Le Novelle della Pescara

Part 10

Chapter 103,843 wordsPublic domain

L'Ummálido rimase solo. Lo scampanìo cresceva, mutando metro. La luce del giorno cominciava a diminuire. Un ulivo, investito dal vento, batteva i rami contro la finestra bassa.

L'Ummálido, seduto, si mise a bagnare la mano, a poco a poco. Come il sangue e i grumi cadevano, il guasto appariva maggiore.

L'Ummálido pensò:

— È tutt'inutile! È pirdute. Sante Gunzelve, a te le offre.

Prese un coltello, e uscì. Le vie erano deserte. Tutti i devoti erano nella chiesa. Sopra le case correvano le nuvole violacee del tramonto di settembre, come mandre fuggiasche.

Nella chiesa la moltitudine agglomerata cantava quasi in coro, al suono degli stromenti, per intervalli misurati. Un calore intenso emanava dai corpi umani e dai ceri accesi. La testa argentea di san Gonselvo scintillava dall'alto come un faro.

L'Ummálido entrò. Fra la stupefazione di tutti, camminò sino all'altare.

Egli disse, con voce chiara, tenendo nella sinistra il coltello:

— Sante Gunzelve, a te le offre.

E si mise a tagliare in torno al polso destro, pianamente, in cospetto del popolo che inorridiva. La mano informe si distaccava a poco a poco, tra il sangue. Penzolò un istante trattenuta dagli ultimi filamenti. Poi cadde nel bacino di rame che raccoglieva le elargizioni di pecunia, ai piedi del Patrono.

L'Ummálido allora sollevò il moncherino sanguinoso; e ripetè con voce chiara:

— Sante Gunzelve, a te le offre.

LA VEGLIA FUNEBRE.

Il cadavere del sindaco Biagio Mila, già tutto vestito e con la faccia coperta d'una pezzuola umida d'acqua e d'aceto, stava disteso nel letto, quasi in mezzo alla stanza tra quattro ceri. Vegliavano, nella stanza, la moglie e il fratello del morto ai due lati.

Rosa Mila poteva avere circa venticinque anni. Era una donna fiorita, di carnagione chiara, con la fronte un po' bassa, le sopracciglia lungamente arcuate, gli occhi grigi e larghi e nell'iride variegati come agate. Possedendo in grande abbondanza capelli, ella quasi sempre aveva la nuca e le tempie e gli occhi nascosti da molte ciocche ribelli. In tutta la persona le splendeva la nitidezza della sanità; e la sua fresca pelle aveva il profumo dei frutti prelibati.

Emidio Mila, il cherico, poteva avere circa la stessa età. Era magro, con nel volto il colore bronzino di chi vive nella campagna al pieno sole. Una molle lanugine rossiccia gli copriva le guance; i denti forti e bianchi davano al suo sorriso una bellezza virile; e gli occhi suoi giallognoli lucevano talvolta come due zecchini nuovi.

Ambedue tacevano: l'una scorrendo con le dita un rosario di vetro, l'altro guardando il rosario scorrere. Ambedue avevano l'indifferenza che la nostra gente campestre suole avere dinanzi al mistero della morte.

Emidio disse, con un lungo sospiro:

— Fa caldo, stanotte.

Rosa sollevò gli occhi per assentire.

Nella stanza un poco bassa la luce oscillava secondo i moti delle fiammelle. Le ombre si raccoglievano ora in un angolo ora in una parete, variando di forme e di intensità. Le vetrate della finestra erano aperte, ma le persiane restavano chiuse. Di tratto in tratto le tende di mussolo bianco si movevano come per un fiato. Sul candore del letto il corpo di Biagio pareva dormire.

Le parole di Emidio caddero nel silenzio. La donna chinò di nuovo la testa, e ricominciò a scorrere il rosario lentamente. Alcune stille di sudore le imperlavano la fronte, e la respirazione le era faticosa. Emidio, dopo un poco, domandò:

— A che ora verranno a prenderlo, domani?

Ella rispose, nel natural suono della sua voce:

— Alle dieci, con la congregazione del Sacramento.

Quindi ancora tacquero. Dalla campagna giungeva il gracidare assiduo delle rane, giungevano a quando a quando gli odori delle erbe. Nella tranquillità perfetta Rosa udì una specie di gorgoglìo roco escir dal cadavere, e con un atto di orrore si levò dalla sedia, e fece per allontanarsi.

