Part 5
Furio Valerio era primo tra tutti. Agile come l’antilope, superava la sua gente. Ombra gli era alle terga. Cozzaron primi contro l’oscuro baluardo poi fu la mischia e la rotta dei fedeli d’Asrael.
Or come i soldati sostarono al comando e si rivolser d’intorno e si ricercaron con gli occhi, due uomini mancavano al muto appello: Furio Valerio e Giorgio degli Antoni.
Ogni ricerca fallì. La sera, alle trincee, li dettero come sperduti fra il silenzio del cielo e del deserto.
VIII.
Ancora il fanciullo implorò con la sua voce dispenta:
— Lasciami qui. Viene il buio.... non arriverò alle trincee!... Salvati!...
Ma Ombra non rispondeva. Una tremenda furia di vento scendeva dall’oscura vastità traendo seco nembi di sabbie che saettavan nell’ultimo crepuscolo, simili a impenetrabili nubi rigonfie levate dalla terra alle sommità dell’aria. La notte era prossima. Là dove l’astro era disceso, sui cieli della stella d’oro, saliva, fra l’abbaglio ininterrotto dei baleni, una cupola nera e densa e grave come il piombo; saliva compatta, lasciando un deciso confine fra sè e il sereno, senza interposte nubi. E dal cielo alla terra era un diffuso orrore.
Ombra si fermò. Depose il ferito allo scarso riparo di una duna; gli si pose contro, dal lato in cui il vento più faceva impeto; si accosciò; tacque.
Furio Valerio chiuse gli occhi come a sopire la viva sofferenza ed era esangue, di un bianco pallor mortale.
Non dissero verbo. Sentivano la furia degli elementi rompere l’enigmatico silenzio come se nessun’altra voce potesse essere fra cielo e terra là dove l’uomo non giunge, nessuna voce diversa da quella della morte. Superati gli effimeri confini, usciti dalla lieve trama delle apparenze e degli inganni e dei falsi valori era dunque quello l’aspetto di Dio?... La parola dell’immensità eterna e della sconfinata morte?... Tutto non era più di una festuca, più di una gola che trilla nell’attimo, fra gli astri, e da sola si ode e si duole e muore, sempre da sola fra l’impassibile.
Ombra, l’uomo ridesto, levò l’arsa faccia contro i cieli remoti, fissò gli occhi sul brivido dei baleni, sentì un gran freddo, sentì come se una volontà inespressa ma presente e diffusa per ogni aspetto ignoto, l’opprimesse senza tregua sotto il suo segno deciso.
Il fanciullo taceva, raccolto sotto la mantella di cui gli aveva coperte le spalle e non apriva gli occhi se non per guardare il compagno in una adorata tenerezza. La notte era giunta. Era giunta con la rapidità del fulmine, chiusa come il sepolcro.
Ombra si levò. Gli parve che il vento lo avrebbe guidato come guida la rondine sul mare, quando emigra; come conduceva le gru che passavan su la sua casa, nelle notti più fonde e più tempestose del novembre. Tanto valeva cadere in quel luogo o più innanzi. Ciò deve l’uomo: camminare anche se gli appaia vana la meta, anche se il suo sangue l’abbandoni e la vita, a mezzo la strada; ciò deve, sotto il mistero, per levar la fronte pallida e grande alla luce degli astri.
E come disse:
— Andiamo!
Il fanciullo levò un poco il capo e rispose:
— Lasciami qui!... Lasciami morire qui!...
Trascorreva il mugghio delle raffiche violentissime e il cielo si accendeva rivelando una spettrale profondità senza fine.
— Andiamo! — riprese Ombra e si chinò.
L’altro non disse parola, tese le braccia alle braccia che gli si tendevano, si sollevò ripiegandosi sul saldo torace dei compagno.
Furon per via, sotto il turbine.
Poi Furio disse:
— Sanguini....
Ombra rispose:
— No!
E nessuno lo vide sotto il suo carico se non l’occhio dei baleni, nessuno seppe il suo martirio se non il cuore suo, grande come la bontà che tutto perdona sapendo, e ricinge l’orrore di una fresca ghirlanda.
Andava e andava, reprimendo in sè la voce del suo spasimo, cercando una forza sovrumana, costringendosi al martirio il quale per macerare il corpo nella grandezza del volere, dona all’anima, più libera, due grandi ali al suo volo.
