Le notti degli emigrati a Londra
Part 4
Lʼesercito di Transilvania, diviso in tre corpi, ammontava in tutto a 10,950 uomini dʼinfanteria, 1335 cavalieri, e 24 cannoni; la metà guardie nazionali. Il generale austriaco comandava a 20,000 uomini di truppe regolari, e a diverse migliaia di _leve in massa_, Valacchi e Sassoni, provvisti di 60 cannoni, e divisi pure in tre colonne. I corpi ungheresi comandati da Baumgarten, da Dobay, da Czetz, avevano incontrato lʼinimico in marcia. Il 18, Baumgarten schiacciò Urban, lo sciacallo dellʼesercito austriaco. Il 19, Dobay battè Wardener. Il 20, Czetz, che ha scritto la storia di questa campagna, ruppe la terza colonna austro–valacca. Il 23, Bem incontrò la brigata imperiale di Jablonowski, lʼattaccò alla baionetta, e la disperse. Ci precipitammo allora verso Kolosvar. La marcia era talmente forzata, che rosicavamo un pezzo di pan nero senza fermarci, e rimettevamo il sonno alla fine della campagna, come diceva Petőfi, che era aiutante di campo di Bem. Arrivammo a Kolosvar, capitale della Transilvania, il 23 dicembre, proprio il giorno fissato previamente da Bem al Comitato di difesa. Gli Austriaci non accettarono la battaglia, e noi entrammo nella città che essi abbandonarono.
—Bene! disse Bem, ecco pagata in scadenza la nostra cambiale.
Egli proclamò unʼamnistia generale; ma, mentre lo si cercava per acclamarlo, eravamo nuovamente in marcia. Il 29, avevamo di fronte Urban e Jablonowski, trincerati in una eccellente posizione presso Bethlen. La fucilata e il cannoneggiamento principiarono. Di punto in bianco, Bem esclama:
—Finiamola con codesti buffetti: alla baionetta.
Unʼora dopo, gli Austro–Valacchi erano in rotta.
Bem inseguì Urban; Riczko, Jablonowski. Il 31, Bem e Riczko batterono di nuovo il nemico. Ci fermammo. Le munizioni erano esauste. Le nuove munizioni arrivarono il 2 gennaio. Il 3 del 1849, Bem raggiunse gli Austriaci presso Tihucza, appostati in un passo formidabile. Il combattimento durò tutta la giornata. Alla sera, gli imperiali tagliati a pezzi nella loro retroguardia, sloggiati, posti in fuga, decimati, presi da terrore, correvano sulle cime delle montagne, ove le capre stesse sarebbero state prese da vertigine, gettando sacchi e fucili; e quelli che non rotolarono nei precipizi, o non si sprofondarono negli abissi di neve, traversarono il confine, e si arrestarono, mezzo gelati, nella Bukovina.
—Che insaponata! sclamò Bem alla sera.
Infatti, il nord della Transilvania era netto dʼAustriaci.
—Ragazzi, disse Bem, fa freddo, e non abbiamo nulla. Che diavolo faremmo qui? Vi resteremmo gelati. Andiamo a riscaldarci nel mezzogiorno; Puchner ci darà del fuoco.
Da quindici giorni non avevamo dormito che tre notti, e i nostri pranzi non erano stati sostanziali, che quando avevamo posto la mano sul rancio preparato dagli Austro Serbi. Rispondemmo ad una voce:
—In marcia, babbo.
Chiamavamo il generale: papà Bem.
Puchner si avanzava in cerca dellʼesercito ungherese. Lo incontrammo in vicinanza di Galfalva il 17 gennaio. Ci battemmo per cinque ore.
—Ingoiatemi un poʼ quei furfanti! gridò Bem.
Allora li caricammo alla baionetta. Puchner fuggì coi rimasugli della sua colonna nella direzione di Nagy–Szeben (Hermannstadt).
—Addosso a quei cani, urlò Bem.
