Le notti degli emigrati a Londra

Part 3

Chapter 33,709 wordsPublic domain

Per sola risposta, il colonnello cavò una pistola dagli arcioni, e fece fuoco su di me. Mi sbagliò. Tirai a volta mia. Egli cadde. Il colonnello Tichter era un colosso. Mʼimpadronii allora delle briglie del cavallo di Amelia, e ci lanciammo nel fiume. Fummo accolti allʼaltra riva con urrà interminabili: i miei compagni avevano veduto tutta la scena. Continuammo la marcia. Ci mancavano viveri e denari. Quel poʼ di pane che i contadini ci somministravano, era dato ai cavalli, e per nostro conto ci alimentavamo con torzoli di cavoli, di granturco e di legumi crudi, che si potevano trovare. Avevamo fretta dʼarrivare.

Altri reggimenti e frazioni di reggimenti fecero come noi.

Entrammo a Buda il giorno memorabile del 28 di settembre 1848.

La Corte di Vienna oggimai aveva gettata la maschera. Non cospirava più, attaccava. Il 25 settembre, essa lanciò due manifesti reali. Col primo, il re accusava di rivolta la Dieta, i ministri, la nazione, e nominava il conte di Lamberg, ungherese di nascita, austriaco di cuore, a commissario reale in tutto il paese, comandante di tutta la forza armata. Col secondo, il re ordinava ai soldati di rientrare sotto le loro antiche bandiere.

Lʼassemblea si era riunita al 27 di sera, ed aveva decretato: Che i manifesti erano illegali ed incostituzionali; che la nomina di Lamberg era nulla; che le truppe non dovevano obbedire, sotto pena di tradimento. Kossuth stese in questo senso un proclama al paese, che copriva allʼindomani tutte le mura di Buda e di Pesth.

Lʼagitazione delle due città era al colmo. Il general Lamberg la sfidò.

Egli dimorava in un albergo di Buda. Il mattino, prese una vettura, e si fece condurre a Pesth presso Giorgio Mailath giudice del regno. Proprio in quel momento noi avevamo attraversato Buda in mezzo alle frenetiche acclamazioni di una folla immensa e di un popolo intero, armato di falci, di cui sʼera impadronito in un pubblico deposito. La nostra vista raddoppiò il loro entusiasmo e la loro esasperazione.

Io mi separai dai miei compagni, perchè la contessa mi aveva pregato di accompagnarla alla sua casa. Io ero divenuto pallido, ma avevo obbedito. Essa andava da suo padre. Alla porta del magnate, volli ritirarmi, e colla disperazione nella voce le dissi addio. Ella mi ordinò di salire con lei. Quando fummo nel salotto, la mi disse:

—Signor Zapolyi, attendetemi un istante, voglio presentarvi a mio padre.

—Al principe Nyraczi?

—Al principe Nyraczi.

—Giammai.

—Perchè dunque, di grazia?

—Perchè, signora, io sono il figlio di Paolo Nagy. Io sono quel giovine disonorato, al quale vostro padre fece dare ventiquattro colpi di frusta pel delitto commesso... di aver cercato di vedervi. Non lʼho mai perdonato.

Amelia si lasciò cadere sopra una seggiola, e sembrò abbattuta. Io restai in piedi, credendo vedere lo spettro di mio padre appiccato che mi gridava: vendetta! Dʼun tratto la contessa si alzò, si slanciò a me dʼincontro, le braccia aperte, e sclamò:

—Maurizio, io tʼamo.

Da quel momento ho creduto alle visioni del paradiso.

Cinque minuti dopo, io usciva dal palazzo, e mi parve di emergere da una stella e cadere in una notte eterna. Camminai forte: avevo bisogno dʼaria e di spazio. La mia vita straripava, mi soffocava. Mi fermai un momento per respirare, allʼestremità di quello splendido ponte sul Danubio che congiunge Pesth a Buda. La giornata era raggiante. Il cielo mi sembrava vestito a festa, di un azzurro più limpido del solito onde rallegrarsi della festa del mio cuore. Il Danubio, dallo sguardo giallo, dallʼandare tranquillo e linfatico, borbottava alcunchè di rauco e dʼindeterminato, ma non aveva già quellʼaccento di collera che sʼindovina nel brontolío del Po e del San Lorenzo. Al di là, la roccia appesa e misteriosa che porta la cittadella, e sovrappiomba nel fiume. Allʼindietro, delle brune colline dai poggi di vigna, tagliati da burroni, lungo i quali sʼarrampicano i casini, le osterie, i caffè, le case rustiche dai campaniletti rabescati; e più lungi ancora allʼestremo orizzonte, in mezzo ad un vapore violaceo, dei punti cerulei come una manata di turchesi, i primi spalti dei Carpazii. Io scorgeva tutto ciò in una volta, con uno sguardo interno, che avrebbe abbellito ed illuminato la bottega dʼun carbonajo, allorchè una vettura traversò il ponte, ed una testa, coperta da un cappello da generale, si mise fuori per guardarmi: era il conte Lamberg.

