Le notti degli emigrati a Londra
Part 7
Gli ufficiali erano tristi, i soldati in collera. Tutti gli aspetti che la disgrazia, lo scoraggiamento, la malinconia, la rabbia e lʼabbattimento possono prendere, si dipingevano sulle fisonomie di quegli uomini. Tutte le impronte strazianti, che il dolore e la disperazione possono scolpire sopra una faccia virile e vivente, i tratti di quei soldati le portavano. La notizia della reddizione era ormai conosciuta. Non cʼera più subordinazione. I bivacchi della notte furono tregende. Qui gridavano, bestemmiavano, maledicevano, od insultavano gli ufficiali meno afflitti; là si rompevano le armi, si ammazzavano i cavalli, si suicidavano. Il dolore ebbe voci diverse, ma immense e spaventevoli. Nessuno mangiò. Nessuno dormì. I cavalli stessi parevano penetrati da un sentimento di pesante tristezza. Si facevano dei progetti assurdi. Si concepivano speranze insensate. Tutti erano accusati, e nessuno si scusava. Si ricordavano i giorni gloriosi della vittoria, della gioia, lʼentrata trionfale nelle città, il perdono generoso accordato al nemico dopo di averlo vinto, i colpi fortunati, le orride serate del bivacco dʼinverno, coricati sulla neve, senza fuoco, senza mantello, senza cena, e pure felici. Si gittava al vento un ritornello patriottico di Petőfi, ormai senza eco: un flebile ritornello delle arie della pianura, che provocava una esplosione di lagrime, che ricordava il villaggio, le serate dʼestate sotto lʼeffluvio delle stelle, le serate dʼinverno allʼangolo dellʼamato focolare, la madre, la sorella, la fidanzata, la sposa lasciate per la patria, i fanciulli benedetti partendo, che giocavano colle sciabole. I buffi dʼindignazione e di annientamento si alternavano e si succedevano. Cʼerano là 30,000 uomini, che domandavano di battersi ancora. Si desiderava la battaglia del destino—la disperazione contro la potenza.
Una notte serena, irradiata da uno spolverio di stelle, filtrata da un vapore bianco e leggero, avviluppava di ombre tutto il paesaggio. Le finestre del castello di Bohus risplendevano. Là si macchinava il disonore, e si vegliava. Là stavano forse lʼinsonnia ed il rimorso degli uni, il dubbio e lʼesitazione degli altri, la volontà calcolata del capo. Poi, quando lʼalba principiò a imbiancare il cielo, quando arrivò lʼora dellʼesecuzione, eʼ fu come un accesso di delirio. Ad un punto, centinaia e migliaia dʼuomini presero la fuga, e si nascosero nei boschi: 7,000 uomini sparvero dalle file in pochi quarti dʼora.
Il sole si alzò.
La resa doveva aver luogo a mezzogiorno, nella pianura di Szőllős. Lʼagitazione della notte cessò. Un silenzio sinistro seguì, interrotto soltanto da qualche singhiozzo soffocato, da qualche singulto indomabile. Quelli che restavano sembravano rassegnati. Si compiacevano a credere in qualche cosa dʼignoto al quale ognuno dava la forma che più gli sorrideva. Un mistero dominava su questʼopera di tenebre. Non si voleva ancora vedere in Görgey un semplice traditore. Gli si attribuivano vendette diaboliche nascoste, colpi orrendi premeditati, accordi presi coi Russi contro gli Austriaci, articoli secreti nella convenzione, intelligenze collo Czar di Pietroburgo contro il Cesare di Vienna, degli abissi profondi, degli agguati spaventevoli. Il tradimento pare inverisimile, mostruoso, al soldato, malgrado le smentite della storia. Vada pel diplomatico, per lʼuomo politico, per il civile. Il tradimento si addice a costoro, è il loro mestiere giuocare dʼastuzia: sono volpi. Ma lʼuomo di spada! il leone, franco, aperto, brutale, sovente generoso perchè forte..., egli tessere delle ombre! egli, delle menzogne, delle infamie, delle nefandità? egli ordire degli agguati! impossibile!