E noi incalzammo i fuggiaschi, la spada alle reni, per quattro giorni. Nevicava, ventava. Nessuna strada. Attraverso burroni, montagne, torrenti profondi come fiumi, i terreni sfondati e rappresi soltanto alla superficie come per tenderci un agguato, i bagagli in ritardo. Il pane, sempre un problema; senza tabacco.... e mai un lagno! Che voluttà quel far la guerra per unʼidea, quando si ha fede in un capo dotato di tutte le grandezze morali! Ci fermammo il 21 davanti Nagy–Szeben, città circondata da un muro di cinta continuato, munita di pezzi da posizione, irta di bastite, di trinceramenti avanzati, difesa da 11,000 uomini, molte guardie nazionali, e 54 cannoni. Bem non aveva sotto i suoi ordini che 4,500 fantaccini e 450 cavalieri, che marciavano da quattro giorni, e 18 bocche da fuoco di piccolo calibro.
—– Generale, devo comandare lʼassalto? gli domandai.
—Per bacco!
—Non volete dunque attendere i 1,700 uomini che deve condurci Czetz?
—Mettiamoci a tavola, li attenderemo mangiando.
Egli lanciò la legione tedesca e i Siculi. Respinti. Li lanciò ancora. Respinti di nuovo. Li lanciò per la terza volta. Indietreggiarono.
—Avanti gli ussari, gridò Bem, mettendosi alla lor testa egli stesso.
Una grandine di mitraglia ci rovesciò.
—Czetz è arrivato, generale.
—Avanti tutti, allora.
Gli Austriaci escono in massa, con quattro batterie alla testa. Lʼala sinistra ed il centro sono sfondati, i nostri fuggono. Puchner insegue. Bem resta indietro con uno squadrone degli ussari di Mathias ed una batteria, chʼegli punta in persona. Puchner si ferma, poi rientra nella città. Bem si stabilisce poco lungi, a Iselindek. Passano otto giorni. Il 30 gennaio, Puchner ritorna, e ci circonda.
—Che fortuna! esclama Bem, ne avremo fino alla gola. Datevene a crepapancia, ragazzi miei.
Puchner attaccò, ritornò alla carica, poi attaccò ancora. Battuto, respinto, maltrattato, slogato, Puchner fa suonar la ritirata, e rientra alla sera in Nagy–Szeben.
Questi combattimenti di tutti i giorni avevano ridotte le nostre forze ad un numero veramente esiguo. Ci promettevano dei rinforzi, che dovevano essere verso Deva. Andammo verso di loro. Puchner lanciò dietro a noi 12,000 uomini e dei cannoni. Noi eravamo 2,000.
—Cosa si fa, generale? gli chiesi.
—Per dinci! quando non si può difendersi, si attacca, rispose Bem senza levare di bocca la pipa. Fate suonar la carica.
Fummo schiacciati. Il nostro esercito si trovò ridotto a 1300 uomini, 6 cannoni, e punto di munizioni. Arrivammo a Szerdahely. I Sassoni diminuirono ancora le nostre forze, uccidendo i nostri feriti, che Bem faceva sgombrare sopra Szasz–Sebey. Un grido dʼindignazione si alzò. Bem non ebbe il tempo di puntare i suoi cannoni. I soldati si scagliarono, bajonetta in mano, sulla città. Mezzʼora dopo, essa era spazzata dai nemici. Bem si stabilì dietro una cinta fortificata, che improvvisò. Puchner non ci lasciò tranquilli neppur là.
—Codesto diavolo dʼuomo non mi lascia neppure il tempo dʼempir la mia pipa. Va bene. Così facciamo economia di tabacco. Andiamcene, ragazzi.
E sempre lottando, senza esser mai intaccati, arrivammo a Szaszvaros. Bem fu ferito alla coscia da una scheggia di mitraglia.
