Le Novelle della Pescara

Part 12

Chapter 123,668 wordsPublic domain

Violetta accettò. Ambedue salirono i gradini, lentamente, con Don Antonio dietro.

— Io vi amo! — avventurò Don Giovanni, tentando di dare alla sua voce un accento di passione appreso dal _primo amoroso giovine_ d'una compagnia drammatica di Chieti.

Violetta Kutufà non rispose. Ella si divertiva a guardare il concorso della gente verso il banco di Andreuccio che distribuiva rinfreschi gridando il prezzo ad alta voce, come in una fiera campestre. Andreuccio aveva una testa enorme, il cranio polito, un naso che si curvava su la sporgenza del labbro inferiore poderosamente; e somigliava una di quelle grandi lanterne di carta, che hanno la forma d'una testa umana. I mascherati mangiavano e bevevano con una cupidigia bestiale, spargendosi su gli abiti le briciole delle paste dolci e le gocce dei liquori.

Vedendo Don Giovanni, Andreuccio gridò:

— Signò, comandate?

Don Giovanni aveva molte ricchezze, era vedovo, senza parenti prossimi; cosicchè tutti si mostravano servizievoli per lui e lo adulavano.

— Na' cenetta, rispose. Ma!...

E fece un segno espressivo per indicare che la cosa doveva essere eccellente e rara.

Violetta Kutufà sedette e con un gesto pigro si tolse la mascherina dal volto ed aprì un poco sul seno il dominò. Dentro il cappuccio scarlatto la sua faccia, animata dal calore, pareva più procace. Per l'apertura del dominò si vedeva una specie di maglia rosea che dava l'illusione della carne viva.

— Salute! — esclamò Don Pompeo Nervi fermandosi dinanzi alla tavola imbandita e sedendosi, attirato da un piatto di aragoste succulente.

E allora sopraggiunse Don Tito De Sieri e prese posto, senza complimenti; sopraggiunse Don Giustino Franco insieme con Don Pasquale Virgilio e con Don Federico Sicoli. La tavola s'ingrandì. Dopo molto rigirare tortuoso, venne anche Don Antonio Brattella. Tutti costoro erano per lo più i convitati ordinari di Don Giovanni; gli formavano intorno una specie di corte adulatoria; gli davano il voto nelle elezioni del Comune; ridevano ad ogni sua facezia; lo chiamavano, per antonomasia, _il principale_.

Don Giovanni disse i nomi di tutti a Violetta Kutufà. I parassiti si misero a mangiare, chinando sui piatti le bocche voraci. Ogni parola, ogni frase di Don Antonio Brattella veniva accolta con un silenzio ostile. Ogni parola, ogni frase di Don Giovanni veniva applaudita con sorrisi di compiacenza, con accenni del capo. Don Giovanni, tra la sua corte, trionfava. Violetta Kutufà gli era benigna, poichè sentiva l'oro; e, ormai liberata dal cappuccio, con i capelli un po' in ribellione per la fronte e per la nuca, si abbandonava alla sua naturale giocondità un po' clamorosa e puerile.

D'in torno, la gente movevasi variamente. In mezzo alla folla tre o quattro arlecchini camminavano sul pavimento, con le mani e con i piedi; e si rotolavano, simili a grandi scarabei. Amalia Solofra, ritta sopra una sedia, con alte le braccia ignude, rosse ai gomiti, agitava un tamburello. Sotto di lei una coppia saltava alla maniera rustica, gittando brevi gridi; e un gruppo di giovani stava a guardare con gli occhi levati, un poco ebri di desio. Di tanto in tanto dalla sala inferiore giungeva la voce di Don Ferdinando Giordano che comandava le quadriglie con gran bravura:

— _Balanzé! Turdemé! Rondagósce!_

A poco a poco la tavola di Violetta Kutufà diveniva amplissima. Don Nereo Pica, Don Sebastiano Pica, Don Grisostomo Troilo, altri della corte ussoriana, sopraggiunsero; poi anche Don Cirillo d'Amelio, Don Camillo D'Angelo, Don Rocco Mattace. Molti estranei d'intorno stavano a guardar mangiare, con volti stupidi. Le donne invidiavano. Di tanto in tanto, dalla tavola si levava uno scoppio di risa rauche; e, di tanto in tanto, saltava un turacciolo e le spume del vino si riversavano.