Non si domandò se era quella la strada, non cercò tracce per dirigersi. A quando a quando la notte si squarciava in una fulminea rivelazione sotto le vampe verdigne e allora appariva la terra, la dolorosa terra del suo cammino. Ma quanto si appesantiva il passo ad ogni nuova duna! Ogni duna doventava un Calvario ma non vinceva la volontà di lui. Giorgio degli Antoni non seppe il gelo della disperazione; l’anima della sua razza fu in lui come il ferro nell’antenna della nave e le chiavarde nelle torri centenni e lo resse; l’anima non per anco rivelata nel bestemmiare della vita trascorsa fra le tane delle talpe e le aridità dei retori, ma viva solamente e solamente intiera nell’ora del suo amore e del suo martirio.
Si era detto di morire e sarebbe morto nè gli sembrava grave lasciar la vita se pure, dal fondo di una incommensurabile distanza, gli sorridevano gli occhi dolci ed ardenti di una giovinetta, in una promessa attesa da troppo tempo perchè non dovesse turbarlo. Ma si era detto di morire, aveva fermato in sè il suo patto.
E scendeva e saliva fra il balenare sempre più frequente, investito dalle raffiche; la gola, gli occhi e le narici riarse dalle sabbie.
La tempesta rinvigoriva col crescer della notte. Ora si udiva un cupo e continuo bubbolìo, un rombo e un rimbombo e lo schianto delle folgori. I baleni spesseggiavano. Dalla terra al cielo, la lotta, pur dianzi accesa fra gli uomini, si rinnovava nell’impeto titanico dei venti contrari. E nessuna rivelazione era innanzi al cuore dell’uomo e nulla scendeva dall’abisso ai sensi della creatura che non fosse affanno ed angoscia e rovina.
Camminare, lottare, morire. Ed oltre la morte quale altra lotta coglieva la nostra sostanza a erigerla al lume di un astro, a una coscienza nuova? Dove era la fine del gurgite? Dove mai la tenebra senza raggio e senza moto e senza il palpitare di un Dio?
Due uomini andavano per il deserto: anzi un uomo ed un fanciullo, una sola volontà sorta di pianta millenne pel fior di una stirpe tenace e su questa s’aggravava ogni angoscia ed ogni sofferenza, invano. Fin che il cuore reggeva, fin che le forze non fosser venute meno di schianto, Ombra avrebbe proseguito, si sarebbe trascinato innanzi senza rivolgersi, senza misurar la via. Ogni pietà pel suo soffrire era morta; tanto aveva martellato il suo volere in sè, da renderlo insensibile.
Ancora si fermò. Riprendeva lena solo allora che si sentiva prossimo a procombere, solo allora quando il suo passo si attardava ed egli cedeva sotto il peso intollerabilmente grave. Come le altre volte depose il ferito al riparo di una duna e gli si accosciò a lato senza parlare. Avrebbe voluto che Furio Valerio non avvertisse se non la presenza dell’amico, come una certa salvezza, come una vigile forza incrollabile e nulla più. Il suo nome non importava, la sua parola era vana. Si chiamava Ombra.
Tacquero. Anche Furio Valerio non ebbe parola. Lo vedeva ad ogni lampeggiare con gli occhi chiusi e la bocca serrata e, se accostava l’orecchio, sentiva il suo respiro interrotto. Gli posava la rude mano callosa, su la fronte: era fredda.
La bufera era sui loro capi, fra il tempestare di un vento gelido. Ora abbrividivano.
Incominciò un dirotto imperversare di pioggia.
Allora il fanciullo si riscosse, si levò un poco sul torso, tese una mano, disse a pena, e Ombra sentì il tremito della mano diaccia, disse:
— Addio!
Fu un silenzio. Ombra sapeva portarlo ma non sapeva le parole che consolano. Lo strinse forte, lo coprì; gli si chinò più sopra per ripararlo dal diluvio. Ma Furio Valerio non lo vedeva più; parlava ai fantasmi del suo farnetico.
— Non ho nulla.... Eravamo soli.... lontani!... No.... non ho nulla.... guarda.... guardami, mamma!...
Ombra ascoltava.
— Bisognava vincere!... Bisognava vincere ad ogni costo!... Perchè non mi perdoni, mamma?... Mamma.... perchè non mi baci?...
Allora l’uomo che non sapeva parole di dolcezza, si chinò sul fanciullo e lo baciò su la faccia. Poi lo risollevò con rinnovata forza, se lo prese su le quadrate spalle e riprese la strada fra il bagliore e il rovinìo della bufera.
