Le Novelle della Pescara

Part 11

Chapter 113,717 wordsPublic domain

— Che cosa? — chiese l'uomo di schiena lunga, avvicinandosi.

— Non sapete niente?

— Che?

— Ah! Ah! Non sapete niente ancora?

— Ma che?

Verdura si mise a ridere; e gli altri ciabattini lo imitarono. Un momento tutti quelli uomini sussultarono d'uno stesso riso rauco e incomposto, in diverse attitudini.

— Pagate tre soldi di fichi se ve lo dico?

Don Domenico, ch'era tirchio, esitò un poco. Ma la curiosità lo vinse.

— Be', pago.

Verdura chiamò una femmina e fece ammonticchiare sul suo desco le frutta. Poi disse:

— Quella signora che stava là sopra, Donna Viuletta, sapete?... Quella del teatro, sapete?...

— Be'?

— Se n'è scappata stamattina. Tombola!

— Da vero?

— Da vero, Don Domè.

— Ah, mo capisco! — esclamò Don Domenico, ch'era un uomo fino, sogghignando crudelissimamente.

E, come voleva vendicarsi della contumelia di Don Giovanni e rifarsi dei tre soldi spesi per la notizia, andò subito verso il _casino_ per divulgare la cosa, per ingrandire la cosa.

Il _casino_, una specie di bottega del caffè, stava immerso nell'ombra; e su dal tavolato sparso di acqua saliva un singolare odore di polvere e di muffa. Il dottore Panzoni russava abbandonato sopra una sedia con le braccia penzolanti. Il barone Cappa, un vecchio appassionato per i cani zoppi e per le fanciulle tenerelle, sonnecchiava discretamente su una gazzetta. Don Ferdinando Giordano moveva le bandierine su una carta rappresentante il teatro della guerra franco-prussiana. Don Settimio de Marinis discuteva di Pietro Metastasio col dottor Fiocca, non senza molti scoppi di voce e non senza una certa eloquenza fiorita di citazioni poetiche. Il notaro Gaiulli, non sapendo con chi giocare, maneggiava le carte da giuoco solitariamente e le metteva in fila sul tavolino. Don Paolo Seccia girava in torno al quadrilatero del biliardo, con passi misurati per favorire la digestione.

Don Domenico Oliva entrò con tale impeto che tutti si voltarono verso di lui, tranne il dottore Panzoni il quale rimase tra le braccia del sonno.

— Sapete? sapete?

Don Domenico era così ansioso di dire la cosa e così affannato che da prima balbettava senza farsi intendere. Tutti quei galantuomini in torno a lui pendevano dalle sue labbra, presentivano con gioia un qualche strano avvenimento che alimentasse alfine le loro chiacchiere pomeridiane. Don Paolo Seccia, che era un poco sordo da un orecchio, disse impazientito:

— Ma che v'hanno legata la lingua, Don Domè?

Don Domenico ricominciò da capo la narrazione, con più calma e più chiarezza. Disse tutto; ingrandì i furori di Don Giovanni Ussorio; aggiunse particolarità fantastiche; s'inebriò delle parole. — Capite? capite? E poi questo; e poi quest'altro...

Il dottore Panzoni al clamore aperse le palpebre; volgendo i grossi globi visivi ancora stupidi di sonno e russando ancora pel naso tutto vegetante di nèi mostruosi, disse o russò, nasalmente:

— Che c'è? Che c'è?

E con fatica puntellandosi al bastone si levò piano piano e venne nel crocchio per udire.

Il barone Cappa ora narrava, con alquanta saliva nella bocca, una storiella grassa, a proposito di Violetta Kutufà. Nelle pupille degli ascoltatori intenti passavano luccicori, a tratti. Gli occhiolini verdognoli di Don Paolo Seccia scintillavano come immersi in un umore esilarante. Alla fine, le risa scoppiarono.

Ma il dottor Panzoni, così ritto, s'era riaddormentato; poichè a lui sempre il sonno, grave come un morbo, siedeva dentro le nari. E rimase a russare, solo nel mezzo, con il capo chino sul petto; mentre gli altri si disperdevano per tutto il paese a divulgare la novella, di famiglia in famiglia.

E la novella, divulgata, mise a rumore Pescara. Verso sera, co 'l fresco della marina e con la luna crescente, tutti i cittadini uscirono per le vie e per le piazzette. Il chiacchierío fu infinito. Il nome di Violetta Kutufà correva su tutte le bocche. Don Giovanni Ussorio non fu veduto.

