molti anni, sino alla vecchiezza. Tante volte aveva chiesto all'antico amante notizie del figliuolo. Ella avrebbe voluto rivederlo, sapere il suo stato.

— Ditemi dov'è, almeno. Vi prego.

Il marchese, temendo un'imprudenza, si rifiutava. «Ella non doveva vederlo. Ella non avrebbe saputo contenersi. Il figlio avrebbe indovinato tutto; si sarebbe valso del segreto per i suoi fini; avrebbe forse rivelato ogni cosa... No, no, ella non doveva vederlo.»

Donna Laura, dinanzi a queste argomentazioni d'uomo pratico, rimaneva smarrita. Ella non sapeva imaginarsi che la sua creatura fosse cresciuta, fosse già adulta, fosse già presso al limitare della vecchiaia. Oramai erano passati circa quarant'anni dal giorno della nascita; eppure ella nel suo pensiero non vedeva se non un bambino, roseo, con gli occhi ancora chiusi.

Ma il marchese di Fontanella venne a morire.