Le notti degli emigrati a Londra
Part 9
Io non intendo raccontare la storia di questa guerra dai mille scontri, ove le peripezie si rassomigliano, e lo scioglimento è sempre lo stesso. Non amo parlare che di ciò che ho veduto; e formando parte del Comitato, che si rinnovava del terzo, per sorteggio, ogni tre mesi, ebbi la sfortuna di non uscirne che tardi, e per non più rientrarvi—di addormentarmi nellʼagonia, per risvegliarmi in Siberia.
Non ebbi neppure migliore ventura, allorchè potei alla fine entrare in campagna. Il Comitato mi aveva inviato allʼincontro delle bande formate in Galizia, entrate di già in Volinia. Era un corpo di 1700 uomini, che Wysocky ci conduceva, diviso in tre colonne. Il loro punto di riunione doveva essere Radziwitow. I Russi vennero a cognizione di questo movimento, e rinforzarono la guarnigione di quella città, posta sotto gli ordini di un capo abile e ardito, il maggiore Semenow. Incontrai Wysocky nella foresta di Zeloski, ove sʼera accampato, sul punto di dar battaglia.
Rinviamo la nostra conferenza alla sera, dopo il combattimento.
Era unʼora dopo mezzogiorno, il 1.º giugno 1863. Penetrammo nella città per le paludi, avendo dellʼacqua marcia fino al petto. I Russi ci aspettavano. Lʼurto fu violento. Ma io non aveva ancor fatto che pochi passi, non avevo ancora tirato un colpo di revolver, nè dato un colpo di sciabola, che un dragone di Kargopot, del granduca Costantino, si avvisò di spaccarmi il cranio per di dietro e aprirmelo come una melagrana. Caddi da cavallo. Fui pigiato per due ore. I Polacchi furono muti. Lʼazione, mi fu detto, era stata delle più sanguinose e delle più drammatiche. Le perdite dei Polacchi erano state considerevoli, aggiungevano i Russi. Gli abitanti si lagnavano acerbamente della maniera colla quale questi celebrarono la loro vittoria, a spese della città devota ai Polacchi. Tutto ciò può esser vero. Avvenne così in ogni tempo, avviene ancora oggidì in ogni sito dove sono stati e sono soldati, guerra, vittorie e borghesi pacifici.
Quanto a me, non rinvenni che tardi nella sera, e mi trovai steso sopra un poʼ di paglia, nellʼangolo di un magazzino, in compagnia di diversi altri più o meno malconci come me, Russi e Polacchi, misti insieme. Mi avevano avviluppato il capo con una fascia a guisa di turbante. Mi avevano alleggerito della borsa, dellʼorologio e del portafogli. La fu per me una circostanza fortunata. Avevo nel mio taccuino delle carte di visita col mio nome ed indirizzo. Il mio nome ricordò immediatamente quello di mio fratello, aiutante di campo di Costantino, e quindi molto conosciuto nellʼesercito russo in Polonia. Non fui dunque niente meravigliato di vedere al mio capezzale, alle dieci di sera, lʼeroe della giornata, il maggiore Semenow in persona, un poco male in gambe, poichè levavasi di tavola, e veniva ad informarsi se io era parente del conte Casimiro Lawanowicz, aiutante di campo favorito di S. A. I. il granduca luogotenente. Non avevo nessuna ragione di mentire; risposi dunque: Che arrossivo di essere il suo fratello maggiore.
Io poteva arrossire a mio comodo di questa parentela, ma il maggiore non voleva saperne tanto. Ordinò una barella, mi fece trasportare nella casa che occupava egli stesso, e mi confidò alle cure del chirurgo il più abile, di cui disponeva. La mia ferita era spaventevole. Il cranio franto, la _dura–madre_ tagliata, la sostanza grigia del cervello tocca.... In breve, io aveva novantacinque probabilità contro cinque di non cavarmi di là; ed in prospettiva, disse il dottore, se mi tiravo dal mal passo, la pazzia o lʼidiotismo, lʼintervento provvidenziale del Consiglio di guerra permettendolo. Infrattanto la febbre si dichiarò, sopravvenne il delirio, una specie di coma mi accasciò e durò quarantotto ore. Il chirurgo era polacco. Quindici giorni dopo, nulla ostante, io era in convalescenza! Il sedicesimo giorno, il maggiore Semenow accompagnava mia madre, che era accorsa da Varsavia.