— Non abbiate paura, Rosa. Sono umori — disse il cognato, tendendole la mano per rassicurarla.

Ella prese la mano, istintivamente; e la tenne, stando in piedi. Tendeva gli orecchi per ascoltare, ma guardava altrove. I gorgoglìi si prolungavano dentro il ventre del morto, e parevano salire verso la bocca.

— Non è nulla, Rosa. Quietatevi — soggiunse il cognato, accennandole di sedere sopra un cassone da nozze coperto d'un lungo cuscino a fiorami.

Ella sedette, accanto a lui, tenendolo ancora per mano, nel turbamento. Come il cassone non era molto grande, i gomiti dei seduti si toccavano.

Il silenzio tornò. Un canto di trebbiatori sorse di fuori in lontananza.

— Fanno le trebbie di notte, al lume della luna — disse la donna, volendo parlare per ingannar la paura e la stanchezza.

Emidio non aprì bocca. E la donna ritrasse la mano, poichè quel contatto ora cominciava a darle un senso vago d'inquietudine.

Ambedue ora erano occupati da uno stesso pensiero che li aveva colti d'improvviso; ambedue ora erano tenuti da uno stesso ricordo, da un ricordo di amori agresti nel tempo della pubertà.

Essi, in quel tempo, vivevano nelle case di Caldore, su la collina solatìa, al quadrivio. Sul limite d'un campo di fromento sorgeva un muro alto costruito di sassi e di terra argillosa. Dal lato di mezzodì, che i parenti di Rosa possedevano, come ivi era più lento e dolce il calor del sole, una famiglia di alberi fruttiferi prosperava e moltiplicava. Alla primavera gli alberi fiorivano in comunione di letizia; e le cupole argentee o rosee o violacee s'incurvavano sul cielo coronando il muro e dondolavano come per inalzarsi nell'aria e facevano insieme un ronzío sonnifero come d'api mellificanti.

Dietro il muro, dalla parte degli alberi Rosa in quel tempo soleva cantare.

La voce limpida e fresca zampillava come una fontana, sotto le corone dei fiori.

Per una lunga stagione di convalescenza Emidio aveva udito quel canto. Egli era debole e famelico. Per sfuggire alla dieta, scendeva dalla casa furtivamente, celando sotto gli abiti un gran pezzo di pane, e camminava lungo il muro, nell'ultimo solco del grano, fin che non giungeva al luogo della beatitudine.

Allora si sedeva, con le spalle contro i sassi riscaldati, e cominciava a mangiare. Mordeva il pane e sceglieva una spiga tenera: ogni granello aveva in sè una minuta stilla di succo simile a latte e aveva un fresco sapor di farina. La voluttà del gusto e la voluttà dell'udito nel convalescente si confondevano quasi in una sola sensazione infinitamente dilettosa. Cosicchè in quell'ozio, tra quel calore, tra quelli odori che davano all'aria quasi la cordial saporità del vino, anche la voce femminile diveniva per lui un naturale alimento di rinascenza e come un nutrimento fisico che gli si fondeva nelle vene.

Il canto di Rosa era dunque una causa di guarigione. E, quando la guarigione fu compiuta, la voce di Rosa ebbe sempre sul beneficato una virtù sensuale.

Dopo d'allora, poichè tra le due famiglie la dimestichezza divenne grande, sorse in Emidio uno di quei taciturni e timidi e solitarii amori che divorano le forze dell'adolescenza.

Di settembre, prima che Emidio partisse pel seminario, le due famiglie riunite andarono in un pomeriggio a merendare nel bosco, lungo il fiume.

La giornata era molle, e i tre carri tirati dai bovi avanzavano lungo i canneti fioriti.

Nel bosco la merenda fu fatta su l'erba, in una radura circolare limitata da fusti di pioppi giganteschi. L'erba corta era tutta piena di certi piccoli fiori violacei che esalavano un profumo sottile; qua e là nell'interno discendevano tra il fogliame larghe zone di sole; e la riviera in basso pareva ferma, aveva una pace lacustre, una pura trasparenza ove le piante acquatiche dormivano immote.

Dopo la merenda, alcuni si sparpagliarono per la riva, altri rimasero distesi supini.

Rosa ed Emidio si trovarono insieme; si presero a braccio e cominciarono a camminare per un sentiero segnato tra i cespugli.