Don Giovanni amava spruzzare i convitati, specialmente i calvi, per far ridere Violetta. I parassiti levavano le facce arrossite; e sorridevano, ancora masticando, al _principale_, sotto la pioggia nivea. Ma Don Antonio Brattella s'impermalì e fece per andarsene. Tutti gli altri, contro di lui, misero un clamore basso che pareva un abbaiamento.

Violetta disse:

— Restate.

Don Antonio restò. Poi fece un brindisi poetico in quinari.

Don Federico Sicoli, mezzo ebro, fece anche un brindisi a gloria di Violetta e di Don Giovanni, in cui si parlava persino di _sacre tede_ e di _felice imene_. Egli declamò a voce alta. Era un uomo lungo e smilzo e verdognolo come un cero. Viveva componendo epitalami e strofette per gli onomastici e laudazioni per le festività ecclesiastiche. Ora, nell'ebrietà, le rime gli uscivano dalla bocca senza ordine, vecchie rime e nuove. A un certo punto egli, non reggendosi su le gambe, si piegò come un cero ammollito dal calore; e tacque.

Violetta Kutufà si diffondeva in risa. La gente accalcavasi intorno alla tavola, come ad uno spettacolo.

— Andiamo, — disse Violetta, a un certo punto, rimettendosi la maschera e il cappuccio.

Don Giovanni, al culmine dell'entusiasmo amoroso, tutto invermigliato e sudante, porse il braccio. I parassiti bevvero l'ultimo bicchiere e si levarono confusamente, dietro la coppia.

IV.

Pochi giorni dopo, Violetta Kutufà abitava un appartamento in una casa di Don Giovanni, su la piazza comunale; e una gran diceria correva Pescara. La compagnia dei cantatori partì, senza la contessa d'Amalfi, per Brindisi. Nella grave quiete quaresimale, i Pescaresi si dilettarono della mormorazione e della calunnia, modestamente. Ogni giorno una novella nuova faceva il giro della città, e ogni giorno dalla fantasia popolare sorgeva una favola.

La casa di Violetta Kutufà stava proprio dalla parte di Sant'Agostino, in contro al palazzo di Brina, accosto al palazzo di Memma. Tutte le sere le finestre erano illuminate. I curiosi, sotto, si assembravano.

Violetta riceveva i visitatori in una stanza tappezzata di carta francese su cui erano francescamente rappresentati taluni fatti mitologici. Due canterali panciuti del Settecento occupavano i due lati del caminetto. Un canapè giallo stendevasi lungo la parete opposta, tra due portiere di stoffa simile. Sul caminetto s'alzava una Venere di gesso, una piccola Venere de' Medici, tra due candelabri dorati. Su i canterali posavano vari vasi di porcellana, un gruppo di fiori artificiali sotto una campana di cristallo, un canestro di frutta di cera, una casetta svizzera di legno, un blocco d'allume, alcune conchiglie, una noce di cocco.

Da prima i signori avevano esitato, per una specie di pudicizia, a salire le scale della cantatrice. Poi, a poco a poco, avevano vinta ogni esitazione. Anche gli uomini più gravi facevano di tanto in tanto la loro comparsa nel salotto di Violetta Kutufà, anche gli uomini di famiglia; e ci andavano quasi trepidando, con un piacere furtivo, come se andassero a commettere una piccola infedeltà alle mogli loro, come se andassero in un luogo di dolce perdizione e di peccato. Si univano in due, in tre; formavano leghe, per maggior sicurezza e per giustificarsi; ridevano tra loro e si spingevano i gomiti a vicenda per incoraggiamento. Poi la luce delle finestre e i suoni del pianoforte e il canto della contessa d'Amalfi e le voci e gli applausi degli altri visitatori li inebriavano. Essi erano presi da un entusiasmo improvviso; ergevano il busto e la testa, con un moto giovanile; salivano risolutamente, pensavano che infine bisognava godersi la vita e cogliere le occasioni del piacere.

Ma i ricevimenti di Violetta avevano un'aria di grande convenienza, erano quasi cerimoniosi. Violetta accoglieva con gentilezza i nuovi venuti ed offriva loro sciroppi nell'acqua e rosolii. I nuovi venuti rimanevano un po' attoniti, non sapevano come muoversi, dove sedere, che dire. La conversazione si versava sul tempo, su le notizie politiche, su la materia delle prediche quaresimali, su altri argomenti volgari e tediosi. Don Giuseppe Postiglione parlava della candidatura del principe prussiano Hohenzollern al trono di Spagna; Don Antonio Brattella amava talvolta discutere dell'immortalità dell'anima e d'altre cose edificanti. La dottrina dell'Areopagita era grandissima. Egli parlava lento e rotondo, di tanto in tanto pronunziando rapidamente una parola difficile e mangiandosi qualche sillaba. Secondo la cronaca veridica, una sera, prendendo una bacchetta e piegandola, disse: «Com'è _flebile_!» per dire _flessibile_; un'altra sera, indicando il palato e scusandosi di non potere suonare il flauto, disse: «Mi s'è infiammata tutta la _platea_!» e un'altra sera, indicando l'orificio di un vaso, disse che, perchè i fanciulli prendessero la medicina, bisognava spargere di qualche materia dolce tutta l'_oreficeria_ del bicchiere.