Le trombe ed i tamburi risuonarono. I soldati si posero sotto le armi, in fila. Poi, in marcia. E si arrivò al piano di Szőllős. Sotto una tenda, dei generali e degli ufficiali russi attendevano già. Non una divisa austriaca. Qualche migliaio di soldati russi formavano un piccolo accampamento; essi pure sotto le armi, in linea, la loro bandiera ondeggiante al vento. I 23,000 uomini, residuo dellʼesercito ungherese, si arrestarono. Posero in fascio le loro armi e le poche loro bandiere, riuniti in massa, come per fare un riposo. Poi rientrarono nelle file. Gli ufficiali conservavano le spade. Le trombe suonarono di nuovo. I cavalieri misero piede a terra. Essi ed i soldati di linea sfilarono davanti al piccolo gruppo di Russi, che presentava le armi. Più lungi, le file si rompevano. I soldati e bassi ufficiali, che non avevano servito prima del 1848, raggiunsero provvisoriamente le loro case. Gli altri ufficiali passavano dietro le file dei Russi, e si costituivano prigionieri. Il general Rüdiger, che presiedette alla sommissione, li diresse a Sarkad; una settimana dopo, Paskewich li consegnò a Haynau per ordine dello czar.
Avevano confidato nella grandezza dʼanimo di Niccolò! Essi dimenticavano la Polonia!
Görgey fu condotto al quartier generale russo, a Nagy–Varad. Il granduca Costantino ottenne il suo perdono. LʼAustria lo internò a Klagenfurt.
Il dramma era finito.
Io raggiunsi Bem. La mia vita era unʼagonia insopportabile. Incontrai Bem a Lugos. Kossuth aveva preso, fino dalla vigilia, la via dellʼesilio, dirigendosi verso la Turchia. Bem tentò di riaccendere il fuoco, e Kmety si battè ancora una volta, il 15 agosto, vicino a Lugos; ma la disperazione aveva accasciati tutti gli animi. Vecsey diede lʼesempio della dissoluzione del piccolo esercito di Bem, sottomettendosi ai Russi, il 16 agosto.
Vecsey fu il primo a salire sul patibolo di Haynau!
Noi penetrammo in Transilvania. Quel pugno dʼuomini, che ci restava ancora, sembrava disposto a lasciarsi uccidere, piuttosto che battersi. Perchè aggiungere nuove vittime allʼecatombe già finita? Cʼimpegnammo nelle montagne, e, per sentieri quasi inaccessibili, raggiungemmo il territorio turco, avendo lʼultima gioia, non lungi di Mehadia, di accoppare gli Austriaci che guardavano il confine per arrestare i fuggitivi.
Klapka tirò da Comorn lʼultimo colpo di cannone contro il vessillo giallo–nero. Poi capitolò anchʼegli.
E lʼopera del carnefice incominciò.
Luigi Batthyany, primo ministro ungherese, fu trascinato dinanzi un Consiglio di guerra austriaco.
—Io sono Ungherese, e non posso essere giudicato che da Ungheresi, sclamò egli.
Fu condannato a morire di corda, _pei suoi atti politici_. Tentò di suicidarsi, e vi riescì per metà. Lo fucilarono per finirlo.
Ciò accadeva a Pesth.
Ad Arad, i generali Ernesto Kiss, Schweidel, Dessewffy e Lazar vennero pure fucilati, per _grazia_ particolare di Haynau. I generali Török, Lahner, Knezich, Pöltenberg, il conte Vecsey, il conte Leiningen, il colonnello Lazar furono impiccati.
—_Hodie mihi, cras tibi!_ sclamò il formidabile Nagy–Sandor, al momento in cui il carnefice gli passava la corda al collo.
E fu impiccato.
—Io aveva, per ordine del re, giurato fedeltà alla Costituzione, e dovetti restar fedele al mio giuramento, disse Aulich, rivolgendosi al pubblico, come sʼera vôlto ai giudici, nel momento che il carnefice gli aggiustava al collo il nodo fatale.
E fu appiccato.
Damjanich, che aveva rotta una gamba, condotto ultimo, sopra un carro, al luogo del supplizio, gridò con inesprimibile dolore:
—Io che era sempre il primo dinanzi lʼinimico, arrivo qui dopo tutti gli altri!
E fu appiccato.
Era il tredicesimo. Di già Windischgraetz aveva fatto appiccare il comandante dei cacciatori tirolesi, il capo della legione tedesca, Szöll, il generale Lazar, il colonnello Nadosy.
Il barone Sigismondo Pérényi era un uomo avanzato in età. Era stato presidente della Camera dei magnati e della Corte suprema di giustizia. Fu impiccato. Ladislao Csany era stato ministro. Fu impiccato. Emerico Szasvay, segretario della Camera dei rappresentanti; Czernus, consigliere al ministero delle finanze; il barone Giovanni Jeszenak furono impiccati. Il colonnello principe Woroniecki, gli ufficiali Giron e Abancourt furono impiccati. Il colonnello Kasinczy fu fucilato in Arad.
