Le notti degli emigrati a Londra
Part 5
Ad una lega di distanza, accampavano due corpi del nostro esercito. Gaspar con 16,000 uomini da una parte, Aulich dallʼaltra con 8,000 uomini, 1000 cavalli e 38 cannoni. I due capi udivano, fino dal mezzogiorno, la voce del cannone. Gaspar restò immobile, attendendo un ordine che lo chiamasse. Io, spontaneo, mi slanciai verso Aulich, per sollecitarlo a venire al nostro soccorso. Ma egli era già in marcia, senza essere invitato, ed arrivò come Desaix a Marengo, a cinque ore, per decidere della battaglia. La vittoria fu completa. Kossuth era presente. Io fui ferito al capo da una scheggia di mitraglia.
Tre giorni dopo, il 9 aprile, Damjanich e Klapka rompevano Götz alla testa di 12,000 uomini a Vacz; dieci giorni dopo, il 19, questi due stessi generali, con 18,000 uomini, vincevano la battaglia di Nagy–Sarlo, ove il generale Wohlgemuth comandava a 26,000 Austriaci. Görgey non si allontanò dal suo quartier generale di Leva. Si marciò in avanti per sbloccare Comorn, e vi si riesci dopo due ore di combattimento. Görgey arrivò alla sera. Gaspar, secondo la sua abitudine, non arrivò punto. Gli Austriaci avevano abbandonato Pesth, e si ritiravano su Vienna per la via di Raab. Görgey avrebbe dovuto inseguirli, e rientrare con loro, o prima di loro, nella capitale degli Absburghi. Egli preferì ritornar sui suoi passi per cacciare la guarnigione austriaca da Buda, ove si era rinchiusa.
Nel frattempo, un grande atto si compieva a Debreczin, un gran delitto a Vienna.
LʼAustria infliggeva a sè stessa il disonore dʼinvocare lʼassistenza della Russia—ed era un ungherese, il conte Enrico Zichy, che accettava lʼinfamia di andare a chiedere il soccorso dello czar.
Kossuth proponeva alla Dieta la decadenza degli Absburghi.
VII.
Era il 14 aprile 1849. Questa data segna unʼepoca nella vita e nella storia del popolo ungherese. I primi soffi della primavera intiepidivano già lʼaria. Il cielo era grigio–chiaro, il che velava forse lʼinfinito, ma addolciva lo sguardo. Il sole provava i suoi primi raggi. La neve sʼera sciolta, ma lʼimmensa pianura trasudava una nebbia bianca, leggiera, allegra, che il venticello dellʼaurora smuoveva, stuzzicava, le dava la vita della lama agitata. Si sarebbe detto che il mar Bianco avesse scavalcato le steppe della Russia, franta la cintura azzurra dei Balcani e dei Carpazii, e si fosse rovesciato tutto fremente sul paese piatto del Danubio. Tutte le campane delle torri bizantine di Debreczin suonavano a gloria. La città si adornava come per una festa, un gran movimento di persone e di parole animava le vie.
Debreczin è una città di 50,000 anime, il centro della razza magiara. Le donne con gli usatti maschili, colla casacca di pelle dʼagnello, il pelo al di dentro a causa della freschezza del mattino, ornata dʼastrakan e di ricami in lana di varii colori, un fazzoletto di cotone o di seta sul capo legato sotto il mento, i capelli intrecciati dietro la testa con una quantità di fettuccie; le donne, dico, erano superbe di non portar più alcun ornamento dʼoro o dʼargento: esse avevano offerto tutto alla patria. Non si vedeva più un anello, una collana, un paio dʼorecchini sopra le donne ungheresi, principalmente su quelle della classe del popolo; avevano tutto dato come dono patriottico. Gli uomini erano tutti, in una maniera o nellʼaltra, armati. LʼUngherese è grande, solidamente costrutto; ha la faccia aperta, lo sguardo franco, della vivacità nello spirito, una personalità che conosce sè stessa e si confessa quale è, nonostante lʼincoerenza delle idee, la leggerezza dei propositi, la vanità generata dalla bellezza della razza—tutti sapendosi nobili, o credendosi tali. LʼUngheria sembra abitata da un popolo di gentiluomini. In mezzo però a tanti grandi e leggiadri uomini, a tante belle ed allegre donne, tutti dallʼaria felice, ben nutriti, ben alloggiati—i contadini avendo dei bei poderi che lor danno da vivere, ed i borghesi, in poco numero però, esercenti una professione od unʼindustria—, si introducevano dei mendicanti che mostravano delle piaghe schifose—loro strumento di lavoro—, o un nugolo di zingari color cioccolatte. Tutta questa gente si dirigeva verso la sala ordinaria della seconda Camera—il Collegio riformato di Debreczin—e lʼinvadeva.