Di tratto in tratto, Don Paolo Seccia, spirito incredulo, udendo raccontare fatti troppo singolari, saltava su:

— Ma, Don Antò, voi che dite?

Don Antonio assicurava, con una mano sul cuore:

— Testimone _oculista!_ Testimone _oculista!_ Una sera egli venne, camminando a fatica; e piano piano si mise a sedere: aveva un reuma _lungo il reno_. Un'altra sera venne, con la guancia destra un po' illividita: era caduto _di soppiatto_, cioè aveva sdrucciolato battendo la guancia sul suolo.

— Come mai,. Don Antò? — chiese qualcuno.

— Eh guardate! Ho perfino un _impegno_ rotto, egli rispose, indicando il tomaio che nel dialetto nativo si chiama _'mbígna_, come nel proverbio _Senza 'mbígna nen ze mandé la scarpe_.

Questi erano i belli ragionari di quella gente. Don Giovanni Ussorio, presente sempre, aveva delle arie padronali; ogni tanto si avvicinava a Violetta e le mormorava qualche cosa nell'orecchio, con familiarità, per ostentazione. Avvenivano lunghi intervalli di silenzio, in cui Don Grisostomo Troilo si soffiava il naso e Don Federico Sicoli tossiva come un macacco tisico portando ambo le mani alla bocca ed agitandole.

La cantatrice ravvivava la conversazione narrando i suoi trionfi di Corfù, di Ancona, di Bari. Ella a poco a poco si eccitava, si abbandonava tutta alla fantasia; con reticenze discrete, parlava di amori principeschi, di favori reali, di avventure romantiche; evocava tutti i suoi tumultuarii ricordi di letture fatte in altro tempo: confidava largamente nella credulità degli ascoltatori. Don Giovanni in quei momenti le teneva addosso gli occhi pieni d'inquietudine, quasi smarrito, pur provando un orgasmo singolare che aveva una vaga e confusa apparenza di gelosia.

Violetta finalmente s'interrompeva, sorridendo d'un sorriso fatuo.

Di nuovo, la conversazione languiva.

Allora Violetta si metteva al pianoforte e cantava. Tutti ascoltavano, con attenzione profonda. Alla fine, applaudivano.

Poi sorgeva l'Areopagita, col flauto. Una malinconia immensa prendeva gli uditori, a quel suono, uno sfinimento dell'anima e del corpo. Tutti stavano col capo basso, quasi chino sul petto, in attitudini di sofferenza.

In ultimo, tutti uscivano l'uno dietro l'altro. Come avevano presa la mano di Violetta, un po' di profumo, d'un forte profumo muschiato, restava loro nelle dita; e n'erano turbati alquanto. Allora, nella via, si riunivano in crocchio, tenevano discorsi libertini, si rinfocolavano, cercavano d'imaginare le occulte forme della cantatrice; abbassavano la voce o tacevano, se qualcuno s'appressava. Pianamente se ne andavano sotto il palazzo di Brina, dall'altra parte della piazza. E si mettevano a spiare le finestre di Violetta ancora illuminate. Su i vetri passavano ombre indistinte. A un certo punto, il lume spariva, attraversava due o tre stanze; e si fermava nell'ultima, illuminando l'ultima finestra. Dopo poco, una figura veniva innanzi a chiudere le imposte. E i riguardanti credevano riconoscere la figura di Don Giovanni. Seguitavano ancora a discorrere, sotto le stelle; e di tanto in tanto ridevano, dandosi piccole spinte a vicenda, gesticolando. Don Antonio Brattella, forse per effetto della luce d'un lampione comunale, pareva di color verde. I parassiti, a poco a poco, nel discorso, cacciavan fuori una certa animosità contro la cantatrice che spiumava con tanto garbo il loro anfitrione. Essi temevano che i larghi pasti corressero pericolo. Già Don Giovanni era più parco d'inviti. «Bisognava aprire gli occhi a quel poveretto. Un'avventuriera!..... Puah! Ella sarebbe stata capace di farsi sposare. Come no? E poi lo scandalo....»