Lascio i più oscuri, ma non meno degni. Il pudore mi proibisce di nominare le dame e le donne flagellate. Madamigella Esther Lazar, che seguì lo stato–maggiore di Bem, vestita dʼamazzone, Bianca Teleki, Clara Lövey furono poste in prigione.
LʼAustria tirò una linea nera sullʼUngheria, sulle sue istituzioni, sulla sua lingua, sulla sua storia, e credette di averne fatto una provincia austriaca.
Bem morì di febbre in Aleppo, ove il Sultano ci aveva internati dietro la domanda dellʼAustria e della Russia. Quando gli si propose dʼabiurare il cristianesimo, in vista dʼuna possibile guerra della Turchia contro la Russia, Bem sclamò:
—Non ho nulla da abiurare. Io non sono cristiano. Non ho che a scambiare lʼincomodo costume dellʼOccidente contro quello più ampio degli Orientali.
Kossuth fu internato a Kutahia.
Più tardi potemmo tutti ritornare in Europa, o imbarcarci per lʼAmerica[2].
XI (ed ultimo)
Ed ora una parola di conclusione a questa storia.
LʼUngheria si è riconciliata collʼAustria.
Il colonnello conte Maurizio Zapolyi è restato in esilio come Kossuth. Questi aveva detto nel suo gran discorso, ove proponeva la decadenza degli Absburgo:
«Dio può disporre di me in questa vita come gli piacerà. Può colmarmi di sofferenze fisiche, può condurmi al patibolo, può condannarmi alla cicuta, od allʼesilio. Ma una cosa nella quale egli non potrà manifestarmi la sua onnipotenza è, che mi faccia ridivenire suddito della Casa dʼAustria».
Egli ha tenuto la sua parola.
Deak, un gran cittadino, ha sostenuto nella seconda fase della storia dellʼUngheria quella grande parte che Kossuth ebbe nella prima. Egli è arrivato ad un risultato: la riconciliazione dellʼAustria collʼUngheria. Ma questa riconciliazione è dessa sincera? Lo crediamo. È dessa possibile? Lo desideriamo. È dessa duratura? Ne dubitiamo.
Ne dubitiamo, perchè ci sembra che lʼAustria non è ancora abbastanza matura, abbastanza sbattuta dai disastri; chʼella non è ancora abbastanza convinta della necessità di formarsi in un insieme omogeneo, e disfarsi di tutte le parti angolose, vulnerabili, disaggregate del suo territorio. Occorre unʼaltra Sadowa per posare lʼAustria sulla sua vera base definitiva e costituirla nella sua grandezza utile e naturale. Se la sua alleanza col Governo imperiale francese—io non dico con la Francia—fosse sincero, questo ultimo colpo del destino coverebbe nellʼombra; e alla divisa del passato, _Felix Austria nube_, sarebbe mestieri sostituire la strana e provvidenziale dellʼavvenire: _Felix Austria succumbe_!
LʼAustria non ha più posto nellʼOccidente. Ecco il punto di partenza di quellʼavvenire, che è stato inaugurato dalla riconciliazione collʼUngheria. Essa ha cessato di essere apostolica, come ha cessato dʼesser tedesca, come ha cessato dʼessere il perno delle alleanze continentali contro la Francia. Un nuovo mondo è nato a Solferino ed è stato battezzato a Sadowa. LʼAustria è di questo nuovo mondo, ma con una missione differente e sotto una forma differente da quella gotica dellʼImpero. Questa forma fu lʼ_acarus_ che lʼimperatore Napoleone le inserì sotto la pelle col trattato di Presburgo, quando, ad unʼaltrʼepoca di rigenerazione per il disastro, lʼAustria ebbe la sorte di liberarsi dal peso del mantello imperiale dʼAllemagna. Le sceniche assise di Carlo Magno non fanno proʼ ai giorni nostri. Lʼ_acarus_ dellʼImpero ha divorato lʼAustria. Il signor di Bismarck ha estratto, _ferro et igne_, il germe della dissoluzione, che il terribile Côrso aveva infuso nel vecchio sangue di Absburgo. LʼImpero di Austria non esiste più che come un titolo. Francesco Giuseppe non ha altra corona reale e potente che quella di S. Stefano. Il Tirolo è un imbarazzo, la Boemia una minaccia, lʼarciducato dʼAustria un pericolo.