Dopo, la memoria di lui si offuscò. La tenebra notturna invase l’essere suo. Ancora si vide in cammino, ma la fatica troppo grande fece del suo corpo una cosa inconscia.
Erano ormai estranei e lontani. E l’alba li trovò esangui, presso una cubba: l’uno disteso su le sabbie, l’altro accosciato da presso.
Poi l’inaudita pena ebbe il suo termine.
Più tardi, nella corsìa dell’ospedale, quando riaprì gli occhi e riebbe coscienza, a coloro che gli eran dintorno, non chiese che una sola cosa e quando seppe che Furio Valerio viveva e che non sarebbe morto, una gran pace discese in lui e null’altro udì di ciò che gli dissero. Ma dal fondo rasserenato del suo cielo, ancora gli apparve una dolente creatura abbrunata, una vecchia mamma, sola fra le sue tristi figliuole, e udì la voce più grande e più bella di quant’altre sieno nel mondo, l’udì in tutto l’essere suo dilagare, ingrandirsi nella soave benedizione che già l’aveva ridesto:
— Iddio ti benedica, figliuolo!...
Poi gli parve che una dolce mano gli chiudesse gli occhi, gli assopisse la sofferenza e discese nell’ombra della sua pace.
Fu quando ritornò verso la vita con le sue forze gagliarde ch’egli pensò di poter scrivere a Rinotta. Aveva poche cose da dirle ma chiare, precise e tali ch’ella avrebbe capito anche oltre le parole di lui. E una sera si pose all’opera faticosa, imbastì a gran pena la lettera.
Non parlò, alla lontana, dell’avventura di lui, ma le disse che forse avrebbe meritato da lei una parola meno cattiva di quella ch’egli aveva sempre in mente e le disse che sperava rivederla, un giorno, e che le voleva bene anche più di prima. Poi, dopo i saluti, aggiunse una postilla nella quale pregava il Vecchio di perdonarlo perchè credeva di non aver disonorato la casata, e firmò.
Da quel giorno fu più contento. Ma non mutò contegno.
Furio Valerio aveva raccontato l’atto di abnegazione del soldato taciturno e l’avventura si era diffusa, era corsa pei giornali ampliandosi, aveva celebrato il nome di Giorgio degli Antoni in tutta Italia. Non passava giorno che qualcuno non giungesse fino a lui per udire dalla sua voce il racconto dell’impresa. Ombra non ricordava più nulla nè sapeva spiegarsi la ragione di tanto tumulto per ciò che aveva compiuto. Solo una volta si commosse quando gli giunse la lettera della madre di Furio Valerio e dentro c’eran dei fiori. Si appartò perchè non voleva che altri vedesse il suo pianto. Forse solo la dolce creatura lontana sapeva dire con tanta semplicità le cose soavi ch’egli non aveva udite mai e per quelle cose sarebbe andato incontro a tutte le pene, con tranquillità. Pose la lettera nel suo vecchio portafoglio. Fu la sola che serbò.
Poi, un giorno, fra i soldati che presentavan le armi, un Condottiero gli fu vicino e gli parlò con voce commossa nel nome della Patria e lo baciò su la fronte.
Il suo dovere di uomo era compiuto.
IX.
Imbruniva. L’angelo era disceso a salutar la sera con le sue dolci campane.
Il bimbo, aggrappate le piccole mani alla veste di Rinotta, insisteva nella sua domanda:
— Che cosa mi darai, se sarò buono?... Che cosa mi darai?...
Rinotta posava il lavoro.
— Ti darò.... — e levava gli occhi all’aria, — ti darò i tre rubini, i tre piccoli rubini rossi che hanno le cicale fra gli occhi....
E il bimbo ripeteva guardando l’aria a sua volta, nel delizioso stupore:
— Rossi, rossi!... E poi? Che cosa mi darai ancora?
— Ti darò.... ti darò la bella freccia della cicala....
— Che cosa ne faremo?...
— Andremo a caccia!
— A caccia delle allodole, come Cesare?
— No, le allodole non si toccano.
— Perchè?
— Perchè cantano.
— Cantano!... — riprendeva il bimbo ripensando chissà quale bagliore mattutino. — Zia, zia, perchè non mi canti un poco? Sì, sì, zia!... Sì!...
Rinotta aveva ripreso il lavoro.
— Lasciami in pace ora; lasciami lavorare!