La Dieta aveva discusso in comitato secreto, durante due giorni, la decadenza della Casa di Absburgo, ed aveva deciso di deliberarne pubblicamente in quel giorno. I magnati si erano riuniti ai deputati, e si mischiavano a loro, vestiti del loro mantello di velluto rosso, celeste o nero, impellicciato dʼastrakan, di martoro zibellino, coperti dal Kalpack nazionale con un pennacchio di pietre preziose e penne dʼaquila, la cintura, la collana e la sciabola tempestate di turchesi, di rubini, di perle e di granate orientali. Questo costume teatrale, quello che portavano alla Corte, dava uno scintillamento abbagliante allʼassemblea, ed aumentava la solennità. La sala era troppo piccola; la folla, che vi soffocava, si portò al tempio riformato, e fece proporre alla Dieta, da uno dei suoi membri, di trasferirvi per quel giorno la sede delle deliberazioni. LʼAssemblea si condusse immediatamente alla chiesa protestante, ed occupò il posto ai piedi e dirimpetto al pergamo, lasciando al pubblico il resto della chiesa e le gallerie. Paolo Almasy, presidente della seconda Camera, e Pérényi, presidente della Tavola dei magnati, si stabilirono alla presidenza: Kossuth ascese alla tribuna. Il silenzio era perfetto. Alla vista di Kossuth, un fremito scosse la folla come scintilla elettrica, ed un evviva immenso e prolungato risuonò sotto la volta. La Dieta, magnati e deputati, fece eco. Fu un abbarbagliante sfolgorío di berretti piumati agitati nellʼaria, uno strepito di sciabole risuonanti rumorosamente. Lo spettacolo divenne sublime.
Pochi uomini hanno avuto la fortuna di Kossuth. Come Washington, egli fu lʼanima, la fede di un gran popolo, e si mostrò degno della sua parte. Kossuth è una delle più belle espressioni del tipo magiaro, Lʼocchio ceruleo, ardito, fiero, la testa alta, il contegno nobile, il portamento altiero; egli domina col suo gesto, impone il rispetto con ogni movimento, seduce col prestigio della voce. Questo Alcibiade ha lʼaccento, lʼaudacia, la poesia, lʼelettricità della parola di Mirabeau e di Burke, lʼelevatezza dʼidee di Chatham e di Fox. La serenità del suo animo, nelle circostanze complicate, stupisce. Egli possiede il calore della concezione dellʼuomo di Stato francese, ed il giudizio freddo ed infallibile dellʼuomo di Stato inglese. Il vigore della forma, i ricchi colori di cui veste la sua eloquenza, aumentano la precisione geometrica dei suoi ragionamenti. Egli calcola a lunghe distanze di epoca. Ed ecco perchè alcuni suoi atti, che non ebbero tempo di svolgersi e di maturare, sembrarono errori. Egli non possiede, forse, lʼorgano felice dellʼosservazione profonda dei caratteri, cui Pitt ebbe, e che mancò a Napoleone; forse non ha la ruvida fibra della resistenza, particolare di Canning; ma forse pure, la sua fede nella grandezza, nella giustizia, nella verità dello scopo, gli fecero negligere queste precauzioni. Il suo solo fallo, durante due anni dʼimpero, fu Görgey. Egli non scrutò il cuore; giudicò il talento, e non misurò la feccia delle passioni. Kossuth credeva alla sua opera, e dominò la nazione dallʼalto della sua fede. LʼUngheria, questo Oriente dellʼOccidente, ha la confidenza indolente degli Orientali, e lo spirito dʼesame dei popoli dellʼOccidente svegliato e pronto.
Il discorso di Kossuth fu un poema, interrotto ad ogni strofa da applausi. Egli tessè lʼatto dʼaccusa della dinastia degli Absburgo, e mai a coscienza umana cancrenata non fu presentata sotto un aspetto più lurido. Ogni frase dellʼoratore conteneva un fatto; ogni fatto diveniva una gogna; una doccia di fuoco stillava sullʼuditorio. «Questi sono i fatti, continuò egli. Dopo atti simili, è egli possibile che il popolo conservi il menomo rispetto per la dinastia? Mantenere la Casa dʼAustria sul trono, sarebbe annientare ogni sentimento onesto, calpestare sotto i piedi ogni morale. Noi non esporremo a ciò il paese».