Don Pompeo Nervi, scotendo la grossa testa vitulina, assentiva:

— È vero! È vero! Bisogna pensarci.

Don Nereo Pica, la faina, proponeva qualche mezzo, escogitava stratagemmi, egli uomo pio, abituato alle secrete e laboriose guerre della sacrestia, scaltro nel seminar le discordie.

Così quei mormoratori s'intrattenevano a lungo; e i discorsi grassi ritornavano nelle loro bocche amare. Come era la primavera, gli alberi del giardino pubblico odoravano e ondeggiavano bianchi di fioriture, dinanzi a loro: e pei vicoli vicini si vedevano sparire figure di meretrici discinte.

V.

Quando dunque Don Giovanni Ussorio, dopo aver saputo da Rosa Catana la partenza di Violetta Kutufà, rientrò nella casa vedovile e sentì il suo pappagallo modulare l'aria della farfalla e dell'ape, fu preso da un nuovo e più profondo sgomento.

Nell'andito, tutto candido, entrava una zona di sole. A traverso il cancello di ferro si vedeva il giardino tranquillo, pieno di eliotropii. Un servo dormiva sopra una stuoia, co'l cappello di paglia su la faccia.

Don Giovanni non risvegliò il servo. Salì con fatica le scale, tenendo gli occhi fissi ai gradini, soffermandosi, mormorando:

— Oh, che cosa! Oh, oh, che cosa!

Giunto alla sua stanza, si gettò sul letto, con la bocca contro i guanciali; e ricominciò a singhiozzare. Poi si sollevò. Il silenzio era grande. Gli alberi del giardino, alti sino alla finestra, ondeggiavano appena, nella quiete dell'ora. Nulla di straordinario avevano le cose in torno. Egli quasi n'ebbe meraviglia.

Si mise a pensare. Stette lungo tempo a rammentarsi le attitudini, i gesti, le parole, i minimi cenni della fuggitiva. La forma di lei gli appariva chiara, come se fosse presente. Ad ogni ricordo, il dolore cresceva; fino a che una specie di ebetudine gli occupò il cervello.

Egli rimase a sedere sul letto, quasi immobile, con gli occhi rossi, con le tempie tutte annerite dalla tintura dei capelli mista al sudore, con la faccia solcata da rughe diventate più profonde all'improvviso, invecchiato di dieci anni in un'ora; ridevole e miserevole.

Venne Don Grisostomo Troilo, che aveva saputo la novella; ed entrò. Era un uomo d'età, di piccola statura, con una faccia rotonda e gonfia, d'onde uscivan fuori due baffi acuti e sottili, bene incerati, simili a due aculei. Disse:

— Be', Giovà, che è questo?

Don Giovanni non rispose; ma scosse le spalle come per rifiutare ogni conforto. Don Grisostomo allora si mise a riprenderlo amorevolmente, con unzione, senza parlare di Violetta Kutufà.

Sopraggiunse Don Cirillo D'Amelio con Don Nereo Pica. Tutt'e due, entrando, avevano quasi un'aria trionfante.

— Hai visto? Hai visto? Giovà? Noi lo dicevaaamo! Noi lo dicevaaamo!

Essi avevano ambedue una voce nasale e una cadenza acquistata nella consuetudine del cantare su l'organo, poichè appartenevano alla Congregazione del Santissimo Sacramento. Cominciarono a imperversare contro Violetta, senza misericordia. «Ella faceva questo, questo e quest'altro».

Don Giovanni, straziato, tentava di tanto in tanto un gesto per interrompere, per non udire quelle vergogne. Ma i due seguitavano. Sopraggiunsero anche Don Pasquale Virgilio, Don Pompeo Nervi, Don Federico Sicoli, Don Tito De Sieri, quasi tutti i parassiti, insieme. Essi, così collegati, diventavano feroci. «Violetta Kutufà s'era data a Tizio, a Caio, a Sempronio... Sicuro! Sicuro!» Esponevano particolarità precise, luoghi precisi.