Fu visto e riconosciuto.

Non durò che un lampo. Una folla, che sbucava non so donde, si gittò sopra di lui, rovesciò la vettura, i cavalli, il cocchiere, lo trasse fuori, lo trascinò, lʼuccise, gli tagliò il capo. Io aveva appena scôrto un uomo vivente che mi squadrava di unʼaria burbera; un minuto dopo, vidi una testa pallida ed insanguinata in cima ad una picca. Un brivido percorse tutta la città. La folla armata di falci irruppe nella sala dellʼassemblea. Il presidente balzò sul suo seggio, e con gesto da re, gridò:

—In nome della legge, vi ordino di uscire.

Le grida si spensero in un attimo, e quegli uomini insanguinati se ne andarono come pecore, senza rispondere una parola.

Allʼindomani, Moga batteva Jellachich a Pakozd, lasciandogli lʼinfamia di tirare il primo colpo di fuoco. Cinque giorni dopo, Görgey disarmava mille ottocento austro–croati; ed il 7 ottobre, Maurizio Perczel raggiungeva il corpo di Roth e Philippovich, forte di settemille e cinquecento uomini, e lʼobbligava a posare le armi.

IV.

Lʼuomo che aveva messe le mani al colpo di Stato contro lʼautonomia ungherese ed aveva inviato Lamberg, il conte Latour, ministro della guerra in Austria, fu appeso ad un fanale dal popolo viennese nellʼinsurrezione del 6 ottobre. Moga, che inseguiva lʼesercito di Jellachich, il quale marciava su Vienna, avendo esitato di passare a tempo la Leitha, fu alla fine battuto presso Schwechat, in vista della capitale dellʼImpero, da Windischgraetz, che aveva già schiacciato Vienna, e che si preparava ora a marciare contro lʼUngheria. La guerra che facevamo in Transilvania contro i Valacchi, i Sassoni, gli Austriaci ed i Serbi, malgrado alcuni scontri brillanti, era, tutto sommato, disgraziata, e lʼesercito si ritirava sulla Maros, mentre Schlick invadeva lʼUngheria settentrionale. La nostra causa era seriamente minacciata, la patria seriamente in pericolo. Il _Comitato di difesa_, che concentrava nelle sue mani tutto il potere esecutivo, si mostrò allʼaltezza della sua missione; e Kossuth, che lo riassumeva tutto, riempiva già della sua persona tutta lʼombra che aveva lasciata la Casa di Absburgo, ritirandosi. Si domandarono delle nuove leve di _honved_—difensori della patria—, e si ebbero più uomini che non sʼavessero armi. Si creò una cavalleria, unʼartiglieria. I capi tiepidi, incapaci, dubbiosi, furono surrogati: Damjanich prese il posto di Kiss al Sud, Görgey quello di Moga al Nord; Windischgraetz si mise in moto.

Io aveva ottenuto un brevetto di capitano nel mio reggimento, che era stato completato per supplire ai quattro squadroni che, trovandosi in Boemia, non eran riesciti ad evadersi come noi. Io comandava il settimo squadrone staccato presso lʼesercito del nord. Görgey mi nominò suo aiutante di campo.

Kossuth, consegnando il comando in capo dellʼesercito del Nord al maggiore Görgey, aveva detto allʼAssemblea: «Ho tirato un buon numero dallʼurna del destino!» Ahimè! Kossuth aveva letto quel numero a rovescio. Io non aveva ancor veduto Görgey. Avevo applaudito quando egli, eseguendo lʼordine del Consiglio di guerra di Csepel, aveva fatto impiccare il conte Zichy che, andando incontro a Jellachich, aveva introdotto lʼinimico nella patria. Ma concepii tosto dei dubbi sul suo carattere quando, essendosi disgustato col suo capo Maurizio Perczel, riescì a farlo passare come incapace, e si fece attribuire il merito della presa del corpo di Roth e Philippovich. Quando io lo vidi al suo quartier generale di Pozsony, risentii come un subito colpo al cuore.