II.

Violetta Kutufà era venuta a Pescara nel mese di gennaio, in tempo di carnevale, con una compagnia di cantatori. Ella diceva d'essere una Greca dell'Arcipelago, di aver cantato in un teatro di Corfù al cospetto del re degli Elleni e di aver fatto impazzire d'amore un ammiraglio d'Inghilterra. Era una donna di forme opulente, di pelle bianchissima. Aveva due braccia straordinariamente carnose e piene di piccole fosse che apparivano rosee ad ogni moto; e le piccole fosse e le anella e tutte le altre grazie proprie di un corpo infantile rendevano singolarmente piacevole e fresca e quasi ridente la sua pinguedine. I lineamenti del volto erano un po' volgari: gli occhi color tané, pieni di pigrizia; le labbra grandi, piatte e come schiacciate. Il naso non rivelava l'origine greca: era corto, un poco erto, con le narici larghe e respiranti. I capelli, neri, abbondavano. Ed ella parlava con un accento molle, esitando ad ogni parola, ridendo quasi sempre. La sua voce spesso diventava roca, d'improvviso.

Quando la compagnia giunse, i Pescaresi smaniavano nell'aspettazione. I cantatori forestieri furono ammirati per le vie, nei loro gesti, nel loro incedere, nel loro vestire, e in ogni loro attitudine. Ma la persona su cui tutta l'attenzione converse fu Violetta Kutufà.

Ella portava una specie di giacca scura orlata di pelliccia e chiusa da alamari d'oro, e sul capo una specie di tôcco tutto di pelliccia, chino un po' da una parte. Andava sola, camminando speditamente; entrava nelle botteghe, trattava con un certo disdegno i bottegai, si lagnava della mediocrità delle merci, usciva senza aver nulla comprato: cantarellava, con noncuranza.

Per le vie, nelle piazzette, su tutti i muri, grandi scritture a mano annunziavano la rappresentazione della _Contessa d'Amalfi_. Il nome di Violetta Kutufà risplendeva in lettere vermiglie. Gli animi dei Pescaresi si accendevano. La sera aspettata giunse.

Il teatro era in una sala dell'antico Ospedal militare, all'estremità del paese, verso la marina. La sala era bassa, stretta e lunga come un corridoio: il palco scenico, tutto di legname e di carta dipinta, s'inalzava pochi palmi da terra; contro le pareti maggiori stavano le tribune, costruite d'assi e di tavole, ricoperte di bandiere tricolori, ornate di festoni. Il sipario, opera insigne di Cucuzzitto figlio di Cucuzzitto, raffigurava la Tragedia, la Comedia e la Musica allacciate come le tre Grazie e trasvolanti sul ponte a battelli sotto cui passava la Pescara turchina. Le sedie, tolte alle chiese, occupavano metà della platea. Le panche, tolte alle scuole, occupavano il resto.

Verso le sette la banda comunale prese a sonare in piazza e sonando fece il giro del paese; e si fermò quindi al teatro. La marcia fragorosa sollevava gli animi al passaggio. Le signore fremevano d'impazienza, nei loro belli abiti di seta. La sala rapidamente si empì.

Su le tribune raggiava una corona di signore e di signorine gloriosissima. Teodolinda Pomàrici, la filodrammatica sentimentale e linfatica, sedeva accanto a Fermina Memma la _mascula_. Le Fusilli, venute da Castellammare, grandi fanciulle dagli occhi nerissimi, vestite di una eguale stoffa rosea, tutte con i capelli stretti in treccia giù per la schiena, ridevano forte e gesticolavano. Emilia d'Annunzio volgeva attorno i belli occhi lionati con un'aria di tedio infinito. Mariannina Cortese faceva segni col ventaglio a Donna Rachele Profeta che stava di fronte. Donna Rachele Bucci con Donna Rachele Carabba ragionava di tavolini parlanti e di apparizioni. Le maestre Del Gado, vestite tutt'e due di seta cangiante, con mantellette di moda antichissime e con certe cuffie luccicanti di pagliuzze d'acciaio, tacevano, compunte, forse stordite dalla novità del caso, forse pentite d'esser venute a uno spettacolo profano. Costanza Lesbii tossiva continuamente, rabbrividendo sotto lo scialle rosso; bianca bianca, bionda bionda, sottile sottile.