—No, no, gridarono tutti, Dieta e popolo.
—È dunque venuta lʼora, riprese Kossuth, in cui è dovere dellʼUngheria, dovere dei rappresentanti della nazione dichiarare in faccia allʼEuropa ed al popolo, in faccia di Dio e dellʼUniverso, che vogliono esser liberi ed indipendenti.
Lʼentusiasmo fu al colmo, Kossuth finì il racconto della lotta di tre secoli fra lʼUngheria e la Casa dʼAustria, espose la situazione, raccontò le peripezie dellʼultima guerra, e concluse colle due seguenti proposizioni:
1.º Che lʼUngheria fosse dichiarata Stato indipendente, e, relativamente al territorio, indivisibile, inviolabile;
2.º Che la Casa di Absburgo–Lorena fosse dichiarata decaduta per sempre dal governo, proscritta dal suolo ungherese, priva dei diritti civili dellʼUngheria.
Poi, alzando le mani al cielo in attitudine religiosa, esclamò:
—Così sia! _Amen_!
Le proposizioni furono votate ad unanimità.
Kossuth fu eletto presidente–governatore dellʼUngheria.
Gli _Eljen Kossuth_ furono interminabili. Kossuth, profondamente commosso, con le lagrime agli occhi e sulle guance, con la voce tremante, soggiunse:
—Giuro pel Dio eterno e sul mio onore che non terrò il potere un solo istante dopo che i diritti dello nazione saranno assicurati, perocchè io non voglia essere che un povero e modesto cittadino dellʼUngheria liberata.
Egli è adesso nellʼesilio—come Vittor Hugo, Ledru–Rollin, Quinet....—esempio della rigidità della coscienza umana.
Il primo magnate, che votò la decadenza degli Absburgo e lʼindipendenza dellʼUngheria, fu un vegliardo quasi ottuagenario, il principe Nyraczi—il padre dʼAmelia.
Il 24 aprile, gli Ungheresi rientrarono in Pesth. Buda restava in mano di 4000 Austriaci. Görgey, che poteva marciare su Vienna e sanzionare colà la decadenza della Casa imperiale, comunicando allʼEuropa attonita il decreto di Debreczin, Görgey si preoccupò della guarnigione di Buda, ritornò sui suoi passi, e diresse allʼesercito questo proclama:
«Commilitoni.
«È scorso appena un mese da quando, confinati dietro la Tisza, noi gettavamo uno sguardo dubbioso sul nostro avvenire oscurato. Chi avrebbe allora creduto che, un mese dopo, avremmo passato il Danubio e liberato il nostro bel paese dal giogo di una dinastia spergiura? I più arditi fra noi non avrebbero certo osato nutrire una così grande speranza. Ma voi bruciavate del nobile amor di patria, e lʼinimico ha provato il vostro coraggio, eguale a numerosi eserciti! Voi avete trionfato, trionfato sette volte, una dopo lʼaltra. Oggimai voi trionferete mai sempre.
«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!
«Ognuna delle battaglie che abbiamo combattute fu decisiva. Più decisive ancora saranno quelle che combatteremo dʼora in avanti. Sacrificando la vostra vita, voi avete avuto la fortuna di assicurare allʼUngheria la sua antica indipendenza, la sua nazionalità, la sua libertà, la sua esistenza duratura. Tale fu la nostra missione, la più santa fra le missioni.
«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!
«Molti fra voi credono che lʼavvenire desiderato è fin dʼora conquistato. Non vʼingannate. Questa lotta pei diritti naturali dei popoli contro le usurpazioni della tirannia, non sarà soltanto sostenuta dallʼUngheria. Ed i popoli vinceranno dovunque! Voi non sarete forse testimoni della loro vittoria. Consacrandovi a questa lotta con fedeltà incrollabile, voi dovete essere fermamente risoluti a cadere vittime della più bella e della più gloriosa di tutte le vittorie.
«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!