Ella si appoggiava tutta su lui; rideva, strappava le foglie ai virgulti nel passaggio, morsicchiava gli steli amari, rovesciava la testa in dietro per guardar le ghiandaie fuggiasche. Nel moto il pettine di tartaruga le scivolò dai capelli che d'un tratto le si diffusero su le spalle con una stupenda ricchezza.

Emidio si chinò insieme a lei per raccogliere il pettine. Nel rialzarsi, le due teste si urtarono un poco. Rosa, reggendosi la fronte tra le mani, gridava tra le risa:

— Ahi! Ahi!

Il giovinetto la guardava, sentendosi fremere sin nelle midolle e sentendosi impallidire e temendo di tradirsi.

Ella distaccò con l'unghie da un tronco una lunga spirale d'edera, se l'avvolse alle trecce con un attorcigliamento rapido e fermò la ribellione su la nuca con i denti del pettine. Le foglie verdi, talune rossastre, mal contenute, rompevano fuori irregolarmente. Ella chiese:

— Così vi piaccio?

Ma Emidio non aprì bocca; non seppe che rispondere.

— Ah, non va bene! Siete forse muto?

Egli aveva voglia di cadere in ginocchio. E, come Rosa rideva d'un riso scontento, egli si sentiva quasi salire il pianto agli occhi per l'angoscia di non poter trovare una parola sola.

Seguitarono a camminare. In un punto un'alberella abbattuta impediva il passaggio. Emidio con ambe le mani sollevò il fusto, e Rosa passò di sotto ai rami verdeggianti che un istante la incoronarono.

Più in là incontrarono un pozzo ai cui fianchi stavano due bacini di pietra rettangolari. Gli alberi densi formavano intorno e sopra il pozzo una chiostra di verdura. Ivi l'ombra era profonda, quasi umida. La vôlta vegetale si rispecchiava perfettamente nell'acqua che giungeva a metà dei parapetti di mattone.

Rosa disse, distendendo le braccia:

— Come si sta bene qui!

Poi raccolse l'acqua nel concavo della palma, con un'attitudine di grazia, e sorseggiò. Le gocciole le cadevano di tra le dita e le imperlavano la veste.

Quando fu dissetata, con tutt'e due le palme raccolse altr'acqua, e l'offerse al compagno lusinghevolmente:

— Bevete!

— Non ho sete — balbettò Emidio istupidito.

Ella gli gettò l'acqua in viso, facendo con il labbro inferiore una smorfia quasi di dispregio. Poi si distese dentro uno dei bacini asciutti, come in una culla, tenendo i piedi fuori dell'orlo, e scotendoli irrequietamente. A un tratto si rialzò, guardò Emidio con uno sguardo singolare:

— Dunque? Andiamo.

Si rimisero in cammino, tornarono al luogo della riunione, sempre in silenzio. I merli fischiavano su le loro teste; fasci orizzontali di raggi attraversavano i loro passi; e il profumo del bosco cresceva intorno a loro.

Alcuni giorni dopo, Emidio partiva.

Alcuni mesi dopo, il fratello d'Emidio prendeva in moglie Rosa.

Nei primi anni di seminario il cherico aveva pensato spesso alla nuova cognata. Nella scuola, mentre i preti spiegavano l'_Epitome historiæ sacræ_, egli aveva fantasticato di lei. Nello studio, mentre i suoi vicini, nascosti dai leggii aperti, si davano fra loro a pratiche oscene, egli aveva chiuso la faccia tra le mani, e s'era abbandonato ad immaginazioni impure. Nella chiesa, mentre le litanie alla Vergine sonavano, egli, dietro l'invocazione alla _Rosa mystica_, era fuggito lontano.

E, come aveva appresa dai condiscepoli la corruzione, la scena del bosco gli era apparsa in una nuova luce. E il sospetto di non avere indovinato, il rammarico di non aver saputo cogliere un frutto che gli si offriva, allora lo tormentarono stranamente.

Dunque era così? Dunque Rosa un giorno lo aveva amato? Dunque egli era passato inconsapevole accanto a una grande gioia?

E questo pensiero ogni giorno si faceva più acuto, più insistente, più incalzante, più angustioso. E ogni giorno egli se ne pasceva con maggiore intensità di sofferenza; finchè, nella lunga monotonia della vita sacerdotale, questo pensiero divenne per lui una specie di morbo immedicabile, e dinanzi alla irrimediabilità della cosa egli fu preso da uno scoramento immenso, da una melanconia senza fine.

— Dunque egli non aveva saputo!