Arturo Görgey era militare. Aveva fatto gli studii allʼAccademia militare di Tuhn nellʼAustria, poi aveva passato cinque anni nella guardia nobile ungherese. Nominato luogotenente in un reggimento di ussari, non avendo i mezzi di avanzare rapidamente, stanco della vita di guarnigione, diede la sua dimissione, e si ritirò a Praga per studiarvi la chimica. Là, aveva domandato in isposa una ricca e nobile ereditiera, e non avendola ottenuta, sposò la sua istitutrice, una francese. Il suo carattere traspariva di già: ambizione, invidia, rancore, orgoglio, vendetta! Görgey dissimulava poco la feccia del suo cuore, quando poteva farlo senza inconveniente; e così forse vendicavasi della natura che, nella composizione della sua persona, metteva in guardia gli osservatori.

Grande, svelto, sottile, agile, il suo corpo di dandy finiva con una testa di donna, piccola e non bella. Aveva capelli castani, rari, tagliati corti, nellʼintenzione di dare più spazio e più lume alla sua fronte scura. I suoi occhi grigi, instabili, irritabili, non avevano quella dietro–cortina degli ipocriti, che copre nellʼabisso della pupilla lʼabisso dellʼanima. Egli li velava con occhiali dʼoro, che offuscavano ciò che vʼera di petulante in quel viso. Un par di mustacchi magri e sottili, faceva spiccare il pallore ceruleo e lʼavida sottigliezza delle labbra, sempre corrucciate, se un sorriso beffardo cessava dʼincresparle. Questa fisonomia corta sopra una statura elevata, quei tratti comuni sopra un corpo disinvolto, quel viso ove la natura aveva scritto una idea, ed ove la premeditazione sostituiva una maschera, mi diedero a riflettere. Görgey sʼaccorse che io lʼosservava. E se avesse potuto dubitare che io dirigeva su lui la mia implacabile attenzione, come un microscopio che lo scandagliava nel fondo delle viscere, e notomizzava i suoi pensieri, mʼavrebbe certo, alla prima occasione, messo in un posto da essere ucciso sicuramente. Già egli disapprovava la mia condotta verso il colonnello Tichter Egli aveva pochissima barba, ed era pallido. Di marziale, solo il contegno e le abitudini. Poco avvicinabile, di maniere sdegnose, temendo rivelarsi avanti il momento e fuor di proposito, egli sorvegliava le proprie parole, fuorchè nellʼironia e nella maldicenza, che aveva molto pronte e colorite. Del resto, dava ai suoi pensieri delle forme poetiche, e non mancava di eloquenza. La sua tenuta rigida imponeva il rispetto. La sua andatura, sicura di sè stessa, grave, fiera, imperiosa, ove lʼorgoglio traboccava, era dʼaccordo colla parola breve e col suono brusco della voce. Egli correggeva collʼarroganza dellʼanimo e dellʼuomo, ciò che poteva mancare di guerriero e di cavalleresco al militare ed al generale.

Con tutto ciò, eccellente cavaliero, sobrio, paziente, dʼun bel coraggio personale, chʼegli sʼimponeva nelle circostanze decisive, con uno sforzo di volontà. La vista del sangue non lo turbava. Il pericolo altrui lo toccava poco. Egli non lo fuggiva, il pericolo, ma non lo cercava neppure, come avremo occasione di vedere. Non risparmiava le fatiche alle sue truppe, ma le divideva, e dormiva con esse sulla neve con un freddo di 18 gradi sotto il zero Réaumur, senza pranzo dopo unʼassenza di asciolvere, e restando senza cena, dopo non aver pranzato. Con lui, si riposava dʼun combattimento con una marcia, e dʼuna marcia con una battaglia. Severissimo nella disciplina, ingiusto soltanto verso i suoi nemici e verso quelli di cui era geloso, che invidiava o temeva. Pieno di ingegno, non sapeva mai riconoscere lʼingegno degli altri, sempre disposto ad impiccolire il merito che lʼoffuscava, senza generosità insomma, senza nobiltà di animo.

I soldati lo amavano: essi non scorgevano che la persona; gli ufficiali, eccetto i suoi fidi, lo detestavano, e diffidavano di lui: gli leggevano nel cuore.