E, dopo una pausa:
— Senti, senti i pastori che ritornano?... Va, va ad incontrarli, va a vedere le pecore belle!
Il bimbo saltò giù dalle ginocchia di lei, corse verso il portone che era aperto.
— Non scendere nel fiume, sai, — riprese Rinotta. — Bada, c’è l’uomo nero che ti mangia!
Ma il bimbo non le badava più, non udì forse le parole di lei, attratto dalla voce dei due fanciulli che ritornavano e dal belo delle pecore e degli agnelli.
Rinotta tacque, inchina sul suo lavoro.
Il Vecchio uscì dalle stalle e si fermò a guardarla:
— Ci vedi ancora a lavorare?
— Sì.
— Che fai?
— Finisco un gonnellino. — E indicando il lato dal quale il bimbo era scomparso, riprese: — Quel monello li rompe tutti! È sempre fra le siepi!
Il Vecchio si accostò di qualche passo, la guardò, fu sul punto di parlare, ma si rivolse, avviandosi al portone.
Le rondini erano sotto le gronde; si udiva tuttavia qualche pigolìo dai nidi.
Una voce si levò da una stanza, poi un ciangottìo di bimbi e il lamento di un assiolo dalle roveri.
Maddalena e Lorenzo attraversaron la corte. Il Vecchio uscì per la via.
Rinotta fu sola, seduta presso il portico dei magazzini, incontro al cielo dove il giorno moriva.
E la luce scendeva su le sue ginocchia, da sopra i tetti, con dolcezza amorosa, ed ella raccoglieva come un’ospite che sia sul punto di varcare la soglia e dalla soglia si rivolga ancora a mostrar la sua faccia e a dir l’ultima parola soave.
Aveva vissuto quel giorno come fra terra e cielo, nel sogno, con tutta l’anima abbracciata da un semplice amore giocondo.
Il cielo era chiaro con le sue nuvole sparte; venato e delicato come il polso di un fanciullo; brillava per allegrezza.
Era discesa al fiume di buon mattino e si era ferma, come tante volte, su la riva a guardare, invasa dal beato torpore della vita vegetale e delle cose placide, in una passività dolce e pigra, senza barlume di pensiero.
Si era distesa fra le canneggiole e i viburni, di contro a un greto, e sentiva sui piedi scalzi il carezzìo dell’acqua e su la faccia la brezza del mare e le stille della rugiada. Seguiva l’aliare lievissimo delle libellule vellutate, il guizzare delle idrometre, il trascorrere dei pesci in cerca di preda. Vedeva tutto e nulla come in uno specchio tersissimo, riposando l’anima nei sensi distesi a voluttuosa letizia.
Era come la terra beata, come il fiume presso la foce che un poco ristagna, dimentico dell’aspre cime e ancora ignaro del tumultuoso mare. Godeva senza sapere perchè, sperduta nella calma dolcezza mattutina come tutte le cose.
Padron Antonio passò lontano, diguazzando nelle pozze co’ suoi grandi piedi color bronzo e le gambe irsute. Aveva la mazzacchera. Tornava dall’aver pescato i ranocchi nei maceri. Dileguò nell’azzurra levità dell’aria fra l’acqua e i greti.
Poi una verletta, vaiata come la buccia del castagno, volò fra i rami sopra il capo di lei, ad un nido. Una voce stornellò dal forteto. Allora Rinotta incominciò a pensare. Il pensiero nacque tranquillo dal silenzio dell’anima sua immobile, come la gallora nel rincollo del fiume. Dilagò. Pensò il mare, le navi, le terre lontane, l’amore. Una luminosa catena. E la voce cantava sempre. Il cuore cominciò a battere un poco più forte, a rallegrarsi di un qualcosa che non aveva aspetto. Guardò una fila di nubi color di rose poi le innumerevoli foglie delle acacie, una riga di sole. Fu dapprima come un mareggiare e un fluttuar di nebbie sottili e dalle nebbie ritornò la sua giovine pena. Dov’era? Che faceva? Le aveva scritto una volta e non più. E così, com’è della natura di ciascuno, tanto più si appassionava quanto più pareva le sfuggisse ciò che non le era parso tesoro allorchè le si offriva ad ogni ora, apertamente. Poi si figurò ciò che era nella sua bramosia e tutta si perse, l’anima abbracciata da un semplice amore giocondo.
L’ora era trascorsa fin oltre il meriggio così, ed ella era ritornata all’opera sua a malavoglia che non avrebbe voluto veder nessuno e nulla udire che la togliesse dal suo chiuso a ricondurla alla vita com’era, alla muta realtà presente.