Ora Don Giovanni ascoltava, con gli occhi accesi, avido di sapere, invaso da una curiosità terribile. Quelle rivelazioni, in vece di disgustarlo, alimentavano in lui la brama. Violetta gli parve più desiderabile, ancora più bella; ed egli si sentì mordere dentro da una gelosia furiosa che si confondeva col dolore. Subitamente, la donna gli apparve nel ricordo atteggiata ad una posa molle. Egli più non la vide se non in quell'atto. Quell'imagine permanente gli dava le vertigini. «Oh Dio! Oh Dio! Oh! Oh!» Egli ricominciò a singhiozzare. I presenti si guardarono in volto e contennero il riso. In verità, il dolore di quell'uomo pingue calvo e deforme aveva un'espressione così ridicola che non pareva reale.

— Andatevene ora! — balbettò tra le lacrime Don Giovanni.

Don Grisostomo Troilo diede l'esempio. Gli altri seguirono. E per le scale cicalavano.

Come venne la sera, l'abbandonato si sollevò, a poco a poco. Una voce feminile chiese all'uscio:

— È permesso, Don Giovanni?

Egli riconobbe Rosa Catana e provò d'un tratto una gioia istintiva. Corse ad aprire. Rosa Catana apparve, nella penombra della stanza.

Egli disse:

— Vieni! Vieni!

La fece sedere a canto a sè, la fece parlare,, l'interrogò in mille modi. Gli pareva di soffrir meno, ascoltando quella voce familiare in cui egli per illusione trovava qualche cosa della voce di Violetta. Le prese le mani.

— Tu la pettinavi; è vero?

Le accarezzò le mani ruvide, chiudendo gli occhi, co 'l cervello un po' svanito, pensando all'abbondante capellatura disciolta che quelle mani avevano tante volte toccata. Rosa, da prima, non comprendeva; credeva a qualche subitaneo desiderio di Don Giovanni, e ritirava le mani mollemente, dicendo qualche parola ambigua, ridendo. Ma Don Giovanni mormorò:

— No, no!... Zitta! Tu la pettinavi; è vero? Tu la mettevi nel bagno; è vero?

Egli si mise a baciare le mani di Rosa, quelle mani che pettinavano, che lavavano, che vestivano Violetta. Tartagliava, baciandole; faceva versi così strani che Rosa a fatica poteva ritenere le risa. Ma ella finalmente comprese; e da femmina accorta, sforzandosi di rimanere in serietà, calcolò tutti i vantaggi ch'ella avrebbe potuto trarre dalla melensa commedia di Don Giovanni. E fu docile; si lasciò accarezzare; si lasciò chiamare Violetta; si servì di tutta l'esperienza acquistata guardando dal buco della chiave ed origliando tante volte all'uscio della padrona; cercò anche di rendere la voce più dolce.

Nella stanza ci si vedeva appena. Dalla finestra aperta entrava un chiarore roseo; e gli alberi del giardino, quasi neri, stormivano. Dai pantani dell'Arsenale giungeva il gracidare lungo delle rane. Il romorìo delle strade cittadine era indistinto.

Don Giovanni attirò la donna su le sue ginocchia; e, tutto smarrito, come se avesse bevuto qualche liquore troppo ardente, balbettava mille leziosaggini puerili, pargoleggiava, senza fine, accostando la sua faccia a quella di lei.

— Violettuccia bella! Cocò mio! Non te ne vai, Cocò!... Se te ne vai, Ninì tuo muore. Povero Ninì!... Baubaubaubauuu!

E seguitava ancora, stupidamente, come faceva prima con la cantatrice. E Rosa Catana, paziente, gli rendeva le piccole carezze, come a un bambino malaticcio e viziato; gli prendeva la testa e se la teneva contro la spalla; gli baciava gli occhi gonfi e lagrimanti; gli palpava il cranio calvo; gli ravviava i capelli untuosi.

VI.

Così Rosa Catana a poco a poco guadagnò l'eredità di Don Giovanni Ussorio, che nel marzo del 1871 moriva di paralisía.

LA MORTE DEL DUCA D'OFENA.

I.

Quando giunse di lontano il primo clamor confuso della ribellione, Don Filippo Cassàura aprì subitamente le palpebre che per solito gli pesavano su gli occhi, infiammate agli orli e arrovesciate come quelle de' piloti che navigano per mari ventosi.

— Hai sentito? — chiese al Mazzagrogna che gli stava da presso. E il tremito della voce tradiva lo sbigottimento interiore.

Rispose il maggiordomo, sorridendo:

— Non abbiate paura, Eccellenza. Oggi è San Pietro. Cantano i mietitori.