Nella stanza ora i ceri lacrimavano. Di tra le stecche delle persiane chiuse entravano soffi di vento più forti, e facevano inarcare le tende.

Rosa, invasa pianamente dal sopore, chiudeva di tanto in tanto le palpebre; e come la testa le cadeva sul petto, le riapriva subitamente.

— Siete stanca? — chiese con molta dolcezza il cherico.

— Io, no — rispose la donna, riprendendo gli spiriti ed ergendosi su la vita.

Ma nel silenzio di nuovo il sopore le occupò i sensi. Ella teneva la testa appoggiata alla parete: i capelli le empivano tutto il collo, dalla bocca semiaperta le usciva la respirazione lenta e regolare. Così ella era bella; e nulla in lei era più voluttuoso che il ritmo del seno e la visibile forma dei ginocchi sotto la gonna leggiera. Un soffio repentino fece gemere le tende e spense i due ceri più vicini alla finestra.

— S'io la baciassi? — pensò Emidio, per una suggestione improvvisa della carne guardando l'assopita.

Ancora i canti umani si propagavano nella notte di giugno, con la solennità delle cadenze liturgiche; e sorgevano di lontananza in lontananza le risposte in diversi toni, senza compagnia di stromenti. Poichè il plenilunio doveva essere alto, il fioco lume interno non valeva a vincere l'albore che pioveva copioso su le persiane, e si versava fra gli intervalli del legno.

Emidio si volse verso il letto mortuario. I suoi occhi, scorrendo la linea rigida e nera del cadavere, si fermarono involontariamente su la mano, su una mano gonfia e giallastra, un po' adunca, solcata di trame livide nel dorso; e prestamente si ritrassero. Piano piano, nell'inconsapevolezza del sonno, la testa di Rosa, quasi segnando su la parete un semicerchio, si chinò verso il cherico turbato. La reclinazione della bella testa muliebre fu in atto dolcissima; e, poichè il movimento alterò un poco il sonno, tra le palpebre a pena a pena sollevate apparve un lembo d'iride e scomparve nel bianco, quasi come una foglia di viola nel latte.

Emidio rimase immobile, tenendo contro l'omero il peso. Egli frenava il respiro per tema di destare la dormiente, e un'angoscia enorme l'opprimeva per il battito del cuore e dei polsi e delle tempie, che pareva empire tutta la stanza. Ma, come il sonno di Rosa continuava, a poco a poco egli si sentì illanguidire e mancare in una mollezza invincibile, guardando quella gola femminea che le collane di Venere segnavano di voluttà, aspirando quell'alito caldo e l'odor dei capelli.

Un nuovo soffio, carico di profumo notturno, piegò la terza fiammella e la spense.

Allora senza più pensare, senza più temere, abbandonandosi tutto alla tentazione, il vegliante baciò la donna in bocca.

Al contatto, ella si destò di soprassalto; aprì gli occhi stupefatti in faccia al cognato, divenne pallida pallida.

Poi, lentamente si raccolse i capelli su la nuca; e stette là, con il busto eretto, tutta vigile, guardando dinanzi a sè nelle ombre varianti.

— Chi ha spento i ceri?

— Il vento.

Non altro dissero. Ambedue rimanevano sul cassone da nozze, come prima, seduti a canto, sfiorandosi con i gomiti, in una incertezza penosa, evitando con una specie di artificio mentale che la loro coscienza giudicasse il fatto e lo condannasse. Spontaneamente ambedue rivolsero l'attenzione alle cose esteriori, in quest'operazione dello spirito mettendo un'intensità fittizia, concorrendovi pure con l'attitudine della persona. E a poco a poco una specie di ebrietà li conquistava.

I canti, nella notte, seguitavano e s'indugiavano per l'aria lunghissimamente, e s'ammollivano lusinghevolmente di risposta in risposta. Le voci maschili e le voci feminili facevano un componimento amoroso. Talvolta una sola voce emergeva su le altre altissima, dando una nota unica, in torno a cui gli accordi concorrevano come onde in torno al medio filo d'una corrente fluviatile. Ora, ad intervalli, sul principio di ciascun canto, si udiva la vibrazione metallica di una chitarra accordata in diapente; e tra una ripresa e l'altra si udivano gli urti misurati delle trebbie in sul terreno.

I due ascoltavano.