«E siccome io ho la convinzione che non uno fra voi preferirebbe una miserabile esistenza ad una morte così gloriosa, e che voi tutti sentite come me che gli è impossibile di asservire una nazione, i cui figli eguagliano gli eroi di Szolnok, di Hatvan, di Tapio–Bicske, di Isaszeg, di Vacz, di Nagy–Sarlo e di Komarom; per ciò, in mezzo anche allo spaventevole rumore delle battaglie, io dʼora in avanti non avrò per voi che un sol grido:
«Avanti, camerati, avanti.
«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!»
_Avanti!_ gridavano le truppe come il capo. Avanti! Ma Görgey ritornava indietro. Per lui, il pericolo non stava a Vienna: stava a Pesth! Per lui, il nemico non era Francesco–Giuseppe, era Kossuth.
VIII.
—Ho di parlare di me, continuò il colonnello Zapolyi, in mezzo ai grandi fatti ai quali ho preso parte, ai grandi disastri che mi restano a raccontare. Ma voi mi avete domandata la mia storia, ed io la finirò.
La mia ferita era appena guarita. Si battevano dinanzi a Buda. Accorsi colà. Amelia e suo padre abitavano già Pesth, ove il Governo riportava la sua sede.
Görgey investiva la fortezza di Buda con forze considerevoli. Un primo attacco, per distruggere la pompa ad acqua che approvvigionava la guarnigione, era stato respinto. Era principiato il fuoco per aprire la breccia. Hentzi, che comandava la fortezza, rispose bombardando Pesth, come Windischgraetz aveva bombardato Vienna, come Radetzky bombardava le città italiane. Questa città monumentale ardeva in diversi punti.
—Sono le torce funebri intorno alla bara di Casa dʼAbsburgo! diceva Görgey.
Egli ordinò un assalto generale, benchè lʼartiglieria non avesse ancora resa praticabile la breccia. Lʼattacco ebbe luogo nella notte dal 16 al 17 maggio. Io era arrivato la sera; non mʼero ancora presentato al generale. Sentendo il cannone di notte, mi condussi in mezzo ai combattenti come semplice volontario, e mi trovai col corpo di Nagy–Sandor, che aveva ricevuto lʼordine dʼimpadronirsi della breccia. Il combattimento durò tre ore,—combattimento feroce, la baionetta contro il cannone!—Gli honved si slanciarono allʼassalto sei volte. Fummo sempre respinti. La breccia restava inaccessibile: le scale, colle quali tentammo la scalata, si trovarono troppo corte. Il giorno cominciava a spuntare. Gli altri Corpi non erano stati più felici di noi alla porta di Vienna, al Varkapu (porta del castello), al giardino, alla macchina dellʼacqua. Suonò la ritirata. Il cannone ricominciò lʼopera della breccia.
Il 21 maggio, questa sembrò praticabile. Allʼalba lʼattacco generale fu rinnovato, al grido formidabile di: _Eljen a Magyar!_ La fanteria ungherese si slanciò di nuovo sulle mura. Noi corremmo alla breccia. Ci respinsero ancora. Gli altri Corpi ruppero la resistenza in tutti i punti. La pompa fu presa da Kmety, a cui mancata due volte. Noi ritornammo allʼassalto, e finalmente riescimmo ad impadronirci della breccia, ed a salire sugli spaldi dei bastioni. Io mʼera arrampicato in cima ad una scala. I soldati italiani della guarnigione ci porgevano la mano per aiutarci a montare. Io era sul punto di saltare sulla spianata, quando un ufficiale austriaco uccise lʼitaliano di un colpo di spada, e con un secondo colpo, traversandomi la spalla sinistra, mi precipitò sul terrapieno in mezzo ai mucchi di cadaveri. Ma la fortezza era nostra.
Ripresi i sensi allʼospitale del Tabor.
Görgey non prese parte allʼazione: egli restò a grande distanza, nel quartier generale, sopra la collina Kis–Svábhegy.
Mi assopii, dopo che la mia ferita fu medicata. Due ore dopo, mi risvegliai allʼimprovviso. Amelia serrava la mia testa sul suo cuore, ed appoggiava le sue labbra al mio fronte. Ella volle farmi trasportare in sua casa, o piuttosto nellʼappartamento che la occupava nel palazzo di suo padre. Io mi opposi, e resistei tre giorni. Al quarto cedetti. Ciò fu causa di una violenta scena fra Amelia e suo padre, ed il primo passo verso la catastrofe che doveva inghiottirci tutti.