—Che disgrazia, figlio mio, sclamò essa, vedendomi quasi guarito: tu non morrai delle tue ferite!
Il maggiore Semenow, scosso da questo voto di una madre, si ritirò confuso e quasi costernato.
Al 5 agosto, il dottore Kazala dichiarò che io era in istato di viaggiare. Da quindici giorni, il maggiore, ora colonnello Semenow, aveva ricevuto lʼordine di spedirmi a Varsavia. Mia madre dovette lasciarmi.
Ho io bisogno di dire che in tutto questo si manifestava la misteriosa protezione di mio fratello? Egli aveva appreso dal rapporto della battaglia, mandato dal maggiore al luogotenente generale, che io era in mezzo ai prigionieri, come parecchi altri nobili, e interveniva a mio favore, senza mostrarsi.
IV.
Lasciai Radziwitow il 7 agosto. Il colonnello Semenow, che mi aveva dimostrato tutta la cortesia che aveva creduta compatibile col suo grado e la sua posizione, si trovò presente alla mia partenza per darmi un tacito addio. Mi avevano poste le manette e le catene ai piedi. Nella Ribitka, un ufficiale di gendarmeria sedeva a lato a me, e due gendarmi coi facili carichi stavanmi dirimpetto. Lʼufficiale era un tedesco, grossolano, ma non cattivo, chiamato Krünn. Fumava sempre, beveva finchè aveva denari, e prendeva molto diletto a conversare, onde aver il solletico di vantarsi dei servigi che aveva resi e rendeva allo Czar per domare i Polacchi. Siccome nel mio caso eravi alcun che di straordinario, cui io non aveva voluto spiegargli, così mi trattò con molta deferenza. Forse il colonnello Semenow lʼaveva messo in guardia. Comunque si fosse, gli è che noi viaggiavamo quasi a seconda della mia volontà, cui, del resto, io dissimulava sotto la più delicata urbanità. Il colonnello gli aveva consegnata la borsa lasciatami da mia madre, ed il degno gendarme trattavami, e si trattava, da principe.
Il tempo era splendido. Un sole raggiante animava la continua monotonia delle contrade cui traversavamo, e le pozzanghere dʼacqua putrida degli stagni divenivano scintillanti, il verde nero delle foreste si smaltava di una vernice fosca, che incantava lo sguardo. Il cielo della Polonia è di un azzurro dolce e carezzevole, tra il celeste grigio del cielo di Francia ed il denso cobalto del cielo dʼItalia. Viaggiavamo notte e giorno, cangiando di tempo in tempo i gendarmi. Le notti divenivano fresche, soprattutto verso lʼalba, e quasi sempre umide. La nebbia, che cʼinvestiva il mattino, ci lasciava quasi sempre bagnati. Il capitano Krünn temeva che io ne soffrissi, vedendomi così delicato, di un aspetto quasi femmineo. Imperciocchè il cielo della Siberia non mi aveva dato la tinta virile, che mi osservate oggidì. Il bleu dei miei occhi si è addensato sotto lʼardente riverbero dei ghiacci del paese degli Zchoukos; la lanugine dorata, che copriva le mie labbra, è divenuta baffi biondi; la bianchezza diafana della pelle si è abbronzata sotto lʼalito dei venti del mare del polo; la vita snella e fine si è ingrossata e fortificata sotto le strette del lavoro. Ma, a quellʼepoca, si sarebbe detto che io fossi una amazzone, che lasciavasi andare ai capricci del viaggiare. Vestivo la tunica grigia deglʼinsorti e portavo una specie di kepì rosso orlato di nero.
Bisogna aver viaggiato in Polonia od in Russia per aver unʼidea della celerità che può raggiungere una vettura a cavalli. Avremmo potuto percorrere duecento verste (chilometri) al giorno, con una rapidità vertiginosa, se io non avessi pregato il capitano Krünn di moderare il corso del nostro leggero veicolo. Le manette e le catene mi facevano soffrire orribilmente, e risentivo nel capo i balzi prodigiosi e gli sbattimenti amorosi della kibitka. In certi momenti parevami divenir pazzo, talmente il sangue, che mi affluiva alla testa, mi dava delle allucinazioni, delle vertigini, dei miraggi fantastici. Tentavo scacciare del mio spirito lʼorrido pensiero della mia posizione, ma esso mi assediava, mi possedeva, e diveniva più pressante ad ogni versta che ci ravvicinava a Varsavia. Il pieno sole, lʼaria libera, lʼinfinito cielo, il movimento e lʼimponente linguaggio della natura, la vista dellʼuomo, dei boschi, delle città, delle acque, la vita che spirava dovunque, mi facevano però ancora illusione. Io non era ancora in faccia al mio delitto, abbaruffandomi col carnefice. Ero in faccia alla società ed alla natura. Questa scappatoia della speranza doveva ben tosto svanire. Finalmente una sera, a dieci ore, arrivammo a Varsavia.