E, a tarda sera, si era raccolta nella corte, coi bimbi, ad agucchiare intorno a una vesticciuola pensando alle cose miti che le davano una materna soavità.
Poi la luce fu per esulare. Il portone fu chiuso e più non si vide la viottola erbita.
Bartìn, l’ultimo figlio di Carlotta, il bimbo che più le piaceva, era rientrato con i due pastori. Passò Maddalena con l’utello e una lampada spenta. Non si udirono che rare voci sommesse. La casa era assorta come la sera alla quale approdavan le stelle. Abbandonò il lavoro sul grembo; levò gli occhi ed il viso; guardò. E se fosse morto?... Se fosse morto?... Allora si sentì affondare nel silenzio, si trovò sola di fronte al suo dolore e alla vanità della vita, non ebbe più ardimento, si smarrì come chi, dalla casa serrata, si affacci al livido orrore del turbine: pianse.
Che poteva, più che piangere, la sua giovinezza incompiuta? Un’ombra le passò da presso e non si fermò. Ella non la vide: vide il cielo oscurato. Non si udiva più nulla, più nulla, più nulla!... Si passò le mani su la faccia, nascose il volto fra le palme, singhiozzando, ripiegandosi su sè stessa, sotto l’ombra e la notte impassibile.
Nessuno poteva risponderle, nessuno l’avrebbe racconsolata mai! E, come avviene nelle nature forti, la raffica si ingrandì e la travolse.
Non un lume era acceso. Dov’erano andati? Perchè tanto silenzio su tutta la casa?... Si alzò, mosse qualche passo, udì battere tre colpi sul portone.
Sbigottì rivolgendosi e attese che qualcuno andasse ad aprire ma nessuno comparve. Ancora fu bussato e più forte. Allora attraversò la corte, senza fretta, a malincuore.
Quando fu presso il portone domandò:
— Chi è?
Non le risposero. Tirò il catenaccio rugginoso, aprì. Un’ombra si fece innanzi senza dir parola.
Rinotta la guardò, col batticore:
— Che volete?...
L’ombra non rispose.
— Chi cercate? — disse più forte e si pose nel vano ad impedir l’entrata.
Una voce sommessa rispose:
— Cerco te!...
Rinotta sbigottì, non battè ciglio, non intese. Passò un silenzio. Erano fermi ad un passo l’una dall’altro.
E la voce riprese:
— Rinotta?...
Allora ella si sentì raggricciare e abbrividire come per la gioia e per lo spavento e domandò:
— Chi sei?... È mai possibile?...
E lo spasimo non durò che un baleno che ella ebbe un grido:
— Giorgio?... Giorgio?... Sei tu?... Sei proprio tu, Giorgio?...
Per la prima volta nella sua vita, egli si sentì tutto quanto illuminato. Non se l’aspettava!... Credeva tuttavia di trovarla come un tempo, di dover guadagnare l’amore di lei con fiera costanza e si vedeva trascinato in un impeto di tenerezza tale da morirne.
Gli era caduta fra le braccia e lo stringeva forte, senza baciarlo, mormorandogli all’orecchio, fra i singhiozzi:
— Sei tornato!... Sei tornato!... Ho pianto tanto!... Ti ho aspettato tanto, Giorgio!... Giorgio mio!....
Ed egli non seppe che dire, si lasciò trasportare come una cosa dolcemente morta, pianse con lei.
Tutti sapevano del suo ritorno, vero?... Tutti lo sapevano ed ella no!... Perchè non dirglielo!... Chi le aveva nascosta la cosa?... I giornali non comparivano più, il Vecchio non parlava più!...
Entrarono. Egli vestiva ancora la divisa grigia. Lo vide al lume degli astri; le parve bello come un Dio. E sospirava adagio, tremando nella soavissima voce:
— Ho saputo tutto.... ho saputo tutto!... Oh perdonami, perdonami!...
Egli se l’attirò fra le braccia e le disse solamente:
— Ma se ti voglio tanto bene!...
Tacquero ancora, più a lungo.
Poi udirono un passo dietro le loro spalle, un passo misurato e tranquillo. Si discostarono rivolgendosi.
Era il Vecchio. Non aveva il cappello, insolitamente; pareva ancora più alto nella notte illune. Attesero la sua voce e la voce del vegliardo si levò dal silenzio e disse:
— Benvenuto, figliuolo. Vieni, chè ti dia un bacio!...