Nelle prime sedie della platea sedevano gli ottimati. Don Giovanni Ussorio primeggiava, bene curato nella persona, con magnifici calzoni a quadri bianchi e neri, con soprabito di castoro lucido, con alle dita e alla camicia una gran quantità di oreficeria chietina. Don Antonio Brattella, membro dell'Areopago di Marsiglia, un uomo spirante la grandezza da tutti i pori e specialmente dal lobo auricolare sinistro ch'era grosso come un'albicocca acerba, raccontava, a voce alta, il dramma lirico di Giovanni Peruzzini; e le parole, uscendo dalla sua bocca, acquistavano una rotondità ciceroniana. Gli altri su le sedie si agitavano con maggiore o minore importanza. Il dottore Panzoni lottava in vano contro le lusinghe del sonno e di tanto in tanto faceva un rumore che si confondeva con il la degli strumenti preludianti.

— Pss! psss! pssss!

Nel teatro il silenzio divenne profondo. All'alzarsi della tela, la scena era vuota. Il suono d'un violoncello veniva di tra le quinte. Uscì Tilde, e cantò. Poi uscì Sertorio, e cantò. Poi entrò una torma di allievi e di amici, e intonò un coro. Poi Tilde si avvicinò pianamente alla finestra.

Oh! come lente l'ore Sono al desio!...

Nel pubblico incominciava la commozione, poichè doveva essere imminente un duetto di amore. Tilde, in verità, era un _primo soprano_ non molto giovine; portava un abito azzurro; aveva una capellatura biondastra che le ricopriva insufficentemente il cranio; e, con la faccia bianca di cipria, rassomigliava a una costoletta cruda e infarinata che fosse nascosta dentro una parrucca di canapa.

Egidio venne. Egli era il tenore giovine. Come aveva il petto singolarmente incavato, le gambe un po' curve, rassomigliava un cucchiaio a doppio manico, su 'l quale fosse appiccicata una di quelle teste di vitello raschiate e pulite che si veggono talvolta nelle mostre dei beccai.

Tilde! il tuo labbro è muto, Abbassi al suol gli sguardi. Un tuo gentil saluto, Dimmi, perchè mi tardi? È la tua man tremante.... Fanciulla mia, perchè?

E Tilde, con un impeto di sentimento:

In sì solenne istante Tu lo domandi a me?

Il duetto crebbe in tenerezza. Le melodie del cavaliere Petrella deliziavano le orecchie degli uditori. Tutte le signore stavano chinate sul parapetto delle tribune, immobili, attente; e i loro volti, battuti dal riflesso del verde delle bandiere, impallidivano.

Un cangiar di paradiso Il morir ci sembrerà!

Tilde uscì; ed entrò, cantando, il duca Carnioli ch'era un uomo corpulento e truculento e zazzeruto come ad un baritono si addice. Egli cantava fiorentinamente, aspirando le c iniziali, anzi addirittura sopprimendole talvolta.

Non sai tu che piombo è a ippiede La atena oniugale?

Ma quando nel suo canto nominò alfine _d'Amalfi la contessa_, corse nel pubblico un fremito lungo. La contessa era desiderata, invocata.

Chiese Don Giovanni Ussorio a Don Antonio Brattella:

— Quando viene?

Rispose Don Antonio, lasciando cadere dall'alto la risposta:

— Oh, mio Dio, Don Giovà! Non sapete? Nell'atto secondo! Nell'atto secondo!

Il sermone di Sertorio fu ascoltato con una certa impazienza. Il sipario calò fra applausi deboli. Il trionfo di Violetta Kutufà così incominciava. Un gran susurro correva per la platea, per le tribune, crescendo, mentre si udivano dietro il sipario i colpi di martello dei macchinisti. Quel lavorìo invisibile aumentava l'aspettazione.

Quando il sipario si alzò, una specie di stupore invase gli animi. L'apparato scenico parve meraviglioso. Tre arcate si prolungavano in prospettiva, illuminate; e quella di mezzo terminava in un giardino fantastico. Alcuni paggi stavano sparsi qua e là, e s'inchinavano. La contessa d'Amalfi, tutta vestita di velluto rosso, con uno strascico regale, con le braccia e le spalle nude, rosea nella faccia, entrò a passi concitati.

Fu una sera d'ebrezza, e l'alma mia N'è piena ancor....

La sua voce era disuguale, talvolta stridula, ma spesso poderosa, acutissima. Produsse nel pubblico un effetto singolare, dopo il miagolìo tenero di Tilde. Subitamente il pubblico si divise in due fazioni: le donne stavano per Tilde; gli uomini, per Leonora.