Il 7 febbrajo ci arrivò un rinforzo: due compagnie di honved e due squadroni di guardie nazionali a cavallo. Inoltre essi ci fecero conoscere che erano seguiti da 7700 uomini con 28 cannoni. Puchner venne a offrirci battaglia di nuovo; Bem lʼaccettò.
—Facciamo una burla ai nostri fratelli, dissʼegli. Quando arriveranno, troveranno lʼaffar fatto. _Tarde venientibus ossa_. Avanti.
Fummo ancora battuti, e perdemmo i nostri ultimi quattro cannoni.
—Quei monelli hanno preso la gotta per via. Andiamo a vedere come sta la cosa.
Bem partì sul momento per Piski. Io solo lo accompagnai.
Trovammo effettivamente i 7700 uomini ed i 28 cannoni. Il 9 febbrajo eravamo di nuovo di fronte agli Austriaci.
Questa battaglia fu drammatica. Gli honved respinsero il nemico, che si avanzava sul ponte di Sztrigy dinanzi la città, poi traversarono il fiume sopra dei banchi di ghiaccio che galleggiavano, e li caricarono. Gli ussari di Mathias indietreggiavano. Bem, malgrado la violenza della febbre che la ferita e la lunga corsa al galoppo gli avevano data, venne a prendere il comando. Lʼinimico fu respinto in disordine, la cavalleria gli diede la caccia. Ma ecco che ci cacciamo dentro ad unʼimboscata. Il nemico prese lʼoffensiva. Noi avevamo consumato tutte le munizioni.
—Come! quei facchini, gridò Bem, ballerebbero colla musica che abbiamo pagata noi. Alla bajonetta dunque!
Gli Austriaci anchʼessi non avevano più munizioni.
La sera, eravamo padroni della vittoria, che era dubbia al mattino, che ci sorrideva a mezzo giorno, e che ci abbandonava alle tre.
Bem, col suo infallibile colpo dʼocchio, vide allora la posizione della campagna.
Puchner non aveva più base alle sue operazioni.
La nostra base, la più sicura, la più favorevole, era il paese dei Siculi, amici nostri, ove avremmo trovato uomini, armi, provvigioni dʼogni fatta.
Bem ordinò allʼistante una maravigliosa marcia di fianco. Passammo fin sotto le mura della fortezza di Karolyvar, sotto il fuoco del cannone nemico. Ci arrampicammo per delle montagne coperte di neve, irte di precipizi, sdrucciolanti, a picco sopra voragini che ci aspiravano, circondati da un uragano che ci toglieva il respiro, e soffocava uomini e bestie. Scivolammo sopra dei campi di neve indurita, che talvolta cʼinghiottivano, passando per delle gole ove quattro uomini di fronte avanzavano a stento, bloccati dalla tempesta che sʼingolfava col rumore e la forza di una batteria tuonante di cannoni. Valicammo dei torrenti, che trascinavano dei massi di pietra e dei massi di ghiaccio, formando dei turbini traditori, gli uomini ajutando le bestie, tirando colle braccia lʼartiglieria, carichi di bagaglio, mal nutriti, vestiti insufficientemente, gelati, senza tende, senza riposo, senza sonno... E cantavamo i ritornelli di Petőfi, che marciava sempre alla testa, e che era primo sempre alla mischia, mentre gli echi della montagna ripercuotevano i viva a papà Bem, e ripetevano la famosa strofa sopra la barba del generale polacco, che Petőfi chiamava «uno stendardo bianco!»
Il 15 febbraio raggiungemmo Medgyes.
Là ritrovai Amelia.
VI.
La contessa Tichter aveva lasciato Pesth, quando gli Austriaci e Windischgraetz vi entravano. Ella aveva saputo a Debreczin, ove suo padre sedeva nella Dieta, che suo marito viveva ancora, ed anzi che egli era in Ungheria. Ella era andata al castello di suo padre; poi, avendo appreso che Bem conduceva il suo esercito nelle sedi sicule, ove io era nato, ove tante sventure dovevano ricordarmi i miei antenati, i miei parenti, ella vi si recò pure per velarmi colle visioni dellʼavvenire le lugubri memorie del passato.