Se io non avessi lasciata questa città due mesi avanti, avrei creduto di entrare in una necropoli. Lo stato dʼassedio pesava sugli abitanti, come uno spegnitoio gigantesco, che intercetta il suono, la luce, lʼaria, limita lo spazio, sopprime la vita. Non una vettura, non un viandante nelle strade. Non si udiva che il passo delle pattuglie, ed il rombo gutturale, cadenzato delle sentinelle. Si sarebbe detto che i lampioni mandassero una fiamma a corruccio, tanto essi spandevano quella caliginosa e rossastra luce delle lucerne fumose. Nessuno strepito trapelava dalle case; non uno spiraglio, che lasciasse trapelare un raggio. Tutte le imposte e le persiane restavano chiuse. Passai dinnanzi alla mia casa: mi parve una tomba. Mi si serrò il cuore. Che faceva mia madre a quellʼora? Pregava, senza dubbio. Alcuni cani abbaiavano lontano lontano. Forse i Cosacchi li torturavano, prima di mangiarli.
La kibitka si arrestò dinanzi la cittadella. Io aveva tutte le membra intirizzite. I gendarmi mi presero nelle loro braccia, e mi portarono. Fui deposto prima in una specie di sala di cancelleria del colonnello, comandante della cittadella. Eʼ fu avvertito del mio arrivo. Infrattanto mi perquisirono, onde non perdere lʼabitudine; perocchè sapevano bene che altri avevan dovuto compiere quella formalità parecchie volte prima di loro. Il colonnello arrivò subito, ed il capitano Krünn sʼintrattenne con lui alcuni istanti, parlando a voce bassa e consegnandogli una filza voluminosa di carte.
Il colonnello mʼinterrogò. La sua voce tradiva la collera, ma egli si sforzava di conservarsi calmo. Risposi a monosillabi, ovvero mi tacqui. Il mio nome fu scritto sopra un registro. Credetti udire il colonnello chiedere al cancelliere se restasse ancor vuota una cellula. La risposta fu negativa. Si consultarono, poi fu pronunziato un numero, ed i soldati mi trasportarono attraverso un dedalo di corridoi. La domanda di essere liberato dalle manette mi corse più volte alle labbra; ma per timore di un rifiuto, mʼastenni di emetterla. Fu quindi in tale stato che mi deposero in una muda, in fondo ad un corridoio, donde lʼavevano tagliata fuori, chiudendolo fino alla vôlta con unʼimmensa porta munita di un abbaino.
È stato molto scritto e detto contro le prigioni russe. Esse non sono nè più nè meno atroci di quelle dellʼimperatore Francesco I dʼAustria, e del fu re di Napoli Ferdinando. Vi sono così orride rivelazioni da fare contro la Russia, che lʼesagerazione diviene inutile, e disonora chi se ne serve. Fui gettato sopra unʼumida pietra, e la porta si rinchiuse con rumore sopra di me. Cercai, brancolando, un angolo, in cui mi lasciai cascare, e mi addormentai. Nella kibitka, io non aveva avuto da parecchi giorni che una continua insonnia. Il sonno, che allora mi cadde sopra come piombo, fu benefico; esso mi sottrasse al supplizio di quella folla di farnetiche larve, che sʼimpadroniscono del prigioniero, e popolano di orribili immagini, le prime ore della prigione.
Allʼindomani fui risvegliato dʼimprovviso dal carceriere e dal rumore dei calci dei fucili, che percuotevano le lastre del corridoio. Venivano a cercarmi per presentarmi al Consiglio di guerra. «Tanto meglio, dissi io, lʼaffare sarà presto finito». Però non fu davanti al Consiglio di guerra che mi condussero.
Mi trovai in mezzo alla Commissione dello stato dʼassedio. Ciò mi sorprese, ma il mio stupore non durò a lungo.