A' vezzi miei resistere Non è sì facil gioco...

Leonora aveva nelle attitudini, nei gesti, nei passi, una procacità che inebriava ed accendeva i celibi avvezzi alle flosce Veneri del vico di Sant'Agostino, e i mariti stanchi delle scipitezze coniugali. Tutti guardavano, ad ogni volgersi della cantatrice, le spalle grasse e bianche, dove al gioco delle braccia rotonde due fossette parevano ridere.

Alla fine dell'_a solo_ gli applausi scoppiarono con un fragore immenso. Poi lo svenimento della contessa, le simulazioni dinanzi al duca Carnioli, il principio del duetto, tutte le scene suscitarono applausi. Nella sala s'era addensato il calore: per le tribune i ventagli s'agitavano confusamente, e nello sventolìo le facce feminili apparivano e sparivano. Quando la contessa si appoggiò a una colonna, in un'attitudine d'amorosa contemplazione, e fu rischiarata dalla luce lunare d'un _bengala_, mentre Egidio cantava la romanza soave. Don Antonio Brattella disse forte:

— È grande!

Don Giovanni Ussorio, con un impeto subitaneo, si mise a battere le mani, solo. Gli altri imposero silenzio, poichè volevano ascoltare. Don Giovanni rimase confuso.

Tutto d'amore, tutto ha favella: La luna, il zeffiro, le stelle, il mar....

Le teste degli uditori, al ritmo della melodia petrelliana, ondeggiavano, se bene la voce di Egidio era ingrata; e gli occhi si deliziavano, se bene la luce della luna era fumosa e un po' giallognola. Ma quando, dopo un contrasto di passione e di seduzione, la contessa d'Amalfi incamminandosi verso il giardino riprese la romanza, la romanza che ancora vibrava nelle anime, il diletto degli uditori fu tanto che molti sollevavano il capo e l'abbandonavano un poco in dietro quasi per gorgheggiare insieme con la sirena perdentesi tra i fiori.

La barca è presta.... deh vieni, o bella! Amor c'invita.... vivere è amar.

In quel punto Violetta Kutufà conquistò intero Don Giovanni Ussorio che, fuori di sè, preso da una specie di furore musicale ed erotico, acclamava senza fine:

— Brava! Brava! Brava!

Disse Don Paolo Seccia, forte:

— 'O vi', 'o vi', s'è 'mpazzito Ussorio!

Tutte le signore guardavano Ussorio, stordite, smarrite. Le maestre Del Gado scorrevano il rosario, sotto le mantelline. Teodolinda Pomàrici rimaneva estatica. Soltanto le Fusilli conservavano la loro vivacità e cinguettavano, tutte rosee, facendo guizzare nei movimenti le trecce serpentine. Nel terzo atto, non i morenti sospiri di Tilde che le donne proteggevano, non le rampogne di Sertorio e Carnioli, non le canzonette dei popolani, non il monologo del malinconico Egidio, non le allegrezze delle dame e dei cavalieri ebbero virtù di distrarre il pubblico dalla voluttà antecedente. — Leonora! Leonora!

E Leonora ricomparve a braccio del conte di Lara, scendendo da un padiglione. E toccò il culmine del trionfo.

Ella aveva ora un abito violetto, ornato di galloni d'argento e di fermagli enormi. Si volse verso la platea, dando un piccolo colpo di piede allo strascico e scoprendo nell'atto la caviglia. Poi, inframmezzando le parole di mille vezzi e di mille lezii, cantò fra giocosa e beffarda:

Io son la farfalla che scherza tra i fiori....

Quasi un delirio prese il pubblico a quell'aria già nota. La contessa d'Amalfi, sentendo salire fino a sè l'ammirazione ardente degli uomini e la cupidigia, s'inebriò, moltiplicò le seduzioni del gesto e del passo; salì con la voce a supreme altitudini. La sua gola carnosa, segnata dalla collana di Venere, palpitava ai gorgheggi, scoperta.

Son l'ape che solo di mèle si pasce; M'inebrio all'azzurro d'un limpido ciel....

Don Giovanni Ussorio, rapito, guardava con tale intensità che gli occhi parevano volergli uscir fuori delle orbite. Il barone Cappa faceva un po' di bava, incantato. Don Antonio Brattella, membro dell'Areopago di Marsiglia, gonfiò, gonfiò, fin che disse, in ultimo:

— Colossale!

III.

E Violetta Kutufà così conquistò Pescara.