Görgey disprezzava tutto quanto non fosse militare. Considerava il _civile_ come un intruso, un intrigante, un imbecille. Kossuth, che lʼavea creato, cadeva sul suo cuore abbietto come una goccia dʼacido solforico, che brucia senza posa e senza pietà. Görgey sapeva eseguire con molta abilità i piani altrui, ma era incapace di concepirne uno egli stesso. Il suo spirito mancava dʼiniziativa, egli non possedeva la bussola dellʼindefinito. Dopo una vittoria, non sapeva più che farne. La pletora del successo pesava sopra di lui, e lo rendeva inetto, come lʼeccesso dellʼamore uccide lʼamore. Tutte le sue passioni occulte insorgevano allora, ed egli si consumava nel nasconderle o nel coprirle sotto una forma onesta, se lʼesplosione gli preparava un ostacolo. Tutto era virile in lui. Niente era elevato. La sua intelligenza nuotava nella visione delle grandezze le più sfrenate, mentre doveva imporsi una condotta moderata. Egli sentiva tutta la superiorità morale ed intellettuale di Kossuth. LʼUngheria intera accarezzava questa credenza, esprimeva questa convinzione. Görgey intraprese unʼopera di tenebre, a capo della quale, smascherando le sue batterie, egli doveva far ricadere il suo paese al fondo dʼun precipizio. Ragno del male, egli tesseva la tela del disastro per avvilupparvi unʼopera divina, la risurrezione dʼun popolo!

Görgey aveva lʼanima austriaca. Egli non comprendeva dunque nè la libertà, nè la nazionalità, nè lʼindipendenza, nè lʼautonomia di una razza, nè la supremazia e la maturanza dʼuna civiltà. Egli si batteva contro lʼAustria, non per odio contro unʼistituzione un principio, ma perchè nutriva una rabbia concentrata contro i generali austriaci, e ambiva di surrogare lʼAustria in qualche luogo, per poi rimetterla a posto, facendo per sè nellʼopera e nellʼimpero una parte corrispondente allʼaltezza del servigio reso. LʼAustria non si è dessa mostrata generosa per certi meriti, la Casa di Absburgo per certi delitti?

Nel secondo abboccamento chʼebbi con Görgey, lo compresi tutto. Dissecai il suo pensiero, e lo giudicai. Da quel momento, lo odiai. Egli ne sospettò, e mi tenne presso di sè, per sedurmi, o per perdermi. Ma avrò a riparlarvi di lui.

Windischgraetz, dopo i primi passi, rimase immobile. Egli esitava a impegnare un combattimento, nel quale temeva di restare schiacciato. Nondimeno, quando la Dieta ungherese rifiutò, dopo lʼabdicazione del vecchio imperatore, di riconoscere il nuovo imperatore e re Francesco Giuseppe, il maresciallo austriaco fu obbligato ad agire seriamente. Egli si avanzò, in conseguenza, alla testa di 50 a 60,000 uomini. Görgey non ne aveva che 23 a 24,000, sparsi sopra una grande superficie, sulla diritta del Danubio; ed il corpo di Perczel, 5 a 6000 uomini, che doveva raggiungerlo, era ancora sulla Drava. Görgey ordinò la ritirata, ed avvisò Kossuth di questa sua risoluzione. Egli mi chiamò alla sera, e mʼingiunse di partire sul momento per portare a Pesth il suo dispaccio.

—Generale, io gli dissi, sono capitano, e non ho ancora assistito ad una battaglia. Pur ritirandoci, noi ci batteremo certo. Posso chiedervi il favore di restare?

Görgey, con un sorriso beffardo, mi rispose:

—Non ci batteremo punto. Partite.

Partii.

Allʼindomani, Görgey aveva cangiato dʼavviso.

La prima sua ispirazione era, per altro, buona. Egli lʼaveva adottata, dietro un Consiglio di ufficiali superiori. Ora eseguiva quella stessa ritirata, sotto la pressione immediata dei battaglioni austriaci, che affluivano da ogni parte e lo circondavano. Onde, la fu una ritirata brillante, ma disastrosa.