Sʼha a conchiudere da tutto ciò che lʼAustria dovrebbe abbandonare in balía della corrente queste parti del suo dominio? Certo che no.
Noi crediamo che lʼintegrità dellʼAustria, con qualche utile rettificazione delle sue frontiere, sia una salvaguardia della pace europea. Soltanto essa deve modificare la costituzione di queste parti dellʼImpero e cangiare la loro natura di provincia in quella di Stato. Forse, in questa trasformazione, lʼautorità centrale perderà la metà della sua energia, ma essa acquisterà per certo la totalità del suo rispetto, la sicurezza di durare e continuare, la sua base di azione, la potenza del suo effetto ed un elemento di similitudine. Il Tirolo e lʼarciducato non sono finalmente che unʼappendice, la Gallizia un deposito. La casa dʼAusburgo deve essere preparata a perderli, in un dato giorno, ma con un compenso—il giuoco della casa di Savoia.
La base della nuova Austria è lʼUngheria. LʼUngheria sviluppata nei suoi confini naturali, vale a dire dal Pruth e dai Balkani allʼAdriatico, da Presburgo al Mar Nero, determina la nuova missione dellʼAustria e la sua feconda grandezza. Se lʼArciducato, il Tirolo, la Boemia, la Gallizia nella loro integrità le restano, e possono restarle, questi Stati non devono avere col centro del regno che dei legami accessorii, in modo che si possa tagliare il cordone ombelicale senza pericolo per la vita e per lo sviluppo dellʼinsieme, quando la _necessità_ lo imporrà, come fece lʼInghilterra delle isole Ionie. Codesta necessità si addimanda attrazione delle razze, sicurezza delle frontiere. Si persiste ancora, sʼinsorge ancora contro le esigenze di questo decreto di salute dei popoli e delle nazioni. Non importa. LʼInghilterra ha dato lʼesempio. La resistenza è già minore oggidì che nol fosse nel 1815. E se la giustizia, la verità, il diritto incontrano sul loro cammino più ostacoli che non ne incontri il male sotto i varii suoi nomi, ciò vuol dire che sono ancora le dinastie che pesano sulla politica, e non i popoli che la ispirano direttamente.
Gli Stati di origine diplomatica, scaturiti dalle guerre o da altre enormità politiche, non hanno più ragione di essere. Il bisogno del nostro tempo è di semplificare per economizzare lʼuso costoso dellʼautorità, a quella guisa che noi economizziamo li tempo, lo spazio, le forze improduttive. Si comprende unʼItalia. Si comprende una Germania. Si comprende una Francia. Si comprende unʼInghilterra, una Russia, unʼAmerica, unʼUngheria, che racchiuda tutti i popoli del bacino del Danubio, una Polonia. Ma qualʼè la missione civilizzatrice, lʼutilità umana dellʼImpero dʼAustria, composto di pezzi mal uniti e tenuti insieme da una cerchia di baionette?... Per fortuna, questo amalgama infecondo si decompone sotto lʼazione della stessa forza che lʼavea formato: il cannone.
Se la decomposizione non fosse stata normale, lʼEuropa non avrebbe permesso che si compisse. Lascerebbe essa, infatti, compiere la rottura dellʼItalia o dellʼAllemagna per le mani della Francia? La riconciliazione dellʼAustria collʼUngheria è nata da questa evoluzione: la rottura del violento connubio degli Stati; la formazione delle prospere unioni omogenee. La scissura si è operata a colpi di folgore; il ravvicinamento sotto lʼimpulso dellʼinevitabile. Si vorrà rassegnarsi giammai a questi decreti della necessità?... Tutto consiste in ciò. Lʼavvenire della dinastia dʼAbsburgo sta nellʼabdicazione deʼ suoi vecchi propositi a favore della sua nuova missione. Il suo perno è lʼUngheria. Il Re dʼUngheria è alla testa della politica della nuova Europa: lʼEuropa chʼè uscita dalla ruina dellʼedifizio infelice, di cui il Congresso di Münster aveva gittato le prime basi, ed il trattato di Utrecht levò le pareti, lasciando al Congresso di Vienna la trista bisogna di completare il mostro.
Che cosa è dunque il Re dʼUngheria?...
In una parola, è il contrappeso dello Czar di Moscovia.