Per oltre un mese le rappresentazioni dell'opera del cavaliere Petrella si seguirono con favore crescente. Il teatro era sempre pieno, gremito. Le acclamazioni a Leonora scoppiavano furiose ad ogni fine di romanza. Un singolare fenomeno avveniva: tutta la popolazione di Pescara pareva presa da una specie di manìa musicale; tutta la vita pescarese pareva chiusa nel circolo magico di una melodia unica, di quella ov'è la farfalla che scherza tra i fiori. Da per tutto, in tutte le ore, in tutti i modi, in tutte le possibili variazioni, in tutti gli strumenti, con una persistenza stupefacente, quella melodia si ripeteva; e l'imagine di Violetta Kutufà collegavasi alle note cantanti, come, Dio mi perdoni, agli accordi dell'organo l'imagine del Paradiso. Le facoltà musiche e liriche, le quali nel popolo aternino sono nativamente vivissime, ebbero allora una espansione senza limiti. I monelli fischiavano per le vie; tutti i dilettanti sonatori provavano. Donna Lisetta Memma sonava l'aria sul gravicembalo, dall'alba al tramonto; Don Antonio Brattella la sonava sul flauto; Don Domenico Quaquino sul clarinetto; Don Giacomo Palusci, il prete, su una sua vecchia spinetta rococò; Don Vincenzo Rapagnetta sul violoncello; Don Vincenzo Ranieri su la tromba; Don Nicola d'Annunzio sul violino. Dai bastioni di Sant'Agostino all'Arsenale e dalla Pescheria alla Dogana, i vari suoni si mescolavano e contrastavano e discordavano. Nelle prime ore del pomeriggio il paese pareva un qualche grande ospizio di pazzi incurabili. Perfino gli arrotini, affilando i coltelli alla ruota, cercavano di seguire con lo stridore del ferro e della cote il ritmo.

Com'era tempo di carnevale, nella sala del teatro fu dato un festino pubblico.

Il giovedì grasso, alle dieci di sera, la sala fiammeggiava di candele steariche, odorava di mortelle, risplendeva di specchi. Le maschere entravano a stuoli. I pulcinelli predominavano. Sopra un palco, fasciato di veli verdi e constellato di stelle di carta argentea, l'orchestra incominciò a sonare. Don Giovanni Ussorio entrò.

Egli era vestito da gentiluomo spagnuolo, e pareva un conte di Lara più grasso. Un berretto azzurro con una lunga piuma bianca gli copriva la calvizie; un piccolo mantello di velluto rosso gli ondeggiava su le spalle, gallonato d'oro. L'abito metteva più in vista la prominenza del ventre e la picciolezza delle gambe. I capelli, lucidi di olii cosmetici, parevano una frangia artificiale attaccata intorno al berretto ed erano più neri del consueto.

Un pulcinella impertinente, passando, strillò con la voce falsa:

— Mamma mia!

E fece un gesto di orrore così buffonesco, dinanzi al travestimento di Don Giovanni, che in torno molte risa scampanellarono. La Ciccarina, tutta rosea dentro il cappuccio nero della bautta, simile a un bel fiore di carne, rideva d'un riso luminosissimo, dondolandosi fra due arlecchini cenciosi.

Don Giovanni si perse tra la folla, con dispetto. Egli cercava Violetta Kutufà. I sarcasmi delle altre maschere lo inseguivano e lo ferivano. D'un tratto egli s'incontrò in un secondo gentiluomo di Spagna, in un secondo conte di Lara. Riconobbe Don Antonio Brattella, ed ebbe una fitta al cuore. Già tra quei due uomini la rivalità era scoppiata.

— Quanto 'sta nespola? — squittì Don Donato Brandimarte, velenosamente, alludendo all'escrescenza carnosa che il membro dell'Areopago di Marsiglia aveva nell'orecchio sinistro.

Don Giovanni esultò di una gioia feroce. I due rivali si guardarono e si osservarono dal capo alle piante; e si mantennero sempre l'uno poco discosto dall'altro, pur girando tra la folla.

Alle undici, nella folla corse una specie di agitazione. Violetta Kutufà entrava.

Ella era vestita diabolicamente, con un dominò nero a lungo cappuccio scarlatto e con una mascherina scarlatta su la faccia. Il mento rotondo e niveo, la bocca grossa e rossa si vedevano a traverso un sottil velo. Gli occhi, allungati e resi un po' obliqui dalla maschera, parevano ridere.