Giorgio si accostò scoprendosi e chinò la faccia. Il Vecchio lo baciò sulla fronte.
— Ed ora, — riprese, — ora che sei il primo fra noi, meriti tutto!... Domani ti passerò le bisacce e tu reggerai la casata d’ora innanzi. Lo vuoi?...
Giorgio scosse il capo a dir di sì, chè non poteva parlare.
Il Vecchio accarezzò Rinotta sui capelli, poi se ne andò senza rivolgersi più, nella notte illune, come l’attendesse la morte.
Poteva morire ormai, nel cuor del suo Dio. La casa degli Antoni aveva trovato il suo continuatore.
Le nonne.
“Per la soave e forte umiltà e per il chiuso dolore di tante donne italiche.„
_Così come un’umile alba del duecento_:
“.... lo maitino è sonato, Zorno me par che sia.„
_È il popolo che parla in un remoto canto freschissimo. Così: le campane del mattino han suonato pei cieli appena chiari. Il giorno è sorto. E, col dischiudersi delle prime finestre, abbiamo udito le voci delle creature che ci sono vicine e lontane perchè trascorrono la vita umilmente, chiuse su poco spazio._
“Sa’ tu qual donna è da gradire? Quella che fila pensando del fuso, Quella che fila iguali e senza groppi, Quella che fila e non le cade il fuso....„
_Francesco da Barberino, quanta dolcezza nella vostra allegoria! E ognuno di noi ha nella memoria, se non nella vita:_
“Quella che fila iguali e senza groppi„.
_Una bontà cristiana in un cuore di donna amata. Se un riposo c’è concesso, è verso tale creatura che l’anima nostra si inchina; se si cerca un rifugio, non vi è altra soglia più chiara al nostro sostare._
_Donna e madonna dicevano i miei vecchi e la loro anima adunava le scarse parole gentili del dialetto disarmonico, per onorarla._
— _Voi siete padrona fra il focolare e la soglia, fra la madia ed il telaio, fra l’arcolaio e l’arca!_
_E la donna entrava nella casa severa ed appendeva il ramo d’ulivo sul letto, ed accendeva il fuoco fra gli alari, e distendeva le ordite dal pettine al subbio, nel telaio di quercia._
_Con la sera, le lampade erano riaccese innanzi che l’uomo ritornasse, la bianca tovaglia era su la tavola e le vivande sul fuoco._
_Una severità tranquilla, un reciproco rispetto, una misurata letizia reggevano la vita dei congiunti e donna era parola sacra come la creatura._
_Così l’uomo parlando della compagna eletta, diceva:_
— _La mia donna! — E non la menzionava diversamente nè la nominava in presenza di estranei come non si nomina Iddio._
_La casa era un tempio._
_Ora troppe volte le piazze valgon più che le case e il raccolto silenzio non ha dolcezza e il ramo di ulivo non è più a capo del letto come le fronti soavi e gli occhi raggianti più non si sanno inchinare; ma noi ricordiamo. Ciascuno ricorda di avere incontrato lungo il proprio cammino, per aspro che fosse l’andare, un orto soleggiato, una fontana chiara, una casa d’amore, un volto illuminato, e, nel segreto dell’anima, l’immagine si è rifugiata, inespressa per anni ed anni, per aggallare, trascorrendo qualche ora nostalgica. Non v’è uomo che non abbia sentito talvolta, su la terra precipite, la bellezza di un simile amore._
Venivano tutte tre di passo uguale, ravvolte nei loro scialli neri, all’antica. Un po’ inchine, procedevano in silenzio per la via deserta della chiesa, scarpicciando sull’acciottolato, e il loro passo spaventava qualche passero saltabeccante fra gli scarsi rifiuti, nel tardo sole. Era il maggio, un maggio bianco di tenui nebbie. E sopra loro eran le mura dei giardini conventuali, sempre chiusi nel loro segreto amore e qualche casa malinconica, appena albicante fra macchie rogge e nerastre su per i muri scalcinati. Per tutta la strada non c’era anima viva se non ombre e sbadigli di finestre vuote.
Ondavan le campane; il sole non si vedeva più. Lontano, in fondo a un vicoletto, passò un fanciullo e si udì il suono della sua nunnola, poi si udì cantare una donna da qualche cortile e s’udì anche il rotolìo di un carro; ma tali suoni morirono come il fumo che sale e si fa di cielo per disparire.