Si sfiorò lʼinterrogatorio in quanto alle mie imprese militari. Pareva loro inutile sciupar tempo con un uomo che, fin dal primo istante, aveva dimostrato non voler parlare; e cercare altri elementi, quando ve ne erano già bastanti per condannarmi, sia ad esser fucilato, sia ad esser impiccato—secondo lʼumore, la fantasia, lo stato di digestione dei giudici, e lʼora del giudizio. Lʼistruzione sʼaggirò sopra altro terreno.
Pareva loro straordinario che un giovane, della mia famiglia, coʼ miei principii e le mie relazioni, fosse restato a Varsavia, quasi per due anni, in una specie di febbrile indifferenza, in una calma irrequieta, mentre i miei compatriotti, i giovani della mia età e della mia nascita si battevano per la causa nazionale. Si sapeva lʼostilità che regnava fra mio fratello e me. Non sʼignorava il mio odio contro i Russi. Perchè dunque mi ero deciso così tardi ad entrare in campagna?
—Voi siete membro del Comitato, mi disse il colonnello presidente.
—Voi mi fate troppo onore, signore, sclamai, fremendo internamente.
Il colonnello fissò sopra di me il suo sguardo grigio, petulante, e ripetè:
—Voi siete membro del Comitato, e latore dei suoi ordini.
—Voi leggete dunque nella coscienza, signore, poichè vi permettete simili accuse!
—Leggerò ben tosto in questa carte, rispose il colonnello con un sorriso trionfante.
Allora ei frugò nel quaderno del mio processo, compilato a Radzewilow, e ne tirò fuori un pezzo di carta, sul quale correvano dallʼovest al sud, di traverso, a zig–zag, degli sgorbi, delle strisce, delle piccole chiazze di inchiostro, delle zampette di mosca, ed ogni sorta di segni grotteschi. Ei me lo presentò, e mi disse:
—Leggete un poʼ codesto.
Io guardai, e proruppi in un omerico scroscio di riso.
Ecco di che si trattava.
La sera avanti la mia partenza per la Volinia, io era andato a far visita ad una signora, che aveva suo figlio tra glʼinsorti di quel paese. Mentre noi conversavamo, seduti intorno ad un tavolo su cui cʼera carta e calamaio, una bambina di quattro anni sʼera divertita a scarabocchiare sopra un foglio, che poi mi aveva presentato, dicendo: «Ho scritto al mio piccolo marito che lo amo tanto!» La ragazzina aveva quindi rotolato la parte scritta della carta a foggia di zigaretto, e lʼaveva, a mia insaputa, cacciata nella tasca della mia tunica, ove era rimasta sotto la pezzuola. Dopo la mia ferita, frugando nelle mie tasche, quello stoppino era stato trovato, era stato svolto, ed avevan veduto lo strano geroglifico. «È uno scritto in cifra!» aveva probabilmente esclamato il commissario incaricato dellʼistruzione del mio processo. E come tale, ei lʼaveva inviato fra le carte a mio carico. Da uno scritto in cifra allʼesser membro del Comitato, ci correva certo un vasto spazio. Ma vi è nulla di comparabile alla miracolosa velocità dʼimmaginazione dʼun giudice dʼistruzione che ha già un partito preso?
La mia ilarità sconcertò ed offese il colonnello.
—Si può conoscere la causa di codesta gaiezza? disse egli lentamente.
—Ma non vedete, signore, che codesti sono gli sgorbi dʼun bimbo, che vuole scimmiottar la scrittura?
—E chi è il bimbo che lʼha fatti?
Tacqui. Ero preso. Dovevo io nominare la figliuola della mia amica? Avrei scatenato la tempesta su quella povera famiglia, già tanto provata dalla sventura, poichè due dei suoi giovani erano morti, uno era prigioniero, e il quarto si batteva ancora. Il mio silenzio cangiò il dubbio in convinzione: io era membro o emissario del Comitato! Io era dunque la prima luce che poteva guidarli, onde scandagliare quellʼabisso di tenebre che metteva in iscompiglio il Governo dello Czar.
Lʼonnipotenza di quel Comitato, cui tutta una nazione conosceva forse e nessuno tradiva, al quale tutti obbedivano, che agiva come la folgore, e maneggiava a suo grado lʼanima nazionale, stordiva lʼimperatore Alessandro, irritava il granduca Costantino, costernava la burocrazia moscovita. Potete immaginarvi quindi se dovessero rassegnarsi alla mia risposta ed al mio silenzio. Tutto quello che io potei soggiungere per confermare la mia spiegazione, non valse che a consolidare il sospetto. Occorreva quindi trovare il mezzo di farmi parlare a mio malgrado.