Tutti la riconobbero, subito; e tutti quasi fecero ala al passaggio di lei. Don Antonio Brattella si avanzò, leziosamente, da una parte. Dall'altra si avanzò Don Giovanni. Violetta Kutufà ebbe un rapido sguardo per gli anelli che brillavano alle dita di quest'ultimo. Indi prese il braccio dell'Areopagita. Ella rideva, e camminava con un certo vivace ondeggiare de' lombi. L'Areopagita, parlandole e dicendole le sue solite gonfie stupidezze, la chiamava contessa, e intercalava nel discorso i versi lirici di Giovanni Peruzzini. Ella rideva e si piegava verso di lui e premeva il braccio di lui, ad arte, perchè gli ardori e gli sdilinquimenti di quel brutto e vano signore la dilettavano. A un certo punto, l'Areopagita, ripetendo le parole del conte di Lara nel melodramma petrelliano, disse, anzi sommessamente cantò:

— Poss'io dunque sperarrr?

Violetta Kutufà rispose, come Leonora:

— Chi ve lo vieta?... Addio.

E, vedendo Don Giovanni poco discosto, si staccò dal cavaliere affascinato e si attaccò all'altro che già da qualche tempo seguiva con occhi pieni d'invidia e di dispetto gli avvolgimenti della coppia tra la folla danzante.

Don Giovanni tremò, come un giovincello al primo sguardo della fanciulla adorata. Poi, preso da un impeto glorioso, trasse la cantatrice nella danza. Egli girava affannosamente, con il naso sul seno della donna; e il mantello gli svolazzava dietro, la piuma gli si piegava, rivi di sudore misti ad olii cosmetici gli colavano giù per le tempie. Non potendo più, si fermò. Traballava per la vertigine. Due mani lo sorressero; e una voce beffarda gli disse nell'orecchio:

— Don Giovà, riprendete fiato!

Era la voce dell'Areopagita, il quale a sua volta trasse la bella nella danza.

Egli ballava tenendo il braccio sinistro arcuato sul fianco, battendo il piede ad ogni cadenza, cercando parer leggiero e molle come una piuma, con atti di grazia così goffi e con smorfie così scimmiescamente mobili che intorno a lui le risa e i motti dei pulcinelli cominciarono a grandinare.

— Un soldo si paga, signori!

— Ecco l'orso della Polonia, che balla come un cristiano! Mirate, signori!

— Chi vuol nespoleeee? Chi vuol nespoleeee?

— 'O vi'! 'O vi'! L'urangutango!

Don Antonio fremeva, dignitosamente, pur seguitando a ballare.

In torno a lui altre coppie giravano. La sala si era empita di gente variissima; e nel gran calore le candele ardevano con una fiamma rossiccia, tra i festoni di mortella. Tutta quella agitazione multicolore si rifletteva negli specchi.

La Ciccarina, la figlia di Montagna, la figlia di Suriano, le sorelle Montanaro apparivano e sparivano, mettendo nella folla l'irraggiamento della loro fresca bellezza plebea. Donna Teodolinda Pomàrici, alta e sottile, vestita di raso azzurro, come una madonna, si lasciava portare trasognata; e i capelli sciolti in anella le fluttuavano su gli omeri. Costanzella Caffè, la più agile e la più infaticabile fra le danzatrici e la più bionda, volava da una estremità all'altra in un baleno. Amalia Solofra, la rossa dai capelli quasi fiammeggianti, vestita da forosetta, con audacia senza pari, aveva il busto di seta sostenuto da un solo nastro che contornava l'appiccatura del braccio; e, nella danza, a tratti le si vedeva una macchia scura sotto le ascelle. Amalia Gagliano, la bella dagli occhi cisposi, vestita da maga, pareva una cassa funeraria che camminasse verticalmente. Una specie di ebrietà teneva tutte quelle fanciulle. Esse erano alterate dall'aria calda e densa, come da un falso vino. Il lauro e la mortella formavano un odore singolare, quasi ecclesiastico.

La musica cessò. Ora tutti salivano i gradini conducenti alla sala dei rinfreschi.

Don Giovanni Ussorio venne ad invitare Violetta a cena. L'Areopagita, per mostrare d'essere in grande intimità con la cantatrice, si chinava verso di lei e le susurrava qualche cosa all'orecchio e poi si metteva a ridere. Don Giovanni non si curò del rivale.

— Venite, contessa? — disse, tutto cerimonioso, porgendo il braccio.