Il Re dʼUngheria non deve ambire di essere altro. Questa sua missione è già vasta abbastanza, egli deve volger le spalle allʼEuropa. Se il suo sosio, lʼArciduca dʼAustria, ha ancora delle inquietudini che lʼattirano verso la Germania, delle vertigini che lo riconducono verso lʼItalia, egli deve bandirlo come il genio del male. Lo sguardo del Re dʼUngheria si spinge in avanti, là dove sorge il sole. La sua corsa è parallela a quella dello Czar di Moscovia: egli mira alla stessa meta; la sua attività aspira ai medesimi resultati. Essi devono aiutarsi a vicenda, se è possibile, ma non intraprender nulla lʼuno contro lʼaltro. Nondimeno, il pericolo dellʼEuropa sarebbe nellʼaccordo di questo Czar e di questo Re. Ma ecco appunto perchè è necessario di lasciare che la Germania si costituisca senza crearle ostacoli, di aiutare la Polonia ad interporsi fra questi tre, e di consolidare lʼalleanza della Francia collʼItalia sul cadavere del papato temporale, o di compiere la loro rottura, mediante lʼalleanza sana, definitiva, politica, dellʼAlemagna protestante e dellʼItalia scettica. Ciò è ancora nel potere dellʼimperatore Napoleone, se si decide ad escire risolutamente una volta dalla tutela dellʼinfausta sua consorte ultramontana e dallʼinfluenza del gineceo cattolico. La sua attitudine indeterminata attuale lo rimpicciolisce: essa getta lʼItalia nelle braccia della Prussia, la Prussia nelle braccia della Russia, e compromette la vita nuova dellʼItalia.
Circoscrivere il mostruoso ingrandimento della Russia, ecco il compito dellʼUngheria nel mondo moderno, come nei secoli passati essa pose un argine allʼinvasione della Turchia nellʼOccidente. Ma si deve altresì fissare, senza gelosia, senza grettezze, senza puerili timori, dove questo ingrandimento cessa di essere naturale e necessario, dove comincia ad essere mostruoso.
Pretendere che una nazione così omogenea, come la Russia, sia una nazione mediterranea, senza uno sbocco sul mare eterno, chiusa al nord per otto mesi dellʼanno dal ghiaccio, strangolata al Bosforo sotto la sorveglianza dellʼEuropa gelosa e paurosa, sarebbe un pretendere lʼimpossibile; vale a dire che non vi sia sviluppo là dove cʼè vita, gioventù e salute. Nessuna nazione moderna può vivere senza lʼOceano. La Russia ha il suo punto di gravitazione inevitabile verso Costantinopoli; le è necessario, e lʼavrà, presto o tardi, dalla ragione, dallʼastuzia, dai trattati, o dalla violenza, facendo nascere o profittando delle complicazioni dellʼEuropa occidentale. Costantinopoli le farà lasciar Pietroburgo, la quarta capitale della sua quarta evoluzione; ed allora essa cesserà di pesare sullʼEuropa per sorvegliar lʼAsia ed aiutare il sultano nella sua azione, nella sua missione: nellʼopera sua sulla razza siamica. La Turchia è per lʼAsia occidentale ciò che è lʼUngheria per i residui delle razze consanguinee slave. A questo prezzo la Russia abbandonerà la Polonia.
LʼUngheria e la Polonia redente, la Germania costituita, lʼItalia consolidata e compiuta, lʼalleanza delle potenze del Mediterraneo assicurata, le flotte dellʼInghilterra, della Francia e dellʼItalia sempre allestite...... ove sarebbe allora il pericolo, il timore del _colosso moscovita_ a Costantinopoli, che turba i sonni dei politici di corta lena?.... Bisogna finirla, insomma, con le anticaglie diplomatiche delle _supremazie_ dei _laghi_, dellʼ_influenza_, della _protezione_, dellʼ_alta signoria_ (_suzerainété_), codesti bagattelli, codeste lanterne magiche, codesti semafori dei tempi passati. Largo alle ferrovie, al gas, alle macchine da filare, ai telegrafi elettrici della politica moderna.
Noi non siamo ancora alla vigilia della guarigione logica ed etnologica delle deformità europee. Ma il metodo è trovato, grazie allʼimperatore Napoleone, a Cavour ed a Bismarck. Ecco perchè la riconciliazione dellʼAustria con lʼUngheria sarebbe un fatto da rallegrarsene, se non nasconde degli occulti intendimenti. Questi occulti intendimenti possono esistere ancora. Il ravvicinamento può ancora non essere sincero. Lo sarà per fermo il giorno in cui una novella battaglia perduta sbarazzerà la casa dʼAustria dallʼarciducato, che è tedesco, e deve far parte dellʼAlemagna; del Tirolo, che è italiano, e deve far parte dellʼItalia; della Galizia, che deve ritornare alla Polonia. Annettete presto allʼUngheria il paese che la Turchia possede, o di cui ha lʼ_alta signoria_ al di qua del mar Nero—eccetto lʼEpiro e qualche cantone dellʼAlbania—, e la soluzione è prossima.