Lʼinverno si mostrava severo. Lʼimmenso piano dellʼUngheria era divenuto una stesa di neve, chiazzata qua e là da paludi traditrici, come quella di Hansag, che inghiottì un quarto della brigata di Leopoldo Zichy. Lʼatmosfera aveva un colore plumbeo, ove ondulavano talvolta, come vele stracciate dalla tempesta, dei cenci di nebbia sucida, moventisi lentamente, cadenti di botto. Non cʼera più di azzurro, che negli occhi elettrizzati dei nostri _honved_. Faceva un freddo terribile. Le notti erano nere. Non trovavi più traccia di strade, e quelle vicine ai corsi dʼacqua, erano sfondate ed impraticabili. Bisognava marciare attraverso i campi, a caso. Le truppe vestite leggermente e troppo cariche compivano delle marcie interminabili, sempre sul _chi va là_, non prendendo fiato che per respingere lʼinimico, non riparando la loro sinistra, senza trovarsi di fronte ad un pericolo a destra. Malgrado i bei combattimenti di Kmety a Pahrendorf, e di Guyon, lʼabile e valente irlandese, a Nagy–Szombath, che coprirono la ritirata; malgrado il combattimento di retroguardia a Raab, che si dovette sgomberare, la marcia retrograda continuò. Görgey fu respinto a Babolna, e Perczel subì una disfatta a Moor, che si sarebbe potuta cangiar in vittoria, se Görgey fosse accorso in suo aiuto. Egli non volle.

Il 1.º gennaio, la Dieta abbandonò la capitale, e trasferì la sede del Governo a Debreczin, dietro la Tisza, in mezzo ad unʼimmensa pianura, ove i villaggi, completamente magiari, sono molto disseminati. Lʼ8 gennaio a mezzogiorno, la retroguardia ungherese sgombrava anche Buda–Pesth. Alcune ore dopo, lʼesercito austriaco entrò nella città, e la bandiera giallo–nera prese il posto dei tre colori nazionali, bianco, rosso e verde come quelli dellʼItalia.

Presentandogli il dispaccio, vidi per la prima volta Kossuth. Questo abboccamento durò un istante, ma fu caratteristico. Amelia gli aveva parlato di me, come una donna entusiasta parla di un bel giovane che ama, e Kossuth aveva bevuto il mio elogio nella di lei parola risplendente come una strofa di Vittor Hugo, sgorgando dalle labbra della più bella fra le Ungheresi. Gli domandai di lasciare Görgey, e di essere inviato come aiutante, o perfino come semplice soldato, al generale Bem, che operava in Transilvania.

—Perchè ciò?

—Perchè con Bem il soldato si batte, e con Görgey si ritira; perchè Bem è un patriota fedele oggi, fedele sempre, e Görgey mormora oggi, e tradirà domani.

Kossuth assunse unʼaria severa, e si torse i mustacchi. Poi disse:

—Voi meritate di esser punito per parlare così del vostro capo.

—Accetto il castigo. Soltanto vi prego di aggiornarlo a sei mesi. Se a questʼepoca la mia profezia....

—Basta così. Andate ad attendere gli ordini del ministro della guerra, e tenetevi pronto per partire nella notte.

Kossuth cadde in una profonda meditazione. Io uscii lentamente.

Tre ore dopo, io partiva per la Transilvania, come aiutante di campo del generale Bem.

Non ebbi il coraggio di andar a vedere Amelia. Le scrissi.

Il proclama di Görgey, datato da Vaez il 6 gennaio, venne a provare a Kossuth che io aveva giudicato rettamente il carattere di quel generale. Görgey si ribellava contro lʼautorità della Dieta.

V.

Io intanto correva la _puszta_.

Avevo traversato quel paese altra volta, con la morte nel cuore e la disperazione negli occhi, andando incontro allʼignoto, con un sole malinconico e smorto. La traversavo adesso, collʼamore nellʼanima, colla speranza che cantava nei miei sogni, in cerca di gloria. Sotto il cielo basso, fosco, carico di neve che cadeva a larghi fiocchi e che talvolta si polverizzava sotto lʼimpeto dʼun vento turbinoso, oh come io ricordava che tutto, quattro anni prima, era morto! Il contadino era servo, il signore soggetto. LʼAustria era qualcosa di tenebroso, di misterioso, lontana, ma sacra ed inviolabile, le ciglia corrucciate e cariche di minaccie. Se ne parlava a bassa voce e volgendo il capo da unʼaltra parte. La donna si occupava della sua casa. La ragazza, tutta infettucciata, pensava al primo bacio che aveva ricevuto, al primo bacio che ella aspettava. Il bambino giuocava rotolandosi nel pantano col porcellino, o si arruffava colle oche. Lʼaria era muta, o risuonava di monotoni ritornelli. La sciabola e la penna erano oggetti di addobbo. Lʼebreo odiava. Il prete cattolico mirava a Vienna ed a Roma.