Arrivata la vigilia, essa volava incontro a noi.
Eravamo attesi.
Delle cinque sedi sicule, quattro, sedotte, si erano sottomesse allʼimperatore. La quinta, che era la mia, restò fedele alla patria. Ma, appena apparve Bem, i Szekely delle cinque sedi presero fuoco; e ricevemmo molto a proposito dei rinforzi da Kolosvar. Bem non voleva nessuna Capua. Quegli che i suoi compatriotti chiamavano «un aristocratico», da due mesi non si era coricato che cinque volte sopra un letto, ed anche dopo essere stato ferito. Quanto a noi, ne avevamo perfino perduta la memoria. Partimmo. Questa volta ancora ci trovavamo di fronte ad Urban, che ritornava. Bem lo raggiunse presso Jad, il 23 febbrajo, lo schiacciò, e lo rigettò anche una volta nella Bukovina. Puchner riapparve, ma rinforzato da 10,000 Russi, cui aveva chiesti, e cui il general Lüders, occupante la Moldo–Valacchia, gli aveva inviati sotto il comando dei generali Skariatin ed Engelhardt. Il primo scontro ci fu favorevole, il secondo contrario. Fummo obbligati ad uscire da Medgyes, e ripiegare sopra Segesvar. Bem vi ricevette dei rapporti, e diede lʼordine di porsi immediatamente in marcia.
—Ragazzo mio, va, sei per avere ben presto un duro còmpito, mi disse il generale, dandomi il comando di due squadroni di ussari e di due compagnie di honved.
Amelia, che ci aveva preceduti, mi spiegò le parole di Bem.
Ella mi fece chiamare. La trovai in piedi, vestita di unʼamazzone, in mezzo agli ufficiali dello stato–maggiore, pronta a mettersi in marcia con noi.
—Maurizio, ella mi disse, la moglie di Luigi IX di Francia, durante lʼassedio di Damiata, pregò il signor di Joinville di ucciderla, se la vedesse vicina a cadere nelle mani dei Saraceni. Il signor di Joinville rispose:—Regina, ci avevo pensato.—Voi che fareste in una simile circostanza?...
—Ciò che avrebbe fatto il signor di Joinville, risposi io impallidendo.
—Grazie, replicò Amelia. Mio marito è a Nagy–Szeben. Noi vi andiamo. Io vengo con voi.
Io aprii le mie braccia, ella vi si gettò; il patto era firmato.
Arrivammo lʼ11 marzo avanti al capoluogo dei Sassoni, chè anchʼessi aveano invocato lʼajuto dei Cosacchi. Il nemico si avanzava incontro a noi. Con uno slancio alla bajonetta lo respingemmo nella città. Gli Austriaci tentarono una seconda sortita, ne tentarono sei altre, e noi li costringemmo sempre a cercare un ricovero dietro i bastioni. La notte scendeva. Bisognava finirla. Bem lanciò la colonna di Bethlen, ove era io. Amelia si tenne presso il generale sopra una piccola altura, cui la mitraglia spazzava senza tregua. Invademmo i sobborghi, cantando un nuovo ritornello di Petőfi, ed ivi ci precipitammo contro la porta di Nagy–Szeben. Fummo forzati ad indietreggiare tre volte. Accadde allora un fatto, come se ne incontrano spesso nellʼIliade, e come un altro doveva accaderne pochi giorni dopo, il 4 aprile, a Nagy–Kata, fra il capo degli ussari croati, Riedesel, e il capo degli ussari ungheresi. Sebö. Il colonnello Tichter comandava la quarta sortita. Io slanciai il quarto attacco. Ci trovammo faccia a faccia. Ci riconoscemmo.
Amelia vedeva tutto, e indicava la scena a Bem.
—Diavolo! colonnello, gridai io, avete la vita tenace.