LʼEuropa _reale_ termina allʼOder. LʼEuropa al di là è piuttosto lʼOriente. LʼUngheria e la Polonia sono le primogenite di codesta Europa slava orientale, che è un pericolo, e che devʼessere una forza, e cui si tratta di costituire. LʼEuropa deve dunque incoraggiare la formazione dellʼUngheria quale deve essere, ed affrettare la decomposizione dellʼAustria quale essa è ancora, ma senza forzare con la guerra la mano al destino.
IL CONTE GIOVANNI LOWANOWICZ
IL CONTE GIOVANNI LOWANOWICZ
I.
.....Il mio bisavolo, quantunque avanzatissimo in età, si era trovato il 10 ottobre 1793 alla battaglia di Macieiovich, e vi era perito vicino a Koshiusko, che non pronunziò mai il famoso _finis Poloniae!_ Mio nonno, anchʼegli molto vecchio, era morto il 25 febbrajo 1831 alla battaglia di Grochow, ove lʼarmata polacca lottò tre giorni contro la russa. Mio padre era stato impiccato nel 1848, dopo una di quelle cospirazioni tenebrose, che intorbidarono sì di sovente lʼolimpico regno dellʼimperatore Niccolò. Egli lasciava due figli: il primogenito, chʼera io, e mio fratello Casimiro, più giovane di due anni.
La storia della mia famiglia, di cui non ho ricordato che la fine dei tre suoi ultimi capi, indicava la nostra probabile sorte.
Quando si nasce sotto un Governo col quale si è sicuri di trovarsi tosto o tardi in lotta, bisogna prepararvisi e stare in guardia. È ciò che pensò nostra madre. Il cómpito non era difficile, e non occorreva del genio per definirlo.
Ciò che guasta i caratteri, e per contraccolpo consolida le tirannie, è la mancanza di abitudine nel sopportare il dolor fisico; è lo sbigottimento subito, che ci colpisce in presenza dei fenomeni, dei fatti morali. Abituare il corpo alle sofferenze e lo spirito ad ogni sorta di urto, gli è rendersi padroni del timone della vita.
—La prospettiva che vi si apre dinanzi, ci disse nostra madre, quando apprese come era morto nostro padre, si riassume in questo: morire combattendo; morire sopra un patibolo, o sotto il knut; perire in Siberia. Non cʼè esempio che un conte di Lowanowicz sia morto per la mano di Dio. Bisogna dunque prepararvi, non già alla morte, che non è nulla, ma a subire con sguardo sicuro, con cuore virile, le ansie terribili che la precedono.
Lʼeducazione, che ella ci diede, fu dunque conseguente a questo programma.
Non parlo dellʼistruzione. Fu quella che gentiluomini ben educati dovevano avere, e potevano ricevere nelle Università tedesche e completare viaggiando. Rammento soltanto che, a quindici anni, noi eravamo maestri consumati nel maneggio dʼogni sorta dʼarmi; che potevamo dormire a cielo scoperto tutta una notte, succintamente vestiti, con venti gradi di freddo; che potevamo restare, senza alcun incomodo, tre giorni a digiuno; che potevamo ricevere qualche colpo di knut senza muover palpebra; che nessun lavoro materiale penoso ci ripugnava; che conoscevamo la geografia del Caucaso, dellʼOremburgo e della Siberia, e diversi dialetti di quelle contrade, come si conosce la propria casa e la propria lingua. Ci eravamo dunque famigliarizzati con tutte le cose impreviste. Eravamo preparati alla nostra parte. Ma questa parte non doveva essere la medesima per ambedue.
Il conte Andrea Zamoyski era stato lʼamico di mio padre. Il marchese Alessandro Vielopolski–Myszkowski era parente di mia madre. Questi due personaggi, due incarnazioni della Polonia contemporanea, influirono in diversa maniera sul mio spirito e su quello di mio fratello, e decisero del nostro doppio destino. Io restai Polacco _per opera_ della Polonia stessa, come il conte Andrea Zamoyski; Casimiro divenne Polacco _per opera_ della Russia, come il marchese Wielopolski.