Forse per una vicenda del vento, ora gli odori non erano più gli stessi. Venivano, forse dalla collina d'Orlando, i profumi possenti dell'agrumeto; forse dai giardini di Scalia i profumi delle rose, così densi che davano all'aria il sapore delle confetture nuziali; forse dal padule della Farnia le fragranze umide dei giaggioli, che respirate deliziavano come un sorso d'acqua.

I due rimanevano ancora taciturni, sul cassone, immobili, oppressi dalla voluttà della notte lunare. Dinanzi a loro l'ultima fiammella oscillava rapidamente, e curvandosi faceva lacrimare il cero consunto. Ad ogni tratto, pareva sul punto di spegnersi. I due non si movevano. Stavano là ansiosi, con gli occhi dilatati e fissi, a guardare la tremula fiammella moritura. D'improvviso il vento inebriante la spense. Allora, senza temere l'ombra, con un'avidità concorde, nel medesimo tempo, l'uomo e la donna si strinsero l'uno all'altra, si allacciarono, si cercarono con la bocca, perdutamente, ciecamente, senza parlare, soffocandosi di carezze.

LA CONTESSA D'AMALFI.

I.

Quando, verso le due del pomeriggio, Don Giovanni Ussorio stava per mettere il piede su la soglia della casa di Violetta Kutufà, Rosa Catana apparve in cima alle scale e disse a voce bassa, tenendo il capo chino:

— Don Giovà, la signora è partita.

Don Giovanni, alla novella improvvisa, rimase stupefatto; e stette un momento, con gli occhi spalancati, con la bocca aperta, a guardare in su, quasi aspettando altre parole esplicative. Poichè Rosa taceva, in cima alle scale, torcendo fra le mani un lembo del grembiule e un poco dondolandosi, egli chiese:

— Ma come? ma come?...

E salì alcuni gradini, ripetendo con una lieve balbuzie:

— Ma come? ma come?

— Don Giovà, che v'ho da dire? È partita.

— Ma come?

— Don Giovà, io non saccio, mo.

E Rosa fece qualche passo nel pianerottolo, verso l'uscio dell'appartamento vuoto. Ella era una femmina piuttosto magra, con i capelli rossastri, con la pelle del viso tutta sparsa di lentiggini. I suoi larghi occhi cinerognoli avevano però una vitalità singolare. La eccessiva distanza tra il naso e la bocca dava alla parte inferiore del viso un'apparenza scimmiesca.

Don Giovanni spinse l'uscio socchiuso ed entrò nella prima stanza, poi entrò nella seconda, poi nella terza; fece il giro di tutto l'appartamento, a passi concitati; si fermò nella piccola camera del bagno. Il silenzio quasi lo sbigottì; un'angoscia enorme gli prese l'animo.

— È vero! È vero! — balbettava, guardandosi a torno, smarrito.

Nella camera i mobili erano al loro posto consueto. Mancavano però su la tavola, a piè dello specchio rotondo, le fiale di cristallo, i pettini di tartaruga, le scatole, le spazzole, tutti quei minuti oggetti che servono alla cura della bellezza muliebre. Stava in un angolo una specie di gran bacino di zinco in forma di chitarra; e dentro il bacino l'acqua traluceva, tinta lievemente di roseo da una essenza. L'acqua esalava un profumo sottile che si mesceva nell'aria col profumo della cipria. L'esalazione aveva in sè qualche cosa di carnale.

— Rosa! Rosa! — chiamò Don Giovanni, con la voce soffocata, sentendosi invadere da un rammarico immenso.

La femmina comparve.

— Racconta com'è stato! Per dove è partita? E quando è partita? E perchè? — chiedeva Don Giovanni, facendo con la bocca una smorfia puerile e buffa come per rattenere il pianto o per respingere il singhiozzo. Egli aveva presi ambedue i polsi di Rosa; e così la sollecitava a parlare, a rivelare.

— Io non saccio, signore... Stamattina ha messa la roba nelle valige; ha mandato a chiamare la carrozza di Leone; e se n'è andata senza dire niente. Che ci volete fare? Tornerà.

— Torneràaa? — piagnucolò Don Giovanni, sollevando gli occhi dove già le lacrime incominciavano a sgorgare. — Te l'ha detto? Parla!

E quest'ultimo verbo fu uno strillo quasi minaccioso e rabbioso.

— Eh... veramente a me m'ha detto: «Addio, Rosa. Non ci vediamo più...» Ma... insomma... chi lo sa!... Tutto può essere.

Don Giovanni si accasciò sopra una sedia, a queste parole; e si mise a singhiozzare con tanto impeto di dolore che la femmina ne fu quasi intenerita.