Il vecchio stette un poco in ascolto, poggiato sul gomito, con lo sguardo ai balconi. Le cortine ondeggiavano ai soffi caldi del libeccio. Le rondini a stormi passavano e ripassavano, rapide come freccie, nell'aria ardentissima. Tutti i tetti delle case sottostanti fiammeggiavano, quali rossastri, quali grigi. Oltre i tetti si distendeva la campagna immensa ed opulenta, quasi tutta d'oro in tempo di mietitura. Di nuovo chiese il vecchio:

— Ma, Giovanni, hai sentito?

Giungevano, infatti, clamori che non parevano di gioia. Il vento, rafforzandoli a intervalli e spegnendoli o mescendoli al suo fischio, li rendeva più singolari.

— Non ci badate, Eccellenza — rispose il Mazzagrogna. — Gli orecchi v'ingannano. State quieto.

Ed egli si levò per andare verso uno dei balconi.

Era un uomo tarchiato, con le gambe in arco, con le mani enormi, coperte di peli sul dorso, bestiali. Aveva gli occhi un poco obliqui, biancastri come quelli degli albini, tutta la faccia sparsa di lentiggini, pochi capelli rossi su le tempie, e l'occipite occupato da certe escrescenze dure e scure in forma di castagne.

Rimase in piedi alquanto, fra le due cortine che si gonfiavano come due vele, a investigare il piano sottoposto. Un alto polverìo levavasi dalla strada della Fara, come per passaggio di greggi numerose; e i folti nugoli, gonfiati dal vento, crescevano in forma di trombe. Di tratto in tratto, anche, i nugoli balenavano come se chiudessero gente armata.

— Ebbene? — chiese don Filippo, inquieto.

— Nulla — rispose il Mazzagrogna; ma aveva le sopracciglia corrugate profondamente.

Di nuovo, il soffio impetuoso portò un tumulto di grida lontane. Una cortina, sforzata dall'urto, si mise a sbattere e a garrire nell'aria come un gonfalone spiegato. Una porta si chiuse d'improvviso, con violenza e con fragore. I vetri ne tremarono. Le carte, accumulate sopra una tavola, si sparpagliarono per tutta la stanza.

— Chiudi! Chiudi! — gridò il vecchio, con un moto di terrore. — Mio figlio dov'è?

Egli ansava, sul letto, affogato dalla pinguedine, incapace di levarsi poichè aveva tutta la inferior parte del corpo impedita dalla paralisìa. Un continuo tremor paralitico gli agitava i muscoli del collo, i gomiti, le ginocchia. Le sue mani posavano sul lenzuolo, contorte e nodose come le ràdiche dei vecchi olivi. Un sudore abondante gli stillava dalla fronte e dal cranio calvo, rigandogli la larga faccia che era d'un color roseo disfatto, sottilissimamente venato di vermiglio come la milza dei buoi.

— Diavolo! — mormorò fra i denti il Mazzagrogna, mentre chiudeva le imposte a viva forza.

— Fanno davvero?

Ora si scorgeva su la strada della Fara, alle prime case, una moltitudine d'uomini agitata e ondeggiante, come un rigurgito di flutti, che dava indizio d'un'altra maggior moltitudine non visibile, nascosta dalla linea dei tetti e dalle querci di San Pio. La legione ausiliaria delle campagne veniva dunque ad ingrossar la ribellione. A poco a poco la folla diminuiva, internandosi nelle vie del paese e scomparendo come un popolo di formiche nei labirinti d'un formicaio. Le grida, soffocate dalle mura o ripercosse, giungevano ora come un rombo continuo, indistinte. A volte mancavano; e allora si udiva il grande stormire degli elci dinanzi al palazzo che pareva più solo.

— Mio figlio dov'è? — chiese di nuovo il vecchio, con una voce che lo sbigottimento rendeva più stridula. — Chiamalo! Lo voglio vedere.

Tremava forte, sul letto, non soltanto perchè egli era paralitico, ma perchè aveva paura. Ai primi moti sediziosi del giorno innanzi, agli urli d'un centinaio di giovinastri venuti a schiamazzare sotto i balconi contro la più recente angheria del duca d'Ofena, egli era stato preso da una così pazza paura che aveva pianto come una femminetta ed aveva passata la notte invocando i santi del Paradiso. Il pensiero della morte o del pericolo dava un indicibile terrore a quel vecchio paralitico, già semispento, in cui gli ultimi guizzi della vita eran sì dolorosi. Egli non voleva morire.

— Luigi! Luigi! — si mise a gridare, nell'ambascia, chiamando il figliuolo.