Ora, il vassallo è uguale al suo padrone, e non paga più tributo; il padrone è cittadino. LʼAustria batte, ma il suo prestigio è morto. Il nome di _santa patria_ fa risuonare tutti gli echi. LʼUngherese si batte contro il soldato imperiale, come si batteva una volta contro il Turco. La donna cuce la tunica del suo marito, dei suoi figliuoli, che si arruolano negli _honved_, attende le notizie dellʼesercito, scrive quelle del villaggio o della casa ai suoi cari, spera, prega, piange, teme, si rallegra. La ragazza è ansiosa per le battaglie, ove è il suo amoroso, o dove andrà domani il suo fidanzato. Il fanciullo giuoca al soldato. Gli ebrei, i preti cattolici benedicono la patria, hanno una patria.

Il mio viaggio in mezzo alla _puszta_, malgrado la solitudine dellʼinverno, malgrado lʼoscurità della notte, mi parve una festa. Incontravo dovunque, notte e giorno, delle bande di cittadini che andavano ad arrolarsi come volontarii, o a rispondere alla chiamata come coscritti. Dappertutto un sorriso, in nessun luogo il cadavere della speranza colpita a morte dallʼinsuccesso. In ogni soffio dʼaria ove un uomo aveva respirato, una strofa ardente di Petőfi. Ovunque, delle sciabole, dei pennacchi, dei vaghi vestiti per festeggiare la lotta. Felice chi aveva un fucile od una pistola: tutti avevano un cuore. Felice chi mi poteva ricevere nella sua capanna. Dico capanna: il castello, ahimè! era un altro affare. Una parola che io gettava, passando di galoppo nei villaggi, si propagava di campanile in campanile. Lo scampanío rispondeva alla campana a martello. Ove io gettava un grido, germogliavano soldati.

Incontrai le prime colonne dellʼesercito del Sud, che il Governo chiamava a difesa della linea della Tisza. Strinsi la mano a Damjanich, colui che Klapka chiama lʼuomo di ferro, lʼenergico comandante delle formidabili _berrette rosse_, il 9.º _honved_. Lasciando il Banato, egli diresse ai Serbi un proclama, in cui loro ordinava di starsene tranquilli, durante la sua assenza, e di rispettare uomini e proprietà, Magiari o Tedeschi, e concludeva:

«Se vi accadesse di non fare alcun caso delle mie esortazioni, se persisteste nei vostri conati sanguinarii e liberticidi, io vi giuro che devasterò le vostre contrade, e vʼinseguirò fino a che esisterà sul suolo ungherese un solo Serbo; e allora, perchè non resti in Ungheria la menoma traccia della vostra razza traditora, ucciderò me pure».

Damjanich era Serbo.

Avrei voluto battermi sotto i suoi ordini, se non avessi avuto la fortuna di andare a combattere sotto quelli di Bem.

Seguii il Danubio dallʼaspetto terroso e triste, che non era gelato, malgrado la temperatura di 20 gradi sotto lo zero, e rassomigliava ad un filo di rame un poʼ ossidato sopra uno scudo dʼacciaio riflettente la luna. Alla fine arrivai alla frontiera della Transilvania, provincia che è una fortezza, circondata dai Carpazii, aperta allʼUngheria soltanto per tre porte: tre gole.

Bem mi aveva preceduto di sei giorni.

Lo raggiunsi, il 22 dicembre, nella direzione di Deez, e gli presentai il dispaccio di Kossuth. Dico male dispaccio, dovrei dire viglietto. Bem, entrando al servizio dellʼUngheria, aveva posto per condizione di non dipendere direttamente che da Kossuth, _dal capo del Governo_.

—Dallʼamico, avea risposto Kossuth. E gli tenne parola.

Kossuth gli scriveva queste semplici righe:

«Amico mio, tʼinvio un giovanotto, che vuol farsi uccidere, o divenire generale. Ha il diavolo in corpo, cioè un amore nel cuore, ove irradiansi i due più bei occhi di myosotis dellʼUngheria. Fa ciò che puoi per questi due ragazzi. Prendi il capitano per aiutante di campo, e sarai più felice di me; la giovine donna abbraccierà forse la tua testa calva».

Bem fissò su di me i suoi grigi occhi dʼaquila. Ci scrutammo scambievolmente. E da quel momento fummo amici.

—Sta bene, disse il generale, vi prendo per mio aiutante. In sella.