Egli non rispose, ma scaricò dʼuna mano un colpo di pistola a bruciapelo sulla mia testa, mentre con lʼaltra mi lasciò andare un fendente. Io ebbi il tempo di far impennare il mio cavallo, che ricevette il colpo di sciabola; la palla bruciò i miei capelli. Il mio cavallo non cadde. Lo lanciai allora sul colonnello. Come per tacito consenso, i soldati e gli uffiziali delle due parti fecero alto onde assistere a questo duello. Io attaccai alla mia volta, frugando con la sinistra nella sella per trarne una pistola. Il colonnello parò, indietreggiando: io lʼincalzavo sempre. Trovai finalmente la mia pistola. Lo mirai fra i due occhi. Cadde, e questa volta per non più rialzarsi. La battaglia passò sul suo corpo.
I battaglioni siculi marciarono in avanti, ed entrammo nella città. La notte, gli Austro–Russi fuggirono. Bem mʼabbracciò, e mi nominò maggiore.
Bem proclamò lʼamnistia, e mʼinviò alla Dieta a portar lʼannunzio che la Transilvania era ormai libera. Bem la spazzò due giorni dopo.
Io partii: Amelia e i suoi dieci domestici mi accompagnarono. Il mio cuore ridondava di gioia. Il destino mi carezzava; Bem e Petőfi erano miei amici; Amelia era libera e mi amava.
Essere lʼamico di Bem!...
Voi vi sarete già disegnati nella vostra mente questa figura.
Egli era uno scienziato, specialmente in geologia ed in mineralogia. Era stato lʼanima della insurrezione di Vienna, ed era uscito dalla città dopo lo scacco, nascosto in un carro di fieno, sfuggendo così alla sorte di Roberto Blum. I suoi compatriotti gli contesero a Pesth il comando della legione polacca, ed un giovine del suo paese tentò perfino di assassinarlo, tirandogli un colpo di pistola, che lo ferì al viso.
Bem era piccolo, ma ben costrutto, agile come un camoscio, elastico come la tigre. Il pensiero, il genio alloggiavano nella sua enorme testa, come un Dio in un tempio. Nulla di misterioso, dʼoscuro, di traditore, di basso, di falso, nei suoi tratti: si leggeva nella sua anima a libro aperto; tutto vi era vasto e luminoso. La sua barba bianca ondeggiava a capriccio dellʼaria, come una di quelle vele latine, che issano le barche nel Mediterraneo, molcite dallʼimmenso azzurro. Il suo cranio accidentato era calvo; le tempie avevano conservato delle lunghe ciocche di capelli bianchi. Il fronte alto e largo, appena rugato, olimpico, torreggiava, e si rialzava negli angoli arrotondandosi. Esso conteneva più che una volontà, rivelava un carattere. Nulla di sanguinario, come nel cranio di Napoleone, ma un misto di scienziato e di poeta.
Bem abborriva il sangue. La prima sua parola, quando la vittoria pareva decisa, era: Basta! Il primo suo atto, quando entrava in una città o in un paese conquistato, era di proclamare lʼamnistia. I suoi occhi grigi, mobili o fissi a volontà, avrebbero frugato nel fondo dellʼOceano. Nondimeno tutto vi risplendeva, potente, limpido e dolce a volta a volta, come in quelli dʼun fanciullo di genio, che principia ad interrogare il mondo e la vita.
Bem non levava mai di bocca la sua pipa. La conservava dormendo; a tavola lʼaccarezzava colla mano, come il mento dʼuna bella amante. La sua parola era pittoresca. Amava le metafore, soprattutto nelle circostanze drammatiche, perchè allora la metafora dà precisione. La sua voce elettrizzava. Gli si credeva. E non pertanto alcuno degli uomini della sua tempera, a tipo leggendario, non ha sì poco sceneggiato il Messia ed il Mosè. Bem restava paterno, nello stesso tempo che realizzava la formula la più assoluta dellʼautorità e della volontà, che sʼimpongono e che trionfano. Egli non comunicava i suoi disegni a nessuno, forse perchè aveva uno scopo e non aveva un metodo. Il suo genio, pieno di espedienti, di presenza di spirito, di slanci, di scintille, gli rivelava allʼistante il nodo delle situazioni. La sua bravura era temeraria. Egli scorgeva tutto in un colpo dʼocchio: lʼinsieme ed i particolari; la sua induzione teneva il posto della divinazione. Come la rondinella, egli andava sempre dritto, senza riposare, senza stancarsi mai.