Il principe Nyraczi era il più ardente patriotta, ma in pari tempo il più forsennato aristocratico dellʼUngheria. Nessuno si mostrò più generoso di lui, ma nessuno altresì più ostinatamente reazionario. Egli aveva dato alla patria centomila franchi, tutto il suo vasellame dʼargento dʼun enorme valore, degli oggetti in natura in quantità considerevole, dei cavalli per gli Ussari leggieri. Aveva equipaggiato una compagnia di duecentocinquanta volontarii, comandati da suo nipote come suo luogotenente: _i berretti gialli_, che da due anni facevano la guerra a sue spese. Egli sʼincaricava della coltura delle terre di quelli fra i contadini del suo distretto che combattevano fra gli honved. Ogni settimana, due o tre mila poveri del comitato venivano alla porta del castello, ove ricevevano elemosine, soccorsi, prestiti! Aveva fatto venire dallʼInghilterra una batteria di cannoni completa, coi suoi affusti, e lʼaveva regalata a Bem, suo amico. Nei suoi castelli non restava più nè biancheria, nè coperte, nè materassi. Tutto era stato inviato agli ospitali pei feriti. E tutto era stato inviato e ricevuto dietro i suoi ordini, senza rumore: la cosa era fatta per sè stessa, e non per ostentazione. Ma la voce del principe Nyraczi fu la sola che si oppose allʼemancipazione dei contadini, allʼabolizione delle corvèes, dei livelli, delle decime. Egli aveva esatto mai sempre questi tributi di servitù, per la servitù in sè stessa, non già per il profitto; perocchè egli trovava mezzo di dare ogni anno in regalo ai suoi contadini dieci volte più di quel che prendeva come signore. Abborriva lʼAustria, perchè lʼAustria è tedesca, e lʼimperatore perchè non è magiaro; ma non perchè lʼuna è la tirannia straniera, lʼaltro un padrone. Non poteva comprendere che un contadino e lui, principe Nyraczi, fossero dellʼistessa stoffa, e dovessero godere degli stessi diritti sociali, civili e politici. E, nella sua natura di bronzo, nè le idee, nè le passioni si modificavano mai.
Egli conosceva tutta la mia storia, e le relazioni chʼio aveva con sua figlia dapoichè lʼavevo incontrata da suo marito, il colonnello Tichter. Ma io, per lui, era sempre il figlio degli impiccati, che avevano perduto il diritto di nobiltà; il contadino, al quale egli aveva fatto infliggere la pena disonorante del bastone. Cacciatore di contrabbando e ladro, per lui erano lʼistessa cosa. Aveva giudicato sua figlia in silenzio, perchè non ci era scandalo nella nostra condotta, perchè il nostro amore non era contaminato da nessuna macchia. Ma lo scandalo ora cʼera. Io abitava il suo palazzo, presso sua figlia.
Egli la fece chiamare, e lʼattese nel salone a fine di togliere allʼabboccamento ogni carattere di paternità. Non dovevano esserci colà che il principe di Nyraczi e la contessa Tichter. Amelia comprese tutto ciò di uno sguardo. Suo padre stava ritto presso il vano della finestra, chʼei riempiva della sua figura colossale. Aveva gettato sopra una seggiola la sua berretta di velluto nero dalla penna bianca, e con la testa alta squadrava la contessa. Il suo dolman di panno violetto, rattenuto sulla spalla sinistra da una catenella dʼoro, aggiungeva unʼaria marziale alla sua aria grave di vecchio e di aristocratico indurito. Lʼetà avanzata non aveva curvato di una linea la sua persona, come lʼesperienza non aveva fatto piegare lʼinflessibilità delle sue idee. Teneva la sciabola attaccata alla cintura, che risuonava ad ogni movimento contro gli speroni dʼargento degli stivali inverniciati, guarniti di astrakan, che gli arrivavano fin su del ginocchio. La sua bella barba bianca gli scendeva a mezzo il petto, armonizzando coi lunghi e ricciuti capelli. La commozione lo faceva pallido, e questo pallore prendeva una espressione di collera, sotto il riflesso di due pupille nere, accese dallʼinterna violenza. Gli occhi erano il dinamometro delle passioni del principe. Sua figlia aveva lʼabitudine di leggervi entro la calma o la tempesta. Ella conosceva il carattere di suo padre. Più dʼuna volta questi due nugoli carichi di fulmine sʼerano incontrati, ed avevano scambiato dei lampi.