IV.
Ciò che vʼha di terribile in tutte le istruzioni criminali si è che il giudice vi arriva sempre imbevuto di una convinzione, cui si sforza di realizzare, come il matematico si mette a provare il problema che si è proposto. Le mie ragioni non ebbero dunque alcun valore. Si trattava omai di strapparmi, in qualunque modo, delle confessioni, che venissero a confermare lʼopinione prestabilita dalla Commissione dello stato dʼassedio. Ecco il suo còmpito. Ora il Corpo della polizia e quello della magistratura in Russia si servono di una quantità di mezzi più o meno terribili per isciogliere lo scilinguagnolo ed anche nel senso che meglio loro aggrada. Questa procedura si riassume in una parola: la tortura.
—Vi accordo ventiquattrʼore di riflessione, mi disse il colonnello presidente. Se domani voi persistete a tacere, sappiate che noi abbiamo il potere di fare per lo meno gridare queglino che non vogliono parlare.
—Signor presidente, io parlo; ma non è colpa mia, se non posso accettare il linguaggio che mʼimponete.
Mi ricondussero alla mia secreta. Era mezzogiorno. Vi ho detto che quel buco non aveva altra apertura che un piccolo abaino praticato nella porta, pel quale filtrava unʼaria mefitica e la luce dʼuna lanterna, accesa notte e giorno allʼaltra estremità del corridojo. Restai in piedi dietro quel finestrino, onde respirare quantʼaria potessi, perocchè mi sentivo venir meno. Allora udii un lagno nel carcere, e mi accorsi che non ero solo.
—Soffoco, disse la voce; di grazia levatevi di là.
—Scusate, sclamai, non sapevo di avere acquistato un compagno.
Impossibile distinguer altra cosa che un mucchio di stracci di carne umana tritata, accovacciato in un angolo. Scambiammo i nostri nomi. Ci eravamo conosciuti in società. Tutta la Polonia conosce i suoi poemi. Era il poeta studente Zoliwski, arrestato dopo la a manifestazione del 15 ottobre, e torturato, perchè anchʼegli sospetto di appartenere al Comitato. Aveva già presi due _bagni di sangue_, essendo passato due volte per le verghe. Le sue ossa erano rotte, la sua carne cadeva a brani; il corpo non presentava più che una piaga putrescente. Agonizzava, senza poter morire, e si vedeva morire! Il carceriere interruppe la nostra conversazione. Ci portava il pasto: del pane, della carne salata, ed una sola brocca dʼacqua per Zoliwski.
—E la mia brocca? chiesi io.
—Lʼho dimenticata; ve la porto...
La porta si rinchiuse.
—Non toccate la carne, prima che vʼabbiano portato lʼacqua, disse Zoliwski. Questa dimenticanza è forse premeditata. Vogliono farvi fare le vostre prime armi nella tortura, provandovi colla sete.
Non toccai nè la carne, nè il pane. Il carceriere non ricomparve.
La notte era già avanzata, quando lʼispettore della prigione venne ad annunziarmi la visita di mio fratello Casimiro.
—Non ho fratello, risposi io con fermezza, quantunque il cuore mi si serrasse; non voglio riceverlo.
Mio fratello seguiva a due passi lʼispettore. Udì la mia risposta, e non rispose. Scorsero due minuti o tre. Forse ei rifletteva, esitava; poi udii il tintinnio dei suoi speroni risuonare lentamente ed allontanarsi. Piegai il capo fra le mani, ed i miei occhi si inumidirono.