Estremamente sobrio, vestito dʼuna tunica grigia, egli è stato il più realmente semplice fra tutti gli eroi; colui che lo seppe meno, e meno se ne curò. Non carezzò mai lʼammirazione del pubblico. Non sʼatteggiò in nessuna maniera, nè alla magnanimità, nè alla generosità, e neppure a quel disinteresse teatrale e sciocco, che abbaglia il popolaccio. La Dieta lo nominò luogotenente–maresciallo, e gli diede la decorazione di prima classe, ed egli accettò. Bem non prese niente, non domandò niente, ma sdegnò la parte volgare dʼun Cincinnato da melodramma. Quando occorse farsi Turco, per aver la ventura di battersi contro la Russia e lʼAustria, egli salutò la mezza–luna, e divenne pascià. Sarebbe andato in collera se i suoi, quelli che avevano fede in lui, come nel genio della guerra e della libertà—fede virile—lʼavessero trattato niente niente come un Dio od un eroe. Bem rispettava la dignità umana, ed avrebbe arrossito di vederla oltraggiata dalla degradazione e dallʼadulazione. Leale, franco, generosissimo, non invidiando nessuno, sapendosi ricco del suo, non imponendosi mai, non intrigando in nessuna maniera egli spaventò Görgey; il quale, confrontandosi con quella grandezza morale, si trovò piccolo ed abietto.
Perciò Görgey, quando fu ministro della guerra, tentò di disfarsi di Bem. Ma Kossuth lo sostenne.
La fulminante audacia dei suoi colpi di mano, la sicurezza che mostrava nella vittoria definitiva; una parola dʼelogio senza enfasi, che sapeva dire a tempo e farne come un cammeo; le ricompense che non lesinò; lʼesempio che dava, non domandando agli altri cosa chʼegli non avesse fatto, o volesse fare; la sua sorprendente attività, al punto che si sarebbe detto uno spirito, una fiamma elettrica, una visione; la rapidità della concezione e dellʼesecuzione.... tutte queste qualità lo facevano idolatrare dalle sue truppe. Bem è passato allo stato di leggenda nel sud dellʼUngheria. LʼEuropa non se ne fece un feticcio,—ciò che è proprio delle glorie vere, serie e durature. I semi–dei della plebe hanno sempre del ciarlatano. Petőfi lo chiamava un Giulio Cesare galantuomo.
La notizia, che io portava, mi aveva preceduto. Ciò non le tolse di essere bene accolta;—ed anzi Kossuth diede un banchetto, ove io raccontai, coi più pittoreschi particolari di uomini e luoghi, lʼepopea della campagna. La fortuna sorrideva di nuovo allʼUngheria.
Görgey, dopo essersi rivoltato contro il Governo nazionale, dichiarando che non obbedirebbe che al ministro della guerra nominato dal re—cioè dallʼimperatore dʼAustria—aveva continuato la sua difficile ritirata, inquietato da ogni parte dallʼinimico, che era tenuto a distanza in tutti gli scontri dal bravo Guyon alla retroguardia e da Aulich allʼala sinistra. La ritirata era penosa, attraverso gole senza strade, montagne rese impraticabili dalla neve, piene di precipizii nascosti, di nebbie che avviluppavano e impedivano la vista dei nemici, di fossi che inghiottivano artiglieria e cavalleria, di ponti rotti, di fiumi traboccati, senza scarpe, con una temperatura di venti gradi sotto lo zero. Malgrado tutto ciò, Guyon battè Schlick a Braniczko, mentre che Görgey danzava a Löcse, a quattro leghe dal campo di battaglia: Klapka lo batteva ancora a Tokaj; Bulharyn a Tarczal. Schultz schiacciava lʼala sinistra degli Austriaci a Kisfalud; Perczel sconfiggeva Ottinger a Szolnok, a Czegled. Lʼesercito ungherese si trovava così riunito dietro la Tisza, e Dembinski ne otteneva il comando supremo, mentre che Windischgraetz, padrone della capitale, si credeva padrone dellʼUngheria.