—So, disse Amelia con voce ferma, perchè mʼavete fatta chiamare. Che ordine volete darmi?
—Uno di questi due, rispose freddamente il principe: spazzate il mio palazzo dalla lordura che vi avete introdotta, o lasciatelo voi stessa.
—Gli antenati di quello che voi chiamate una lordura, rispose fieramente Amelia, erano conti, quando i nostri non erano ancora che semplici nobilucci. Il titolo di quei baroni data dal quinto secolo, il nostro dal sedicesimo. Essi lo tengono da Attila, e furono capi di bande guerriere; noi lo abbiamo dalla Casa dʼAustria per servigi resi ad uno straniero, ad un padrone. Ecco, per la lordura. Io lʼamo, ecco la mia ragione.
—Lo so, rispose il principe, senza uscire dalla sua calma tempestosa; ecco perchè vi ho posto un dilemma, e non vi ho scacciata semplicemente.
—Il dilemma diviene inutile, dappoichè io non sono qui nè in casa di mio padre, nè in casa mia. Ah! pel principe di Nyraczi, una contessa.... che cosa? una contessa Tichter non è una lordura.
—Dei rimproveri, ora? Sono io forse che ha fatto codesto matrimonio? Non fui forse messo nella necessità di non poterlo rifiutare?
—Io aveva sedici anni allora.
—E cosa bisognava che io mi facessi, signora, la situazione essendo divenuta inesorabile?
—Uccidermi.
Il principe piegò il capo, e riflesse. Poi soggiunse:
—Hai ragione, Amelia, io fui un vile.
—Dunque, domani noi lasceremo il vostro palazzo.
—Noi! di già?
—Noi. Io sono vedova, non vi domando nulla, fuorchè la vostra benedizi....
—Giammai!
—Giammai. Che importa dʼaltronde? Non arriveremo forse mai a codesto punto. Gli avvenimenti si accalcano su di noi. Centomila Russi hanno già varcato il confine su tutti i punti; altri centomila ricalcan le tracce delle prime colonne; noi saremo schiacciati.
—Ed allora?
—Allora, voi sarete impiccato. Io mi ucciderò. Lʼ_altro_ sarà già caduto sopra un campo di battaglia qualunque.
Il principe tacque per un momento ancora, poi sclamò:
—Basta. Addio.
—A rivederci, disse la contessa.
—Ah!
—Vado ad attendervi a Szeged, nel castello di mia madre. Quello è mio, ed io vi offro un asilo colà, quando i Russi vi avranno cacciato da Pesth.
Ella non attese la risposta, ed uscì.
Ella venne a trovarmi in un grande stato dʼesaltazione. Compresi subito la scena che era avvenuta, e che io aveva prevista. Mi raccontò tutto. Siccome io non era in istato dʼintraprendere un viaggio, il chirurgo, che aveva medicata la mia ferita, mi accolse nella sua famiglia, e mi affidò alle eccellenti attenzioni di sua moglie e delle sue figlie. Amelia lasciò Pesth pochi giorni dopo, incrociandosi con Kossuth, il quale ritornava in mezzo alle più entusiastiche ovazioni dei paesi che attraversava.
Aveva io il tempo di essere ammalato?
IX.
Lʼesercito austriaco, non vedendosi inseguito, si fermò a Presburgo. Noi riprendemmo lʼoffensiva, nella speranza di battere gli Austriaci prima che le orde dello czar traboccassero su di noi. Noi avevamo nelle regioni superiori del Danubio 55,000 uomini e 230 cannoni contro un esercito di 82,000 uomini e 324 bocche da fuoco. Görgey contro Haynau, quellʼHaynau che il macello di Brescia aveva posto in evidenza, e che la correzione inflittagli dagli operaj della birreria Barclay e Berkins a Londra rese celebre. Haynau era una delle jene dellʼesercito austriaco, che, generalmente, è rispettabile. Görgey, per una aberrazione inqualificabile, seguiva la riva sinistra del Danubio, che è la linea più lunga, frastagliata da torrenti e seminata di paludi omicide.
Il combattimento glorioso di Csorna, guadagnato da Kmeti, inaugurò bene la campagna. Ma questi ultimi sorrisi della vittoria erano più unʼironia che un favore del destino. Io raggiunsi Görgey a Perod, il 21 giugno. Kossuth mʼaveva addetto allo stato–maggiore.