Lʼindomani non fui chiamato dinanzi alla Commissione dello stato dʼassedio, e ne seppi più tardi la ragione. Il granduca Costantino, il quale non era poi un diavolo così nero come lo si è voluto dipingere, era stato informato del mio interrogatorio e della spiegazione _umoristica_ che io aveva dato sul documento principale dellʼistruzione contro di me: lo scritto in cifra! Il granduca aveva sorriso della _gherminella_, che io giuocava alla giustizia russa, ma aveva, in pari tempo, ordinato che una Commissione di calligrafi emettesse la sua opinione su quel curioso geroglifico. Nondimeno, mio fratello era spaventato, non della sorte finale che mi aspettava, non dubitando punto che io saprei morire, ma delle sofferenze orribili che io doveva traversare prima di annientarmi nella morte. Egli non temeva che io mi disonorassi con una confessione estorta dal dolore: sapeva che io mi sarei mozzata la lingua coʼ miei denti, e lʼavrei inghiottita piuttosto che parlare; ma egli avrebbe voluto raddolcire la mia _via crucis_, e presentare dinanzi ai miei occhi quellʼestasi che nascondeva ai martiri il supplizio. Implorò dal granduca che mia madre potesse visitarmi. Il granduca aveva accordato allora tale permesso alla madre del mio compagno di carcere; e consentì. Lʼispettore aveva dunque accompagnata la madre di Zoliwski, quando, sul cader della notte, accompagnò ed introdusse anche la mia nella muda.
Io mi era fatto più piccino che avevo potuto, e mi ero rannicchiato in un angolo della secreta, per non turbare il mistero sacro del colloquio, forse lʼultimo, del mio compagno con sua madre. Avrei voluto convincerli che io era cieco e sordo, per non isgomentare il loro dolore, per non soffocare i loro lamenti,—i lamenti sono di rado eroici—, per lasciare ogni libertà alle loro confidenze, allʼeffusione delle loro anime. Fui spaventato del dolore infinito di quei due esseri, dolore che non ebbe neppure un grido! La madre cadde in ginocchio presso il corpo del suo figliuolo, le loro bocche si avvicinarono, le loro lagrime si confusero. Non dissero una parola. Che cosa avevano a dirsi, del resto? La madre sapeva che il figlio doveva in breve morire sotto le verghe, in una spaventevole agonia; il figlio sapeva che la madre non gli sopravviverebbe. Mia madre arrivò.
Mia madre era donna dʼaltra tempra. Ella aveva il carattere forte, ma drammatico. Sarebbe stata grande e nobile nella ristretta cerchia della famiglia; ma sostenere una parte la seduceva: ricoprire lʼintera nazione col velo delle sue disgrazie, era il suo sogno. La sua tenerezza verso di me non aveva limiti; ma avrebbe creduto derogare al suo carattere, se lʼavesse lasciata vedere, ed ella fosse apparsa più madre che Polacca. Nullaostante mi strinse fra le sue braccia, ed io sentii per la prima volta lʼatrocità delle manette, non potendola stringere fra le mie. La mia presenza nel carcere aveva forse intimidito la madre di Zoliwski. La presenza di quei due testimonii esaltò invece mia madre. Ella respinse quanto vi poteva esser di donna nel suo cuor lacerato, e si atteggiò a cittadina.
Lo confesso, ne fui afflitto.
Io non le domandava unʼora di eroismo, ma unʼora di tenerezza materna.
—Ho veduto tuo fratello, mi dissʼella. Egli mi disse che tu non hai voluto riceverlo. Mi ha informato delle complicazioni terribili, che si sono aggravate su te.
—Io le affronto tranquillamente, madre mia, risposi io.
—Tu non sai forse ciò che ti riservano, continuò essa.
—Se lʼavessi ignorato, madre mia, ho lì, nella persona del mio compagno, Carlo Zoliwski, lʼesempio terribile del loro potere, di ciò chʼessi fanno prima di uccidere.
—Tu non hai a temere nè le verghe, nè lo knut, rispose mia madre; tu godi ancora del privilegio della nobiltà, lʼesenzione dalle pene corporali. Ma essi hanno altri mezzi per maciullare la carne vivente e colpire lʼanima.
—Lo so.
—Konarski fu quasi sul punto di confessare, nella tortura della fame.
—Ma egli resistette.
—Levitox subì tali slogamenti di membra, che preferì mettere il fuoco al suo pagliariccio ed abbruciarsi, per paura di parlare suo malgrado.
—Voi vedete dunque che vi sono dei mezzi per sottrarci allʼinfamia.
—Gorski restò quarantottʼore sospeso pei piedi, colla testa in giù, sopra un focolajo, ove si faceva ardere della paglia inumidita.
—Ciò avveniva al tempo di quel mostro che si chiamò lo czar Nicolò; ora non si commettono più di tali atrocità.
—Se ne commettono sempre, se ne commettono delle altre.... tu lo vedrai domani.
—Sì, mi hanno minacciato di ciò. Ma io voglio vederlo. Io son preparato.