Questa illusione non durò molto.
Noi riprendemmo presto lʼoffensiva. Lʼesercito ungherese si componeva di 46,000 uomini, 6,000 cavalli e 170 cannoni. Windischgraetz disponeva di circa 60,000 uomini, 5,000 cavalli, 200 bocche da fuoco. Il primo scontro fra i due eserciti ebbe luogo a Kapolna, ove gli Austriaci misero in linea 35,000 uomini, e gli Ungheresi 17,000. La battaglia durò due giorni, il 26 ed il 27 febbrajo. Görgey, che detestava Dembinski, come detestava Kossuth, come detestava Bem, come detestava Perczel, Guyon, Klapka, Damjanich, ritardando lʼarrivo delle due divisioni Kmetz e Guyon sul campo di battaglia, rese il combattimento allʼincirca indeciso; ma Windischgraetz tenne la posizione, e Dembinski, per una precauzione eccessiva, ordinò la ritirata dallʼaltra parte della Tisza. Questa ritirata, a traverso le paludi terribili di Egerfarmos, fu disastrosa. Dembinski cedette il comando. Wetter prese il suo posto, ma Görgey ottenne tre corpi sotto i suoi ordini. Questo fu il più grande sbaglio, lʼunico forse, che Kossuth abbia commesso durante tutto il tempo in cui tenne il destino dellʼUngheria nelle sue mani. Görgey doveva esser fucilato, ed egli ne faceva il padrone dellʼesercito!...
Le ostilità ricominciarono immediatamente. La vittoria si fissò alle nostre bandiere. Damjanich ne aprì la serie col brillante scontro di Szolnok il 3 marzo. Wetter, che aveva elaborato il piano di campagna, cadde malato, e Görgey ebbe infine la felicità ineffabile di essere investito del comando supremo, così ardentemente ambito. Kossuth mʼinviò nuovamente presso di lui come ajutante di campo. Ma di già Görgey mi faceva lʼonore di odiarmi, sapendo come io adorassi Bem, e come ne parlassi cogli ufficiali di stato–maggiore. Egli mi ricevette molto male, quantunque gli fossi presentato dallo stesso Kossuth, che venne al campo. Görgey mi rivolse appena la parola, e mi diede poi degli ordini calcolati per sacrificarmi. Le ferite non mi mancarono certo.
Gaspar esordì col battere Schlick a Hatvon. Klapka e Damjanich misero in fuga Jellachich a Tapio–Bicske, e gli fecero subire delle perdite considerevoli. Finalmente, il 6 aprile, tutto lʼesercito si trovò in presenza degli Austriaci a Isaszeg. Lʼinimico era più forte di un terzo, occupava delle alture boscose, ed aveva alle spalle una foresta. Klapka cominciò lʼattacco. Damjanich gli venne in ajuto, e tutti e due non avevano di fronte che il corpo di Jellachich, appostato sulle alture, dinanzi e dietro Isaszeg. A tre ore arrivò il corpo dʼarmata sotto gli ordini di Windischgraetz, e Damjanich fu investito di fianco da Schlick. 14,000 Ungheresi tenevano testa a 30,000 Austriaci. Lʼala sinistra, comandata da Klapka, già piegava. Damjanich teneva fermo alla diritta. A quattrʼore arrivò Görgey, e prese la direzione della battaglia. Ciò malgrado, gli Ungheresi si ripiegavano.