— Don Giovà, mo che fate? Non ci stanno altre femmine a questo mondo? Don Giovà, mo vi pare?...

Don Giovanni non intendeva. Seguitava a singhiozzare come un bambino, nascondendo la faccia nel grembiule di Rosa Catana; e tutto il suo corpo era scosso dai sussulti del pianto.

— No, no, no... Voglio Violetta! Voglio Violetta!

A quello stupido pargoleggiare, Rosa non potè tenersi di sorridere. E si diede a lisciare il cranio calvo di Don Giovanni, mormorando parole di consolazione:

— Ve la ritrovo io Violetta; ve la ritrovo io... Zitto! Zitto! Non piangete più, Don Giovannino. La gente che passa può sentire. Mo vi pare, mo?

Don Giovanni, a poco a poco, sotto la carezza amorevole, frenava le lacrime: si asciugava gli occhi al grembiule.

— Oh! Oh! che cosa! — esclamò, dopo essere stato un momento con lo sguardo fisso al bacino di zinco, dove l'acqua scintillava ora sotto un raggio. — Oh! Oh! che cosa! Oh!

E si prese la testa fra le mani, e due o tre volte oscillò come fanno talora gli scimmioni prigionieri.

— Via, Don Giovannino, via! — diceva Rosa Catana, prendendolo pianamente per un braccio e tirandolo.

Nella piccola camera il profumo pareva crescere. Le mosche ronzavano innumerevoli in torno a una tazza dov'era un residuo di caffè. Il riflesso dell'acqua nella parete tremolava come una sottil rete di oro.

— Lascia tutto così! — raccomandò Don Giovanni alla femmina, con una voce interrotta dai singulti mal repressi. E discese le scale, scotendo il capo su la sua sorte. Egli aveva gli occhi gonfi e rossi, a fior di testa, simili a quelli di certi cani imbastarditi. Il suo corpo rotondo, dal ventre prominente, gravava su due gambette un poco volte in dentro. In torno al suo cranio calvo girava una corona di lunghi capelli arricciati, che parevano non crescere dalla cotenna ma dalle spalle e salire verso la nuca e le tempie. Egli con le mani inanellate, di tanto in tanto, soleva accomodare qualche ciocca scomposta: gli anelli preziosi e vistosi gli rilucevano perfino nel pollice, e un bottone di corniola grosso come una fragola gli fermava lo sparato della camicia a mezzo il petto.

Come uscì alla luce viva della piazza, provò di nuovo uno smarrimento invincibile. Alcuni ciabattini attendevano all'opera loro, lì accanto, mangiando fichi. Un merlo in gabbia fischiava l'inno di Garibaldi, continuamente, ricominciando sempre da capo, con una persistenza accorante.

— Servo suo, Don Giovanni! — disse Don Domenico Oliva passando e togliendosi il cappello con quella sua gloriosa cordialità napoletana. E, mosso a curiosità dall'aspetto sconvolto del signore, dopo poco ripassò e risalutò con maggior larghezza di gesto e di sorriso. Egli era un uomo che aveva il busto lunghissimo e le gambe corte e l'atteggiamento della bocca involontariamente irrisorio. I cittadini di Pescara lo chiamavano Culinterra.

— Servo suo!

Don Giovanni, in cui un'ira velenosa cominciava a fermentare poichè le risa dei mangiatori di fichi e i sibili del merlo lo irritavano, al secondo saluto voltò dispettoso le spalle e si mosse, credendo quel saluto un'irrisione.

Don Domenico, stupefatto, lo seguiva.

— Ma... Don Giovà!... sentite... ma...

Don Giovanni non voleva ascoltare. Camminava innanzi a passi lesti, verso la sua casa. Le fruttivendole e i maniscalchi lungo la via guardavano, senza capire, l'inseguimento di quei due uomini affannati e gocciolanti di sudore sotto il solleone.

Giunto alla porta, Don Giovanni, che quasi stava per scoppiare, si voltò come un aspide, giallo e verde per la rabbia.

— Don Domè, o Don Domè, io ti do in capo!

Ed entrò, dopo la minaccia; e chiuse la porta dietro di sè con violenza.

Don Domenico, sbigottito, rimase senza parole in bocca. Poi rifece la via, pensando quale potesse essere la causa del fatto. Matteo Verdura, uno dei mangiatori di fichi, chiamò:

— Venite! venite! Vi debbo dire 'na cosa grande.